Sorprese e affini: i migliori qualificati negli Slam dell'Era Open

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Sorprese e affini: i migliori qualificati negli Slam dell’Era Open

Aslan Karatsev ha raggiunto la semifinale dell’Australian Open partendo dal punto più basso, ma chi c’è riuscito prima di lui?

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Per chi fosse interessato a una lista dei migliori qualificati per ogni Slam maschile disputato dal 1968 ad oggi, la lista è accessibile a questo link

Aslan Karatsev è appena diventato il primo qualificato a raggiungere le semifinali di uno Slam maschile da oltre vent’anni a questa parte, un’impresa ritenuta pressoché impossibile in un’epoca in cui gli upset durante i tornei sono spesso ridotti al minimo. I fattori sono diversi: la compresenza dei Big Three ha prosciugato le possibilità degli altri Top 10, figuriamoci di chi sta fuori dai primi 30; la prevenzione dagli infortuni è avanzata al punto da favorire la preservazione dello lo status quo; da quasi 20 anni, i seed per gli Slam sono diventati 32, chiudendo quasi tutti gli spiragli per un giocatore senza testa di serie; infine, la nostra capacità di rimanere a bocca aperta si è indubbiamente ridimensionata, visto che se Brandon Nakashima colpisce una demi-volée pittorica a Delray Beach possiamo rivederla fino a pensare che sia una cosa normale.

Se questo processo ha chiuso la strada a giocatori vicini all’Olimpo (l’ultimo unseeded player a vincere uno Slam è Gaudio a Parigi 2004, l’ultimo a raggiungere la finale Tsonga a Melbourne 2008), lo stesso si può dire, con le dovute proporzioni, per chi sta un plateau più giù, e.g. i qualificati. Se da un lato è vero che nessun cadetto è mai arrivato in finale in uno Slam maschile (sarebbero dieci match tondi tondi), erano quasi dieci anni che un qualificato non raggiungeva i quarti di un Major, per la precisione da Wimbledon 2011 (niente spoiler sulla sua identità, si vedrà più avanti), il lasso di tempo più ampio dell’Era Open.

 

Sa allora di puro amarcord un viaggio fra coloro che prima del leone Aslan de “Le Cronache di Narnia” sono riusciti a regalarsi “One shining moment” (come si dice per le sorprese del torneo NCAA di basket), ma se non si parla del passato nel contesto sportivo, allora in quale si può fare?

GENIUS E GLI ALTRI – Ci sono quattro casi di Carneadi semifinalisti prima di Karatsev, tre disattesi e uno famigeratamente profetico. I più recenti riguardano giocatori che potrebbero essere ribattezzati “one semi wonders”, perché non hanno più confermato i rispettivi exploit, piuttosto sfruttando il vuoto di continuità di fine anni ’90/inizio 2000.

Il caso più recente è quello del bielorusso Vladimir Voltchkov, che raggiunse la semi a Wimbledon nel 2000, battendo grandi giocatori come Pioline e Ferreira prima di perdere facile con un Sampras alla settima (e ultima) sinfonia a SW19 – non male per uno che due mesi prima vinceva l’edizione inaugurale di un Challenger in Uzbekistan!

La sua corsa gli valse il nomignolo “Vladiator”, attribuitogli dalla stampa britannica (i tabloid sono storicamente ghiotti di pun pigri anziché no) dopo che il nostro ebbe dichiarato di aver tratto ispirazione da quattro visioni consecutive de “Il Gladiatore”, pluripremiato kolossal di Ridley Scott – per l’autore di questo pezzo, che lo considera il film più sopravvalutato di tutti i tempi, la vera impresa è questa.

Poche stagioni prima c’era invece riuscito il belga Filip Dewulf, che arrivò fra gli ultimi quattro al Roland Garros del 1997, forse l’edizione più sorprendente di sempre, visto che lo raggiunsero in fondo (oltre al bi-campione Sergi Bruguera) anche un incompiuto (allora) serve-and-volleyer australiano, tale Pat Rafter, che da lì in avanti qualcosina avrebbe combinato, e un 21enne brasiliano che non aveva mai giocato una finale nel tour maggiore, l’indimenticato Guga Kuerten, il quale lo avrebbe infine eliminato in quattro set per prendersi la scena sul rosso per il lustro successivo.

Filip Dewulf

Percorso notevole quello del belga, che batté tre giocatori che avrebbero fatto almeno le semi nelle quattro edizioni successive: un altro verdeoro, Fernando Meligeni (semi nel 1999), Alex Corretja (finalista nel 1998 e nel 2001), e Magnus Norman (finalista nel 2000). Dewulf avrebbe sicuramente potuto fare di più senza infortuni (raggiunse i quarti anche l’anno dopo, la sua ultima partecipazione), ma si tolse comunque la soddisfazione di diventare il primo belga in Top 50.

Da lì la portata dell’analessi si estende di un ventennio per completare la panoramica, visto che nel 1977 furono ben due i tennisti a raggiungere le semifinali in questo modo. Il secondo fu Bob Giltinan, che al secondo Australian Open di quell’anno (evento unico nella storia del tennis, l’Happy Slam era stato spostato a fine anno per non competere con la nuova collocazione del Master a gennaio) vide la propria corsa interrompersi contro il britannico John Lloyd: il suo exploit è certamente il meno impressionante (anche se batté un futuro finalista di Wimbledon come Chris Lewis), visto che il livello del torneo Down Under è stato generalmente piuttosto basso fino al 1983, quando venne introdotto un premio in denaro per chi fosse riuscito a fare il Grande Slam – basti pensare che quell’anno il quarto favorito era Ken Rosewall, potenziale GOAT ma a quel punto quarantatreenne.

Il vero qualificato d’annata è però il dionisiaco del tennis per eccellenza, John McEnroe, per il quale Gianni Clerici scrisse di aver pronunziato “il sacro mantra del Tennis” dopo averlo visto in un evento juniores qualche mese prima della semifinale raggiunta a 18 anni a Wimbledon, come detto sempre nel 1977.

Quasi tutti hanno negli occhi i suoi accessi di rabbia e le sue finali epiche con Borg, ma pochi ricordano il primo grande exploit londinese, quando il suo tennis e la sua personalità lo trasformarono quasi in un feticcio per molti tifosi, e nell’Anti-Cristo per altri, in un inconsapevole passaggio di testimone con un altro dioscuro del serve-and-volley, Rod Laver, alla sua ultimissima apparizione Slam nell’anno delle 39 primavere.

Fresco di diploma all’esclusivissima Trinity School (seppur newyorchese e punk negli atteggiamenti come i Ramones, il background di McEnroe era un filino più upper class), il tabellone di Mac fu peraltro fortunato, ponendogli di fronte una testa di serie solo ai quarti di finale, dove la spuntò 6-4 al quinto con Phil Dent, finalista all’Australian Open del 1974, battuto dal successivo avversario di Genius, un altro irlandese d’America con proclività fumantine, Jimmy Connors.

In quell’occasione, Jimbo, tds N.1, lo eliminò in quattro, prima di perdere una finale equilibratissima con Borg, ma John avrebbe avuto occasione di rifarsi in futuro, visto che si sarebbero incontrati altre 33 volte. Ricordiamo anche che McEnroe sconvolse l’establishment una volta di più dopo quel torneo, stavolta per un afflato decubertiano: accettò infatti una borsa di studio per Stanford, lasciando a bocca aperta il mondo del professionismo che già si pregustava le nuove dinamiche dello sport con l’aggiunta di cotanto shot adrenalinico. Anche in questo caso, si sarebbe rifatto.

GLI ALTRI

Di seguito, vediamo i qualificati che hanno raggiunto i quarti di un Major:
Paul Annacone, Wimbledon 1984, batte nettamente Johan Kriek (due volte campione in Australia prima che il torneo diventasse una cosa seria) prima di cedere, altresì netto, a Connors, e prima di diventare coach di tre campioni Slam (Sampras, Federer, e Stephens). Comunque best ranking di N.12 in singolo e un Australian Open in doppio nell’85 per lui;
Ricardo Acuña, Wimbledon 1985, vero e proprio Gronchi Rosa che non è stato competitivo né prima né dopo, ma che in quell’occasione eliminò Pat Cash al quinto prima di cedere a… Jimmy Connors sempre lui;
Goran Ivanisevic, Australian Open 1989, e qui di carriera ce n’è stata da vendere. Il grande mancino croato, ancora diciassettenne, si rivelò al mondo in tutti i suoi ace, eliminando un altro futuro gran giocatore quale Magnus Larsson e la testa di serie N.15, John Fitzgerald, prima di cedere netto al futuro finalista, il sibaritico Gattone Miloslav Mecir;

Goran Ivanisevic

Thierry Champion, Roland Garros 1990, non nomen omen ma fattore campo a gogo per lui, vincitore del dodicesimo favorito del torneo, Juan Aguilera, e di due futuri Top 10, Forget e Novacek, prima di arrendersi al futuro… Champion, Andrés Gomez;
Adrian Voinea, Roland Garros 1995. Anche un po’ di Italia qui, visto che il tennista rumeno fa base da noi dall’età di 15 anni, ed era ancora molto giovane (ne stava per compiere 21) quando mise in fila Kucera, un Chesnokov alla frutta, e soprattutto Boris Becker (spesso descritto come allergico al rosso ma in realtà tre volte semifinalista a Parigi), prima di finire completamente la benzina contro Chang;
Marcelo Filippini, Roland Garros 1999, con lo specialista uruguagio che non perse neanche un set sulla via dei quarti, eliminando anche Greg Rusedski, per poi racimolare quattro game con un Agassi in procinto di completare il Grande Slam e di giocare il miglior tennis della sua vita per i successivi otto mesi;
Nicolas Escudé, US Open 1999, altro giro, altro qualificato eliminato da Agassi sulla strada della vittoria. Il francese, che ha avuto una carriera per certi versi al di sotto delle aspettative, si era fatto un nome raggiungendo la semi a Melbourne l’anno precedente, ma era finito fuori dalla Top 100 per problemi fisici. Flushing Meadows segnò l’inizio della risalita, con vittorie notevoli su Moyà (per ritiro) e Rios (che forse due cose su Agassi le ha dette in tempi recenti);
Gilles Müller, US Open 2008, un altro che per sua stessa ammissione avrebbe potuto fare di più. Numero 130 al tempo, il mancino lussemburghese negli anni precedenti si era preso scalpi importanti negli Slam, in particolare quello di Nadal (poi bissato a Wimbledon nel suo anno migliore, il 2017) e di Roddick (quest’ultimo proprio a Flushing Meadows), ma gli infortuni e un commitment non sempre inappuntabile l’avevano frenato. In quelle due settimane, però, i colpi girarono, perché arrivarono successi su Tommy Haas, Nicolas Almagro, e soprattutto su un Nikolay Davydenko all’apice, prima di venire eliminato da Federer, in procinto di vincere il quinto titolo di fila, tuttora l’ultimo a New York;
Bernard Tomic, Wimbledon 2011, e si finisce con una delle fidanzate peggiori per un tifoso. Ancora lontano dalle punte di spocchiosità raggiunte negli anni più maturi (…), questo teenager che non sembrava spingere mai i colpi, salvo poi tirare scaldabagni memorabili, fece fuori a sua volta Davydenko, per poi rimontare due set ad Andreev e dare tre a zero a Robin Söderling, all’ultimo gettone Slam (la sua sparizione post-mononucleosi rimane peraltro uno dei fatti più inspiegabili del tennis recente). Lottato fu anche il quarto perso in quattro set con Djokovic, che si sarebbe poi portato a casa il primo titolo a Londra e l’esordio in vetta al ranking. Tomic invece?

I BIG – Concludiamo elencando i campioni Slam (oltre a quelli già citati) che a loro tempo sono stati i migliori qualificati in una prova singola, magari lanciando qualche signale di cosa avrebbero combinato in futuro:
Mats Wilander raggiunse il terzo turno a Wimbledon (ironicamente di gran lunga il suo peggior Major) nel 1981;
Pat Rafter ottenne lo stesso risultato nel 1993;
Marat Safin fece gli ottavi a Parigi nel 1998 (battendo peraltro il campione in carica Kuerten);
Stan Wawrinka raggiunse il terzo turno a Parigi nel 2005;
– poche settimane dopo fu imitato da Novak Djokovic a Wimbledon.

Come si può notare, i nomi eccellenti non mancano, e quindi non dovrebbe mancare la speranza che una performance apparentemente minore, ottenuta ad inizio carriera, possa gettare le basi per un’ascesa futura. Al Roland Garros dello scorso settembre i migliori qualificati sono stati i quartoturnisti Daniel Altmaier e Sebastian Korda, entrambi giovani ed entrambi dotati, soprattutto il secondo, che ha dalla sua diversi quarti di nobiltà tennistica, mentre ora abbiamo Karatsev, un po’ meno giovane ma sicuramente con anni di carriera davanti – che sia solo l’inizio?

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Esordio sul velluto per Nadal a Montecarlo: adesso gli ottavi con Dimitrov

Lo spagnolo concede appena tre giochi a Delbonis, capace di creare qualche piccolo problema solo nel secondo set. Al prossimo turno troverà Dimitrov, battuto 13 volte su 14

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Rafael Nadal - ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @ROLEXMCMASTERS)

[3] R. Nadal b. [Q] F. Delbonis 6-1 6-2

Doveva essere un esordio agevole per Rafael Nadal e così è stato. Lo spagnolo, a dispetto dei quasi due mesi lontano dal campo, ha mostrato il solito grande feeling con la superficie e con Montecarlo in particolare (72-5 il bilancio aggiornato su questi campi), disponendo agevolmente di Federico Delbonis. L’argentino ha provato a giocarsela, soprattutto nel secondo set, ma semplicemente non dispone delle armi per impensierire Rafa né per tenerne il passo sul rosso. Dopo il massacro del primo set e mezzo, Delbonis ha provato a rifarsi sotto ma è stato prontamente ricacciato indietro da Nadal. Il prossimo avversario del maiorchino sarà Grigor Dimitrov (13-1 i precedenti; 3-0 a Montecarlo), in un match che si spera possa regalare più spettacolo. “Abbiamo giocato tante belle partite insieme, non solo la semifinale dell’Australian Open 2017” ha ricordato Rafa in conferenza. “Sarò pronto per la partita, o quantomeno spero di essere pronto” ha scherzato, dicendosi in ogni caso soddisfatto del tennis espresso all’esordio.

IL MATCH – Fin dall’inizio si capisce che Delbonis non può tenere il ritmo forsennato imposto da Nadal. L’argentino o va fuori giri tentando di spingere o si rifugia in back difensivi che però raramente mettono in difficoltà l’avversario. In pochi minuti Rafa si ritova già sul 3-0. Delbonis prova a darsi una scossa con un bel rovescio lungolinea vincente forzando poi Rafa all’errore dopo uno scambio tutto in difesa. La riscossa dura però giusto questi due punti: Nadal infatti impatta sul 30-30 con un bel dritto e una smorzata, prima di accogliere benevolmente i due doppi falli consecutivi dell’avversario, costretto a forzare (senza successo) anche col servizio. Finalmente sul 5-0, Delbonis riesce a muovere il punteggio e a evitare quantomeno l’onta del bagel.

 

In avvio di secondo set, le cose non mutano in meglio per l’argentino, che cede subito la battuta. Il martellamento asfissiante di Nadal non accenna a diminuire d’intensità e gli frutta un secondo break che lo proietta sul 3-0. Qui Delbonis si procura due insperate palle break consecutive grazie a una serie di (s)fortunati eventi: una risposta colpita male ma che rimane in campo, un doppio fallo di Rafa e infine un non semplice smash ‘appoggiato’. Nadal non fa una piega e le annulla entrambe con autorità, così come fa anche con una terza occasione. Delbonis però sente che questo è probabilmente l’ultimo treno per sperare di rientrare in partita e si aggrappa al game, guadagnandosi una quarta palla break che riesce stavolta a convertire complice anche un nastro benigno.

Immediata arriva la reazione di Nadal, parecchio infastidito dal break appena subito, ma Delbonis riesce a tenere la battuta e ad andare sul 3-2, cancellando anche una palla break con un gran dritto lungolinea. La rinnovata spinta del volenteroso argentino però non è sufficiente a riaprire davvero la partita che anzi, ritorna saldamente nelle mani di Nadal con il break ottenuto nel settimo gioco. Sul 5-2 arriva l’ultimo sussulto di Delbonis che annulla un match point e si procura addirittura una palla break. Rafa però esce alla grande dal mini momento di difficoltà e chiude il match al terzo match point, dopo un’ora e venti minuti di gioco.

Il tabellone completo

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ATP

ATP Montecarlo: Sonego non supera l’esame Zverev

Il numero 6 del mondo ritrova la costanza che gli era mancata a Miami e in due set regola un buon Sonego

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[5] A. Zverev b. L. Sonego 6-3 6-3

Troppo solido alla distanza Alexander Zverev per un buon Lorenzo Sonego, che come suo solito lotta parecchio e mostra un bel tennis ma deve cedere in due set ad uno Zverev apparso molto concentrato soprattutto al servizio. La prima sfida tra i due arrivava in momenti completamente opposti di forma. Sonego era reduce dal brillante torneo vinto a Cagliari, oltre che dal buon primo turno vinto contro un tennista ostico come Fucsovics. Meno positivo il periodo di Zverev, che non aveva giocato finora su terra battuta e la sua ultima partita risaliva a Miami, il secondo turno perso contro Emil Ruusuvori.

Il tennista italiano parte giocando un buon tennis, ma il primo a passare davanti è il tedesco, che sfrutta due indecisioni di dritto di Sonego per prendere il primo vantaggio della partita. La prima per Zverev però continua a mancare e Sonego si riporta sotto con due palle break. Entrambe vengono annullate da Zverev che ritrova la prima e non dà la possibilità al suo avversario di poterlo attaccare. Una nuova possibilità si para davanti a Sonego nel settimo game, uno splendido dritto diagonale gli porta due palle break.

 

La prima di servizio torna in aiuto del numero 6 del mondo, anche se la seconda palla break annullata arriva con un servizio che il replay mostra essere di poco largo. Sonego non si perde d’animo e dopo aver annullato due palle game si guadagna e converte la terza palla break con un pesante dritto lungolinea, meritata per il livello espresso finora dal tennista torinese.

Zverev non resta a guardare e reagisce subito al break diventando un muro da fondo. Gli errori di Sonego si accumulano e il finalista degli US Open si riporta avanti di un break. Uno dei meriti della buona partita del tedesco oggi è la costanza di rendimento al servizio, ed è di nuovo la battuta a cavarlo d’impaccio quando si fa rimontare due set point da Sonego. Il primo punto ai vantaggi è un ace, con il secondo si crea lo spazio con il servizio per chiudere con uno schiaffo al volo di dritto un set giocato molto bene da entrambi i giocatori. Da notare il dato dei doppi falli del tennista di Amburgo, zero per tutto il primo set, una rarità visti i suoi problemi recenti.

Il numero 6 del mondo capisce che è il momento di affondare il colpo e tramortisce Sonego ad inizio secondo set sfruttando la forza della sua diagonale di rovescio. A dire la verità il tennista italiano sta facendo un’ottima partita anche da quel punto di vista, mostrando tutti i suoi miglioramenti con quel fondamentale. Confrontato però con un colpo come quello di Zverev è normale vada in difficoltà. Come successo nel primo set Sonego risponde subito al fuoco con due palle break, ma ancora la prima di Zverev torna dominante e gli toglie le castagne dal fuoco. Sonego non molla la battaglia e con due splendidi pallonetti si mantiene dentro il game, e l’occasione arriva di nuovo con un dritto steccato dal tedesco. Questa volta il servizio tradisce Zverev e con un doppio fallo rimette Sonego nel set.

Ora il livello del tedesco è calato vistosamente ed anche gli errori da fondo cominciano ad arrivare. Un rovescio scagliato male rischia di costargli il secondo break consecutivo, ma con l’aiuto del servizio si salva. Piano piano, nonostante un dritto molto meno affidabile del primo set, Zverev si ritira su e torna a farsi prepotente durante i turni di Sonego. La prima chance nel settimo game è ben controllata dall’italiano, ma sulla seconda il “solito” rovescio devastante vale game e break per il tennista tedesco.

La partita si mette ancora più in salita quando Sonego sotto 15-30 e 3-5 commette il primo doppio fallo della partita. Non poteva esserci momento peggiore, il colpo in uscita dal servizio è lungo e Zverev chiude la partita dopo un’ora e mezza di battaglia. Un peccato per Lorenzo, che oggi ha giocato bene e reso la partita più equilibrata di quanto dica il punteggio. Il tedesco sfiderà David Goffin per un posto nei quarti di finale di Montecarlo. Sonego invece perderà almeno quattro posizioni del ranking, a causa dei punti persi dei quarti dell’anno scorso. Ma vista la posizione attuale, numero 32, se continua con questo stato di forma può mantenersi tra le teste di serie del Roland Garros. Con la sconfitta di Sonego Fabio Fognini resta l’unico italiano ancora presente in tabellone.

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Djokovic, lezione e investitura a Sinner: “È il presente e il futuro del tennis”

Nel match del giorno Jannik parte bene e va in vantaggio di un break, ma via via soffre la pressione di Nole, che domina alla distanza

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[1] N. Djokovic b. J. Sinner 6-4 6-2

Era stata presentata come la partita del giorno, e le attese non sono andate deluse, almeno per una buona oretta. Dopo il battesimo del fuoco ricevuto da Rafa Nadal sul Philippe Chatrier in autunno, il sacerdote Novak Djokovic ha somministrato il secondo segno sensibile al fenomeno nascente Jannik Sinner sotto la terrazza di Montecarlo. Sei quattro sei due per il primo favorito, un’ora e mezza abbondante molto lottata, giocata a ritmi esagerati e trapunta di scambi ad alta intensità. Poi Nole ha preso il sopravvento, e non sarebbe stato difficile prevederlo, ma chi voleva una partita – e un’altra conferma sulla crescita di Jannik – l’ha avuta.

Aveva iniziato molto bene il kid di Sesto Pusteria: secondo game in battuta molto sudato, offerto da un Djokovic intento a far intendere al ragazzo su quale pianeta fosse capitato, poi Sinner ha strappato il servizio al serbo nel terzo, complici un paio di vincenti da urlo, tra i quali ha particolarmente brillato un gran rovescio incrociato sulla linea, utile a provocare la sorpresa del numero uno. Jannik non ha però saputo consolidare, come si suol dire, e qui Djokovic non ha messo troppo di suo: un doppio fallo, un dritto tirato fuori con lo scambio in mano e un rovescio addosso alla star con il campo aperto sono valsi il pareggio: tanta ingenuità direbbero quelli che non hanno mai avuto a che fare con la pressione. Certo è che l’età verdissima in qualche modo può rappresentare un mismatch di non poco conto contro un avversario persino più famelico dei canoni quando deve inseguire. Si è un po’ disunito Jannik, ci mancherebbe: Djokovic gioca profondo come nessuno, si sa, e sulla seconda ha la bava alla bocca. Il combinato disposto, direbbe il giurista, ha costretto Sinner a forzare molte prime, con conseguenze problematiche sulle sue percentuali. Anche a questo è addebitabile il secondo break consecutivo Serbia, viatico al cinque due che pareva una precoce pietra tombale sulla frazione.

 

Detto questo, anche Nole di tanto in tanto pare umano, e Sinner certamente non vende la pelle a buon prezzo: gravato da un paio di errori di misura, dal trenta a zero a due punti dal set Djokovic ha subìto quattro punti consecutivi, consentendo al giovane collega di servire per il pareggio. Ma ribattitore migliore della storia del gioco non si diventa per caso: una manciata di palle a un palmo dal fondocampo hanno costretto Sinner a diversi fuori giri e a salvare un primo set point, prima che un nastro malandrino sul suo lungolinea, beffardo nell’apparecchiare il vincente al serbo, ne forzasse un secondo, stavolta raccolto da Nole con un forcing da dietro reiterato fino all’errore con il rovescio dell’italiano.

Jannik Sinner – ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Cinquantasei minuti, ritmi alti, lunghi scambi e una lotta tutt’altro che disprezzabile. Non male l’offerta di Jannik, forse un po’ troppo legata mani e piedi al vincente, con tutti i rischi del caso. Nole in giornata, lo è quasi sempre, quando impone la proverbiale pressione da fondo al momento è ancora un po’ troppo. E la sua giornata, già serena, è migliorata nel secondo set, a fronte della resistenza ora forse un po’ ammaccata del nostro: break Serbia nel quarto gioco. Sinner, puntiglioso, con il solito atteggiamento impeccabile, concentrato sul tema fino al parossismo, ora annaspante e sempre più ingarbugliato nella ragnatela. Poche chance per lui di rientrare; una, sostanzialmente, nel settimo game, quando Nole ha offerto palla break ingarbugliandosi con due doppi falli, ma qui è mancato Sinner, autore di una rispostaccia fuori di metri su una seconda attaccabile. La partita lì si è eclissata, insieme allo sguardo fattosi torvo del diciannovenne. Agli ottavi di domani, contro il campione di Miami Hubert Hurkacz o Dan Evans, andrà Djokovic, come sempre, come prevedibile. Per un’ora c’è stata partita, per il resto una lezione di cui Jannik saprà far tesoro.

Mi sento bene – ha detto Djokovic a Tennis TV -. Questo club è la mia base d’allenamento da 15 anni, mi sembra di giocare a casa. E’ stato un bell’esordio, non era una sfida semplice ma sono riuscito a trovare il ritmo e i colpi. Sinner colpisce la palla nel modo giusto più o meno su tutte le superfici, è polivalente, ha molto talento ed è in forma. E’ il futuro del nostro sport, e forse già il presente. Del resto ha già giocato la finale di un 1000 da teenager“. A diciannove anni Nole non era certamente prossimo a somigliare alla sua versione odierna.

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