Ashleigh Barty e Bianca Andreescu: due destini diversi a confronto in finale a Miami

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Ashleigh Barty e Bianca Andreescu: due destini diversi a confronto in finale a Miami

Alla stessa età in cui una vinceva Slam, l’altra aveva mollato il tennis per il cricket. Sui campi della Florida le storie di Ash e Bianca si incroceranno per la prima volta

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Bianca Andreescu - Miami 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Una finale è l’incontro di due storie. L’incontro di percorsi più o meno simili battuti nei giorni precedenti, che vanno a collidere nella giornata finale del torneo. Nel tennis, come in tanti altri sport, una finale significa anche e soprattutto incrocio di due destini, di due carriere e di due atlete/i che lavorano tutti giorni con l’obiettivo di vincere trofei. E da ambo i lati pendono prospettive e pensieri profondamente diversi guardando la coppa. È il caso della finale del WTA di Miami 2021. La giocheranno due delle tenniste che hanno più vinto nell’ultimo triennio: la numero uno del mondo Ashleigh Barty e la giovane Bianca Andreescu, che quella posizione ora occupata dall’australiana spera di agguantarla presto.

Due destini incomparabili tra loro se non per le vittorie. Entrambe infatti hanno vinto il loro primo Slam nella stagione 2019. L’anno della consacrazione sia per Ash, campionessa al Roland Garros, che per Bianca, sui campi dello US Open. Il loro 2019 era già diventato memorabile però nel periodo del Sunshine Double, che quest’anno è monco per via del rinvio del torneo di Indian Wells. Quell’anno Andreescu e Barty si spartirono la posta in palio: in California la canadese, classe 2000, alzò il primo titolo della carriera, mentre a Miami ci fu il trionfo di Ashleigh, che vinse il titolo (fino ad allora) più prestigioso del suo palmarés.

Due anni dopo (per via della cancellazione del torneo nel 2020) Barty è ancora campionessa in carica, reduce da 11 vittorie consecutive nel nuovo impianto costruito attorno all’Hard Rock Stadium di Miami Gardens. Il suo torneo 2021 è partito col brivido: un match point salvato all’esordio a Kucova, poi una serie di match a rischio contenuto. Tre set per battere Azarenka e Sabalenka in ottavi e quarti e doppio 6-3 a Svitolina in semifinale. Molto più accidentato invece il percorso di Andreescu, che non ha fatto altro che giocare set decisivi e sforare le due ore e mezza di partita: le è successo nell’ordine con Anisimova, Muguruza, Sorribes Tormo e Sakkari.

 

In attesa di scoprire se Andreescu avrà abbastanza benzina nel serbatoio per sopperire al tennis scintillante di Barty, non possiamo che guardare con ammirazione alla storia di queste due campionesse. Curioso che entrambe, dopo lo straordinario 2019 di cui si parlava, abbiano saltato praticamente tutta la stagione 2020 (solo un mese di tornei per Barty, 0 match per Andreescu). I motivi sono distinti: Barty, residente nella “barricata” Australia, ha voluto correre meno rischi possibili in piena pandemia e non ha organizzato trasferte fino a quella che l’ha portata a Miami due settimane fa. Andreescu invece ha fatto una gran fatica a recuperare dall’infortunio al ginocchio e anche quando si sentiva vicina al rientro, le restrizioni e i rischi legati al Covid-19 l’hanno fatta desistere. È tornata a giocare proprio a “casa” di Ashleigh, in occasione dell’Open d’Australia e del Philipp Island Trophy, dove non ha brillato.

La carriera di Andreescu è però esplosa sin da subito. A 19 anni non si può dire che abbia già espresso il suo miglior tennis, ma forte di un livello già straordinario ha dimostrato di avere la tempra per vincere sui grandi palcoscenici e sfruttare al meglio gli spiragli che il circuito WTA può offrire. Una qualità che ha dimostrato di avere anche Jannik Sinner nel torneo maschile 2021, dove ha raggiunto la finale grazie a quello che si può definire il suo primo grande (e attesissimo) exploit ad alti livelli. Ecco, Andreescu e Sinner sono tra coloro che fanno eccezione e già prima dei vent’anni dimostrano di avere le armi per conquistare grandi risultati, essere apprezzati dal grande pubblico e soprattutto aprire un ciclo di vittorie negli anni a venire.

Ashleigh Barty – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Bianca nella giornata di sabato sfiderà per la prima volta una giocatrice che ha vissuto la situazione opposta nella prima parte della sua carriera. Barty da teenager si fece conoscere solo nei tornei minori del circuito ITF e per la prestigiosa vittoria al torneo juniores di Wimbledon a 15 anni. Il suo modo di trattare la palla non passava però inosservato. Potenza e tocco già ben mixati in quel fisico minuto, ma agile che lasciava presagire un futuro di successo per il tennis australiano. Intorno ai 16-17 anni sono arrivati i primi singhiozzi. Essendo spesso costretta alle qualificazioni, non riusciva a sfondare e trovare risultati soddisfacenti nei tornei del circuito WTA.

La giocatrice del Queensland giocò comunque qualche match nei tornei dello Slam, ma dopo l’ennesima delusione allo US Open 2014, decise di fermarsi. Io e il mio team abbiamo deciso che è meglio che mi prenda una pausa dal tennis professionistico” disse la 18enne Barty. Poi precisò: “Il tennis era solo un gioco a cui volevo divertirmi, invece è diventato tutto faticoso”. Dopo più di un anno di carriera nel cricket, Barty decise di dare al tennis una seconda opportunità nel 2016. Ripartì da una delle poche certezze che aveva avuto nei suoi primi anni di carriera: Casey Dellacqua, sua grande amica e compagna di doppio con la quale raggiunse tre finali Slam nel 2013. Decise quindi di ripartire dal doppio, gradualmente. Tornò in singolare solo nel maggio 2016 e da lì ricostruì la sua carriera.

Riuscì pian piano ad affermarsi e inserirsi con il suo tennis unico ai vertici del circuito WTA. Alla stessa età in cui Bianca Andreescu si metteva in bacheca Indian Wells e US Open, Barty aveva il borsone da tennis in soffitta e giocava nella squadra femminile del campionato di cricket. Nulla però le ha impedito di raggiungere risultati anche migliori della canadese ora che ha quasi compiuto 25 anni. C’è voluta solo un po’ di pazienza in più, qualche anno per conoscere sé stessa e capire che quel mondo fatto di grandi pressioni ed eccessive attenzioni mediatiche non faceva per lei a un’età così giovane. Strade e mentalità diverse quelle di Bianca e Barty, ma con tanti punti in comune. È questo il bello delle finali, al di là di chi riesce a vincerle: conoscere le storie e gli animi di chi ne é protagonista.

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“Oops I did it again”: la FIT rifiuta alcuni biglietti e poi li rivende a prezzo doppio

Legittimo inseguire un maggior guadagno, per chi organizza un torneo. Sarebbe meglio non farlo a spese di chi ha già acquistato i biglietti, però

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Grand Stand Arena - Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Prendiamola con ironia. Quando abbiamo visto l’aggiornamento (vorticoso) delle disponibilità delle varie sessioni sul sito per acquistare i biglietti degli Internazionali d’Italia, la prima cosa a cui abbiamo pensato è una vecchia hit di Britney Spears. Dopo il celebre episodio del 2019, in cui Binaghi celebrando l’arrivo di Federer aveva annunciato il raddoppio dei prezzi dei biglietti – un comportamento un po’ ai limiti, ma comunque lecito se l’obiettivo è ricavare il massimo possibile da un torneo – la storia si arricchisce di un nuovo capitolo. Speriamo solo che la cosa non diventi una simpatica tradizione per premiare gli appassionati che hanno acquistato prima degli altri.

Veniamo ai fatti. Quando il tabellone maschile ha cominciato ad assumere contorni rosei – Djokovic e Nadal regolarmente in gioco, con la gradita sorpresa Sonego – l’organizzazione degli Internazionali ha deciso di applicare il ‘bonus x2’ al prezzo dei biglietti.

Riportiamo di seguito il prezzario dei biglietti per sessione valido a ottobre 2020.

 

Questo invece è il catalogo disponibile giovedì sera per coloro i quali fossero stati interessati ad acquistare un biglietto per la sessione diurna di oggi, venerdì.

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I distinti sono passati da 97 € a 187 €, e via così un po’ per tutte le categorie di biglietto. Non è quindi un caso che oggi la sessione diurna sia stata costruita come un all-star game; vuoi vedere le star? Nessun problema, basta pagare profumatamente e le avrai.

Tornando invece al discorso di premiare gli appassionati che comprano in anticipo i biglietti, anche qui ci sarebbe da discutere. Un appassionato che in tempi di pandemia si è comunque fatto carico di una scommessa al buio probabilmente andava trattato diversamente.

Prendiamo un caso concreto. In ottobre, il nostro simpatico appassionato all’atto di comprare un biglietto aveva in mano qualche certezza, o per lo meno si aspettava di sapere cosa comprava:

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All’atto pratico, invece, si è ritrovato a poter vedere soltanto un quarto di finale femminile. Come riportato nell’articolo di Vanni Gibertini, sfruttando il maggior appeal del tennis maschile, agli acquirenti che si erano accaparrati in anticipo i biglietti è stato lasciato come unico match il quarto di finale femminile, prezzando il valore di tale partita alla pari di quella maschile. Una valutazione in contrasto con qualsiasi logica di mercato; verrebbe infatti da pensare, se il valore di mercato di un match femminile è davvero pari a un match maschile, come mai oggi per vedere Rafa e Nole serviva il triplo dei soldi sufficienti per assistere ai quarti femminili sulla Grand Stand Arena?

Da un lato non è del tutto incomprensibile che la FIT abbia deciso di alzare il prezzo di biglietti che non erano più a scatola chiusa, poiché l’acquirente sapeva che avrebbe potuto veder giocare Djokovic e Nadal. Il problema nasce dal fatto che quei biglietti… non dovevano essere disponibili sul mercato, poiché qualcuno li aveva già acquistati (in ottobre o più tardi). Abbiamo testimonianze dirette di ticket acquistati in ottobre per la giornata di giovedì e ‘rifiutati’ dagli organizzatori del torneo, che a compenso hanno offerto un rimborso dell’importo speso o un altro voucher da spendere per biglietti delle Finals 2021 o degli Internazionali 2022.

Il dettaglio di una mail ricevuta da un acquirente a cui è stato ‘rifiutato’ un biglietto per la sessione diurna di giovedì

Questi stessi biglietti, però, sono stati rimessi in vendita nel corso della settimana del torneo a prezzi più alti. Una manovra che ha consentito flussi di cassa freschi e un guadagno maggiore, a spese però di chi aveva legittimamente acquistando un tagliando per gli stessi posti. Se è legittimo da parte di chi gestisce un torneo cercare di aumentare gli introiti, lo è molto meno se viene fatto a spese di chi ha già comprato il biglietto.

Infine, lanciamo un’ultima provocazione. I prezzi della sessione diurna delle semifinali sono stati gonfiati come per la sessione diurna odierna. Nonostante una radicata tradizione (e una promessa contrattuale fornita a ottobre) di fornire una semifinale maschile in serale agli appassionati, non ci stupiremmo se per inseguire i flussi di cassa tanto agognati le due semifinali maschili fossero concentrati in diurno.

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Staremo a vedere se Giove Pluvio continuerà a scagliare saette di indignazione e cancellerà la sessione serale di Sonego con Rublev, rendendo impossibile chiedere un back to back diurno a uno dei due. Rimaniamo in trepidante attesa degli eventi (anche atmosferici).

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All’improvviso arriva Opelka: a Roma giocherà la sua prima semifinale in un Masters 1000

Il gigante statunitense batte in due set Delbonis. Opelka era arrivato a Roma con due (!) sole vittorie sulla terra battuta in carriera

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Reilly Opelka - ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Reilly Opelka ha conquistato la sua prima semifinale in un Masters 1000, sconfiggendo Federico Delbonis per 7-5 7-6 (2) in un’ora e 41 minuti corredata dai soliti 18 ace (22 vincenti al servizio in totale).

Si tratta di un risultato per certi versi sorprendente: se è vero che entrambi sono arrivati ai quarti in maniera inaspettata, Delbonis era 15-4 sulla terra europea (qualificazioni incluse), 20-7 sul rosso nel 2021, e si era qualificato per tutti i 1000 europei, riuscendo sempre a vincere dei match anche nel main draw. Opelka invece, prima di Roma, aveva vinto solo due match su terra in carriera nel circuito maggiore e non aveva battuto neanche un Top 200 in stagione, arrivando da sei sconfitte di fila. Il big server ha dunque conquistato la sua prima semifinale 1000 dopo averne già sfiorata una a Cincinnati/New York 2020, quando si era ritirato per infortunio nei quarti contro Tsitsipas.

Con la sua mise da Jackson Pollock a pesca di trote, Opelka ha cercato soprattutto servizi esterni all’inizio, sacrificando un po’ di velocità (relativamente, ça va sans dire), una scelta che gli sarebbe potuta costare, perché è stato molto impreciso nel primo colpo dietro al servizio: nel terzo gioco ha sbagliato due dritti e un rovescio, trovandosi 0-40; un servizio vincente e due ace hanno però tolto le castagne dal fuoco. Il primo dei due ace è stato una seconda in kick al centro dal rimbalzo icaresco:

 

Tennis TV ha poi misurato il rimbalzo del kick più carico dell’americano a 2,14 metri. Non che Delbonis non sia abituato a contribuire agli attentati contro la già malridotta ozonosfera, ben lungi, come mostra questa grafica sull’altezza media del suo famigerato lancio di palla:

Delbonis è sembrato avere un’idea molto precisa di come far male all’avversario, tenendo le risposte basse e invitandolo spesso a picchiare con il rovescio in cross, su cui il suo dritto ha retto senza troppi affanni, cambiando in lungolinea al momento giusto senza cercare di strafare (nei primi sette giochi ha messo a segno un solo vincente contro i 10 di Opelka, stesso score anche nei non forzati) – dietro al suo servizio l’argentino non ha mai sofferto, vincendo 20 dei suoi 21 punti.

Tie-break dunque? No, perché sul 5-6 Opelka è riuscito a trovare due risposte profonde che l’hanno portato 15-30, a due punti dal set. Delbonis ha cercato di difendersi insistendo con la curva mancina, ma quando si è trovato costretto a cambiare ha sbagliato malamente un rovescio lungolinea, concedendo un set point. L’argentino si è salvato con servizio e smorzata, ma ne ha dovuto concedere un altro su una risposta lungolinea di Opelka, che ha chiuso il set con un passante di dritto in corsa – va sottolineato che l’americano ha fatto punti solo contro la prima dell’avversario, che si è fermata a 186 chilometri orari di media.

Nel secondo set i due hanno continuato a servire molto bene, concedendo quattro punti a testa nei primi otto game. Sul 4-4, però, Opelka ha commesso il suo primo doppio fallo per il 15-30, e ha concesso una palla break quando una risposta incrociata di Delbonis l’ha costretto a cercare un rischioso dritto lungolinea. Lo statunitense si è tuttavia salvato con una prima al corpo che Delbonis non è riuscito a controllare, e ha tenuto per il 5-4. Ancora una volta, lo statunitense ha giocato il suo miglior game in risposta sul 6-5 in suo favore, portandosi a due punti dal match con un buon attacco di dritto chiuso a rete, ma stavolta Delbonis ha preso l’iniziativa ed è venuto a prendersi il punto a rete, ancorché in maniera un po’ fortunosa.

Il tie-break si è dunque concretizzato stavolta, ma non ha avuto storia: Opelka ha preso il mini-break di vantaggio sul 2-0, trovando profondità da dietro e obbligando Delbonis all’errore di rovescio, e ha allungato in maniera definitiva con una risposta potente che gli ha aperto il campo per il dritto. Sul 5-2 Delbonis ha spinto con costrutto sul rovescio dell’avversario, obbligandolo ad un passante difficile; Opelka ha risposto presente, infilandolo in cross, e ha chiuso sul punto successivo quando il recupero in back dell’argentino si è fermato in rete.

Il tabellone completo

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Roma città aperta (più o meno)

Lo sport riapre al pubblico in Italia proprio agli internazionali 2021. Abbiamo comprato un biglietto e vi raccontiamo com’è andata

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Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Tra i privilegi più grandi per chi ha avuto l’onore e il piacere di di essere inviato al Roland Garros e Wimbledon, ai primi posti figurano le cene con Gianni Clerici. Una volta, tra un aneddoto sui fantasmi della sua villa sul lago di Como (“Giuro che ci sono davvero, anche se il Parroco li ha esorcizzati via citofono”) e un brindisi per la finale persa dalla Juve con il Real (“Gli Agnelli non mi sono mai stati simpatici”) ci disse: Non penso sia il caso di scrivere gli articoli narrando in prima persona. A meno di non essere Clerici”.

Ecco, appunto, non essendo Clerici (“Ma lo sai che siamo colleghi? Non perché tu sia giornalista, non mi permetterei mai, ma perché io da ragazzo ho esercitato da avvocato penalista per alcuni anni, prima che i miei genitori si arrendessero all’evidenza”), ci siamo sempre ispirati a quella lezione. Questo però vale per un cronista, non per un “povero spettatore pagante”. Pertanto, non essendo al Roland Garros o a Wimbledon, ma a Roma, ed avendo contribuito a rimpinguare le casse federali, procederò da umile spettatore che narra le sue avventure in prima persona.

L’ultimo match dal vivo che ho visto prima di oggi è stata la finale di Wimbledon 2019, una partitella come un’altra, per cui in ogni caso il paragone sarebbe imbarazzante. Con il bagno di umiltà connesso al passaggio dal Centre Court con l’accredito al collo al GrandStand (ex NextGen Arena) da 74 €, ho messo la sveglia alle 05.00 e programmato una giornata romana. Dopo il voucher e supervoucher della scorsa edizione, la federazione ha pensato bene di lasciare i biglietti in vendita anche durante tutto l’inverno in zona rossa.

Negli ultimi giorni però cominciavano a filtrare voci circa una parziale apertura e così ho osato, rischiando di finire nel nuovo valzer dei voucher. Invece, mi è andata bene e tutto sommato anche il programma del giorno non è male. Certo, al momento dell’acquisto sul sito il mio biglietto prevedeva 3 match di singolare maschile e 2 di femminile. Me ne hanno tolto uno, inventandosi la sessione serale sul GrandStand: ci sta, perché c’è il coprifuoco, ma magari un parziale rimborso…

 

Alle 09.15 io e il mio amico Luigi siamo i primi ad entrare, non c’è fila, praticamente non c’è nessuno. Controlli rapidissimi, la temperatura non ce la misura nessuno, qualche storia per la borraccia. “De alluminio nun pó entrà”, “è di plastica” faccio io. “Mah” fa l’addetto che evidentemente nelle ore di educazione tecnica alle medie dormiva, e si rivolge ad un collega fortunatamente più ferrato (è il caso di dire): “Te pare plastica questa?”. “Sì” e la sfanghiamo.

All’ingresso in campo mi dicono: Le ricordiamo che non può mangiare, non può fumare. Ma può bere”. Mi viene umano rispondere: “Come è umana lei”, e almeno strappo un sorriso all’addetta. La quale, poveretta, passerà tutto il primo set di Karatsev-Opelka a redarguire gli spettatori-scolaretti che tengono la mascherina abbassata o provano a mangiare un biscotto di nascosto. Memorabile la scena che si consuma quando l’addetta di cui sopra si rivolge ad un ragazzo che mastica sotto la mascherina. Manca solo il “TU MANGIAAAA?” di fantozziana memoria.

Per fortuna Binaghi ci regala l’amuchina, d’altra parte con quello che gli do da 20 anni a questa parte tra internazionali e tesseramento è il minimo. Ci fanno sedere lasciando tre sediolini liberi tra uno spettatore e l’altro, inutili le richieste di un papà con figlio di 7 anni che chiede di sedersi accanto. L’addetto in camicia nera ha lo sguardo cattivo e l’inflessibilità degli inetti. Intanto Opelka è indemoniato più di Karatsev, ma per la cronaca, andate altrove, sono solo un umile spettatore pagante.

Il foro è diviso in tre aree per evitare assembramenti, ma i più sfigati sono quelli come me che hanno il biglietto per il GrandStand. Eh si perché “quelli del Centrale” hanno ampi spazi, “quelli dei Ground” possono spaziare dal Pietrangeli ai campi secondari con tutti i viali annessi e connessi. A noi poveretti invece ci tocca il giro dello stadio e poco altro. Comunque l’italopiteco che sposta le transenne e va dove non potrebbe c’è sempre. Anzi, una volta che il capoultras ha aperto il varco, si infilano a seguire numerosi adepti, finché qualcuno se ne accorge, ma i buoi sono già scappati.

Il mistero glorioso di questa edizione degli internazionali resta l’assenza dei cestini per i rifiuti, introvabili ovunque. Passano ogni tanto dei poveri spazzini con annesso cestino a rotelle con la gente che gli si assembra attorno per gettare i rifiuti: geniale. Abbiamo provato a chiedergli il perché di questa scelta: “Boh, così ci hanno detto, così facciamo”. Elementare. Il pubblico romano regala sempre qualche magia: un tizio intona il classico po-po-po-po-po-po-po-po-pooo- ueeeeee e viene subito apostrofato in salsa Covid: “A questo gli hanno fatto astrazeneca”.

Arrivano Berrettini e Tsitsipas e il pubblico si scalda (anche se a Roma non si sa perché si passa dai 30 gradi quando c’è il sole ai 10 di quando passano le nuvole e sia alza il vento). Quando Matteo contesta il doppio rimbalzo su un recupero di Tsitsipas un tifoso gli fa: “Chiama il Var” e un altro gli risponde: “È inutile, tanto c’è Mazzoleni”. Siamo al cabaret puro. La partita è bella, il primo set è molto combattuto anche perché Matteo… no! No! No! Sono solo uno spettatore, non devo fare cronaca.

Allora scatto qualche foto, faccio qualche video e li posto sui social, tutte cose vietate agli inviati. Dite che ci sono fior fior di inviati che fanno tutto il contrario, popolando i social di foto e video? E vabbè. Dopo Berrettini, è la volta delle ragazze. Gente che ha vinto Slam o fatto finali, quindi livello alto. Si esce per assaggiare il caffè dell’unico stand a disposizione: il silenzio è l’unico commento possibile senza improperi. Dietro una balaustra scorgo Andy Murray che gioca il doppio, prima addirittura su quel campo c’era Paire, tutto il contrario di ciò che Andy rappresenta, e ho subito cambiato strada. Fa un po’ male al cuore vedere il tramonto di un grande campione, ma la classe di Andy non ha età. Non si può chiudere una giornata romana con tristezza e infatti l’arancia che rosseggia sui sette colli ci accompagna verso casa.

L’inflessibile controllore separa con malcelata soddisfazione una coppia che si abbraccia in tribuna ordinandogli il distanziamento. “Siamo sposati” dicono, ma non c’è verso. Quanto sei bella Roma quando è sera, ma le coppiette, se non si possono abbracciare, se ne vanno via.

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