Federer attraverso lo specchio. Ma nessuno si illudeva che Roger potesse tornare Roger, il campione da esporre al Moma

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Federer attraverso lo specchio. Ma nessuno si illudeva che Roger potesse tornare Roger, il campione da esporre al Moma

L’ultima immagine di Pete Sampras fu il trionfo. Di Roger un comunicato stampa. Lo specchio di un campione fragile che non era un robot come Borg e Lendl. Balbettava quando vinceva. Ma Federer non ha cambiato il tennis: fake news! Quando fu bugiardo…

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Roger Federer - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)
 
 

Si dice che Mitridate, Re del Ponto, fosse talmente impaurito dall’idea di essere ucciso per mano di qualcuno della sua corte, da ingerire quotidianamente piccole dosi di veleno. Così facendo, quando poi Mitridate cercò di uccidersi da solo, ingerendone una fiala intera, fallì, risultandovi oramai immune. Ne nacque il termine “mitriditizzarsi”, vale a dire assuefarsi preventivamente ad un dolore immenso attraverso piccoli e costanti dispiaceri. Un’omeopatia dei sentimenti, infinitamente diffusa, spesso involontaria.

Si dirà anche che 2000 anni dopo Mitridate, milioni di persone nel mondo abbiano ingerito, giorno dopo giorno, tweet dopo tweet, notizia dopo intervista, attraverso piccole dosi di cruda realtà, lo stesso veleno. A piccole dosi tutti hanno ingerito in questi tre anni il veleno che annunciava la fine della carriera tennistica di Roger Federer, l’abbandono sportivo da parte del tennista svizzero di un corpo martoriato dalle operazioni chirurgiche, da 1500 partite di tennis, da 41 anni di vita terrena e da quattro figli che avranno pur preteso di giocare al cavalluccio con il loro papà.

Oggi, a guardarsi intorno in questa valle di lacrime, possiamo dire che Mitridate era solo un mitologico millantatore.

 

Nessuno si illudeva che Federer potesse tornare ad essere Federer. Molti avevano compreso che lo svizzero non era più il giocatore di un tempo. E chi ci credeva ancora, guardò alla sua ultima partita, al 6-0 rifilatogli da un tale Hurkacz sul campo centrale di Wimbledon, come si guarda a un brutto sogno dal quale è facile scappare. Chi ci credeva ancora avrebbe voluto che Federer continuasse a giocare, con un filo di impertinenza e educata indifferenza verso la persona. Chi ci credeva, avrebbe forse voluto un’ultima vittoria contro Nadal o contro Djokovic, smontandosi pezzo dopo pezzo sul campo, perdendo un ginocchio in uno scatto, la schiena in un servizio, un gomito alla volée, finché nel rettangolo di gioco non sarebbero rimasti i resti cannibalizzati dall’infinito amore.

Chi invece conosce cosa sono gli anni, già sapeva che Roger Federer non avrebbe lasciato il tennis alzando un trofeo, come riuscì a Sampras che lasciò il tennis a braccia alzate. Chi c’era lo ricorderà. Sampras alzò la coppa, salutò, e tutti lo avrebbero ricordato in eterno come il migliore, come l’invictus. L’ultima immagine del grande Pete fu il trionfo. L’ultima di Roger, un comunicato stampa. Forse un’ecografia.

Che il gran finale non gli sarebbe riuscito, lo si è scoperto tre anni fa, quando nella finale di Wimbledon 2019, si portò sul più celebre 40-15 della storia. Di quell’incontro non si smetterà mai di parlare, per questo smetto di parlarne almeno io. In realtà i gran finali perduti da Roger sono più numerosi, ma è davvero difficile spiegare il perché. Il veleno al quale non ci siamo immunizzati, sta ancora facendo effetto: sarebbe stato meglio espellerlo prima di scrivere, perché i miei pensieri su quello che sta accadendo nello sport che amo, mi sembrano ancora confusi.

Qualcuno però ricorderà la premiazione degli Australian Open del 2006. Settimo slam in cascina, finale senza grandi patemi con Baghdatis. Solita routine. Eppure, alla premiazione, l’emozione recitò un monologo che nessuno si aspettava. Federer non riuscì a parlare. Balbettò, disse cose confuse delle quali qualcuno addirittura rise. Poi pianse, un po’ dal nulla. La Rod Laver Arena si stupì per le lacrime del vincitore e cominciò a chiedersi se quello slam, da molti considerato il meno importante dei quattro, non nascondesse un segreto. Quando Rod Laver gli diede la coppa, fu abbracciato dal nostro Roger alla maniera di chi ti stringe quando ci si sente soli, davanti a 20.000 persone. La scena fu talmente forte da trasformare la pubblica cerimonia in un racconto della persona, in un’intima manifestazione del sé.

Io, che all’epoca mi limitavo ad apprezzare tantissimo Roger il tennista, l’elegante esecutore di ogni colpo che la fisica consentisse, in quel preciso momento attraversai lo specchio che conduceva verso Roger Federer persona. E non ne sono uscito più.

Da allora, ogni partita di Federer cui ho avuto la fortuna di assistere ha smesso di essere un affare sportivo ed è diventata un’indagine sull’uomo. “Cosa sente ora che ha vinto? Cosa ha pensato prima di sbagliare quel colpo? Cosa prova a giocare così bene, e cosa prova ora che l’altro gioca meglio di lui?”. 

Prendevo appunti mentali guardandolo giocare. Arricchivo di dettagli postumi la figura del campione che io volevo essere a dieci anni, quando un altro me, nella sua stanza di infanzia, agitava la racchetta, batteva tutto e tutti e si portava a casa uno slam, fatto di pallide speranze e di pomeriggi di maggio.

Una volta che si attraversa lo specchio, tante considerazioni appaiono banali e sterotipate.

Si è scritto, anni fa, che Federer fosse un tennista freddo, un tennista che poiché aveva represso le sue furie giovanili, era stato reso un automa, o peggio, un frustrato. Non è necessario dimostrare il contrario, da sempre sotto gli occhi di tutti. È più utile spiegare che questa idea serpeggiò in chi non poteva ammettere che una persona, che abbiamo scoperto essere fragile ed emotiva, vincesse così tanto, alla maniera di un robot come Lendl o come Borg. Questa idea fu partorita dalle menti di chi non accettava la normalità di un talento privo di precedenti, dalle menti di chi non accetta ancora oggi che al tuo fianco possa esserci qualcuno benedetto dagli dèi.

Così come si discuterà in eterno sul suo essere stato il migliore di tutti i tempi, come se il tempo nel tennis sia un’oggettiva unità di misura. Come se i numeri potessero parlare in uno sport fatto di infinite variabili, di superfici che cambiano, palline che si ingrandiscono, e che invece sono meno oggettivi degli occhi di chi guarda ed esprime il suo giudizio.

Così come oggi si scrive, ancora un falso, che Roger Federer abbia cambiato il tennis. Guardatelo il nostro tennis, oggi. E ditemi in cosa Federer lo avrebbe cambiato, o ditemi cosa, di questo cambiamento da lui attuato, oggi resti e si possa toccare. Federer è stato la punta di un compasso che si è allargato fino a smontarsi. Le unghie di Federer hanno tenuto agganciata un’era ad un’altra. Un ponte lungo 24 anni è stato l’ultimo nobile terreno su cui ci è stato concesso di passeggiare prima di approdare ad una terra anonima, in cui tutto è uguale. Impressiona pensare che Roger abbia detto addio un minuto dopo la salita sul trono di un 19enne che si dichiara suo fan, ma che è soltanto il principe dei cloni. 

Perdonatemi, e mi perdoni Carlos Alcaraz, è colpa del veleno, ché scarica la rabbia anche addosso agli innocenti.

Gli chiesi in una conferenza stampa a Parigi se sapesse che dopo di lui, nessuno avrebbe giocato i suoi colpi. La timidezza mi impedì di chiedergli quel che intendevo sul serio, cioè se avesse compreso che lui era semplicemente l’ultimo. Sperai che gridasse, nella sua lingua natia, “Kameraden, ich bin der Letzte!” (Compagni! Io sono l’ultimo!), come fece l’ultimo internato ribelle di Auschwitz dinanzi ad un disilluso Primo Levi. Invece mi guardò severo, e mi rispose che non era vero, che ci sarebbero stati nuovi tennisti da seguire, che lui avrebbe guardato le giovani generazioni con interesse. Poi si volse altrove. Lo infastidì la domanda, forse anche la risposta.Bugiardo”, pensai. Bugiardo anche adesso che te ne vai.

Epurandoci da ogni forma di sentimento, che senso ha dolersi del fatto che un ricco sportivo svizzero non colpirà più una palla di feltro e caucciù con lo scopo di vincere un torneo? Perché soffrirne? Perché trasformare questi giorni in un cinque maggio laico, in un lutto secolare, tutti a recitare “Ei fu”, mentre i nostri problemi vanno avanti? Perché una passione sportiva, verso quello che è null’altro che un gioco, che sia diretta verso un tennista o verso una squadra di calcio, dilaga in qualcosa di così simile all’amore?

Attraversare lo specchio che separa un’immagine pubblica di uno sportivo, da quella privata di un uomo che non si è mai conosciuto, è un viaggio personale. Come può esserlo un imbarazzante abbraccio a Rod Laver. Come può esserlo fermarsi di blocco sul 40-15 di una finale londinese, spegnere i motori per volare ad aliante, così da meglio respirare l’ansia. 

È un viaggio che nessuno sa spiegare, perché nessuno è in grado di spiegarci perché una cosa ci piace, perché siamo così diversi, perché si ama.

Lo facciamo forse, e spero che qualcuno si ritrovi in queste parole, perché abbiamo tutti bisogno di qualcosa. Qualcosa che ci è mancata perché non l’abbiamo mai avuta, o qualcosa che ci manca perché l’abbiamo perduta. Qualcosa di antico che un poco di psicanalisi da quattro soldi riesumerebbe dalla nostra infanzia, in quei sogni di gloria mai diventati realtà, veleni di Mitridate al contrario.

Mi ha scritto un amico dicendomi che quando si leggono certe notizie, ci si sente più vecchi. È proprio il contrario. Questi episodi fanno tutt’altro. Sollevano dalla sabbia i fili d’argento per anni celati, li tendono, scrollano via la polvere e ci connettono a quando eravamo bambini. Riattivano i cordoni ombelicali con epoche nelle quali l’anima si impregnava di sogni, e se uno di questi sogni svanisce, un’increspatura attraversa il tempo e rende tristi i bambini che eravamo. 

Lo sport è essere bambini, quando tutto è gara, quando un piatto di verdure sei convinto a mangiarlo solo perché un altro bambino lo ha già fatto, quando in cento metri percorsi con tuo padre, riesci a simulare almeno sei gare di un’Olimpiade.

Roger Federer, per noi che lo abbiamo amato, è stato l’avatar dei nostri sogni sportivi. La rappresentazione tangibile che, anche se per interposta persona, i nostri sogni erano veri. E ora che quell’avatar lo si ripone in cantina, che non esiste più più una forma fisica che sogna per noi, ci scopriamo non più capaci di farlo. Ci sentiamo soli, dall’altro lato dello specchio, e non possiamo permetterci di rimanervi bloccati.

Prima di uscirne, però, sarebbe bello essere ancora cullati dai sogni che vanno svanendo. Prima di diventare adulti senza via d’uscita, prima che il filo d’argento venga di nuovo sotterrato, prima che Roger Federer scompaia, ti chiedo, Roger, di lanciare in aria quel bambino, e poi di riprenderlo. Lancialo in alto, sempre più su, fino a quando comincerà a non vedere più le tue braccia, ad abituarsi all’addio. Lanciami ancora Roger, per il mio volo ad aliante, e infine fallo un’ultima volta, papà, e poi lasciami andare.

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ATP Race to Turin: Berrettini e Sinner, per entrare tra i primi sette serve un gran finale di stagione

Il settimo posto di Auger-Aliassime è l’obiettivo ma la concorrenza è folta: da Hurkacz e Norrie, chi sono i principali protagonisti della corsa

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Matteo Berrettini - Laver Cup 2022 (Twitter @LaverCup)
Matteo Berrettini - Laver Cup 2022 (Twitter @LaverCup)

Si infiamma la corsa per la qualificazione alle Nitto ATP Finals di Torino, in programma dal 13 al 20 novembre 2022. A meno di due mesi dalla manifestazione, la situazione vede Matteo Berrettini e Jannik Sinner dover compiere un mezzo miracolo per riuscire a entrare direttamente tra gli otto maestri che si sfideranno al PalaAlpitour. La situazione è complicata dal fatto che Novak Djokovic, vincitore di Wimbledon, è già quasi sicuro del posto (gli basta terminare tra i primi 20 della Race). Il target per i due azzurri dunque diventa il settimo posto della Race, attualmente occupato da Felix Auger-Aliassime. Jannik questa settimana è di scena all’ATP 250 di Sofia, dove difende il titolo; Matteo, dopo aver preso parte alla Laver Cup (che non assegna punti ATP), prenderà parte salvo sorprese all’ATP di Firenze a partire dal 10 di ottobre.

Al momento sono invece due i giocatori già sicuri al 100% di un posto nei primi otto, gli spagnoli Carlos Alcaraz e Rafael Nadal. Quali altri sono i potenziali protagonisti di Torino? Quanto manca agli azzurri per arrivare tra i primi otto?

La classifica ATP aggiornata è disponibile al seguente link, che porta alla sezione “Sotto Rete” del sito web di Intesa Sanpaolo, main sponsor della manifestazione e partner di Ubitennis.

 

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ATP Race to Milan: Nakashima vince a San Diego e ipoteca la qualificazione

Il tennista americano sarà quasi certamente a Milano. Sono tanti gli italiani che sperano in un posto alla Allianz Cloud

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A close up of Brandon Nakashima (USA) during his game against Nick Kyrgios (AUS) in the fourth round of the Gentlemen's Singles on Centre Court at The Championships 2022. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 8 Monday 04/07/2022. Credit: AELTC/Simon Bruty

Dall’8 al 12 novembre a Milano si disputerà la quinta edizione del torneo Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals.

Il torneo è riservato agli otto giocatori nati dopo il 31 dicembre 2000 che nel corso della stagione hanno realizzato il maggior numero di punti.

Il torneo meneghino, oltre ad essere un importante laboratorio per la sperimentazione di nuove regole, nel corso delle edizioni si è anche rivelato il trampolino di lancio di alcuni dei giocatori più importanti dell’attuale scena mondiale, a partire da Daniil Medvedev che partecipò all’edizione inaugurale del 2017 e oggi occupa la poltrona numero 4 della classifica ATP della quale era il leader sino allo scorso 11 settembre; Stefanos Tsitsipas, attuale numero 6 e vincitore dell’edizione 2018; Jannik Sinner numero 11 del ranking e vincitore dell’edizione 2019; Carlos Alcaraz, campione in carica del torneo e odierno numero uno della classifica mondiale.

 

La tabella seguente riporta i nomi dei precedenti vincitori e la miglior classifica assoluta da loro raggiunta:

ANNO*VINCITOREMIGLIOR PIAZZAMENTO ATP
2017Chung Hyeon19
2018Stefanos Tsitsipas3
2019Jannik Sinner9
2021Carlos Alcaraz1

*2020 non disputato causa Covid

Proprio Alcaraz, essendo nato il 5 maggio 2003, è ovviamente il miglior Under 21 del mondo, ma è certo che rinuncerà al torneo riservato ai suoi coetanei per prendere parte alle NITTO ATP Finals di Torino che cominceranno il 13 novembre, alle quali è già matematicamente qualificato. Il suo successore è uno dei primi 15 nomi dell’attuale classifica Race to Milano. Spicca soprattutto Brandon Nakashima, che vincendo l’ATP di San Diego ha ipotecato la sua presenza nei primi otto della Race: l’americano aveva rilasciato due anni fa una interessante intervista insieme al direttore Ubaldo Scanagatta e a Steve Flink.

La classifica Race to Milano aggiornata è disponibile al seguente link, che porta alla sezione “Sotto Rete” del sito web di Intesa Sanpaolo, main sponsor della manifestazione e partner di Ubitennis.

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Roger Federer, cronaca di un ritiro annunciato

Ripercorriamo l’ultimo anno e mezzo del campione svizzero, dal rientro a Doha del marzo 2021 alla straziante serata d’addio della O2 Arena

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

Diversamente dalla novella di Garcìa Marquez, cui abbiamo scippato l’idea del titolo, l’addio alle scene di Roger Federer non è finito nel sangue. Eppure era tutto scritto da tempo, come per l’assassinio di Santiago Nasar. È solo che non lo accettavamo, Roger non può ritirarsi, sì certo, Alcaraz, Sinner e quei due satanassi prossimi ai quaranta ancora affamati di trionfi, ma senza Roger il tennis, già agonizzante, morirà – eccolo, il parallelismo cruento col romanzo.

Dunque per diciotto mesi, dal rientro a Doha del marzo 2021 fino a venerdì sera, in noi sul pessimismo della ragione ha prevalso l’ottimismo della volontà, a dispetto di ogni evidenza: Roger continua, il ginocchio è malandato ma non se ne sa molto, facile che sia solo un pretesto per giustificarne l’assenza dai campi, lui che dai campi non dovrebbe mancare mai. E se anche il guaio articolare fosse più invalidante, niente gli impedirà di giocare gli slam, a Wimbledon poi brucherà l’erba per una trentina d’anni ancora, ben oltre i parametri pensionistici della Fornero. Ingenuità soltanto in parte giustificate dalla fede.

Fede che talvolta, spesso, ha vacillato. In Qatar, per esempio, Roger batte Evans agli ottavi – ottimo tennista Daniel – però perde ai quarti con Basilashvili: l’avevamo lasciato che aveva messo paura allo squalo serbo nella semi di Melbourne 2020, 4-1 per Roger nel 1° set, e ora esce in un 250 con uno che faticheremmo a definire vincente. Calma, è un anno e rotti che non gioca, già passare un turno è grasso che cola… e la fede si rinsalda.

 

Altro sisma emotivo a Ginevra, due mesi dopo. Federer si consegna subito a Pablo Andujar – Pablo Andujar! – onestissimo carpentiere della racchetta mai oltre il 32 del ranking, quasi vecchio quanto lui. Più della sconfitta, addolcita dall’attenuante della terra battuta, è il modo: Roger giochicchia come in esibizione, ride ai propri errori, se li commenta in tedesco, la motivazione di un Kyrgios insomma. Qui perdiamo ogni speranza, il ritiro è imminente.

Come ci leggesse i pensieri, Roger si presenta al Roland Garros 2021 tirato a lucido: lo aiuta l’essere nominalmente testa di serie n. 8 – sappiamo del caos-classifica da pandemia – e incrociare Istomin, Cilic e Koepfer, di cui solo l’ultimo lo farà penare. Ma il Maestro è in forma, fisica e tennistica, la garra proletaria di Andujar un brutto ricordo. Si guadagna un posto agli ottavi, e Berrettini sta ancora ringraziando i suoi dei per non averlo dovuto affrontare; già, Roger si ritira prima del match con Matteo così da salvaguardare le giunture in vista di Wimbledon. Lo criticano in molti, mancanza di rispetto per l’avversario, per il tabellone, per il prestigio del torneo, Federer, il tennista più corretto dai tempi di Borg… è che per una volta pensa a sé, lui lo sa, di avere soltanto un paio di colpi in canna e vuole spararli al Luna Park di Londra. In ogni caso perdonaci Roger, se dopo Ginevra ti abbiamo rinnegato è perché i seguaci degli altri due ci assediavano, e poi il gallo ha cantato tre volte…

Alla vigilia dei Championships siamo elettrizzati, poco importa che ad Halle, dove ha presenziato un po’ per tradizione, un po’ per sponsor, un po’ per preparazione all’erba, abbia lasciato vincere Auger-Aliassime – il quale di lì a poco comunque esploderà. Importa la grinta, la faccia concentrata dei tempi migliori, e pure che prima del canadese abbia preso lo scalpo di Ivashka, uno che sui prati non sfigura affatto. A Church Road ci sono i presupposti di competitività: a differenza di quasi tutti, lui conosce ogni filo d’erba del campo centrale, essenziale però è stare alla larga dallo squalo serbo, la ferita inferta nel 2019 ancora non si è rimarginata, se mai lo farà.

Il sorteggio è benevolo, Djokovic è lontano, un eventuale faccia a faccia solamente in finale. Ci confidiamo, nella finale, il Federer visto in Germania rassicura, e poi dai, Mannarino, Gasquet, Norrie, Sonego, Hurkacz e Berrettini, mica Raonic, Isner, Cilic, Kyrgios, Murray, gli erbivori da temere davvero. Tra tutti giusto Mannarino al primo turno ci spaventa, il francese se la cava bene sul verde ed è in giornata buona, i colpi piatti e filanti spostano Roger a destra e a manca costringendolo a un quinto set insidiosissimo. Brutto, molto brutto, gioire per un ritiro, ma quando Adrian si avvicina a rete con la mano tesa, perché il ginocchio – il ginocchio, guarda l’ironia – gli ha ceduto, è come se ci togliessero un quintale di mattoni dalla schiena.

Nei tre turni successivi Roger sciorina la sua dominanza tra le righe di gesso, anche malconcio, anche a 39 anni: dispiace solo per Sonny, che meritava miglior sorte. Siamo ai quarti, e non conteniamo più l’euforia. C’è arrivato anche Nole, ça va sans dire, ma è lassù, e dopo l’ostacolo modesto di Fucsovics, avrà Shapovalov, che se per una volta gioca come ci aspettiamo giochi da almeno tre anni, lo squalo può fiocinarlo eccome. Ciò significherebbe nono titolo a Londra per il re – e 21° titolo slam, di nuovo in testa, tocca a voi raggiungermi ora – perché Hurkacz, Berrettini e Denis si scioglieranno al suo cospetto.

Ma il polacco dalla faccia triste non è d’accordo: si fosse intascato il tie break del 2°, forse Roger avrebbe ritrovato fiducia nel suo tennis, raccolto le ultime energie e vinto al 4°. Non è andata così e l’infamia di quello 0-6 sulla riga del 3° set ne insozzerà il curriculum ventennale, con l’aggravante di rappresentare l’ultimo risultato di un match ufficiale.

Da quel luglio dell’anno scorso poche e scarne le notizie su Roger, sulle sue intenzioni, sull’infortunio al ginocchio – i maligni ne minimizzano la consistenza, sta semplicemente cercando una scusa per uscire dal circuito con dignità. Federer a poco a poco sparisce anche dai social, qualche spot per gli sponsor, qualche spezzone di vita familiare, briciole di pane che noi Pollicini seguiamo devoti e confusi.

La scena allora se la prende tutta Djokovic: Nadal pure è malandato, il Fab4 Murray gioca i challenger, il Fab5 Stan neanche quelli, la ex next-gen annaspa in eterna incubazione, Alcaraz comincia a far parlare di sé ma non è ancora l’alieno che è diventato. Certo, Nole dilapida uno Us Open e un Grande Slam già in saccoccia, sennonché, per una volta, riceve affetto sincero dal pubblico di New York, grazie alle prime lacrime della sua carriera – gli americani si sa hanno il cuore tenero. L’universo torna in asse nel gennaio 2022, Djokovic torna a fare il Djokovic, nel braccio di ferro col governo australiano inanella una serie di figuracce epocali, ma è pur sempre al centro del palco, l’unica cosa che conta per lui.

Scemato il tragicomico thriller downunder, rispunta Rafa, doppietta AO-RG (soltanto il 14°), poi di nuovo Nole col settimo sigillo a Wimbledon (come Sampras, surreale). Roger aleggia ancora sul circuito ma sempre più etereo, sfocato, e l’annuncio di giocare Laver Cup e Basilea è battuto dalle agenzie con l’enfasi eccessiva di chi da tempo ha pronto il pezzo del de profundis.

Noi rogeriani integralisti ridimensioniamo, circoscriviamo, contestualizziamo: terza operazione al ginocchio, non scende in campo da un anno, cosa pretendiamo da lui, che s’iscriva a Gstaad, Washington, Metz come un Rinderknech qualsiasi? Le argomentazioni valide a che si auspichi un ritorno nel 2023 non mancano, eppure una vocina interiore, quella cattiva, quella che se ne impipa dell’amore e della venerazione, ci bisbiglia all’orecchio che trattasi di passerella finale.

In realtà una pre-passerella c’è già stata, proprio a Wimbledon, in occasione della sfilata dei campioni per celebrare i cento anni del campo centrale: lui è uscito per ultimo infiammando la folla, tuttavia pareva un diplomatico svizzero in visita all’ambasciata di Londra, non uno che quel torneo lo volesse ancora giocare e, magari, vincerlo. Pur nell’obbligata fumosità delle dichiarazioni, dai suoi occhi è trapelata una sorta di malinconia, una premonizione, sento che questa è l’ultima volta in cui calco la mia adorata erba da professionista.

Non ci aiuta a recuperare entusiasmo la scomparsa di Roger dalle classifiche ATP, i 360 punti dei quarti 2021 sono vecchi di un anno e volano via, la sua faccia ormai sovrapposta a quella di chissà chi altro. Federer ora è un fantasma, se ne avverte la presenza ma in realtà non esiste, in questo assurgendo letteralmente a oggetto di culto fideistico, non ti vedo però so che ci sei.

A posteriori, i so-tutto-io che avevano pronosticato l’ultimo saluto a Basilea hanno avuto ragione, incuranti del fatto che Roger avesse preventivato tutt’altro: non ci pensava affatto a una stagione di sfilata finale modello Edberg; lui, e la famiglia, e lo staff, e milioni di fanatici, e l’ATP tutta, ci credevano in un percorso soft per rientrare nel 2023 risanato, allenato, carico a pallettoni, pronto a ripetere il miracolo di AO 2017.

Poi le Parche decidono di recidere il filo ancor prima del previsto. Il ginocchio ha una ricaduta, qualcosa a proposito di una formazione anomala di liquido, non conta, ciò che conta è che Roger rinuncia a Basilea. E allora ce lo chiediamo tutti: se salta il torneo di casa, come può ripresentarsi in Australia, con zero match all’attivo in quasi due anni? Senza classifica? In balia di un tabellone che potrebbe accoppiargli al primo turno una trentina di avversari in grado di batterlo, e batterlo male, da umiliarlo più di quanto abbia fatto il 6-0 preso da Hurkacz? Va bene l’amore per il tennis, ma esiste anche l’amor proprio, e Roger non può buttare al vento l’epica del suo ventennio di splendore per elemosinare ancora un po’ di riflettori.

È lì che capiamo, è lì che iniziamo a piangere, poco importa che la Laver è stata confermata, farà il doppio, ché col suo braccio può giocarlo pure in carrozzella.

Paradossalmente il dolore è più mitigato che acuito dalla lettera d’addio urbi et orbi del 15 settembre: la leggerezza e la genuinità delle sue parole ci rinfrancano, nulla di narrativamente memorabile ma tutto di una verità disarmante, impregnata di rispetto e gratitudine per quanto il tennis gli ha regalato. Con la sua voce tranquilla a prenderci per mano.

Così siamo arrivati pronti a venerdì sera. Pronti a vederlo cedere emotivamente e a cedere con lui. Non è stato un crollo, piuttosto un abbandono, inutile ribellarsi a quel tumulto di sensazioni, inutile vergognarsi e nasconderle; Roger l’avrebbe potuto e saputo fare, è un uomo di 41 anni, padre di quattro figli, l’ha fatto altre volte in passato: ma come tante volte in passato ha pianto di gioia, venerdì ha pianto… di gioia, di nuovo. Il suo universo era lì, famiglia staff avversari compagni di strada, più ventimila eletti in rappresentanza di noi a casa. Perché piangere di dolore? Davvero non ci dormirà la notte ad avere meno slam degli altri? O ad aver perso il record di settimane da n. 1? Davvero vivrà nel cruccio di non aver superato Connors nel computo dei tornei vinti? No, nessun dolore, Roger ha pianto di gioia: perché è consapevole del privilegio avuto in dono – l’ha scritto egli stesso senza fastidiose false modestie: il fato gli ha fornito un talento speciale, lui ha soltanto assecondato quel disegno divino.

Insieme a Roger, a tutti noi, tra le luci della O²Arena ha ceduto anche Nadal, lui sì in preda alla disperazione: Rafa perde IL rivale di mille duelli, certo, e forse si è proiettato in un futuro non troppo lontano, quando festeggeremo lui. Ma le lacrime di Rafa erano per un amico, qualcuno cui vuole davvero bene e che per farsi qualche risata d’ora in poi dovrà andare a cercare tra le montagne svizzere.

Ecco, tutto il bene che il mondo ha voluto e vorrà sempre a Roger Federer sta in quell’incontro di mani tra lui e Nadal rubato dalle telecamere: Roger e Rafa, Rafa e Roger, intrecciati come due bambini cresciuti insieme, nella mano libera una racchetta, nel cuore l’idea di rendere la loro e la nostra vita un poco migliore.

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