Il diavolo e l’acquasanta

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Il diavolo e l’acquasanta

Il diavolo è lui, Fabio, fresco della quattrocentesima vittoria ATP. L’acquasanta è lei, Flavia, quarant’anni lo scorso febbraio. Cerchiamo di capire le dinamiche di questo sposalizio

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Fabio Fognini e Flavia Pennetta (dal profilo Twitter di Fognini)
 

Nessuno come lui in Italia: con quella ad Amburgo su Bedene sono quattrocento le vittorie nel circuito di Fognini, a partire dal 24 maggio 2004, quando debuttò al Challenger di Torino battendo il n. 174 del mondo Alexander Waske.

Il quattro e lo zero ricorrono in modo curioso anche in un altro anniversario caduto nel 2022 e decisamente caro a Fabio, i quarant’anni della moglie Flavia. Già, Flavia Pennetta… alzi la mano chi di voi aveva pronosticato il matrimonio Fognini-Pennetta prima dell’undici giugno 2016. Eppure quel giorno si sono sposati, due che più diversi non si può.

Quando penso a Fabio e Flavia insieme mi vengono in mente coppie bizzarre del cinema, della politica, della tivvù (senza entrare nel dettaglio, ché si rischia la querela). E pure del tennis, Borg e la Berté per esempio (peraltro anche Loredana più vecchia di Bjorn di cinque anni). Il parallelo più calzante è però quello col duo Connors-Evert degli anni Settanta e non solo perché giocavano entrambi a tennis: per la stampa rosa erano “The golden couple”, per i commentatori più caustici “La bella e la bestia”. Niente di strano, ce lo ricordiamo Jimbo, provocatore, polemico, scorretto, e ce la ricordiamo Chris, irreprensibile nei suoi principeschi completini gialli. La loro storia durò un paio d’anni arrivando alle soglie delle nozze, Fabio e Flavia “durano” da sei e, a giudicare dal ritmo con cui nascono eredi, pare abbiano tutta l’intenzione di invecchiare insieme, nonostante non abbiano apparentemente nulla in comune.

 

A cominciare dallo stile di gioco: Pennetta era ordinata, geometrica, pulita; Fognini è sempre stato istintivo, intermittente, estemporaneo, anche quando vittorioso. Questione di carattere, come per la rispettiva tenuta mentale. Flavia ha fatto della solidità nervosa un bastione della propria forza (ricordo un match del trionfale Indian Wells 2014 in cui il vento spostava la palla ad ogni colpo, chiunque avrebbe ceduto alla stizza, non lei). Accreditare Fabio di solidità nervosa è un po’ come credere in altre forme di vita nell’universo, possono esserci ma non ne abbiamo le prove. Emblematica sotto quest’aspetto l’opposta componente mimica, l’espressività di Fognini rimanda agli attori del cinema muto, i Buster Keaton, i Chaplin, un attimo prima ride, un attimo dopo sbarra gli occhi, l’attimo dopo ancora sorride o regala baci, tutto senza passaggi intermedi, come se obbedisse a una serie di comandi improvvisi e perentori. Viceversa Pennetta ha sempre sfoggiato una maschera di serietà e grinta, solo raramente sporcata da deboli moti di irritazione. Per non parlare del linguaggio, ciò che raccolgono i microfoni dal lato di campo di Fabio è degno del porto di Livorno – improperi, saracche, bestemmie – mentre non ricordo una parolaccia di Flavia, neanche a mezza bocca, neanche sul net avversario che le cancella un matchpoint. 

La faccenda non cambia se usciamo dal campo e allarghiamo l’orizzonte dell’analisi ai loro tratti “sociologici”. Prendiamo il rapporto con i colleghi: il fairplay di Pennetta è celebre, mai una frase fuori posto, una stoccatina, un commento equivocabile, soltanto elogi o attenuanti per le avversarie. Fognini, beh Fognini non le manda a dire, l’ultima di mille esternazioni censurabili ha preso di mira il divin Rafa, reo a Wimbledon di aver drammatizzato l’incidente agli addominali, ché mica batti un pur giuggiolone ma forte Fritz se te li sei davvero stirati – e chissà a cos’altro alludeva Fabio affermando che non bisogna fidarsi di Nadal…

L’unpolitically correct del ligure raggiuge l’acme nei confronti dei connazionali: l’ho visto discutere, se non litigare, più o meno con tutti gli italiani incrociati dall’altra parte della rete; memorabile il siparietto con Salvatore Caruso agli Australian Open 2021, allorché Fognini, pur vincente, ha sentito il bisogno di rappresentare al siciliano la quantità di “culo” goduta durante il super tie break finale. Ingenua e sibillina la risposta di Caruso, “Puoi dire quello che vuoi, ma da te non me l’aspetto”: ma come Salvo? Se non ti aspetti certe sceneggiate da Fogna, da chi te le aspetti… Sgarbi?! Di Flavia, e del suo rispetto affettuoso per le nemiche-amiche italiche, resterà sempre negli occhi quel lungo, sincero abbraccio a Robertina Vinci al termine della finale degli Us Open 2015, una fotografia iconica di sportività, sentimento, stima reciproca (la Vinci sembrava perfino più contenta per la vittoria di Flavia della stessa Flavia…). 

E poi ci sono i coach. La lista di chi ha allenato – o tentato di allenare – Fabio è lunghetta, Caperchi, Serrano, Martin, Perlas, Davin, Barazzutti (più che un coach un confessore), Mancini e ora Gaich: per un totale di otto “mentori”, quasi uno ogni due anni di professionismo. Per carità, c’è chi cambia coach come magliette e nel tennis frenetico di oggi gli insegnamenti “scadono” in fretta, ma davvero vogliamo raccontarci la favoletta che la frizzante caratterialità di Fognini non c’entri nulla?

Guardate quel bonaccione di Sonego, legato da sempre ad Arbino, oppure Seppi, altro ragazzo d’oro, da ventisei anni con Sartori. E guardiamo Flavia, un maestro da junior – Michelangelo Dell’Edera, che non finiremo mai di ringraziare per aver “allevato” lei e Vinci – e due soli coach da professionista, Urpi e Navarro, il primo salutato per assecondarne le ambizioni, il secondo per ritirarsi dal tennis: nessun dissidio, nessuna incompatibilità sopravvenuta. 

Già, il ritiro di Flavia. Per molti è stato precoce, dopo l’impresa a New York era in cima al mondo, integra fisicamente, giovane – perché a 33 anni nello sport oggi sei giovane – chissà in quanti slam avrebbe potuto ancora brillare. Ma la sua determinazione si è trasferita dal campo alla vita, idee chiare, voglia di famiglia, e abbiamo visto com’è andata. Lasciare quando si è i migliori, ci vuole coraggio. Fabio il migliore non lo è da un po’, almeno da Monte Carlo 2019, eppure non molla. Sarà in ossequio all’inseparabile collanina con le lettere NMM (Non Mollare Mai), sarà per la speranza di inanellare un’altra serie di partite entusiasmanti “alla Fognini” come in terra monegasca, sarà che vuole aumentare i record o ancora non si vede a cambiare pannolini anziché campo, il nostro a 35 anni continua a giocare. Recentemente in conferenza stampa ha azzardato la parola “ritiro” ma ribadendo che deciderà lui quando, e ci mancherebbe altro!

Le conferenze stampa di Fognini, quelle sì che ci mancheranno: i silenzi, le rappresaglie, le accuse, gli alibi, gli enigmi, le censure; i continui riferimenti ai complotti dei giornalisti tutti coalizzati nell’avercela con lui – in particolare quei criminali di Ubitennis, a partire dal Direttore giù fino all’ultimo dei redattori, colpevoli di enfatizzarne le sconfitte e minimizzarne i successi, come se dovessero perdonargli qualsiasi mattana, qualsiasi débacle solo perché italiano e l’italiano più vincente da quarant’anni. Non funziona così, Fabio, si raccoglie sempre ciò che si semina, lo dice anche Lou Reed in “Perfect day”. E tu hai seminato troppo vento per raccogliere soltanto fiori. Avresti dovuto interloquire con la stampa, non bannarla, mostrare disponibilità alle critiche come alle lodi, esattamente quanto ha fatto tua moglie per l’intera carriera.

Potremmo continuare a lungo, ma il concetto è chiaro: Flavia e Fabio diversi, anzi opposti, in tutto. 

Quando la loro amicizia è diventata amore, in molti hanno auspicato che Pennetta influenzasse il marito, gli trasmettesse un po’ del suo equilibrio, della sua lucidità, affinché agguantasse finalmente di testa quei risultati che il braccio ha sempre meritato. Alcuni hanno addirittura sperato in una Flavia coach di Fabio. Non è successo, Flavia è rimasta ai margini della vita professionistica di Fabio, consentendogli di mantenere e coccolare il proprio diabolico bipolarismo sul campo, solo un filo attenuato dalla paternità, che addolcisce anche gli animi più inquieti. Sì, c’è stato Monte Carlo, ma è stato un guizzo, una scintilla, non certo la conseguenza di un eventuale “metodo” Pennetta inoculato in Fabio. Credo che Flavia faccia bene a disinteressarsi del Fognini tennista, di più, credo che la sua distanza sia il segreto della loro longevità sentimentale; rumors infatti raccontano di un Fabio papà e marito perfetto, che bisogno c’è di rovinare l’idillio coniugale per arricchirne la bacheca di qualche trofeo in più?

Ah, dimenticavo, oltre alle iniziali – e alle iniziali dei figli – una cosa che accomuna Fabio e Flavia però c’è: il più bel rovescio bimane lungolinea del circuito. 

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Australian Open

Marijana Kovacevic, da lei il sollievo muscolare di Djokovic?

Volto nuovo nel box del serbo in questo Australian Open: una fisioterapista che tra i suoi pazienti ha avuto anche Cristiano Ronaldo e la nazionale ghanese

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (foto: twitter @ausopen)

La scalata di Novak Djokovic al decimo Australian Open ha paradossalmente visto il campione serbo affrontare qualche difficoltà in più nei primi turni, dovute soprattutto alle incerte condizioni fisiche. In particolare, il tendine del ginocchio gli ha creato preoccupazione in merito addirittura alla possibilità di non portare a termine il torneo. Le condizioni dell’asso serbo sono progressivamente migliorate e sul campo non ha mai mostrato alcun imbarazzo a partire dal match di terzo turno con Grigor Dimitrov, per arrivare fino alla finale con Tsitsipas nel pieno delle sue possibilità atletiche.

Nelle ultime fasi del torneo Novak è stato raggiunto da Marijana Kovacevic, dottoressa fisioterapista anch’essa di Belgrado. Per lei, Djokovic ha avuto parole di ringraziamento e di elogio: “Non entro in dettagli particolari” – ha detto il campione – “ma sono molto grato a Marijana. Mi sono affidato a quanti più esperti possibile qui a Melbourne. Lei è volata fin qua per aiutarmi, e ho sentito i benefici del suo intervento”.

Tra gli altri, Kovacevic ha avuto in cura niente di meno che Cristiano Ronaldo nel 2016, per l’infortunio durante gli Europei, ma anche giocatori come Alexis Sanchez e Robin Van Persie. L’ex calciatore israeliano Yossi Benaioun, ai tempi della sua militanza nel Liverpool (2007-2010) fu curato dalla dottoressa Kovacevic, e ricorda come la cura si sostanziasse in “massaggi con una sostanza che lei indicava come fluido proveniente da placenta umana. Nessuna iniezione, nessun rischio di doping”.

 

Lo stesso Benayoun ricorda di come poté nel 2009 accorciare un infortunio con tempi di recupero fissati in cinque settimane a soli quindici giorni, riuscendo a essere subito protagonista in campo. Sul sito Ghana Guardian si parla di come abbia collaborato con la nazionale di calcio del Ghana ai tempi della presidenza della Federazione Ghana Calcio di Nwesi Nyantaky, dal 2005 al 2018. Inoltre, ha fatto parte della spedizione della nazionale della Serbia ai mondiali del 2010.

Danilo Gori

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Alcune cose su Djokovic che potrebbero esservi sfuggite

Curiosità note e meno note sul fresco vincitore dell’Australian Open: Novak Djokovic

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Novak Djokovic si apre come un libro in tantissime lingue, imperversa nelle conferenze stampa e quindi sappiamo tutto sul nuovo (si fa per dire) numero 1 del mondo. Qui segnaliamo alcune curiosità, alcune conusciute, altre meno; amenità ma anche cose serie, sul vincitore dell’ultimo Australian Open.

1. Il cambio di alimentazione: Novak, dopo essersi reso conto di non riuscire a rendere come avrebbe voluto sul campo, ha deciso di evitare i prodotti contenenti glutine. Il cambio di alimentazione gli permise di reagire al meglio al problema e lo portò alla svolta del 2011, che lo vide vincere tre Slam e perdere solo in semifinale da Federer a Parigi. Con la moglie Jelena – come da noi riportato nell’aprile del 2016 – ha trasferito la sua passione per la cucina come supporto primario ad una vita sana nel ristorante “Eqvita”, situato nel Principato di Monaco.

2. L’infanzia difficile, Djokovic bambino ha conosciuto la guerra: ha dovuto fare la coda per ricevere del cibo, e ha giocato su campi martoriati dai bombardamenti. “Cose come queste ti fanno crescere più forte” ha dichiarato in merito.

 

3. Il recordman di Melbourne gradisce molto poco le altitudini; all’aereo preferisce il pavimento di casa! Per fortuna del tennis ha reagito alla ritrosia ai grandi spostamenti in maniera differente rispetto al calciatore olandese Dennis Bergkamp, che ha preferito sempre organizzarsi via terra.

4. Rimanendo sul terreno calcistico, Nole ama lo sport più bello del mondo (almeno così lo definiscono i suoi appassionati); simpatizza per il Milan ed è amico di Zlatan Ibrahimovic, totem rossonero e icona sportiva mondiale. I due hanno in comune un rapporto speciale con il nostro paese, e lo svedese lo ha supportato pubblicamente ai tempi della scelta di non vaccinarsi.

5. Appare in una scena tagliata del film “Mercenari 2”, in cui combatte dei nemici con una racchetta. In questo caso però meglio di lui ha fatto il sessantanovenne ex collega Vijay Amritraj, che nel 1983 è apparso in diverse scene del film di 007 “Octopussy”; in una in particolare si difende con una racchetta, ma di legno, e appassiona gli astanti del mercato indiano di Udaipur con i suoi movimenti elegantissimi.

6. A diciotto anni, fresco di qualificazione allo Slam francese e di un primo turno passato in tre set con Robby Ginepri, Nole è costretto al ritiro sul punteggio di un set pari contro il numero otto del seeding Guillermo Coria. Inoltre, l’anno successivo sviene durante il torneo di Umag. Da allora ha preso la decisione di iniziare una terapia per tenere sotto controllo il problema: pare sia allergico all’argilla, così almeno riporta su Twitter “Histoporte”.

Se fosse vero, sembra quindi che la ragione dei soli due successi sul rosso di Parigi non sia minimamente da imputare alla presenza di Rafa Nadal ogni anno, ma alla fastidiosa reazione allergica alla superficie lenta per antonomasia. A questo punto bisognerebbe verificare una analoga sensibilità di Rafa, solo due miseri successi, ai prati, all’ambrosia e in generale alla flora che attecchisce nei dintorni di Church Road. Altro che Roger o Novak…

Danilo Gori

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ATP

Challenger: Goffin vince a Ottignies, Barrere a Quimper, Coria a Concepcion

Il belga torna al successo nel Challenger di casa mentre gli italiani deludono e Benoit Paire sembra sempre più avvitato nella sua spirale di negatività

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David Goffin, United Cup 2023 - Credit: Tennis Australia/Trevor Collens

Al Challenger 125 di Ottignies (Belgio, cemento indoor) finale di rango tra la prima testa di serie, il belga David Goffin (n.41 ATP) e lo svedese Mikael Ymer (n.69 ATP) che hanno giocato davanti ad un foltissimo pubblico, davvero inusuale a questi livelli. Ha vinto il primo in maniera fin troppo netta per 6-4 6-1 e per lui è l’ottavo successo Challenger, circuito in cui non vinceva dal lontano 2014, avendo nel frattempo frequentato ben altri palcoscenici. Il 32enne ex n.7 ATP continua così, dopo un paio di anni di buio, la sua rincorsa ai bei tempi andati. Tempi che difficilmente torneranno ma comunque vederlo giocare è sempre un piacere e poi può sempre capitare che tiri fuori dal cilindro un bel coniglio come successe lo scorso luglio sui prati di Wimbledon con quegli inaspettati quarti di finale. Per lo svedese nuovo best alla posizione n.60 ATP.

Nell’altro Challenger 125 che si giocava a Quimper (Bretagna, cemento indoor) finale tra due francesi, forse non i più attesi: Gregoire Barrere e Arthur Fils. Il vecchio contro il nuovo, volendo fare una sommaria sintesi giornalistica. Ed è il vecchio a prevalere in maniera molto netta col punteggio di 6-1 6-4. Il 28enne Barrere (n.83 ATP e seconda testa di serie del torneo) conferma così di essere in chiara ripresa dopo che il 2022 non gli aveva regalato molte gioie, se non in autunno con le due vittorie di Orleans e Brest. Un po’ di delusione invece per Arthur Fils, di 10 anni più giovane, che sembrava navigare col vento in poppa sulle ali della recentissima vittoria al Challenger di Oeiras 2 che l’aveva proiettato in top 200. Per il vincitore è il sesto successo Challenger e il nuovo best ranking alla posizione n.76 ATP, ottavo miglior giocatore francese. Nuovo best anche per Fils che sale al n.164. Comunque, nonostante la partita abbia regalato poche emozioni, è stata la miglior finale possibile, persi prematuramente per strada gli italiani, ed eliminato a sorpresa Luca Van Assche che, dopo aver battuto il nostro Nardi, è inciampato nel connazionale Geoffrey Blancaneaux. Tra quelli che si sono persi per strada una citazione la merita di diritto Benoit Paire, il disperso per antonomasia, che all’esordio ha raggranellato solo cinque giochi contro l’ucraino Illya Marchenko e sembra ben avviato al quarto anno consecutivo di saldo negativo vittorie/sconfitte.

Si giocava anche in Cile a Concepcion (Challenger 100, terra battuta outdoor) dove in finale sono arrivati Federico Coria (n.76 ATP) e il kazako Timofey Skatov (n.144 ATP). E nemmeno in questo caso l’ultimo atto ha dispensato grandi emozioni. Facile infatti la vittoria dell’argentino che porta a casa il titolo 6-4 6-3 in poco meno di due ore di gioco. E non c’è bisogno che vi spieghi perché sono servite quasi due ore per definire un punteggio in fin dei conti piuttosto netto. Il combinato disposto giocatore argentino più terra battuta ha imposto la sua legge anche questa volta. Per l’ormai 30enne Coria è il quinto Challenger in bacheca mentre il kazako si consola con il nuovo best ranking al n.129 ATP, secondo miglior giocatore del suo paese dopo Alexander Bublik.

 

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