Sorprese e affini: i migliori qualificati negli Slam dell'Era Open

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Sorprese e affini: i migliori qualificati negli Slam dell’Era Open

Aslan Karatsev ha raggiunto la semifinale dell’Australian Open partendo dal punto più basso, ma chi c’è riuscito prima di lui?

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Per chi fosse interessato a una lista dei migliori qualificati per ogni Slam maschile disputato dal 1968 ad oggi, la lista è accessibile a questo link

Aslan Karatsev è appena diventato il primo qualificato a raggiungere le semifinali di uno Slam maschile da oltre vent’anni a questa parte, un’impresa ritenuta pressoché impossibile in un’epoca in cui gli upset durante i tornei sono spesso ridotti al minimo. I fattori sono diversi: la compresenza dei Big Three ha prosciugato le possibilità degli altri Top 10, figuriamoci di chi sta fuori dai primi 30; la prevenzione dagli infortuni è avanzata al punto da favorire la preservazione dello lo status quo; da quasi 20 anni, i seed per gli Slam sono diventati 32, chiudendo quasi tutti gli spiragli per un giocatore senza testa di serie; infine, la nostra capacità di rimanere a bocca aperta si è indubbiamente ridimensionata, visto che se Brandon Nakashima colpisce una demi-volée pittorica a Delray Beach possiamo rivederla fino a pensare che sia una cosa normale.

Se questo processo ha chiuso la strada a giocatori vicini all’Olimpo (l’ultimo unseeded player a vincere uno Slam è Gaudio a Parigi 2004, l’ultimo a raggiungere la finale Tsonga a Melbourne 2008), lo stesso si può dire, con le dovute proporzioni, per chi sta un plateau più giù, e.g. i qualificati. Se da un lato è vero che nessun cadetto è mai arrivato in finale in uno Slam maschile (sarebbero dieci match tondi tondi), erano quasi dieci anni che un qualificato non raggiungeva i quarti di un Major, per la precisione da Wimbledon 2011 (niente spoiler sulla sua identità, si vedrà più avanti), il lasso di tempo più ampio dell’Era Open.

 

Sa allora di puro amarcord un viaggio fra coloro che prima del leone Aslan de “Le Cronache di Narnia” sono riusciti a regalarsi “One shining moment” (come si dice per le sorprese del torneo NCAA di basket), ma se non si parla del passato nel contesto sportivo, allora in quale si può fare?

GENIUS E GLI ALTRI – Ci sono quattro casi di Carneadi semifinalisti prima di Karatsev, tre disattesi e uno famigeratamente profetico. I più recenti riguardano giocatori che potrebbero essere ribattezzati “one semi wonders”, perché non hanno più confermato i rispettivi exploit, piuttosto sfruttando il vuoto di continuità di fine anni ’90/inizio 2000.

Il caso più recente è quello del bielorusso Vladimir Voltchkov, che raggiunse la semi a Wimbledon nel 2000, battendo grandi giocatori come Pioline e Ferreira prima di perdere facile con un Sampras alla settima (e ultima) sinfonia a SW19 – non male per uno che due mesi prima vinceva l’edizione inaugurale di un Challenger in Uzbekistan!

La sua corsa gli valse il nomignolo “Vladiator”, attribuitogli dalla stampa britannica (i tabloid sono storicamente ghiotti di pun pigri anziché no) dopo che il nostro ebbe dichiarato di aver tratto ispirazione da quattro visioni consecutive de “Il Gladiatore”, pluripremiato kolossal di Ridley Scott – per l’autore di questo pezzo, che lo considera il film più sopravvalutato di tutti i tempi, la vera impresa è questa.

Poche stagioni prima c’era invece riuscito il belga Filip Dewulf, che arrivò fra gli ultimi quattro al Roland Garros del 1997, forse l’edizione più sorprendente di sempre, visto che lo raggiunsero in fondo (oltre al bi-campione Sergi Bruguera) anche un incompiuto (allora) serve-and-volleyer australiano, tale Pat Rafter, che da lì in avanti qualcosina avrebbe combinato, e un 21enne brasiliano che non aveva mai giocato una finale nel tour maggiore, l’indimenticato Guga Kuerten, il quale lo avrebbe infine eliminato in quattro set per prendersi la scena sul rosso per il lustro successivo.

Filip Dewulf

Percorso notevole quello del belga, che batté tre giocatori che avrebbero fatto almeno le semi nelle quattro edizioni successive: un altro verdeoro, Fernando Meligeni (semi nel 1999), Alex Corretja (finalista nel 1998 e nel 2001), e Magnus Norman (finalista nel 2000). Dewulf avrebbe sicuramente potuto fare di più senza infortuni (raggiunse i quarti anche l’anno dopo, la sua ultima partecipazione), ma si tolse comunque la soddisfazione di diventare il primo belga in Top 50.

Da lì la portata dell’analessi si estende di un ventennio per completare la panoramica, visto che nel 1977 furono ben due i tennisti a raggiungere le semifinali in questo modo. Il secondo fu Bob Giltinan, che al secondo Australian Open di quell’anno (evento unico nella storia del tennis, l’Happy Slam era stato spostato a fine anno per non competere con la nuova collocazione del Master a gennaio) vide la propria corsa interrompersi contro il britannico John Lloyd: il suo exploit è certamente il meno impressionante (anche se batté un futuro finalista di Wimbledon come Chris Lewis), visto che il livello del torneo Down Under è stato generalmente piuttosto basso fino al 1983, quando venne introdotto un premio in denaro per chi fosse riuscito a fare il Grande Slam – basti pensare che quell’anno il quarto favorito era Ken Rosewall, potenziale GOAT ma a quel punto quarantatreenne.

Il vero qualificato d’annata è però il dionisiaco del tennis per eccellenza, John McEnroe, per il quale Gianni Clerici scrisse di aver pronunziato “il sacro mantra del Tennis” dopo averlo visto in un evento juniores qualche mese prima della semifinale raggiunta a 18 anni a Wimbledon, come detto sempre nel 1977.

Quasi tutti hanno negli occhi i suoi accessi di rabbia e le sue finali epiche con Borg, ma pochi ricordano il primo grande exploit londinese, quando il suo tennis e la sua personalità lo trasformarono quasi in un feticcio per molti tifosi, e nell’Anti-Cristo per altri, in un inconsapevole passaggio di testimone con un altro dioscuro del serve-and-volley, Rod Laver, alla sua ultimissima apparizione Slam nell’anno delle 39 primavere.

Fresco di diploma all’esclusivissima Trinity School (seppur newyorchese e punk negli atteggiamenti come i Ramones, il background di McEnroe era un filino più upper class), il tabellone di Mac fu peraltro fortunato, ponendogli di fronte una testa di serie solo ai quarti di finale, dove la spuntò 6-4 al quinto con Phil Dent, finalista all’Australian Open del 1974, battuto dal successivo avversario di Genius, un altro irlandese d’America con proclività fumantine, Jimmy Connors.

In quell’occasione, Jimbo, tds N.1, lo eliminò in quattro, prima di perdere una finale equilibratissima con Borg, ma John avrebbe avuto occasione di rifarsi in futuro, visto che si sarebbero incontrati altre 33 volte. Ricordiamo anche che McEnroe sconvolse l’establishment una volta di più dopo quel torneo, stavolta per un afflato decubertiano: accettò infatti una borsa di studio per Stanford, lasciando a bocca aperta il mondo del professionismo che già si pregustava le nuove dinamiche dello sport con l’aggiunta di cotanto shot adrenalinico. Anche in questo caso, si sarebbe rifatto.

GLI ALTRI

Di seguito, vediamo i qualificati che hanno raggiunto i quarti di un Major:
Paul Annacone, Wimbledon 1984, batte nettamente Johan Kriek (due volte campione in Australia prima che il torneo diventasse una cosa seria) prima di cedere, altresì netto, a Connors, e prima di diventare coach di tre campioni Slam (Sampras, Federer, e Stephens). Comunque best ranking di N.12 in singolo e un Australian Open in doppio nell’85 per lui;
Ricardo Acuña, Wimbledon 1985, vero e proprio Gronchi Rosa che non è stato competitivo né prima né dopo, ma che in quell’occasione eliminò Pat Cash al quinto prima di cedere a… Jimmy Connors sempre lui;
Goran Ivanisevic, Australian Open 1989, e qui di carriera ce n’è stata da vendere. Il grande mancino croato, ancora diciassettenne, si rivelò al mondo in tutti i suoi ace, eliminando un altro futuro gran giocatore quale Magnus Larsson e la testa di serie N.15, John Fitzgerald, prima di cedere netto al futuro finalista, il sibaritico Gattone Miloslav Mecir;

Goran Ivanisevic

Thierry Champion, Roland Garros 1990, non nomen omen ma fattore campo a gogo per lui, vincitore del dodicesimo favorito del torneo, Juan Aguilera, e di due futuri Top 10, Forget e Novacek, prima di arrendersi al futuro… Champion, Andrés Gomez;
Adrian Voinea, Roland Garros 1995. Anche un po’ di Italia qui, visto che il tennista rumeno fa base da noi dall’età di 15 anni, ed era ancora molto giovane (ne stava per compiere 21) quando mise in fila Kucera, un Chesnokov alla frutta, e soprattutto Boris Becker (spesso descritto come allergico al rosso ma in realtà tre volte semifinalista a Parigi), prima di finire completamente la benzina contro Chang;
Marcelo Filippini, Roland Garros 1999, con lo specialista uruguagio che non perse neanche un set sulla via dei quarti, eliminando anche Greg Rusedski, per poi racimolare quattro game con un Agassi in procinto di completare il Grande Slam e di giocare il miglior tennis della sua vita per i successivi otto mesi;
Nicolas Escudé, US Open 1999, altro giro, altro qualificato eliminato da Agassi sulla strada della vittoria. Il francese, che ha avuto una carriera per certi versi al di sotto delle aspettative, si era fatto un nome raggiungendo la semi a Melbourne l’anno precedente, ma era finito fuori dalla Top 100 per problemi fisici. Flushing Meadows segnò l’inizio della risalita, con vittorie notevoli su Moyà (per ritiro) e Rios (che forse due cose su Agassi le ha dette in tempi recenti);
Gilles Müller, US Open 2008, un altro che per sua stessa ammissione avrebbe potuto fare di più. Numero 130 al tempo, il mancino lussemburghese negli anni precedenti si era preso scalpi importanti negli Slam, in particolare quello di Nadal (poi bissato a Wimbledon nel suo anno migliore, il 2017) e di Roddick (quest’ultimo proprio a Flushing Meadows), ma gli infortuni e un commitment non sempre inappuntabile l’avevano frenato. In quelle due settimane, però, i colpi girarono, perché arrivarono successi su Tommy Haas, Nicolas Almagro, e soprattutto su un Nikolay Davydenko all’apice, prima di venire eliminato da Federer, in procinto di vincere il quinto titolo di fila, tuttora l’ultimo a New York;
Bernard Tomic, Wimbledon 2011, e si finisce con una delle fidanzate peggiori per un tifoso. Ancora lontano dalle punte di spocchiosità raggiunte negli anni più maturi (…), questo teenager che non sembrava spingere mai i colpi, salvo poi tirare scaldabagni memorabili, fece fuori a sua volta Davydenko, per poi rimontare due set ad Andreev e dare tre a zero a Robin Söderling, all’ultimo gettone Slam (la sua sparizione post-mononucleosi rimane peraltro uno dei fatti più inspiegabili del tennis recente). Lottato fu anche il quarto perso in quattro set con Djokovic, che si sarebbe poi portato a casa il primo titolo a Londra e l’esordio in vetta al ranking. Tomic invece?

I BIG – Concludiamo elencando i campioni Slam (oltre a quelli già citati) che a loro tempo sono stati i migliori qualificati in una prova singola, magari lanciando qualche signale di cosa avrebbero combinato in futuro:
Mats Wilander raggiunse il terzo turno a Wimbledon (ironicamente di gran lunga il suo peggior Major) nel 1981;
Pat Rafter ottenne lo stesso risultato nel 1993;
Marat Safin fece gli ottavi a Parigi nel 1998 (battendo peraltro il campione in carica Kuerten);
Stan Wawrinka raggiunse il terzo turno a Parigi nel 2005;
– poche settimane dopo fu imitato da Novak Djokovic a Wimbledon.

Come si può notare, i nomi eccellenti non mancano, e quindi non dovrebbe mancare la speranza che una performance apparentemente minore, ottenuta ad inizio carriera, possa gettare le basi per un’ascesa futura. Al Roland Garros dello scorso settembre i migliori qualificati sono stati i quartoturnisti Daniel Altmaier e Sebastian Korda, entrambi giovani ed entrambi dotati, soprattutto il secondo, che ha dalla sua diversi quarti di nobiltà tennistica, mentre ora abbiamo Karatsev, un po’ meno giovane ma sicuramente con anni di carriera davanti – che sia solo l’inizio?

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WTA Tenerife, Giorgi sprecona: in finale va Osorio Serrano

Camila va in vantaggio nel primo set e serve per il secondo sul 5-4, subendo in entrambi i casi la rimonta dell’avversaria

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M. Osorio Serrano b. [4] C. Giorgi 6-4 7-5

Finisce in semifinale – e non senza rimpianti – la corsa di Camila Giorgi nel torneo di Tenerife. A frapporsi tra lei e la finale è stata l’omonima Maria Camila Osorio Serrano, giocatrice molto difficile da affrontare soprattutto per una tennista come Giorgi. La colombiana infatti è riuscita ad assorbire i colpi dell’azzurra costringendola col passare del tempo a giocare sempre un colpo in più e finendo col mandarla fuori giri. A pesare sono stati comunque i molti errori di Camila nei momenti più delicati dell’incontro, in particolare quando ha mancato tre consecutive palle del 5-3 nel primo set e poi quando ha subìto il break sul 5-4 del secondo set. Osorio Serrano giocherà dunque la seconda finale in carriera dopo quella vinta nel torneo di casa a Bogotà lo scorso aprile. Nel discorso post partita la colombiana ha scherzato in maniera molto simpatica sull’omonimia con Giorgi: “So che qualcuno di voi stava facendo il tifo per lei, ma visto che abbiamo lo stesso nome ho fatto finta che fossero tutti per me”. La sua prossima avversaria sarò Ann Li che ha dominato Alizé Cornet 6-2 6-1

IL MATCH – L’avvio di match della marchigiana è molto promettente: nel primo game si procura infatti ben cinque palle break (tre consecutive), ma non riesce a sfruttarle. Il suo rendimento alla battuta è ottimo e le permette di trovare diversi punti gratis, mentre Osorio Serrano mostra la solita solidità e intelligenza tattica. Entrambe mantengono una posizione molto aggressiva in risposta sulla seconda dell’avversaria. La partita è decisamente godibile. Sul 2-2, Osorio Serrano avanti 40-15 si fa trascinare ai vantaggi e con un doppio fallo concede ancora palla break, sulla quale Giorgi entra prepotentemente col dritto. L’azzurra avrebbe una mini occasione di aumentare il vantaggio quando si ritrova avanti 4-2 0-30, ma il tutto si risolve in un nulla di fatto. Il set (e probabilmente il match) gira sul 4-3, quando Giorgi perde il servizio da 40-0 in maniera piuttosto sorprendente, commettendo anche un doppio fallo sulla palla break. Sul 5-4 Giorgi sale 40-15, ma ancora una volta subisce il ritorno di Osorio che gioca due ottimi punti e si porta ai vantaggi. Giorgi le dà una bella mano affossando in rete due dritti e permettendole di completare la rimonta.

 

Nel secondo set, Osorio prova a spezzare ulteriormente il ritmo con slice e smorzate intelligenti che effettivamente mettono in crisi Camila. Gli errori dell’italiana aumentano, così come la sua fretta di chiudere i punti, il che non fa altro che fare gioco alla colombiana. Fortunatamente al servizio Giorgi riesce a difendersi con relativo agio e a mantenersi in scia nel punteggio. L’azzurra pesca un paio di risposte profonde sul 3-3 e si procura ben due palle break, senza però riuscire a convertirle. L’occasione persa non demoralizza Camila e anzi sembra scuoterla un po’: nel successivo turno di risposta riesce infatti a trovare il break e si presenta a servire sul 5-4. Al momento di chiudere però commette troppi errori e rimette in carreggiata l’avversaria. Ancora la fretta la tradisce sul 6-5 consegnando a Osorio due match point consecutivi: alla colombiana basta il primo, vinto con l’ennesimo smorzata che costringe Giorgi a una lunga rincorsa in avanti.

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Identikit statistici: Dominic Thiem

Quali colpi potranno riportare ai vertici l’austriaco dopo un difficile 2021?

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Dominic Thiem
2020 US Open - Campione Singolare Maschile - Dominic Thiem (Photo by Darren Carroll/USTA)

Dopo Medvedev, in questo nuovo articolo per la rubrica “Identikit statistici” ci occupiamo di Dominic Thiem. Classe 1993, il tennista austriaco appartiene a una generazione, a dire il vero, piuttosto sfortunata, dato che è molto difficile sfuggire al cono d’ombra proiettato da tre giganti come Federer, Nadal e Djokovic (detentori di venti titoli del Grande Slam ciascuno).

Tuttavia, un passo alla volta, con grande regolarità, Thiem ha saputo conquistare il suo spazio (in particolare sulla terra e sul cemento) fino ad aggiudicarsi, nel 2020, il suo primo titolo Slam a Flushing Meadows. Cercheremo di capire quali caratteristiche gli abbiano permesso di raggiungere tali risultati e quali ulteriori miglioramenti possano condurlo ancora più lontano quando rientrerà dall’infortunio che lo ha costretto a concludere anticipatamente, e senza grandi risultati, la stagione 2021.

PALMARÈS

Già a livello juniores, Thiem fa parlare di sé, in particolare raggiungendo la finale del Roland Garros nel 2011. Lo stesso anno fa il suo esordio nel circuito ATP, nei tornei di Kitzbühel, Bangkok e Vienna; in quest’ultimo elimina il connazionale Thomas Muster (all’epoca quarantatreenne) in un vero e proprio passaggio di consegne. Nel 2014, vince in Australia la sua prima partita in uno Slam, battendo João Sousa. A Madrid, sconfigge l’allora numero tre del mondo Stan Wawrinka in tre set. A Kitzbühel, raggiunge la sua prima finale a livello ATP, perdendo da David Goffin dopo essere stato avanti di un set. A fine anno, è il più giovane giocatore tra i primi 50 del mondo.

 

Nel 2015 si aggiudica tre titoli ATP (Nizza, Umag e Gstaad) ed entra in Top 20. L’anno successivo, forte anche della sua prima semifinale Slam, centrata a Parigi, fa il suo ingresso in Top 10, venendo ripescato per le Finals di fine anno in virtù del forfait di Rafa Nadal. Nel 2017, continuando il suo regolare e piuttosto impressionante processo di crescita, Thiem si qualifica per la prima volta per la finale di un torneo Masters 1000, a Madrid. Viene sconfitto da Nadal, ma, a sorpresa, sconfigge il maiorchino sulla terra di Roma nei quarti di finale prima di arrendersi a Djokovic in semifinale. Raggiunge nuovamente la semifinale all’Open di Francia e finisce la stagione alla quinta posizione del ranking mondiale, certificando il proprio status di top player.

A questo punto, inizia la caccia al primo titolo Slam: nel 2018 raggiunge la finale a Parigi e viene sconfitto nettamente da Nadal. A testimonianza di una grande solidità tecnica e mentale, raggiunge i quarti di finale dello US Open e, trovandosi ancora di fronte Nadal, lo impegna in una maratona di quasi cinque ore, che lo spagnolo si aggiudicherà sì, ma all’ultimo respiro. Chiude la stagione in leggera flessione, ma sempre in Top 10 (per la precisione, come numero otto).

Il 2019 è un’ottima annata per Thiem: vince il suo primo titolo 1000 sul cemento di Indian Wells, sconfiggendo Sua Maestà Roger Federer in finale. Non solo: bissa la finale al Roland Garros superando Djokovic in una semifinale che rappresenta sicuramente uno dei match migliori della sua carriera. Cede ancora in finale all’eterno Nadal, ma sembra avvicinarsi giocando alla pari per due set prima di crollare. Come ciliegina sulla torta, raggiunge per la prima volta la finale del Master di fine anno, sconfitto da Tsitsipas.

È nel 2020 però che la tenace rincorsa di Thiem allo Slam viene premiata: dopo essere stato ad un set dal titolo a Melbourne, si qualifica per la finale dello US Open e si trova di fronte il grande amico Alexander Zverev. Sascha si porta avanti due set a zero, ma Thiem riesce a rimontare e trova definitivamente il suo posto tra i grandi del tennis. A fine anno raggiunge per la seconda volta la finale delle ATP Finals, sconfiggendo Djokovic in semifinale e cedendo soltanto ad un Medvedev in forma strepitosa.

Nel 2021, qualcosa sembra incrinarsi. Dopo gli ottavi in Australia, un infortunio al ginocchio e, dopo essere rientrato, alcune prestazioni non degne della sua qualità, come ad esempio la sconfitta al primo turno del Roland Garros per mano di Andujar dopo essere stato avanti di due set. Purtroppo, Thiem subisce anche un infortunio al polso (sull’erba di Maiorca) che lo costringe a terminare anticipatamente la stagione. Annuncia di voler tornare in campo in Australia nel 2022, più carico che mai. Su quali armi potrà contare per ritrovare il suo posto tra i pretendenti ai titoli più ambiti?

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Thiem con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Possiamo osservare un saldo medio positivo tra vincenti ed errori non forzati su tutte le superfici. Colpisce come la differenza a favore dei vincenti sia massima sull’erba di Wimbledon, lo Slam più avaro di soddisfazioni per l’austriaco (ottavi di finale nel 2017, sconfitte al secondo turno nel 2015 e nel 2016, sconfitta al primo turno nel 2014, 2018 e 2019). Troviamo un primo spunto di risposta al nostro dubbio in altre due statistiche: le palle break ottenute da Thiem e il numero delle discese a rete. Sull’erba, Thiem sembra faticare di più a procurarsi delle occasioni sul servizio dell’avversario, e si presenta a rete in misura molto maggiore rispetto al suo stile abituale. Forse l’efficacia di Thiem nei pressi della rete, specie se verticalizza il proprio gioco in modo un po’ forzato, alla ricerca di variazioni, non è sufficientemente elevata per giustificare una modifica così marcata nel suo stile di gioco?

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa da questo punto di vista:

Figura 2. Ulteriori statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Osserviamo che, in effetti, l’efficacia di Thiem sotto rete è buona ma non eccezionale e diminuisce sull’erba, scendendo sotto il 70%. Oltre a ciò, osserviamo che, sempre sull’erba, calano le percentuali di palle break realizzate e salvate. Nonostante un buon contributo del servizio (soprattutto della prima palla), l’austriaco, numeri alla mano, mostra di trovarsi in maggiore difficoltà nei punti importanti.

Forse, cercando di interpretare le statistiche in una chiave tecnica, il fatto che non soltanto Thiem giochi il rovescio a una mano, ma lo faccia in modo piuttosto “sbracciato”, con un movimento molto efficace ma piuttosto ampio, lo mette in difficoltà nel preparare il colpo su una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Tale fattore strutturale potrebbe spiegare un maggiore nervosismo del numero uno d’Austria che, trovando uno dei suoi colpi più efficaci tramutato in una potenziale debolezza, fatica a mantenere il consueto equilibrio, e si trova a forzare il proprio gioco, con risultati modesti.

Questa, perlomeno, può essere la nostra prima impressione. Fino a questo momento però, ci siamo concentrati sul gioco di Thiem esaminando un aspetto alla volta: proviamo ora invece, con l’aiuto della tecnologia, a considerare più aspetti contemporaneamente, ovvero a sviluppare un’analisi multivariata, verificando in modo più approfondito e robusto la validità delle nostre ipotesi.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI THIEM

In particolare, ci chiederemo quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, faremo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Thiem alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla prima superiore di almeno il 5.1% rispetto all’avversario e si aggiudica una percentuale di punti sulla seconda anche peggiore rispetto al suo avversario, ma con uno scarto inferiore al 9% , allora si aggiudica la partita”. Il pattern è piuttosto generale, ed estremamente preciso: si è verificato in 47 casi e, in tutti e 47, Thiem ha vinto il match.
  2. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla seconda superiore di almeno il 6.5% rispetto all’avversario e si procura almeno 6 palle break, allora vince il match”. Il pattern ha simile generalità e precisione rispetto al primo: si verifica in poco più di due terzi dei match vinti da Thiem in tornei del Grande Slam (ovvero in 48 partite) e in nessuna delle sue 30 sconfitte.
  3. “Se Thiem ha un rendimento sulla seconda palla di servizio inferiore all’avversario di oltre il 9% e non si aggiudica più del 77% di punti quando mette la prima in campo, viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, 14 volte. In tutti e 14 i casi Thiem è stato sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione austriaco. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Come possiamo osservare in Figura 3, buona parte della partita di Thiem si gioca sull’efficacia dei suoi game al servizio, in particolare quando è costretto a servire la seconda palla. Se riesce comunque a imporre il proprio gioco, ha probabilità decisamente maggiori di portare a casa il match.

Le due feature più correlate con la vittoria di Thiem infatti, sia da sole che in combinazione con altre, sono la differenza nella percentuale di punti vinti sulla seconda e sulla prima rispetto all’avversario. In terza posizione troviamo la superficie di gioco: l’osservazione sulla base delle prime statistiche descrittive, che ci portava a individuare una certa avversione di Thiem per l’erba, trova conferma. In Figura 4 (visibile di seguito) infatti osserviamo in che modo la superficie di gioco è correlata con la vittoria dell’austriaco: positivamente soltanto in caso si giochi su terra o cemento.

In quarta posizione troviamo un dato all’apparenza controintuitivo: la probabilità di vittoria è inversamente correlata (per quanto debolmente) con il numero di vincenti. Leggendo in controluce questo dato però, ci troviamo a riflettere sul fatto che Thiem, se è in controllo della partita, può sfruttare al meglio la propria razionalità e solidità mentale, correndo pochi rischi e guadagnando il punto in progressione. Se mette a segno molti vincenti, più del solito, può significare che è in gran forma, ma anche (a quanto ci dicono i dati, leggermente più spesso) che sta forzando il proprio gioco rischiando di pagarne le conseguenze. In conclusione, la quinta feature più correlata (in questo caso direttamente) con la vittoria è la percentuale di punti vinti con la prima: la prima palla di Thiem è piuttosto pesante e, naturalmente, assicurarsi punti facili riduce anche la pressione sugli altri colpi, facilitandogli il compito.

Figura 4. Value ranking relativo alla superficie di gioco, associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Cercando di sintetizzare, Thiem si presenta come un giocatore di grande solidità e affidabilità nelle occasioni in cui riesce a controllare l’andamento del gioco. Se riesce a portare l’avversario a giocare la sua partita diventa un cliente difficilissimo per chiunque, come dimostra il fatto che abbia saputo battere almeno una volta sia Federer che Djokovic che Nadal. In tutte quelle occasioni invece in cui l’avversario, o la superficie, lo portano su terreni meno esplorati e meno congeniali al suo stile di gioco, in tutte quelle circostanze in cui cioè si sente in dovere di stringere i tempi, e di affrettare la giocata, va in maggiore difficoltà.

Se ne potrebbe dedurre quindi che il recupero dovrà essere psicologico, oltre che fisico: una volta ritrovata la forma fisica, Thiem andrà nuovamente alla ricerca delle proprie certezze e della propria calma. Riguadagnato questo equilibrio, anche i dati dimostrano che l’austriaco potrà tornare a essere un cliente difficile per chiunque e un serio pretendente a nuove, prestigiose vittorie.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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ATP

ATP Vienna, il tabellone: torneo di gran livello, cinque azzurri nel main draw

Berrettini in rotta di collisione con Hurkacz nei quarti e Zverev in semifinale. Sinner si gioca molto: possibile scontro diretto per le ATP Finals contro Ruud nei quarti. Al via anche Musetti, Fognini e Sonego

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Matteo Berrettini - Laver Cup 2021 (foto Twitter @LaverCup)

È un tabellone di alto livello quello dell’Erste Bank Open 2021, torneo ATP 500 (cemento indoor, 1.837.190 di montepremi) che prenderà il via a Vienna da lunedì. L’appuntamento austriaco è ormai diventato un classico di fine stagione e anche quest’anno rappresenta uno dei fulcri della corsa alle ATP Finals.

Sono cinque gli italiani nel tabellone principale: Berrettini, che nell’ultima apparizione alla Wiener Stadthalle (2019) raggiunse la semifinale perdendo dall’idolo di casa Thiem, affronterà un qualificato al primo turno. La rotta prevede un quarto di finale potenziale contro Hurkacz e una semifinale contro Zverev, numero due del seeding. Il romano è l’unico azzurro nella seconda metà del tabellone; nella prima ci sono quattro alfieri del tricolore. La testa di serie numero 7, Sinner, proverà ad aumentare le sue chances di qualificazione per Torino sfidando al primo turno Opelka. La marcia ipotetica dell’altoatesino prevede un quarto di finale con l’altro contendente per le Finals Ruud e una semifinale con la prima testa di serie, Tsitsipas.

Sonego, che a Vienna l’anno scorso si tolse la soddisfazione di battere Djokovic, esordirà al primo turno contro Garin per poi affrontare al secondo turno uno tra Ruud e Harris. Fognini se la vedrà con la testa di serie numero 8 Schwartzman; potrebbe esserci un derby al secondo turno se Musetti, in tabellone grazie ad una wild card, superasse Monfils. Il tabellone da 32 giocatori fa sì che il taglio per l’ammissione nel draw sia stato bassissimo (l’ultimo entrato direttamente è Fucsovics, 41 ATP). Motivo per il quale ci si attende spettacolo già dai primi turni: match di cartello sono ad esempio Tsitsipas-Dimitrov e Hurkacz-Murray. Infine, l’auspicio è che la truppa degli italiani possa essere infoltita da Mager, impegnato nelle qualificazioni.

 

Il tabellone aggiornato

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