I favoriti si separano: Djokovic crolla, Nadal travolgente (Crivelli). Fognini orgoglio azzurro, Djokovic cade su Evans (Mastroluca). Principe Fognini (Bertellino)

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I favoriti si separano: Djokovic crolla, Nadal travolgente (Crivelli). Fognini orgoglio azzurro, Djokovic cade su Evans (Mastroluca). Principe Fognini (Bertellino)

La rassegna stampa di venerdì 16 aprile 2021

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I favoriti si separano: Djokovic crolla, Nadal travolgente (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il re si scopre improvvisamente nudo. E il crollo fa davvero rumore. Contro Sinner, prima uscita dopo più di due mesi, Djokovic aveva attinto alle energie mentali e fisiche del campionissimo nei momenti chiave del match, consapevole che il livello dell’avversario richiedeva attenzione massima. Solo che allo step successivo il numero uno del mondo trova sulla sua strada uno sfidante che anziché provare a sfondare, gli cambia sempre ritmo e tagli, scende a rete, lo costringe a prolungare gli scambi fmo a mandarlo fuori giri. Dunque, applausi a Daniel Evans, il trentenne di Birmingham uscito da una squalifica di un anno nel 2017 per uso di cocaina e capace di rifarsi una vita agonistica senza chiedere aiuti e con l’umiltà di chi ha ammesso gli errori: fino a ieri, in carriera, aveva vinto 4 partite in tutto sulla terra battuta. Nole, autore di 45 sanguinosi errori gratuiti, non cerca scuse: «Complimenti a lui, ha meritato di vincere. Ha giocato meglio nei momenti decisivi. Io mi sono sentito totalmente all’opposto rispetto al match con Sinner. Se devo essere onesto, però, questa è stata probabilmente uno delle peggiori partite che riesco a ricordare negli ultimi anni. Non voglio togliere niente alla sua vittoria, ma mi sentivo malissimo in campo. Non ha funzionato niente». Per trovare il caldo conforto delle certezze, bisogna una volta di più bussare alla porta di Rafa Nadal, pure lui reduce da una lunga pausa causa schiena in disordine ma ovviamente subito a suo agio sulla superficie del cuore. Forte di 13 successi a uno contro Dimitrov in carriera, impiega appena 55 minuti per ottenere il 14°. Con 17 chirurgici vincenti, l’undici volte trionfatore a Montecarlo approda ai quarti per la 16° volta di fila e adesso sottoporrà il temibile Rublev a un approfondito esame di rosso.

Fognini orgoglio azzurro, Djokovic cade su Evans (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Fabio Fognini è il moderno re italiano del Principato. Il campione in carica ha raggiunto i quarti per la terza volta nella storia del torneo. Il ligure ha sconfitto 6-2 7-6(1) il serbo Filip Krajinovic, numero 37 del mondo. Il numero 2 azzurro ha dominato il primo set e raddrizzato il secondo da sotto 2-5. Con le spalle al muro, ha offerto il suo tennis migliore. Nei periodi di maggiore ispirazione, i suoi picchi risultano insostenibili per l’avversario, che pure l’aveva sconfitto due volte in tre confronti diretti. Una volta recuperato il break cli svantaggio, Fognini ha preso il largo e il tiebreak che ha risolto la partita non ha avuto storia. Dopo la partita, Fognini ha ammesso che non avrebbe dovuto giocare la scorsa settimana a Marbella, dove ha raccolto appena tre game all’esordio contro lo spagnolo Jaume Munar: «Non ero d’accordo con il mio team, ma oramai è andata». Lo aspetta ora il norvegese Casper Ruud. La sorpresa di giornata l’ha firmata il britannico Dan Evans, che ha interrotto la serie di vittorie consecutive del numero 1 del mondo Novak Djokovic, due volte vincitore a Montecarlo (2013 e 2015). Evans ha festeggiato la quarta e decisamente più prestigiosa vittoria contro un top-10 e il primo quarto di finale in carriera in un Masters 1000. «È stata una delle peggiori partite che io ricordi degli ultimi anni – ha ammesso Djokovic – Non voglio togliere nulla ai meriti di Dan ma oggi ho giocato davvero male, non funzionava niente». «Non riuscivo a crederci finché non gli ho stretto la mano», ha detto Evans dopo il 6-4 7-5. Per raggiungere questo traguardo, ha navigato in acque agitate. Ha visto svanire un doppio break di vantaggio a inizio partita (3-0 e chance del 4-0), ha recuperato da 0-3 nel secondo e salvato un set point sul 4-5 30-40. Ha saputo attaccare e variare, interpretare meglio i momenti decisivi della partita. «Devi credere di poter vincere, è davvero la cosa più importante – ha detto Evans – All’inizio dubitavo un po’ di me. Poi ti passa per la mente ogni tipo di pensiero. Sono felice che un giorno potrò raccontare ai miei figli e ai miei nipoti che un giorno ho battuto il numero 1 del mondo».

Principe Fognini (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Destini diversi ieri a Montecarlo per il campione in carica e il numero 1 del mondo. Il re del 2019, Fabio Fognini, ha continuato a giocare come se fosse nel giardino di casa raggiungendo con buona autorevolezza i quarti. Clamorosamente battuto invece Novak Djokovic dal britannico Daniel Evans. Fognini al serbo Filip Krajinovic ha concesso poco, ad eccezione di un passaggio a vuoto ad inizio secondo set. Il primo set lo ha concluso in trenta minuti esatti, all’ottavo gioco e con due break. Nel secondo Krajinovic ha alzato i ritmi e tenuto per un po’ il vantaggio accumulato all’inizio (2-0), nonostante le quattro palle break concesse all’azzurro nel terzo game. Il ligure non ha perso la tramontana ed è rimasto lucido rientrando nella frazione con un gioco perfetto, il nono. Al tie-break la decisione. Perfetto l’azzurro che ha chiuso 7-1 dopo un’ora e 27 minuti. Per lui il terzo quarto di finale in carriera a Montecarlo. Troverà il solido figlio d’arte Casper Ruud. La grande sorpresa era arrivata poco prima dell’ingresso in campo di Fognini, con il numero 1 del ranldng Nole Djokovic battuto dall’inedito per la terra rossa Evans. La versione brutta del serbo si è sostituita a quella quasi regale dell’esordio contro Jannik Sinner. Djokovic ieri è stato in difficoltà fin dai primi quindici contro i back di rovescio e le variazioni di ritmo del rivale. Evans ha avuto palle del 4-0 nella prima frazione, poi Djokovic ha reagito, pur soffrendo e si è riportato in parità. Un nuovo break conquistato da Evans ha fatto la differenza nel set. Anche il secondo si è consumato sulla falsariga del primo. Evans ha sbagliato una prima occasione per salire 5-4 e servizio, graziando il serbo con un rovescio facile in rete. Ha rimediato chiudendo i giochi dopo oltre due ore e 30 minuti sul 7-5. Troppi 45 errori non forzati per un Djokovic irriconoscibile e autocritico al termine: «Complimenti a lui, ha meritato di vincere. Ha giocato meglio nei momenti decisivi. Se devo essere onesto, però, questa è stata una delle peggiori partite che riesca a ricordare negli ultimi anni. Non voglio togliere nulla al suo successo, ma mi sentivo malissimo in campo, non ha funzionato nulla». Ha invece sbrigato in meno di un’ora e con un doppio 6-1 Rafael Nadal la pratica Grigor Dimitrov.

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Berrettini, che peccato “Ma ora punto su Roma” (Palliggiano). Berrettini, Madrid amara. Ora a Roma per il riscatto (Crivelli). Zverev ancora re “Matteo vincerai” (Azzolini). Berrettini sfiora il sogno, Madrid è casa di Zverev. Arrivederci a Roma (Rossi). Matteo, peccato: ma ora puoi prenderti Roma (Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 10 maggio 2021

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Berrettini che peccato “Ma ora punto su Roma” (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

II sogno è svanito sul più bello, quando mancava davvero poco per realizzarlo. A Madrid, il Masters 1000 della Caja Magica l’ha vinto Zverev per la seconda volta in carriera dopo il 2018. A Matteo Berrettini resta l’amaro in bocca per aver perso una finale che comandava un set a zero, ma che ha giocato al meglio delle possibilità contro quello che è uno dei tennisti più forti del momento. Vince il primo set, poi Zverev mette in mostra la sua classe

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Per Berrettini quella di Madrid era la prima finale in carriera in un Masters 1000, la terza per un italiano dopo Fognini (con vittoria a Montecarlo 2019) e Sinner (sconfitta a Miami 2021). Il romano ci era arrivato dopo un torneo giocato al massimo delle sue possibilità, con il vento in poppa e un tabellone tutto sommato meno complicato rispetto a quello di Zverev, che però la finale l’ha dovuta vincere in rimonta mettendoci tutto l’impegno possibile contro quelIo che tutto sommato era un debuttante sulla terra rossa madrilena n tedesco si è tramutato in una vera e propria bestia nera per Matteo

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II primo set è andato all’azzurro, ma non senza difficoltà. Bravo a recuperare nel settimo game un break subito nel secondo, Berrettini è riuscito a portare la partita al tie-break, in cui è andato avanti 5-0. Bene con il dritto, bravo con le palle corte, migliorato rispetto ai giorni precedenti anche con il rovescio a due mani, l’arma che aveva portato Zverev fino alla finale e fatto male sia a Nadal che a Thiem. Eppure, nonostante il vantaggio, ha sbagliato tanto, soprattutto col dritto, facendosi recuperare fino al 5-5. Una ‘follia’ di Zverev, una seconda di servizio a 227 km/h, gli ha permesso sfruttare il doppio fallo del tedesco e chiudere il tie-break 10-8. Da quel momento però non ha fatto più regali e non ha concesso a Matteo neanche una palla break nel secondo set, chiuso 6-4 con il servizio rubato nel 9′ game. Nel terzo set Berrettini ha avuto la palla buona per il break al quarto game, annullata da un dritto di Zverev, che poi ha accelerato, chiudendo il match con un 6-3 senza storia nonostante un match point annullato.

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Berrettini, Madrid amara. Ora a Roma per il riscatto (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

All’improvviso la nebbia. Che ti oscura le idee, ti appannai muscoli, ti accorcia il respiro. Corpo e mente che non rispondono più alle sollecitazioni, mentre dall’altra parte l’esperienza e il controllo di chi ha già vissuto tanti momenti caldi scava a poco a poco un solco che non si fa mai baratro, ma alla resa dei conti risulterà incolmabile. Matteo Berrettini perde la sua prima finale Masters 1000 in carriera dopo averla tenuta in pugno almeno fino alla metà del secondo set, e questo rinfocola i rimpianti ma certo non cancella i meriti del trionfatore, il redivivo Zverev, che proprio a Madrid, nel 2018, aveva conquistato quello che era rimasto fino a ieri il suo terzo e ultimo 1000 e che si è ribellato all’idea della sconfitta quando il destino sembrava definitivamente avverso, sintomo di una ritrovata mentalità da campione e predestinato.

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Come era prevedibile, il confronto si snoda fin dai primi punti sul rendimento al servizio e di conseguenza sull’efficacia della risposta. Berretto è il primo a trovare l’aggressività e la misura nella controreplica, e infatti vola avanti di un break prima di veder vanificato subito il vantaggio. Nel tie break del primo set, però, con ferocia e concentrazione sale 5-0 in un amen e sembra ingiocabile. Ma la frenesia lo tradisce, non sfrutta due set point sul 6-4 e poi ne deve annullare uno al tedesco, prima di chiudere con un paio di sassate di dritto. Psicologicamente è lui al comando, i suoi primi turni di servizio nel secondo set confermano le difficoltà di Sascha a trovare contromosse adeguate, ma sul 3-3 la luce si spegne. Calo fisico, un po’ di comprensibile braccino, la battuta che non è più letale e uno Zverev lucido, che riduce gli errori e sale di girl al servizio, sporcandosi le mani anche in fase difensiva. L’ultimo sussulto è la palla break per 113-1 del romano nel terzo set

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Ritorno a casa Soprattutto, è giusto comprendere nell’analisi il punto di partenza, cioè il lungo infortunio che ha tenuto Berrettini lontano dal campi per due mesi dopo un avvio di stagione molto brillante: «E infatti sono comunque felice di aver raggiunto la finale, ho pensato spesso a me stesso e alla fatica che ho fatto per arrivare fin qua. Ma non mi voglio fermare, non è finita, sento tanta volontà di essere sempre più forte. Devo continuare così. Vista la gravità dell’infortunio, non pensavo di mettere tutte queste partite in fila e giocare a questo livello». Intanto è già balzato al numero 8 della Race, stamattina sarà numero 9 nel ranking Atp e domani ritroverà l’amatissima Roma, anche se il debutto con Basilashvili, fresco vincitore sulla terra di Monaco, nasconderà molte insidie:

[…] L’ho già detto tante volte, sento il Foro come casa mia, su quel campi da ragazzino ho palleggiato da sparring partner con Federer e con Nadal sognando di essere come loro e adesso me li ritrovo come avversari dall’altra parte della rete. E l’appuntamento della stagione che amo di più, e quest’anno mi avvicino con un desiderio particolare: spero di arrivare agli ottavi, quando finalmente ci sarà un po’ di pubblico sugli spalti. Ho davvero voglia di sentire gridare il mio nome».

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Zverev ancora re “Matteo vincerai” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Ne vincerai molti, e farò il tifo per te». Molti altri tornei, intende dire Sascha Zverev, anzi, quanti Matteo Berrettini ne vorrà Ma non questo, è la parte sottintesa dei complimenti che pure giungono sinceri a rischiarare il sorriso deluso di Berrettini. Madrid è il torneo di Zverev, e se lo tiene stretto. Il secondo che vince su questo campo (nel 2018 l’altro) che tutto sembra tranne ciò che realmente rappresenta. Un cubo di vetro e infissi anodizzati, perfetto per uno spazio museale, ma dentro c’è il tennis su terra rossa. E una finale al calor bianco. Matteo l’ha mollata quando si è sentito fin troppo sicuro di averla in pugno. Aveva vinto il primo subendo il sorpasso a un nulla dal traguardo e ritrovando le forze per l’ultimo balzo vincente. Nel secondo set il suo tennis sgorgava felice e risoluto. È stato lì che la desuetudine si è fatta viva, formulando chissà quali dubbi, e quali domande, a scuotere le certezze di Matteo. Ne sarebbe bastato uno. Va tutto troppo bene, e se fosse un abbaglio? Non lo era, ma Berrettini deve completare l’apprendimento, e assestarsi definitivamente nel suo status di giocatore d’alto livello.

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Zverev c’è passato, ha imparato a giocare le finali centimetro per centimetro, passo dopo passo. Colpo su colpo. Nel gioco ha trovato la coerenza e la sistematicità invocate dal padre. È stato un duro lavoro, a quanto è dato sapere.

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Sascha è da 5 anni che si scontra con una realtà che tende a intralciarlo nei suoi propositi. Il padre se n’è accorto da tempo, e appena gli è stato possibile, uscito da una malattia che aveva fatto temere per le sue sorti, è tomato ad allenare il secondogenito ai principi della concretezza,

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Ordine, lo slogan di papà Alexander. Che però con un tipo del genere non sempre funziona. Ma è quello che ci vuole, e lo si vede in un primo set che Sascha sembra gestire meglio di Matteo, salvo ritrovarsi a consegnare per primo il break (nel settimo game), per sua fortuna subito ripreso nel game successivo, e più in generale a soffre il livello di gioco del nostro, intelligente nelle variazioni (con la smorzata, e ancora di più con il dritto estemo, che sembra una catapulta) che di fatto impongono il ritmo al match. Allo sprint finale i due giungono spalla a spalla. Sascha ha due punti in più, ma i winners li firma quasi tutti Berrettint Un brivido interminabile lo regala il primo tie break. Matteo prende il sopravvento, sullo slancio del mini break ottenuto con il punto d’avvio, che Sascha avverte come uno smacco personale. S’incupisce, il tedesco, quando le cose non filano come vorrebbe. Le vive come un affronto. Su quello stato d’animo, serve un attimo per regalare i due successivi servizi, e il tedesco di fatto s’ingarbuglia e spedisce Berrettini avanti 5-0. Sembra fatta, ma non è vero.

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Allunga però a 6-4, ha due set point da gestire, il primo sul servizio. Ne sorte una seconda morbida e Zverevo pareggia 6-6, prima di scattare avanti 7-6. Qui Matteo toma in scena, salva il set point, e i due si ritrovano 8 part È il momento atteso, Zverev ne combina una delle sue. La prima di servizio non entra e lui, nervi a fior di pelle, tira una seconda sopra i 210 orari. Esce anche quella. È il 9-8 per Matteo, che stavolta non sbaglia, 10-8 e primo set Il primo perso dal tedesco in questo tomeo. Qui finisce la storia. Berrettini si arena sul 3-3 del secondo sete Zverevlo sopravanza in via definitiva. Anche nel terw il break arriva allo stesso modo, dopo una brusca frenata di Matteo causata da chissà quali turbamenti. «La sconfitta fa male. Zverev ha retto meglio e più a lungo di me. Ne ha giocate tante di finali toste, è abituato a gestire situazioni che io ancora poco conosco», dice Matteo. «Ma so di aver fatto il possibile, so di non essere lontano da Zverev. Parto da Madrid con una certezza in più».

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Berrettini sfiora il sogno, Madrid è casa di Zverev. Arrivederci a Roma (Paolo Rossi, La Repubblica)

Accarezzare la vittoria. Sfiorarla, e poi vederla svanire. Una fitta, un dolore fisico oltre che mentale. C’era una finale in ballo, quella di un torneo come Madrid. Un evento importante, giusto uno scalino sotto gli Slam. Ma Matteo Berrettini ha perso la maratona delle due ore e quarantuno minuti contro Alksander Zverev: 6-7 (8), 6-4, 6-3 per il tedesco nato da genitori russi. Peccato: all’Italia sfugge il secondo Masters 1000 dell’anno, dopo la finale persa a Miami da Jannik Sinner. “Radio Berretta”, come il tennista romano si è qualche volta definito (giustificando il fatto che è un chiacchierone in campo) a un certo punto, precisamente sul 3-3 del secondo set, si è spenta per un attimo. Un cortocircuito, un black-out di pochi minuti che però è costato l’inerzia della finale. Fino a quell’istante il romano pareva in controllo del match, ma il tennis è uno sport maledetto. Del diavolo, dicono. Un punto, un colpo, un quindici sposta l’ago della bilancia. Da quel momento – e Berrettini aveva ottenuto il primo set – è diventato un filo d’erba che è oscillato al vento alzato dal gioco altrui.

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Ha continuato, certo. Ha lottato. Perché è un atleta indomito, generoso. Non ha accettato la sconfitta, ma nel suo cuore ha compreso che il match aveva preso una pendenza tipo quella dei Pirenei al Tour de France. E lo sprint del primo set chiedeva il suo prezzo. «Ne vincerai altri, di Masters» gli ha bisbigliato al rituale saluto di fine match il tedesco, ragazzo di fairplay che qui aveva già vinto nel 2018. Ma Berrettini non ha nascosto la delusione: aveva fatto venire – come già a Belgrado l’altra settimana – i genitori. E gli sguardi lanciati al suo box dicevano molto di più di ogni possibile parola di circostanza. Il coach, Vincenzo Santopadre – uomo di buon senso e talvolta anche fatalista – lo ha applaudito, ricordandogli come la strada ritrovata è il regalo più grande di questi giorni. La verità vera è che ora Matteo atterrerà nel primo pomeriggio a Roma dove lo attende il suo torneo preferito, quello di casa. E in cuor suo sa qual è il vero cruccio: non averlo potuto preparare come si deve. Per questo la vittoria di Madrid gli avrebbe reso il cuore più leggero. Ma essendo un ragazzo di rara intelligenza saprà come adattarsi, passare dagli 800 metri d’altura di Madrid all’umidità del Foro Italico.

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Matteo, peccato: ma ora puoi prenderti Roma (Paolo Grilli, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Dopo due ore e 42 minuti di battaglia sulla terra rossa della Caja Magica di Madrid si è infranto il sogno di Matteo Berrettini di vincere il suo primo torneo Masters 1000 in carriera. L’ha spuntata l’altro gigante, il tedesco Alexander Zverev, già trionfatore nel 2018 nella capitale spagnola. Il punteggio di 6-7 (8) 6-4 6-3 a favore del numero 6 del mondo la dice lunga dell’equilibrio su cui è vissuto a lungo il match. E se rimangono rimpianti, c’è anche la certezza per Matteo di poter uscire a testa alta da una finale prestigiosissima. E di essere tornato a competere con i migliori del mondo dopo un infortunio che a inizio anno ne aveva minato le sicurezze. «Vincerai tante altre finali, ma non questa», ha detto «Sascha» Zverev al romano dopo la partita. E Matteo potrà in parte consolarsi sapendo di essere salito, da oggi, alla posizione numero 9 Atp.

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Per Matteo questa era la sesta finale della carriera in tornei del circuito internazionale, dopo cinque in tornei 250. II romano ha trionfato quattro volte: nel 2018 a Gstaad, nel 2019 a Budapest e Stoccarda e quest’anno a Belgrado.

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Ed è emersa ieri la maggiore esperienza ad altissimo livello del tedesco, giunto al quindicesimo titolo in una carriera che l’ha visto anche salire al numero tre Atp tre anni e mezzo fa. Poco male, davvero, per Matteo, che comunque incassa un assegno da 189mila euro. Ma che soprattutto avrà già da domani la chance di dare l’assalto a un altro Masters 1000, nella sua Roma. Di fronte avrà subito il georgiano Basilashvili, non uno qualsiasi: numero 31 Atp, ha appena vinto il torneo di Monaco e con Matteo è 2-2 nelle sfide precedenti. Ma con questa forza ritrovata, l’azzurro sa di non doversi porre dei limiti. Più avanti, nel tabellone, ci sarebbero Tsitsipas e Djokovic.

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Martello Matteo vola in finale (Palliggiano). Berrettini prima finale. Matteo è un martello (Azzolini). Tennis da urlo. Bentornati al Foro del tennis (Esposito). Internazionali da sogno. Manca solo Federer nel torneo che aspetta la carica degli italiani (Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 9 maggio 2021

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Martello Matteo vola in finale (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

La prima volta non si scorda mai, ma per diventare davvero speciale oggi deve succedere qualcosa di ancor più bello. Non era mai successo che Matteo Berrettini si qualificasse per la finale di un Masters 1000 e oggi, incrociando le dita, ha la possibilità di vincere a Madrid due tornei di fila, dopo aver trionfato nell’Open di Serbia soltanto lo scorso 25 aprile. Berrettini, terzo italiano dopo Fognini e Sinner a raggiungere la finale di un 1000, oggi affronterà Zverev alle 18.30 davanti al pubblico di una Caja Magica che già simpatizza per lui, se non altro perché ieri sera si è éspresso in un apprezzabile spagnolo al termine del match vinto in due set (6-4 6-4) su Casper Ruud. Il norvegese, numero 22 del mondo, aveva superato uno dopo l’altro Auger-Aliassime, Nishioka, Tsitsipas e Bublik prima di arrendersi allo strapotere dell’azzurro, che ha vendicato cosi la sconfitta nei quarti degli Internazionali di Roma del 2020.

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mantiene la partita in equilibrio grazie a un tennis impeccabile in entrambi i fondamentali fino al 4-4. La prima palla-break arriva dunque al nono game, ottenuta grazie al back, contro il quale il norvegese è andato in serie difficoltà, e al solito dritto. Berrettini si porta avanti 5-4 e serve per il set, che ottiene senza lasciare più un punto a Ruud e chiudendo con percentuali spaventose: 89% con la prima di setvizio, 16 punti conquistati su 18 disponibili. Nel secondo set il break arriva prima, al settimo game, con un dritto a sventaglio: da lì comincia la discesa, resa meno agevole da Ruud, capace di annullare un match-point sul 5-3 per l’azzurro. Poco male, perché nel game successivo Berrettini chiude 6-4 e al primo dei tre match-point conquistati.

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Una finale da autodedicarsi, perché se è arrivato a sfidare oggi Alexander Zverev sul “‘Manolo Santana” di Madrid il merito è principalmente suo: «Alla fine ho pensato a me stesso, alla fatica che ho fatto per arrivare fin qua e alla voglia che ho di tornare a essere più forte di prima. Non festeggio ancora, c’è una finale da giocare, ma questo traguardo che oggi ho raggiunto lo dedico a me stesso». I precedenti con Zverev sono in favore del tedesco (2-1). I due non si incontrano dalla semifinale del Masters 1000 di Shanghai del 2019. Lì, il tedesco rovinò il sogno di Matteo di centrare la sua prima finale in carriera. Oggi, dopo quella su Ruud, Berrettini può mettere a segno un’altra dolce vendetta.

Berrettini prima finale. Matteo è un martello (Daniele Azzolini, Tuttosport)

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La prima finale “1000” di Matteo Berrettini arriva facendo piazza pulita di molte cose assieme. Della vittoria che Casper Ruud gli aveva sfilato sotto il naso a Roma 2020. Della convinzione di alcuni che, chissà perché, non lo vedono meritevole di un posto nei Top Ten. Di chi parla di lui partendo sempre dal rovescio. La sua miglior partita, sulla terra rossa. Nella quale si è preso il gusto di trasformare Ruud in un punching ball. Pallate, a non finire. Ma ben calcolate, logiche, di gran buon senso. Pochi ace, appena 5, ma una percentuale micidiale di punti ottenuti con la prima di servizio, il 91% addirittura. Un martello, Matteo. Lo disegna anche sulla telecamera cui i vincitori appongono la firma. Lui disegna solo quello, il martello. E tanto basta. Una serata da festeggiare, che trascina Matteo al nono posto della classifica e sopra i 4000 punti (4048, a ieri), mai raggiunti da un italiano. Nella Race èottavo, e scavalca Sinner.

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A suon di sberle, Matteo ha impedito a Ruud di fare il proprio gioco. Non gli ha dato il tempo per allungare le traiettorie, né per cercare con studiate forzature il suo rovescio. Già il primo set era sembrato costruito su basi di alta ingegneria tennistica, ma nel secondo Berrettini ha fatto meglio, aggressivo sempre, senza scendere a compromessi. Ha tenuto in mano il gioco, anche se Ruud ha sbagliato pochissimo. Viene da sorridere quando lo chiamano figlio d’arte, il giovane norvegese. Il padre, Christian, avrebbe resistito un game al figlio, ma solo nei momenti di miglior forma. Matteo pero ha fatto meglio, assestando i colpi e limando le inevitabili angosce nel corso di un primo set laborioso e spinoso. Fino a trovarsi pronto sull’unica chance concessa da Ruud, una palla break che il norvegese ha regalato in un insolito attimo di confusione lungo un game condotto 40-15. Quel breve tentennamento è bastato al nostro per approfittarne e scuotere gli angoli forzando il dritto, a mascella spianata. Nel secondo l’intensità di Berrettini è cresciuta. ll primo match point è giunto sul 3-5, dopo il break ottenuto sul 3 pari. Ruud ha recuperato in qualche modo, ma poi, costernato, ha dovuto far passare i servizi del martello italiano: 6-4 6-4. Nell’altra semifinale, Zverev ha mostrato di saper ancora battere Thiem (6-3 6-4). Non ancora tornato Dominator, l’austriaco, ma in via di ricostruzione dopo il lungo periodo di vacanza (ha saltato Miami, Monte-Carlo e Barcellona) preso per un infortunio patito non si sa bene dove, forse nell’animo. Le voci del Tour lo davano sul depresso andante, in Spagna è apparso in ripresa, ma troppo tenero per lo Zverev in formato madrileno. Qui, Sascha sembra dare il meglio. Lo fece nel 2018, vincendo senza perdere un set, e ha tutta l’intenzione di ripetersi quest’anno, Berrettini permettendo.

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Tennis da urlo. Bentornati al Foro del tennis (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello sport)

Le misure anti-Covid, già parzialmente testate a settembre per l’edizione 2020, sono pronte. Federtennis e Sport e Salute, insieme all’organizzazione del torneo, si sono date da fare per garantire la massima sicurezza ad atleti e pubblico. Per i primi (a cui si aggiungono allenatori, medici, accompagnatori, giudici di gara e organizzazione per un totale di circa mille persone) è confermata la bolla sanitaria che limiterà spostamenti e contatti:

[….]

Ogni quattro giorni si sottoporranno poi a tampone molecolare. Torna la gente La vera novità è però la presenza del pubblico a partire dagli ottav idi giovedì per il 25% della capienza dei diversi impianti. Non è richiesto tampone, per entrare basterà un’autocertificazione e una mascherina rigorosamente Ffp2. Ovunque ci saranno poi dispenser con igienizzante. Come noto il Foro Italico verrà diviso in tre cluster separati ed indipendenti, ognuno con punti ristoro e servizi. Il primo è quello del Centrale: l’ingresso a viale delle Olimpiadi dove saranno posizionati sei termoscanner per il controllo della temperatura (con 37,5° si torna a casa).

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Il secondo cluster è quello della Grand Stand Arena, ingresso da via Franchetti, con due termoscanner pronti a verificare le condizioni dei 1493 appassionati che avranno accesso alle tribune. Il terzo comprende il Pietrangeli (774 posti) e i campi secondari (590): si potrà entrare da via Canevaro dove ci saranno quattro termoscanner. Da sottolineare che i biglietti saranno nominativi e i posti, persino sui campi laterali, tutti numerati, non solo per mantenere il distanziamento, ma anche per permettere il contact tracing nel caso si rilevi poi una positività.

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Internazionali da sogno. Manca solo Federer nel torneo che aspetta la carica degli italiani (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

C’è un’oggettività del tennis italiano che è inconfutabile: otto azzurri nel tabellone degli Internazionali d’Italia che scattano stamane al Foro Italico, quattro di diritto (Berrettini da domani n. 9 grazie ai risultati di Madrid, Sinner n.18, Fognini n.28 e Sonego n.33) più quattro wild card (Travaglia n.68, Caruso n.80, Musetti n.83 e Mager n.90), sono tanti. Colpisce l’età dell’avamposto romano in vetta (Berrettini, 25 anni), del prospetto più interessante (Sinner, 19), del più giovane tra i top 100 (Musetti, classe 2002)

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Brancacclo e Cecchinato affrontano oggi il match decisivo per guadagnarsi un lunedì da leoni. E con questa premessa, quanta grazia santo tennis, che sotto l’occhio vigile del giovane neo c.t. di Coppa Davis Filippo Volandri (a sua volta protagonista di un epico successo su Federer a Roma nel 2007), il più grande torneo italiano, quarto Master 1000 della stagione, esce dal blocchi a porte chiuse con la promessa di una quota di pubblico dagli ottavi e di una settimana di prelibatezze azzurre in un cast che vede ai blocchi di partenza 19 dei primi 20 del ranking Atp: manca solo Roger Federer, ormai apparizione mistica per i fedeli, di ritorno sulla terra casalinga di Ginevra prima del grande salto nel buio a Parigi.

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L’enfant du pays Matteo Berrettini, che arriverà a Roma last minute da Madrid («Poiché il tennis è uno sport di sensazioni, Matteo sbarca agii Internazionali nel modo più giusto»), debutta con Basilashvili, ha un ottavo di finale teorico con Tsitsipas (n.5) e poi un’ipotesi di quarto con il campione in carica Djokovic, che infiammerebbe il fortunato pubblico presente. Attenzione però: «A Madrid si gioca in altura, la palla vola. Matteo dovrà essere bravo ad adattarsi in fretta alla terra del Foro» avverte Volandri: «Insomma calma, forse non è quest’anno che troveremo l’erede di Panatta, re nel ’76». A Roma cl sono anche le ragazze, naturalmente. Tre azzurre in tabellone con wild card (Giorgi, Trevisan, Cocciaretto), l’eterna Serena Williams sorteggiata dalla parte di Naomi Osaka, Halep in cerca di conferma, Barty permettendo. 

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Rassegna stampa

Berrettini in finale a Madrid (Palliggiano, Azzolini, Crivelli). Sinner sulla via di Nadal. Una trappola per Djokovic (Grilli). Il favorito resta Nadal, ma Tsitsipas mi incuriosisce (La Gazzetta dello Sport)

La rassegna stampa di domenica 9 maggio 2021

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Martello Matteo vola in finale (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

La prima volta non si scorda mai, ma per diventare davvero speciale oggi deve succedere qualcosa di ancor più bello. Non era mai successo che Matteo Berrettini si qualificasse per la finale di un Masters 1000 e oggi, incrociando le dita, ha la possibilità di vincere a Madrid due tornei di fila, dopo aver trionfato nell’Open di Serbia lo scorso 25 aprile. Berrettini oggi affronterà Zverev alle 18.30 dopo aver battuto in due set (6-4 6-4) Casper Ruud. Il norvegese, numero 22 del mondo, aveva superato uno dopo l’altro Auger-Aliassime, Nishioka, Tsitsipas e Bublik prima di arrendersi allo strapotere dell’azzurro, che ha vendicato cosi la sconfitta nei quarti degli Internazionali di Roma del 2020. Inizio del match praticamente alla pari: Berrettini sfrutta il servizio, arma letale in questo torneo, abbinato al solito dritto da applausi. Ruud però mantiene la partita in equilibrio grazie a un tennis impeccabile in entrambi i fondamentali fino al 4-4. La prima palla-break arriva dunque al nono game, ottenuta grazie al back, contro il quale il norvegese è andato in serie difficoltà, e al solito dritto. Berrettini si porta avanti 5-4 e porta a casa il set, con percentuali spaventose: 89% con la prima di servizio, 16 punti conquistati su 18 disponibili. Nel secondo set il break arriva prima, al settimo game, con un dritto a sventaglio: da lì comincia la discesa. «È una bella sensazione. Raggiungere la finale di un Masters 1000 è per certi aspetti diversa, ma quando la giochi in fin dei conti pensi solo al fatto che resta una finale. Dopo il mio infortunio in Australia ho lavorato duro, Ivan Ljubicic mi ha aiutato molto, mi ha consigliato di credere in me. E detto da uno che ha avuto una incredibile carriera è qualcosa di bello da sentire – racconta Berrettini, visibilmente emozionato a fine partita – Ruud lo conoscevo, la chiave per vincere era mettergli pressione sul servizio. So che a lui piace giocare e non dovevo farglielo fare. E cosi sono riuscito a batterlo. Alla fine ho pensato a me stesso, alla fatica che ho fatto per arrivare fin qua e alla voglia che ho di tornare a essere più forte di prima. Non festeggio ancora, c’è una finale da giocare, ma questo traguardo che oggi ho raggiunto lo dedico a me stesso».

Matteo è un martello (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Un peso massimo costretto a boxare con un welter. King Kong contro i Minions. La prima finale “1000” di Matteo Berrettini arriva facendo piazza pulita di molte cose assieme. Della vittoria che Casper Ruud gli aveva sfilato sotto il naso a Roma 2020. Della convinzione di alcuni che, chissà perché, non lo vedono meritevole di un posto nei Top Ten. Di chi parla di lui partendo sempre dal rovescio. La sua miglior partita, sulla terra rossa. Nella quale si è preso il gusto di prendere a pallate Ruud. Pochi ace, appena 5, ma una percentuale micidiale di punti ottenuti con la prima di servizio, il 91% addirittura. Un martello, Matteo. Lo disegna anche sulla telecamera cui i vincitori appongono la firma. Lui disegna solo quello, il martello. E tanto basta. Una serata da festeggiare, che trascina Matteo al nono posto della classifica. Nella Race è ottavo, e scavalca Sinner. Non basta. Siamo all’ottavo match vinto di seguito. Stavolta contro uno dei giocatori da terra rossa considerati più in forma. «So di aver giocato bene, ne sono orgoglioso. La finale con Sascha Zverev mi piace, ho voglia di divertirmi. Le volte che ci siamo affrontati ne sono usciti dei bei match». La finale odierna sarà tutt’altro che scontata. A suon di sberle, Matteo ha impedito a Ruud di fare il proprio gioco. Non gli ha dato il tempo per allungare le traiettorie, né per cercare con studiate forzature il suo rovescio. Ha tenuto in mano il gioco, anche se Ruud ha sbagliato pochissimo. Viene da sorridere quando lo chiamano figlio d’arte, il giovane norvegese. Il padre, Christian, avrebbe resistito un game al figlio, ma solo nei momenti di miglior forma. Nell’altra semifinale, Zverev ha mostrato di saper ancora battere Thiem (6-3 6-4). Non ancora tornato Dominator, l’austriaco, ma in via di ricostruzione dopo il lungo periodo di vacanza preso per un infortunio patito non si sa bene dove, forse nell’animo. Le voci del Tour lo davano sul depresso andante, in Spagna è apparso in ripresa, ma troppo tenero per lo Zverev in formato madrileno. Qui, Sascha sembra dare il meglio. Lo fece nel 2018, vincendo senza perdere un set, e ha tutta l’intenzione di ripetersi quest’anno, Berrettini permettendo.

Thor Berrettini demolisce Ruud, e cerca un posto nella storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il delitto perfetto. Matteo Berrettini ribalta canoni tecnici di una partita che avrebbe dovuto costringerlo alle barricate e si trasforma nel maestro del rosso, annichilendo con l’autorevolezza e il talento del più forte quel Ruud che solo qualche giorno fa si era autocandidato a principe della terra per gli anni a venire. Una lezione magistrale, che porta dritto il romano alle prima finale Masters 1000 della carriera dove affronterà il risorgente Zverev, terzo italiano di sempre a riuscire nell’impresa dopo Fognini a Montecarlo nel 2019 e Sinner a Miami un mese fa. Fa bene, Matteo, a disegnare il martello di Thor sulla telecamera a fine match: i suoi magli perforanti, alla battuta e con il dritto, disinnescano fin da subito le gambe e la testa del norvegese, incapace di tessere la sua ragnatela che prevede di spingere negli angoli il rivale per girare attorno alla palla con il dritto. I numeri di Berretto sono mostruosi: 91% di punti con la prima e 16 dritti vincenti. Intoccabile al servizio, ha così potuto aggredire in risposta, specialmente quando Ruud giocava la seconda. Una prestazione gigantesca, forse la migliore di sempre se non in assoluto certamente sulla terra, che gli vale l’ottava partita vinta di fila da Belgrado: «Sono tornato a sentire il feeling sulla palla, quando sono rientrato a Montecarlo non mi sentivo ancora bene e anche gli allenamenti ne risentivano. Adesso non vedo l’ora di giocare questa finale». Con Zverev è sotto 2-1, ma sulla terra lo ha battuto a Roma nel 2019: «Un grande avversario, ma contro di lui ho sempre giocato match aperti. Sarà una sfida intensa». Zverev torna in finale alla Caja Magica dopo tre anni battendo lo stesso avversario, Thiem, contro il quale aveva trionfato allora. «Non capita spesso di battere uno dopo l’altro Nadal e Thiem, i due giocatori più forti del mondo sulla terra. Questa finale ha un grande significato per me, spero sia arrivato di nuovo il mio momento».

Sinner sulla via di Nadal. Una trappola per Djokovic (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ne vedremo delle belle. La 78^ edizione degli Internazionali d’Italia, che scatta oggi – fino a mercoledì rigorosamente a porte chiuse – con alcuni match del primo turno maschile (da domani via anche alle donne), si presenta, come già annunciato, con un campo di partecipanti da Grande Slam, di gran lunga superiore agli altri “1000” finora disputati. Per nostra fortuna, non mancano primi turni di ottimo livello (Shapovalov-Ruud è il boccone più prelibato) e le trappole per i grandi. Prendiamo il campione uscente Djokovic, per esempio, che rischia di sfidare al suo debutto quell’Evans che già gli ha mandato di traverso il torneo di Montecarlo. E poi Sinner: primo degli esclusi dalle teste di serie, se supera il telentuoso francese Humbert, si scontrerà nel secondo turno con Nadal, 9 volte signore del Foro Italico. Tsitsipas potrebbe trovare in secondo turno Bublík, Medvedev sfidare in un derby russo Karatsev. Non bellissimo il sorteggio degli azzurri: Berrettini se la vedrà subito con il pericoloso Basilashvili, sulla strada di Thitsipas e Djokovic, mentre Fognini ha in programma un affascinante incrocio con Nishikori. Musetti ha qualche chance con Hurkacz, vindtore di Miami, ma in difficoltà sulla terra. Travaglia può approfittare dell’ondivago Paire, Mager sorprendere De Minaur, mentre Caruso parte oggi da sfavorito contro Goffin. Barty e Sabalenka, protagoniste della finale di Madrid di ieri, potrebbero ritrovarsi nei quarti di Roma, come nei quarti sono in rotta di colisione Osaka e Serena Williams (che non gioca dalla semifinale degli Open d’Australia del 18 febbraio, ieri intanto si è ritirata la sorella Venus).

Il favorito resta Nadal, ma Tsitsipas mi incuriosisce (La Gazzetta dello Sport)

Dopo il torneo giocato in altura a Madrid, il circuito torna a livello del mare per disputare il Masters 1000 di Roma. I campi del Foro Italico, rispetto alla capitale spagnola, offrono prestazioni molto diverse a causa della superiore umidità che rende pesanti le palle. Da qui la difficoltà nel calibrare la tensione delle corde che andrà modellata in base alle caratteristiche del proprio gioco. Tutti questi fattori, uniti al naturale e inevitabile ricambio generazionale, rendono particolarmente incerto il pronostico, anche se in prima fila ai nastri di partenza troviamo ancora i soliti noti. Dopo due rumorose sconfitte consecutive nelle prime uscite sul rosso, a Montecarlo e a Belgrado, Djokovic punta con decisione al torneo romano per tornare a primeggiare. Nole ha da tempo affermato a chiare lettere l’intenzione di programmare e finalizzare la stagione sulle prove dello Slam, per provare a inseguire il record di successi che lo lancerebbe di diritto nel paradiso dell’immortalità sportiva. Questo però non lo esime dalla necessità impellente di alzare la voce a suon di risultati positivi, anche per smorzare le velleità di Nadal, che resta in ogni caso l’uomo da battere sulla terra rossa. Anche Rafa ha il Roland Garros nel mirino e vorrà volare a Parigi con buone sensazioni tecniche e tanta fiducia nel serbatoio. Pur baciato da una testa di serie importante, Medvedev continua a sembrarmi un po’ imbolsito dalla poca attitudine alla superficie e dunque difficilmente lo troveremo tra i protagonisti assoluti. Non mi perderò allo stesso tempo una sola uscita di Tsitsipas, che tra il mazzo dei primi inseguitori appare il più pronto e quello dotato del miglior arsenale per scalare ulteriormente la classifica. Grazie al largo squarcio di azzurro che aleggia sul pianeta tennis, oggi siamo in grado di schierare una formazione con diverse punte pronte a occupare il tabellone e a sfruttare eventuali situazioni favorevoli. I nostri ragazzi sono in grado di esprimere un tennis di buona fattura e di dire la loro in ogni contesto.

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