Federer attraverso lo specchio. Ma nessuno si illudeva che Roger potesse tornare Roger, il campione da esporre al Moma

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Federer attraverso lo specchio. Ma nessuno si illudeva che Roger potesse tornare Roger, il campione da esporre al Moma

L’ultima immagine di Pete Sampras fu il trionfo. Di Roger un comunicato stampa. Lo specchio di un campione fragile che non era un robot come Borg e Lendl. Balbettava quando vinceva. Ma Federer non ha cambiato il tennis: fake news! Quando fu bugiardo…

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Roger Federer - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)
 

Si dice che Mitridate, Re del Ponto, fosse talmente impaurito dall’idea di essere ucciso per mano di qualcuno della sua corte, da ingerire quotidianamente piccole dosi di veleno. Così facendo, quando poi Mitridate cercò di uccidersi da solo, ingerendone una fiala intera, fallì, risultandovi oramai immune. Ne nacque il termine “mitriditizzarsi”, vale a dire assuefarsi preventivamente ad un dolore immenso attraverso piccoli e costanti dispiaceri. Un’omeopatia dei sentimenti, infinitamente diffusa, spesso involontaria.

Si dirà anche che 2000 anni dopo Mitridate, milioni di persone nel mondo abbiano ingerito, giorno dopo giorno, tweet dopo tweet, notizia dopo intervista, attraverso piccole dosi di cruda realtà, lo stesso veleno. A piccole dosi tutti hanno ingerito in questi tre anni il veleno che annunciava la fine della carriera tennistica di Roger Federer, l’abbandono sportivo da parte del tennista svizzero di un corpo martoriato dalle operazioni chirurgiche, da 1500 partite di tennis, da 41 anni di vita terrena e da quattro figli che avranno pur preteso di giocare al cavalluccio con il loro papà.

Oggi, a guardarsi intorno in questa valle di lacrime, possiamo dire che Mitridate era solo un mitologico millantatore.

 

Nessuno si illudeva che Federer potesse tornare ad essere Federer. Molti avevano compreso che lo svizzero non era più il giocatore di un tempo. E chi ci credeva ancora, guardò alla sua ultima partita, al 6-0 rifilatogli da un tale Hurkacz sul campo centrale di Wimbledon, come si guarda a un brutto sogno dal quale è facile scappare. Chi ci credeva ancora avrebbe voluto che Federer continuasse a giocare, con un filo di impertinenza e educata indifferenza verso la persona. Chi ci credeva, avrebbe forse voluto un’ultima vittoria contro Nadal o contro Djokovic, smontandosi pezzo dopo pezzo sul campo, perdendo un ginocchio in uno scatto, la schiena in un servizio, un gomito alla volée, finché nel rettangolo di gioco non sarebbero rimasti i resti cannibalizzati dall’infinito amore.

Chi invece conosce cosa sono gli anni, già sapeva che Roger Federer non avrebbe lasciato il tennis alzando un trofeo, come riuscì a Sampras che lasciò il tennis a braccia alzate. Chi c’era lo ricorderà. Sampras alzò la coppa, salutò, e tutti lo avrebbero ricordato in eterno come il migliore, come l’invictus. L’ultima immagine del grande Pete fu il trionfo. L’ultima di Roger, un comunicato stampa. Forse un’ecografia.

Che il gran finale non gli sarebbe riuscito, lo si è scoperto tre anni fa, quando nella finale di Wimbledon 2019, si portò sul più celebre 40-15 della storia. Di quell’incontro non si smetterà mai di parlare, per questo smetto di parlarne almeno io. In realtà i gran finali perduti da Roger sono più numerosi, ma è davvero difficile spiegare il perché. Il veleno al quale non ci siamo immunizzati, sta ancora facendo effetto: sarebbe stato meglio espellerlo prima di scrivere, perché i miei pensieri su quello che sta accadendo nello sport che amo, mi sembrano ancora confusi.

Qualcuno però ricorderà la premiazione degli Australian Open del 2006. Settimo slam in cascina, finale senza grandi patemi con Baghdatis. Solita routine. Eppure, alla premiazione, l’emozione recitò un monologo che nessuno si aspettava. Federer non riuscì a parlare. Balbettò, disse cose confuse delle quali qualcuno addirittura rise. Poi pianse, un po’ dal nulla. La Rod Laver Arena si stupì per le lacrime del vincitore e cominciò a chiedersi se quello slam, da molti considerato il meno importante dei quattro, non nascondesse un segreto. Quando Rod Laver gli diede la coppa, fu abbracciato dal nostro Roger alla maniera di chi ti stringe quando ci si sente soli, davanti a 20.000 persone. La scena fu talmente forte da trasformare la pubblica cerimonia in un racconto della persona, in un’intima manifestazione del sé.

Io, che all’epoca mi limitavo ad apprezzare tantissimo Roger il tennista, l’elegante esecutore di ogni colpo che la fisica consentisse, in quel preciso momento attraversai lo specchio che conduceva verso Roger Federer persona. E non ne sono uscito più.

Da allora, ogni partita di Federer cui ho avuto la fortuna di assistere ha smesso di essere un affare sportivo ed è diventata un’indagine sull’uomo. “Cosa sente ora che ha vinto? Cosa ha pensato prima di sbagliare quel colpo? Cosa prova a giocare così bene, e cosa prova ora che l’altro gioca meglio di lui?”. 

Prendevo appunti mentali guardandolo giocare. Arricchivo di dettagli postumi la figura del campione che io volevo essere a dieci anni, quando un altro me, nella sua stanza di infanzia, agitava la racchetta, batteva tutto e tutti e si portava a casa uno slam, fatto di pallide speranze e di pomeriggi di maggio.

Una volta che si attraversa lo specchio, tante considerazioni appaiono banali e sterotipate.

Si è scritto, anni fa, che Federer fosse un tennista freddo, un tennista che poiché aveva represso le sue furie giovanili, era stato reso un automa, o peggio, un frustrato. Non è necessario dimostrare il contrario, da sempre sotto gli occhi di tutti. È più utile spiegare che questa idea serpeggiò in chi non poteva ammettere che una persona, che abbiamo scoperto essere fragile ed emotiva, vincesse così tanto, alla maniera di un robot come Lendl o come Borg. Questa idea fu partorita dalle menti di chi non accettava la normalità di un talento privo di precedenti, dalle menti di chi non accetta ancora oggi che al tuo fianco possa esserci qualcuno benedetto dagli dèi.

Così come si discuterà in eterno sul suo essere stato il migliore di tutti i tempi, come se il tempo nel tennis sia un’oggettiva unità di misura. Come se i numeri potessero parlare in uno sport fatto di infinite variabili, di superfici che cambiano, palline che si ingrandiscono, e che invece sono meno oggettivi degli occhi di chi guarda ed esprime il suo giudizio.

Così come oggi si scrive, ancora un falso, che Roger Federer abbia cambiato il tennis. Guardatelo il nostro tennis, oggi. E ditemi in cosa Federer lo avrebbe cambiato, o ditemi cosa, di questo cambiamento da lui attuato, oggi resti e si possa toccare. Federer è stato la punta di un compasso che si è allargato fino a smontarsi. Le unghie di Federer hanno tenuto agganciata un’era ad un’altra. Un ponte lungo 24 anni è stato l’ultimo nobile terreno su cui ci è stato concesso di passeggiare prima di approdare ad una terra anonima, in cui tutto è uguale. Impressiona pensare che Roger abbia detto addio un minuto dopo la salita sul trono di un 19enne che si dichiara suo fan, ma che è soltanto il principe dei cloni. 

Perdonatemi, e mi perdoni Carlos Alcaraz, è colpa del veleno, ché scarica la rabbia anche addosso agli innocenti.

Gli chiesi in una conferenza stampa a Parigi se sapesse che dopo di lui, nessuno avrebbe giocato i suoi colpi. La timidezza mi impedì di chiedergli quel che intendevo sul serio, cioè se avesse compreso che lui era semplicemente l’ultimo. Sperai che gridasse, nella sua lingua natia, “Kameraden, ich bin der Letzte!” (Compagni! Io sono l’ultimo!), come fece l’ultimo internato ribelle di Auschwitz dinanzi ad un disilluso Primo Levi. Invece mi guardò severo, e mi rispose che non era vero, che ci sarebbero stati nuovi tennisti da seguire, che lui avrebbe guardato le giovani generazioni con interesse. Poi si volse altrove. Lo infastidì la domanda, forse anche la risposta.Bugiardo”, pensai. Bugiardo anche adesso che te ne vai.

Epurandoci da ogni forma di sentimento, che senso ha dolersi del fatto che un ricco sportivo svizzero non colpirà più una palla di feltro e caucciù con lo scopo di vincere un torneo? Perché soffrirne? Perché trasformare questi giorni in un cinque maggio laico, in un lutto secolare, tutti a recitare “Ei fu”, mentre i nostri problemi vanno avanti? Perché una passione sportiva, verso quello che è null’altro che un gioco, che sia diretta verso un tennista o verso una squadra di calcio, dilaga in qualcosa di così simile all’amore?

Attraversare lo specchio che separa un’immagine pubblica di uno sportivo, da quella privata di un uomo che non si è mai conosciuto, è un viaggio personale. Come può esserlo un imbarazzante abbraccio a Rod Laver. Come può esserlo fermarsi di blocco sul 40-15 di una finale londinese, spegnere i motori per volare ad aliante, così da meglio respirare l’ansia. 

È un viaggio che nessuno sa spiegare, perché nessuno è in grado di spiegarci perché una cosa ci piace, perché siamo così diversi, perché si ama.

Lo facciamo forse, e spero che qualcuno si ritrovi in queste parole, perché abbiamo tutti bisogno di qualcosa. Qualcosa che ci è mancata perché non l’abbiamo mai avuta, o qualcosa che ci manca perché l’abbiamo perduta. Qualcosa di antico che un poco di psicanalisi da quattro soldi riesumerebbe dalla nostra infanzia, in quei sogni di gloria mai diventati realtà, veleni di Mitridate al contrario.

Mi ha scritto un amico dicendomi che quando si leggono certe notizie, ci si sente più vecchi. È proprio il contrario. Questi episodi fanno tutt’altro. Sollevano dalla sabbia i fili d’argento per anni celati, li tendono, scrollano via la polvere e ci connettono a quando eravamo bambini. Riattivano i cordoni ombelicali con epoche nelle quali l’anima si impregnava di sogni, e se uno di questi sogni svanisce, un’increspatura attraversa il tempo e rende tristi i bambini che eravamo. 

Lo sport è essere bambini, quando tutto è gara, quando un piatto di verdure sei convinto a mangiarlo solo perché un altro bambino lo ha già fatto, quando in cento metri percorsi con tuo padre, riesci a simulare almeno sei gare di un’Olimpiade.

Roger Federer, per noi che lo abbiamo amato, è stato l’avatar dei nostri sogni sportivi. La rappresentazione tangibile che, anche se per interposta persona, i nostri sogni erano veri. E ora che quell’avatar lo si ripone in cantina, che non esiste più più una forma fisica che sogna per noi, ci scopriamo non più capaci di farlo. Ci sentiamo soli, dall’altro lato dello specchio, e non possiamo permetterci di rimanervi bloccati.

Prima di uscirne, però, sarebbe bello essere ancora cullati dai sogni che vanno svanendo. Prima di diventare adulti senza via d’uscita, prima che il filo d’argento venga di nuovo sotterrato, prima che Roger Federer scompaia, ti chiedo, Roger, di lanciare in aria quel bambino, e poi di riprenderlo. Lancialo in alto, sempre più su, fino a quando comincerà a non vedere più le tue braccia, ad abituarsi all’addio. Lanciami ancora Roger, per il mio volo ad aliante, e infine fallo un’ultima volta, papà, e poi lasciami andare.

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Australian Open

Liyanage, data analyst di Sabalenka: “Non parlo direttamente con Aryna, ma prima con il suo coach. Bisogna evolversi in base allo status del giocatore” [ESCLUSIVA]

Shane Liyanage ha svelato ai microfoni di Ubitennis alcuni segreti e curiosità sul mondo delle statistiche, che hanno portato alla grande crescita di Aryna Sabalenka e non solo

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Aryna Sabalenka - Australian Open 2023 (foto Twitter @AustralianOpen)

Aryna Sabalenka è certamente la giocatrice del momento. Ancora imbattutta in quasto 2023, la bielorussa ha vinto due titoli e undici match su altrettanti incontri disputati, conquistando ben 22 set su 23 (l’unico lasciato per strada è il primo parziale della finale dell’Australian Open). Per tornare al n°2 del ranking, Aryna si è affidata ad un servizio stratosferico, che tanti problemi le aveva creato in passato ma che, finalmente, è riuscita a far rendere al meglio.

Per arrivare ad essere così efficace, Sabalenka si è servita dell’aiuto di un esperto di biomeccanica, con il quale ha iniziato a lavorare dall’estate 2022. Da allora, il livello del suo gioco è ampiamente salito: oltre ai due successi in Australia, non vanno dimenticate le semifinali a Cincinnati e allo US Open e la finale alle WTA Finals. Contanto che, nei suoi primi 37 match disputati la scorsa stagione, la bielorussa aveva commesso oltre 300 doppi falli (media superiore agli otto a partita), il bilancio è decisamente positivo. Anche perché la media del 2023 si è quasi dimezzata: con 51 doppi errori negli 11 incontri finora disputati, ci si aggira a poco più di 4,6 doppi falli a match, comunque compensati da 81 ace (quasi 7,4 a partita).

Il nostro Federico Bertelli ha provato ad andare più in profondità intervistando Shane Liyanage, CEO e fondatore della società di statistiche che collabora con la n°2 del mondo. Non solo con lei a dire il vero, perché la Data Drive Sports Analytics (DDSA) segue anche Ons Jabeur, Emil Ruusuvouri e Taro Daniel. Nella sua lunga chiacchierata con Ubitennis, Liyanage ha fornito diversi interessanti spunti di riflessione, dal processo di raccolta dei dati fino al suo utilizzo vero e proprio, passando per il rapporto costruito con Sabalenka. Di seguito il video integrale dell’intervista.

 

Nei primi minuti si parla del gran lavoro svolto con Sabalenka e di quanto Liyanage sia fiero e felice per i risultati ottenuti (“Aryna ha lavorato davvero duro, sono molto contento per lei e per il suo team”). Viene analizzato inoltre anche lo sforzo in termini sia di raccolta dati che di produzione di servizi e report su misura per il singolo giocatore.

I dati vengono raccolti in molti modi diversi, analizzando video manuali e automatizzati, oltre agli Hawkeye data. Non esiste un modello univoco per mettere insieme le diverse statistiche, poiché ogni torneo ATP, WTA e i quattro Slam hanno un approccio diverso di condivisione dei dati, anche se tutti questi arrivano in tempo reale. Ad esempio, Tennis Australia ha ideato un’applicazione che consente ai giocatori e ai rispettivi team di ottenere l’accesso diretto a informazioni approfondite e dati grezzi forniti da occhio di falco, che triangola la posizione della palla e raccoglie dati relativi ad ogni singolo colpo di un match.

Un altro punto interessante riguarda la presentazione, l’analisi e lo studio dei vari dati, che devono poi essere trasformati in informazioni utili. Questa è probabilmente la la parte più impegnativa da un punto di vista intellettuale. Per questo motivo, nella squadra d’analisi di Liyanage è presente anche un allenatore di alto livello, che accompagna l’esperienza di Shane sia nel tennis che nell’analisi dei dati. La presenza di quest’ultima figura è fondamentale per costruire un ponte tra persone con competenze diverse.

Spostandoci invece più nello specifico, la relazione tra Sabalenka e Liyanage vede in realtà una terza persona tra i due, ossia il coach della bielorussa. Al contrario di quanto si potrebbe forse pensare, infatti, Shane non comunica direttamente con Aryna, ma è il suo allenatore a fornire le informazioni necessarie alla n°2 del mondo: L’allenatore capisce la sua giocatrice e le sue emozioni meglio di me. Lui può decidere quali informazioni sono importanti e quali meno, quali passare ad Aryna e quali no”.

Non si parla soltanto di numeri relativi alle prestazioni di Sabalenka, bensì anche a quelli delle sue avversarie: l’analisi di servizio, risposta e movimenti in campo (soltanto per citare alcuni aspetti) sono all’ordine del giorno. Per quanto riguarda Rybakina, ada esempio, Liyanage non ha voluto sbilanciarsi molto: “Non voglio dirvi troppo apertamente su quali aspetti abbiamo lavorato e quali abbiamo analizzato di più. Probabilmente dovremo affrontare Elena ancora molte volte in futuro, non voglio rivelare tutti i nostri segreti!”. L’aspetto più importante, comunque, è fare in modo che il giocatore si senta davvero consapevole delle proprie potenzialità, poiché soltanto in queste condizioni lo studio e l’analisi dei dati potranno essere efficaci al 100%.

Le relazioni tra i data experts e i team dei vari giocatori inevitabilmente variano, tanto in base al carattere del singolo tennista quanto al suo status. È normale e fisiologico, ad esempio, che tra un top10 e un junior ci siano molte differenze. Nel caso specifico di Sabalenka, la sua crescita nel corso degli ultimi tre anni è stata evidente. Questa è stata anche accompagnata da un cambiamento caratteriale, ragion per cui anche il suo allenatore ha dovuto cambiare approccio e prospettive nella comunicazione dei diversi dati.

“Negli ultimi tre anni con Aryna, così come negli ultimi quattro con Ons Jabeur, ci siamo dovuti evolvere notevolmente e in modo diverso per ogni giocatore– spiega Liyanage. “Quest’anno poi, all’Australian Open, arrivavano i dati live direttamente da occhio di falco. C’erano molti data analyst nei box dei vari tennisti: io cercavo di scovare alcuni aspetti interessanti da comunicare al coach, che poi riferiva direttamente al giocatori”.

Spostando il focus sui giocatori in rampa di lancio, con cui Shane ha alcuni rapporti, è ovviamente più complicato (se non quasi impossibile, tolti alcuni campi principali degli Slam junior) avere accesso ai dati di hawk-eye. “Di solito con i tennisti junior non si ha accesso alle statistiche fornite da occhio di falco, quindi la soluzione è prendere dati a mano, che comunque è un metodo da non sottovalutare perché anch’esso può essere molto preciso”.

Un aspetto importante da tenere in considerazione è ovviamente anche quello economico, per cui quando si lavora su un junior si fa una sorta di investimento: “È chiaro che da giovani non si hanno risorse sufficienti per potersi permettere i dati completi e specifici come invece accade con un tennista professionista. Da parte nostra si fa quindi un investimento, ma in coloro con cui scegliamo di lavorare vediamo molto potenziale e crediamo che potrà crescere molto”.

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È arrivata l’ora di un campione Slam italiano? I bookmakers puntano su Sinner e Berrettini già per il 2023

Nonostante il difficile Australian Open, c’è molta fiducia su un successo major per i tennisti italiani già in questa stagione

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Jannik Sinner - Australian Open 2023 (foto Twitter @atptour)

Sono passati pochi giorni dalla fine dell’Australian Open 2023. Il primo slam stagionale ha incoronato nuovamente Novak Djokovic, per ben dieci volte padrone di Melbourne, un dominio difficile da replicare. Infatti l’unico altro giocatore ad andare in doppia cifra in un torneo dello Slam è stato Rafael Nadal, dominatore incontrastato sul rosso di Parigi visti i 14 trionfi al Roland Garros. Occorre sottolineare come dal primo successo di Djokovic nel 2008, l’Australian Open è sempre stato terra di conquista per i Big3. L’unico ad interrompere questo dominio è stato Stan Wawrinka che nel 2014 conquistò il suo primo slam.

Non sorprende quindi che nessuno della nuova generazione sia riuscito ad infrangere questo tabù. A conferma di ciò basta dare un’occhiata al bilancio tutt’altro che onorevole nelle finali Slam fra esponenti della “generazione ‘80”, guidata da Djokovic e Nadal e la “generazione ‘90”. Se Djokovic ha dominato Down Under, l’Australian Open per i colori italiani è stato tutt’altro che entusiasmante (se volete vedere i voti che abbiamo dato vi consigliamo le pagelle del nostro Antonio Garofalo). Il bilancio evidenzia come solo Sinner sia stato in grado di approdare alla seconda settimana. Ad arrestare la corsa del tennista altoatesino ci ha pensato negli ottavi il futuro finalista Tsitsipas. Sinner, tuttavia, ha fatto sudare le cosiddette sette camicie al tennista greco portandolo al quinto set.

Per gli altri italiani sono arrivate uscite premature e dolorose: Musetti è stato rispedito a casa al quinto set dal rientrante Lloyd Harris. Stessa sorte è toccata a Berrettini per mano di Andy Murray. Un primo slam avaro di soddisfazione che tuttavia non impedisce di poter sognare che questo sia l’anno giusto per conquistare un trionfo in un Major, nonostante le difficoltà per le nuove leve di affermarsi in un contesto dominato dai Fab4.

 

Lo dimostrano le previsioni fornite dagli analisti di Goldbet. Colui che ha più chance di conquistare il suo primo titolo in un torneo del Grande Slam è Jannik Sinner. Il tennista altoatesino nonostante sia un classe 2001 può già vantare i quarti di finale in tutti e quattro i Major e chissà come sarebbe potuto andare lo US Open 2022 se la sfida con Alcaraz ai quarti avesse avuto un esito diverso.

Puntare su un titolo Slam di Jannik Sinner paga ben 5 volte la quota. Leggermente più alta la quota di Matteo Berrettini. Un successo del tennista romano verrebbe pagato 6 volte la quota. Matteo, così come Jannik, ha conquistato i quarti in tutti e quattro gli slam, spingendosi più avanti in tre dei quattro tornei. Infatti, Berrettini ha conquistato le semifinali in Australia e a New York, ma soprattutto è il solo italiano ad aver giocato la finale di Wimbledon.

E proprio lo slam londinese sembra il più adatto al gioco del tennista romano. Quattro dei sette titoli presenti nel palmares di Berrettini sono, infatti, arrivati sull’erba, con i due successi al Queen’s e gli altri due di Stoccarda. Nel breve periodo il primo obiettivo per Matteo rimane quello di scalare la classifica che al momento lo vede fuori dai primi 20.

Più complicato immaginare un trionfo del neo-numero 2 d’Italia Lorenzo Musetti. Il tennista di Carrara ha appena fatto l’ingresso in top 20 ma negli Slam deve ancora ingranare. In Australia per il secondo anno consecutivo si è fermato al primo turno. Anche sull’erba londinese non è mai approdato al secondo round. L’unico slam che lo ha visto raggiungere la seconda settimana è stato il Roland Garros e proprio sul rosso, ad Amburgo, Lorenzo ha conquistato il suo titolo più importante ai danni di Carlos Alcaraz. Un successo slam di Musetti in questo 2023 verrebbe pagato ben 26 volte l’importo scommesso.

Negli ultimi tre anni l’unico slam a regalare sorprese è stato quello di Flushing Meadows – con tre neo-campioni slam consecutivi, essendo tuttavia quello che ha vissuto di situazioni estemporanee come la squalifica di Djokovic nel 2020 nel match contro Carreno, e l’impossibilità del tennista serbo di mettere piede nel suolo statunitense lo scorso anno. Non ci resta che vedere se sarà il 2023 l’anno che rivedrà la bandiera italiana sventolare per un trionfo Slam di un alfiere italiano, nel frattempo speriamo che la stagione prenda una piega positiva dopo la falsa partenza nella terra dei canguri.

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Australian Open

Scanagatta intervista Flink: “Djokovic era davvero preoccupato per la gamba. Il suo servizio è il colpo più sottovalutato” [VIDEO ESCLUSIVO]

L’Hall of Famer Steve Flink risponde alle domande del direttore: “L’attuale situazione del tennis americano è qualcosa di cui vantarsi”. Rune e Alcaraz i nomi da tenere d’occhio per questa stagione

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Terminato il primo slam stagionale, il direttore Ubaldo Scanagatta ci ripropone la consueta intervista-chiacchierata con l’amico e collega Steve Flink, giornalista americano inserito nella Hall of Fame del tennis nel 2017.

0:40 Flink: “Io penso che Djokovic fosse davvero molto preoccupato per la condizione della sua gamba. Alcune persone non ci credono ma io ne sono davvero convinto perché abbiamo visto che ha cancellato diverse sessioni di allenamento, e poi ci sono stati diverse richieste di medical time out nei primi turni del torneo. Solo dal quarto turno contro de Minaur è sembrato essere vicino alla sua forma migliore e invincibile.”

1:40 Scanagatta: “Non sapeva come sarebbe stato accolto al suo ritorno in Australia dopo le vicende dello scorso anno, non conosceva l’entità dell’infortunio, era sicuramente scocciato per quello che era successo con suo padre e alla copertura dei media. Credo fosse completamente sincero quando ha detto che è stata la vittoria più difficile.”

03:00 Flink: “Dopo la prima settimana di torneo si sentiva fisicamente meglio. Nella partita contro de Minaur, credo che sia stata la prima volta in cui Djokovic ha pensato di poter davvero vincere il torneo. Nelle partite seguenti è stato praticamente perfetto”.
03:55 Scanagatta: “Da Wimbledon ha perso solo un match, in finale a Bercy contro Rune”.

 

04:15 Flink: “Immagina quanto vantaggio avrebbe nel ranking con i 2000 punti di Wimbledon. È incredibile già il fatto che sia tornato in vetta alla classifica, nessuno se lo aspettava ed è un grande risultato.”
04:40 Scanagatta: “Alla soglia dei 36 anni è fisicamente il migliore di tutti.”

05:15 Flink: “È molto professionale con tutto ciò che riguarda la cura del suo fisico. Si allena duramente, lavora molto con il fisioterapista, anche durante il torneo, è stato attento a non allenarsi troppo per consentire il recupero della gamba. Ha fatto il possibile per essere in ottima forma. Penso abbia davanti a sé ancora diversi anni a questo livello.”
07:05 Flink: “Credo che Alcaraz sarà l’avversario principale di Novak in questa stagione, potrebbe essere una bella rivalità.”

07:20 Flink: “Tsitsipas sta migliorando: ha raggiunto due finali Slam e in tutto il match ha perso il servizio solo due volte contro il miglior ribattitore probabilmente di tutti i tempi.”
08:04 Scanagatta: “Nel tie-break Tsitsipas ha commesso quattro errori con il diritto che è la sua arma migliore.”

09:05 Flink: “Nel tie-break del terzo set, Djokovic era avanti 5-0 e mentre eseguiva un rovescio, qualcuno dal pubblico l’ha disturbato con un urlo. Si è distratto e da quel momento il tie-break è stato più lottato con Tsitsipas che è tornato sotto 3-5 e sul 3-6 ha salvato anche due match point”.
09:50 Scanagatta: “Considera che Djokovic ha fatto 20 punti consecutivi sul suo servizio e solo nel tie-break ha perso un punto sul suo servizio. E sono diventati 21 punti vinti su 22. Era praticamente impossibile per Tsitsipas togliere il servizio a Djokovic”.

10:30 Scanagatta: “Salvo in due occasioni, Tsitsipas non è stato assolutamente in grado di gestire il servizio di Djookvic”
Flink: “Capisco quello che dici ma comunque nell’intero torneo Djokovic ha perso il servizio per 6 volte. Non era facile affrontare quel colpo, uno di quelli che ha migliorato maggiormente in vista di questo torneo. I meriti vanno dati a Djokovic e alla sua precisione e profondità, uno degli aspetti più sottovalutati del suo gioco”

12:30 Scanagatta: “Il gap tra Djokovic e gli altri è evidente, persino con Tsitsipas in campo”
Flink: “Sì, quello che ci può andare più vicino è Alcaraz. Spero di vederli giocare uno contro l’altro almeno tre, quattro volte quest’anno. Sarebbe fantastico per lo sport”Scanagatta: “Nonostante sia il rivale principale di Djokovic, ci sono ancora troppi alti e bassi nella stagione passati di Alcaraz”
14:50 Flink: “Questa stagione sarà complicata per Alcaraz perché dovrà difendere quanto fatto lo scorso anno. Ma c’è anche Medvedev di cui parlare. Lui è riuscito a fermare Djokovic dal completare il Grande Slam nel 2021.”

18:10 Scanagatta: “Sono molto ottimista per il futuro di Auger-Aliassime. Mi pare più completo di certi altri come Rublev o Ruud. L’ho visto giocare molto bene contro Djokovic a Roma. Si è dimostrato molto completo su tutte le superfici”
Flink: “Sì, ha le armi per competere ovunque e si è dimostrato un giocatore tenace. Mi ha comunque sorpreso il suo rendimento all’Australian Open. Mi aspettavo facesse di meglio”

20:50 Flink: “Rune aveva qualche problema fisico quando ha affrotnato Rublev ma ha comunque avuto molte chance. Sarebbe stato bello vederlo giocare contro Rune, anche considerando il loro match indoor a Bercy. In ogni caso, ha una grande fiducia in se stesso, ma quella è stata una brutta sconfitta per lui. Credo comunque che finirà la stagione in top 5”

23:00 Flink: “L’attuale situazione del tennis americano è qualcosa di cui vantarsi. È il miglior gruppo di giocatori dai tempi di Roddick, Blake, Fish. Ma in questo gruppo c’è molta più profondità, come quello degli anni ’90. Non dico adesso che avremo dei nuovi Sampras, Agassi, Chang ecc, la miglior generazione di sempre, ma tutti questi ragazzi, a partire da Fritz e Tiafoe, poi con Paul e Korda hanno molto talento. Non sono mai stato così entusiasta “

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