La spensieratezza di Emma Raducanu: “Non sento alcuna pressione. Ho solo 18 anni”

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La spensieratezza di Emma Raducanu: “Non sento alcuna pressione. Ho solo 18 anni”

La giovane Emma Raducanu dopo la vittoria dello US Open 2021: “Non avrei voluto fermarmi dopo la caduta”. Entrerà in top 30

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Tre settimane perfette hanno portato la diciottenne britannica Emma Raducanu dal primo turno di qualificazione dello US Open fino al titolo conquistato sconfiggendo in una sfida tra teenager la canadese Leylah Fernandez.

È un sogno” dichiara Raducanu nella conferenza stampa post-match. “Ho solo l’immagine di me stessa che va verso il mio box, abbracciando tutti, festeggiando. È un qualcosa a cui pensi sempre, per cui lavori”. Un successo inaspettato, giunto appena alla sua seconda partecipazione in uno Slam e inimmaginabile anche dopo l’ottimo Wimbledon, in cui si era spinta fino agli ottavi di finale. Del resto, Raducanu è soltanto la seconda tennista a raggiungere una finale Slam con meno di tre presenze in tornei di questo rango.

All’inizio della stagione sull’erba ero reduce dagli esami. Ho avuto tre settimane per allenarmi prima del mio primo torneo. Pensavo che Wimbledon fosse stata un’esperienza così incredibile. Quarto round, seconda settimana, non potevo crederci. Ho pensato, ‘che grande traguardo’. Ma avevo ancora fame. Ho lavorato sodo dopo l’erba. Non ho avuto molto tempo libero”. Lavoro duro che ha dato i suoi frutti: “Sono arrivata negli Stati Uniti. Con ogni partita, ogni torneo giocato, settimana dopo settimana, penso di aver davvero costruito le fondamenta in termini di fiducia, in termini di gioco, in termini di colpi. Alcuni dei colpi giocati nei momenti importanti, momenti in cui ne ho avuto davvero bisogno, sono stati il risultato di tutto ciò che ho imparato nelle ultime cinque settimane.”

 

Il successo di Raducanu è arrivato non solo senza set smarriti (20 su 20, considerando le qualificazioni) ma addirittura senza mai consentire all’avversaria di superare quota cinque game. “Anche se sulla carta non ho perso neanche un set, penso di aver affrontato molte avversità in ogni singolo match. La dinamica dei match racconta come vi siano stati diversi game andati ai vantaggi, e superare quei momenti è stato importante. Quello che ho fatto molto bene in questo torneo è stato spingere nei momenti in cui ne avevo davvero bisogno”.

IL VIDEO COMPLETO DELLA CONFERENZA STAMPA

In linea con gli altri match, anche la finale chiusa in due set non è stata priva di insidie – soprattutto nelle battute conclusive del secondo set, caratterizzate dalla caduta e dal medical time-out chiesto e ottenuto poco prima di difendere una palla break: “Sapevo fin dall’inizio di che sarebbe stato un match estremamente difficile perché Leylah ha giocato un tennis incredibile, eliminando diverse top 10 questa settimana. Sapevo che avrei dovuto usare le mie armi migliori. Mi sono concentrata il più possibile su un punto alla volta. Ci sono stati degli scambi davvero grandiosi. Ho dovuto davvero scavare a fondo per affrontare un bel po’ di avversità in entrambi i set. Sono solo orgogliosa di come ne sono uscita, alla fine“.

Sulla scivolata che l’ha costretta a chiedere l’intervento del medico, Emma ha commentato così: “È stato uno scambio incredibile, ho dato tutto quello che avevo ma sono scivolata e avevo un taglio al ginocchio”. L’interruzione, come prevedibile, non è stata gradita dalla sua avversaria ma anche la stessa Emma ha spiegato che avrebbe preferito evitare: “In realtà non volevo fermarmi perché pensavo che la pausa avrebbe interrotto il mio ritmo, visto che avrei dovuto servire sul 30-40. Ma non potevo continuare a giocare. Il giudice di sedia ha detto che dovevo curarlo subito. Sono andata oltre, cercando di pensare quali sarebbero stati i miei schemi di gioco, cosa avrei dovuto cercare di fare“.

Raducanu diventa dunque la prima britannica a vincere un torneo del grande Slam dai tempi di Virginia Wade nel 1977, ma la giovane Emma non sembra subire nessuna pressione: “Nel Regno Unito, Virginia Wade è una leggenda assoluta. Stava guardando la mia partita e ne sono super onorata. Io non sento assolutamente alcuna pressione. Ho solo 18 anni. Sto giocando senza pensieri accettando qualunque cosa arrivi. In questo modo ho affrontato i match qui nel torneo. Ho il trofeo con me, quindi non penso di dover cambiare molto“.

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Challenger

Al Challenger di Bari, la Germania batte l’Italia

Dei sei italiani arrivati ai quarti nessuno riesce a guadagnarsi la finale che ha visto protagonisti i tedeschi Otte e Masur

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Oscar Otte - US Open 2021 (Kathryn Riley/USTA)

Oscar Otte si aggiudica 7-5 7-5 il derby con Daniel Masur e vince il Challenger 80 di Bari (cemento outdoor). Un torneo che era alla sua prima edizione e che è stato, tutto sommato, un bel successo organizzativo. Se non fosse per il fatto che giocare all’aperto a fine novembre rappresentava un bel rischio, come purtroppo ha confermato la pioggia che non si è fatta attendere, ergendosi a sgradita protagonista della manifestazione. Comunque sia la finale, pur priva di giocatori italiani, è stata divertente e molto incerta. Nel primo set, break e contro-break fino a che Masur non va a servire sul 5-6 e perde il servizio a zero. Identico lo svolgimento del secondo parziale: tentativo di fuga di Otte ma immediato contro-break di Masur che serve di nuovo sul 5-6 per salvare la partita. Purtroppo per lui il risultato è identico a quello del set precedente e un altro break a zero regala al 28enne tedesco di Colonia il quinto trofeo in carriera, il terzo di questo suo mese da ricordare (Ismaning e Ortisei i precedenti).

Per Otte c’è anche il nuovo best ranking al n.103 ATP, con vista sul tabellone principale degli Australian Open. E se non bastasse può sempre sperare di ritoccare la classifica al Challenger di Forlì in cui partirà con la testa di serie n.1. Nuovo best anche per Masur che entra per la prima volta in top 200, precisamente alla posizione n.184. Anche per lui appuntamento a Forlì sui campi del Circolo Tennis Villa Carpena.

In semifinale Oscar Otte e Daniel Masur non avevano avuto nessun riguardo per i padroni di casa Fabbiano e Vavassori e, unici due intrusi in un tabellone che ai quarti vedeva ben sei azzurri, sono riusciti a monopolizzare la finale. Esemplare il percorso di Masur che, fino all’atto finale, ha incontrato solo italiani, eliminando in sequenza Andaloro, Forti, Nardi e Vavassori. Ad onor del vero il tedesco ha fatto fatica con quasi tutti loro, ma è sempre riuscito a rimanere più freddo nei momenti decisivi, soprattutto in semifinale contro un bravissimo Andrea Vavassori che lo ha portato al tie-break del set decisivo. Per l’azzurro è comunque l’ennesimo buon torneo (semifinale come nel Challenger settembrino di Como) che gli consente di migliorare ulteriormente il proprio best alla posizione n.262, da cui comincia a guardare con fiducia alle prossime qualificazioni degli Australian Open. Tra l’altro il torinese ha giocato anche la finale di doppio in cui, in coppia con lo spagnolo Vega Hernandez, ha perso 6-3 6-0 contro gli anglo-finnici Glasspool/Heliovaara.

Molto bravo anche Thomas Fabbiano che, pur perdendo in modo netto (6-4 6-4) la semifinale contro Otte, ottiene comunque il miglior risultato stagionale, regalandosi una bella iniezione di fiducia per il 2022. Best ranking anche per Luca Nardi che sale al n.419 e per Flavio Cobolli che col suo n.208 ATP può già cominciare a preparare le valigie per l’Australia.

Al Challenger 80 di Brasilia (terra battuta) Luciano Darderi, in coppia con Genaro Olivieri, si arrende per la seconda volta consecutiva 6-3 6-3 nella finale del torneo di doppio. Questa volta a fermarlo sono i padroni di casa Mateus Alves e Gustavo Heide, mentre a Montevideo erano stati Rafael Matos e Meligeni Rodrigues ad infrangere i sogni del 19enne italo-argentino. La doppia finale gli consente comunque di migliorare il proprio best ranking di doppio al n.286 ATP.

In singolare la finale è tutta di Federico Coria che onora la sua prima testa di serie e chiude il torneo senza lasciare per strada un solo set. Lo spagnolo Jaume Munar oppone una gagliarda resistenza ma, stanco per le dure battaglie che nel suo caso hanno preceduto questa finale (ha sempre vinto in tre set, contrariamente al suo avversario), dopo due ore di gioco deve cedere 7-5 6-3 e rassegnarsi alla sua quarta sconfitta su cinque finali in questo suo non entusiasmante 2021 (unica eccezione il Challenger di Antalya in gennaio quando batté in finale proprio il nostro Musetti). Per il vincitore è il secondo successo stagionale (Prostejov in giugno il precedente) che gli consente di risalire al n.63 ATP, a due sole posizioni dal suo best ranking.

Al Challenger 80 del Bahrain (cemento outdoor) Ramkumar Ramanathan (n.222 ATP) vince il torneo superando 6-1 6-4 il russo Evgeny Karlovskiy (n.302 ATP) in una finale molto più semplice del previsto e conclusasi in appena un’ora di gioco. Per il 27enne indiano è la prima vittoria Challenger dopo ben sei finali perse.

 

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ATP

Australian Open, il padre di Djokovic: “Sotto questi ricatti è probabile che Novak non giochi”

Intervistato da un programma televisivo in Serbia, Srdjan spiega: “Novak vorrebbe giocare, ma è suo diritto dire o non dire se si è vaccinato”

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Novak Djokovic - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto Twitter @atptour)

“È improbabile che Novak Djokovic giochi l’Australian Open se le condizioni sono queste”. Ad affermarlo è Srdjan Djokovic, il padre del numero uno del mondo, durante un’intervista in Serbia, a TV Prva. Come noto, il primo Slam dell’anno ha imposto la vaccinazione obbligatoria per i giocatori che vorranno prendere parte al torneo, mentre Novak, nove volte campione del torneo, non ha mai detto ufficialmente se si sia vaccinato o meno (e ciò fa pensare, ovviamente, che abbia rifiutato di sottoporsi all’immunizzazione).

Mentre il figlio Novak è impegnato in Coppa Davis, Srdjan interviene sul tema e lo fa senza mezzi termini: “L’essere vaccinati o meno risponde a un diritto personale di ogni individuo. Nessuno può violare la privacy del singolo perché ognuno ha il diritto di decidere per la propria salute. Se Novak si è vaccinato o meno è un argomento che riguarda esclusivamente lui: non lo so e anche se lo sapessi non lo direi pubblicamente. Non credo che lo rivelerà, e sotto questi ricatti probabilmente non giocherà l’Australian Open. Inoltre non è chiaro il perché vaccini come quello russo e quello cinese non siano ritenuti validi secondo i criteri dell’Australia”.

Djokovic senior rincara la dose, facendo capire quale sia al momento la linea di pensiero del numero uno del mondo: “È imbarazzante il fatto che ci sia qualcuno che possa prendersi il diritto di escludere dal torneo il nove volte campione dell’Australian Open. Novak vorrebbe competere, ma se giocherà o meno dipenderà dalla posizione delle autorità e degli organizzatori”.

 

Djokovic, a proposito della questione, è stato evasivo durante una conferenza stampa alle ATP Finals di Torino, trincerandosi dietro un “aspettiamo e vedremo quello che succede”. Se Djokovic saltasse l’Australian Open, oltre a rinunciare alla possibilità di rincorrere quel Grande Slam saltato nel 2021 solo per la sconfitta in finale allo US Open, perderebbe la chance di arrivare a 21 Slam vinti, superando Roger Federer e Rafael Nadal nella classifica dei giocatori con più titoli di sempre (Rafa dovrebbe essere regolarmente in campo a Melbourne e potrebbe quindi cercare a sua volta di staccare i rivali). Djokovic ha sempre giocato a Melbourne Park sin dal 2005.

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Coppa Davis: Isner completa il disastro Usa

Gli Stati uniti perdono anche il tie con la Colombia, nonostante la vittoria thrilling di Tiafoe su Mejia. Anche i colombiani eliminati

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da Torino, il nostro inviato

Questa apparizione torinese del team Usa non passerà certamente alla storia. I trentadue volte campioni della Coppa Davis escono dal gruppo D con le ossa rotte e Mardy Fish dovrà interrogarsi anche sulle sue scelte. Isner e Opelka sono apparsi lontanissimi da una condizione accettabile, il forfait di Fritz, il migliore degli americani nel finale di stagione, è un alibi che non può spiegare la debacle americana. La sensazione è che il finalista delle NextGen Final Sebastian Korda, il ventunenne Jenson Brooksby e forse anche Tommy Paul avrebbero venduto cara la pelle molto più dei “veterani”.

Di fronte alla pochezza americana, fa piacere applaudire l’orgoglio e il grande coraggio mostrato dai colombiani con il numero 2 Nicolas Mejia, che già aveva giocato un ottimo match contro Sonego vincendo il primo set al tiebreak, che ha sfiorato l’impresa contro Fraces Tiafoe, numero 38 del mondo e dunque ben duecentotrentasette posizioni più su nel ranking rispetto al giovane colombiano.

 

“Nico”, sostenuto in tribuna da un nugolo di una trentina di scatenati connazionali, è riuscito a salvare con grande coraggio tre match point sul 5-6 del terzo set per forzare il match al tiebreak. Lì ha avuto sulla racchetta l’occasione più importante della carriera sul 6-4 ma sul primo match point con il servizio a disposizione si è avventurato a rete e Tiafoe è stato bravo a infilarlo con il passante e sul secondo ha commesso un errore di pura tansione. E’ stato l’americano ad avere un quarto match point, annullato con coraggio da Mejia che però ha capitolato alla quinta chance americana. Nico è scoppiato in lacrime, consolato dai suoi compagni di squadra e osannato dal boato del Pala-Alpitour.

A quel punto, i risultati che provenivano dagli altri campi, producevano l’eliminazione matematica della Colombia con gli Usa appesi ad un filo. Ci ha pensato Jhon Isner ad affossare le residue speranze americane, perdendo il primo set contro Galan e decretando l’esclusione della sua squadra dalla lotta per i quarti di finale. Isner ha poi finito per perdere anche la partita, fallendo un match point nel tiebreak del terzo set.

La figuraccia della squadra di Mardy Fish si è completata con il teatrino del doppio. E’ senza dubbio vero che l’attuale formula della competizione “obbliga” le squadre a giocare il doppio anche quando sono già sicuramente eliminate ( successe anche all’Italia due anni fa con gli azzurri in campo a notte fonda), ma il ritiro di Opelka e Sock dopo solo due game è una scena che, per dirla alla Nicola Pietrangeli, avrà fatto rivoltare Dwight Davis nella tomba…

Applausi alla Colombia che festeggia la sua prima vittoria contro gli Usa e torna a casa con un’insperata vittoria.

Le parole di Mardy Fish dedicate al team colombiano sono il premio più bello ma avranno fatto fischiare le orecchie anche a qualcun altro. “Si vede la passione per la Coppa Davis. È contagioso per loro, ne sono sicuro, mano far parte della Coppa Davis, ma guardate la passione che hanno alcuni di questi paesi, per come giocano e come competono quando ne erano completamente fuori. È impressionante, ed è qualcosa che spero, come capitano, di lottare e ottenere anche per i nostri giocatori. Non riguarda te. Non è un torneo individuale. Questo non riguarda solo il modo in cui stai giocando in un giorno specifico. È sul solo cercare di Devi sapere che stai giocando e lottando per i tuoi compagni di squadra e il personale di supporto che è qui. Di nuovo, ci sono molte persone che hanno sacrificato molte cose per essere qui questa settimana, compresi i giocatori. Quindi speriamo di farlo bene anche noi in futuro”.

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