Australian Open: Rublev vince un match altalenante contro Rune. Il "nastro" è russo, ma quanti sprechi per il danese

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Australian Open: Rublev vince un match altalenante contro Rune. Il “nastro” è russo, ma quanti sprechi per il danese

Rublev annulla due matchpoint al suo avversario e poi rimonta da 3-7 nel super-tiebreak. Match condizionato dalla forte emotività dei due tennisti. Ora ai quarti il vincente di de Minaur-Djokovic

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Andrey Rublev - Australian Open 2023 (foto Twitter @atptour)
 

[5] A. Rublev b. [9] H. Rune 6-3, 3-6, 6-3, 4-6, 7-6(9)

Una partita illogica, dove chi si è trovato in una posizione di vantaggio alla fine non ha mai saputo capitalizzare al meglio le occasioni. Ai quarti di finale ci arriva Andrey Rublev che elimina Holger Rune in cinque set dopo una battaglia tennistica durata 3ore e 39′. Il danese è andato a servire sul 5-3 ed è stato il primo ad arrivare a matchpoint, per non parlare del fatto che si è trovato avanti 5-0 e 7-3 nel corso del supertiebreak. Ma alla fine è stato un nastro a porre fine a un lungo inseguimento (come accaduto a Murray contro Berrettini) con tanti colpi di scena che premiano il più costante nel corso della partita. Il danese dimostra la sua qualità, ma dovrà lavorare soprattutto sull’aspetto mentale.

Rublev chiude una gara che sembrava sua nel quarto set, quando avanti di un set, non ha saputo dare la spallata decisiva al suo avversario che pareva in balia delle onde. Ben 22 gli ace del russo, con 58 vincenti che alla fine hanno fatto la differenza. 60 gli errori non forzati, invece, di Rune che ne ha commessi tre in fila nel momento della verità, quanto avanti 5-3 nel quinto set ha perso il servizio a “0”. La fortuna va dalla parte di Rublev che non manca occasione per lanciare messaggi di “pace”, sfruttando l’eco di questo prestigioso slam. Il classe 2003 avrà altre occasioni per rifarsi e mostrare il suo grande talento. Mentre Rublev è a caccia della sua prima semifinale Slam, e ancora una volta non sarà impresa facile dato che sulla sua strada c’è il vincente di Djokovic-De Minaur

 

PRIMO SET – Partita che si gioca su scambi corti con entrambi i giocatori protesi a cercare immediatamente il vincente appena ne hanno l’opportunità senza scambiare più di tanto. Le percentuali relative alla prima di servizio hanno la loro importanza in un match disputato tra due giocatori che prediligono lo schema “servizio e dritto”. Nel primo parziale, durato 38′, le chances le accumula tutte Rublev, e si materializzano anche alla “collaborazione” di Rune che serve solo il 46% di prime palle. I problemi al servizio del danese si ripercuotono sul suo gioco e lo costringono a concedere palla break nel corso del quarto game. Poi tocca al russo fare attenzione sul suo turno di battuta: si affida a delle ottime prime di servizio per cancellare tre palle break consecutive del danese.

In un’altalena di occasioni, il primo ad avanzare con un break di vantaggio è proprio la testa di serie n. 5, in un game in cui il giovanissimo Holger commette tanti errori gratuiti. Nel turno di servizio successivo, dopo esser stato a un punto dal 5-2, il russo fa rientrare immediatamente il suo avversario in partita. Altro break nell’ottavo gioco: Rune scende di percentuali con il servizio e Rublev va a servire per il set: 6-3 in 38′.

SECONDO SET – Dopo aver cancellato tre opportunità di break in avvio di set, Rune sale con la prima di servizio e passa al 65% di prime palle servite, da cui ottiene ben il 79% di punti. All’improvviso il russo commette un doppio fallo e due errori di diritto che mandano Rune avanti di un break. Non si gioca sul turno di servizio del danese, mentre tocca ancora al russo concedere due setpoint all’avversario nell’ottavo gioco. Tre buone prime rimandano l’appuntamento con la parità dei set ritrovata poco dopo: 6-3, stavolta per Rune.

TERZO SET – Avvio di terzo set molto equilibrato con il servizio a far la differenza. Nel quarto gioco arrivano due errori di diritto del danese che offre palla break con una sciagurata “volee” sbagliata a rete. La prima di servizio aiuta a tirarsi fuori dalle problematiche riscontrate e comanda lo scambio che lo porta sul 2-2. Sesto gioco disastroso quello di Rune che perde a “zero” il servizio. La prima latita e Rublev è abile a prendere l’iniziativa e a chiudere agevolmente due scambi ben impostati. Un doppio fallo spalanca la porta a tre palle break: ne basta una per portare il russo avanti nel punteggio.

Il danese accusa il colpo, con il russo che mette in fila dieci punti, senza subirne alcuno. Sul servizio di Rublev non si gioca, con il n. 6 del mondo perfetto con il servizio a impostare in maniera lucida gli scambi. Si chiude 6-3 in favore di Rublev, con un dato che fa molto riflettere, ovvero i 15 errori non forzati commessi dal danese a fronte di 3 vincenti.

QUARTO SET – Subito in difficoltà Rune sul suo turno di servizio. La seconda va a 144km/h e il russo ne approfitta per spingere con i suoi colpi in risposta. Sul 30-30 arriva anche un doppio fallo che palesano le difficoltà in battuta del danese, sotto pressione anche per merito del suo avversario. Poi si inventa una “seconda” parente stretta di una “prima” e la paura passa. Rune è troppo falloso e commette grossolani errori anche tattici che tengono sulle spine il suo angolo. Un errore sotto rete, un altro doppio fallo e Rublev con un passante di dritto si riporta a palla break. Ritrova la prima e il primo game va in archivio dopo 16 punti. Il danese comincia ad accusare un malessere fisico e chiama il fisioterapista. Tre vincenti di dritto costringono il russo ai vantaggi sul suo turno di servizio, ma con due “ace” risolve la pratica. E’ un colloquio con lo staff sanitario quello che avviene al cambio campo: nessun intervento sul fisico di Rune, ma solo rassicurazioni per il classe 2003 forse colpito da un attacco di ansia. Del resto a vent’anni, giocare il primo ottavo di finale slam potrebbe mandarti in crisi.

Il colloquio con i medici ha l’effetto di tranquillizzare il giovanissimo danese che in un match senza regole, per primo strappa il servizio al suo avversario. Falloso Rublev che agevola il break del sesto gioco con un doppio fallo e un errore di dritto affossato in rete. Rune spinge con il servizio, che sia prima o seconda, e ritrova serenità e fiducia nei suoi colpi. Ma il russo riesce a rientrare in partita grazie agli “orrori” del suo avversario. Debutta nel nono gioco con un doppio fallo, poi rimedia con il servizio e, sfruttando gli errori in risposta del russo, specie sul 30-30, si porta a setpoint. Il danese è lento nello spostamento a sinistra e non chiude. Anzi, si complica la vita da solo poco dopo offrendosi a palla break con uno sciagurato errore a rete. Il doppio fallo rimette tutto in discussione. Rublev serve per la parità, forte del fatto che dall’altra parte della rete arrivano errori a volontà. Ma la regola della gara è che non esistono regole, tant’è che sul più bello in casa Rublev si spegne la luce. Il danese reagisce prontamente all’occasione mancata e conquista il set giocando un game perfetto in risposta: un passante su una “volee” ballerina di Rublev e un errore clamoroso del russo dopo una difesa a oltranza del danese riporta in parità il computo dei set: 6-4.

QUINTO SET Nel quinto set parte con un’autorità il danese, mentre il russo con un doppio fallo concede tre palle break al suo avversario. La prima l’annulla con l’ace, la seconda con una discesa a rete convincente dopo uno dei più lunghi scambi del match, la terza anche è cancellata dalla prima di servizio. Rublev risale da 0-40 e tira un grosso sospiro di sollievo. Sempre sul suo turno di servizio, è lui a ritrovarsi in difficoltà nel terzo game. Comanda Rune col dritto e la quarta occasione di break nel set è da lui sfruttata alla perfezione. Al servizio il danese non trema, mentre a sembrare fuori dalla gara è Rublev. L’ottavo gioco è transitorio e tutto si decide in quello successivo. Certezze ne abbiamo? Quella che quando in questa gara un giocatore appare in difficoltà in realtà si trova in una posizione di vantaggio. L’iniziativa la prende il russo e fioccano due vincenti e due errori di Rune: arriva il break. Il danese cede a “zero” la battuta dopo che nel set aveva ottenuto il 91% di punti con la prima di servizio. Otto punti consecutivi a favore di Rublev servono a completare la rimonta.

Bilancia che pende dalla parte del russo e la regola vuole che le chances arrivino per il danese. E così si materializzano due match point inattesi, grazie al dritto del danese che provoca qualche errore del russo. Rublev dimostra tanto coraggio e li annulla entrambi. Gli aces n. 19 e n. 20 regalano il “supertiebreak” a questa illogica gara. Si comincia con cinque punti in fila per il danese che mette subito alle corde il russo. Malgrado la sua giovanissima età, il danese mostra tanta maturità nella gestione di questa fase decisiva e gioca con pazienza e lucidità tattica. Per muovere il punteggio Rublev si affida come al solito alla prima di servizio, ma ha problemi con il rovescio. Il russo recupera un minibreak, ma subisce la risposta aggressiva di Rune che si riporta 7-3 con due mibreak di vantaggio. Rublev è dietro l’angolo e recupera con coraggio entrambi i minibreak. Pesca la linea con un dritto vincente, poi completa la rimonta con due ottime prime di servizio. Diventano sei i punti consecutivi dopo l’errore di dritto di Rune. Le occasioni frullano nella testa del danese che ha tremato nel momento decisivo del match. Un ace cancella il primo matchpoint e quando tutto sembrava segnato, trema la mano di Rublev che su una palla alta si espone al passante vincente di Rune: 9-9. E’ il terzo matchpoint quello decisivo: sulla seconda del danese, il russo risponde di rovescio e trova il nastro favorevole a consegnarlo ai quarti di finale. Un epilogo folle, come del resto l’intera gara.

Per Rublev ai quarti ci sarà il vincente della sfida tra Djokovic e De Minaur.

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Australian Open, preview finale maschile: Tsitsipas per la storia, Djokovic per la leggenda. Entrambi per la prima posizione

Manca sempre meno alla finale più attesa, l’ideale. Il greco e il serbo si contendono pezzi di storia personale e mito, oltre che il n.1 del ranking

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Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @atptour)

[3] Stefanos Tsitsipas – [4] Novak Djokovic

Il torneo delle sorprese e delle rivelazioni, tra eliminazioni eccellenti e storie da ricordare, si è infine ritrovato nella finale che era più lecito attendersi, tra i due giocatori migliori delle due metà di tabellone, e che hanno sempre mostrato grande feeling con l’Australia. Stefanos Tsitsipas, dopo tre semifinali perse negli ultimi quattro anni, battendo Khachanov ha finalmente conquistato la prima finale qui all’Australian Open, la seconda in carriera in uno Slam (al Roland Garros, dove si fece rimontare due set di vantaggio da Djokovic…anche se nessuno dei due sembra ricordarlo), mostrando maturità e gestione della tensione. Per il serbo sarà il decimo atto conclusivo sulla Rod Laver Arena, con 9 vittorie su 9 finali giocate in precedenza, l’ultima nel 2021 contro Medvedev. Sarà inoltre la 33° finale in assoluto in un Major, curiosamente la sesta di fila contro un avversario che non ha mai vinto un torneo del grande Slam (l’ultima volta contro un giocatore già campione in precedenza fu contro Nadal al Roland Garros d’ottobre, nel 2020).

La vittoria di Nole domani, con la partita che inizierà alle 9:30 italiane, gli porterebbe in dote il ventiduesimo titolo dello Slam, andando così a raggiungere Nadal al primo posto per vittorie nei Major, scrivendo un’ulteriore pagina di storia, entrando sempre più nella leggenda. Tsitsipas avrà invece l’occasione di divenire il diciannovesimo vincitore Slam del XXI secolo, e del secondo millennio, il primo a vincere il titolo di battezzo all’Australian Open da Wawrinka nel 2014. Sul piatto ci sarà però anche la prima posizione in classifica, con il vincitore che da lunedì scavalcherà Carlos Alcaraz come n.1 del mondo; occasione che si ripete per il secondo Slam di fila, dato che anche Carlitos è salito sul gradino più alto del podio dopo la vittoria nella finale dello US Open contro Ruud. I precedenti parlano abbastanza chiaro: 10-2 a favore di Djokovic, che ha vinto gli ultimi nove, con l’ultima vittoria del greco a Shangai 2019; da notare che però dei sette incontri sul cemento, (5-2 per il serbo) Tsitsipas ha vinto due dei tre match outdoor, capitolando sempre indoor. Inoltre, l’unico precedente a livello Slam è sempre in una finale, quella famosa del Roland Garros 2021.

 

Alla luce di ciò, dell’esperienza e del gioco mostrato nell’arco del torneo, è quasi impossibile non figurarsi già le immagini del serbo che alza il trofeo sotto il cielo dell’estate australiana, eppure…Eppure Tsitsipas ha giocato un Australian Open d’esperienza e qualità, di eleganza e sostanza, superando sempre con successo gli ostacoli e mostrandosi maturo come mai era successo nella sua carriera probabilmente. Ha saputo gestire i vantaggi e le rimonte, i giocatori che amano il ritmo alto e quelli che si esaltano in scambi lunghi e poco intensi; soprattutto, potrà giocare il suo dritto a braccio sciolto, e il servizio a cuor leggero, perché domani il favorito non è lui. Novak Djokovic gioca praticamente ogni match con il pronostico dalla sua da 10 anni (salvo qualche incrocio con Nadal sulla terra), dunque pensare che soffra la pressione è quasi utopico, ma che abbia un calo lo si può opinare. Il n.4 del mondo ha perso finora solo 50 game (qui nel 2011 vinse lasciandone per strada solo 60, il quantitativo di game più basso concesso nella sua carriera negli Slam vinti), di cui solo 5 break. Numeri che manifestano netta dominanza.

Va però sottolineato che domani troverà il primo (non ce ne vogliano Paul, Rublev, De Minaur e compagnia) “vero” avversario, che possa realmente dargli filo da torcere e giocarsela a viso aperto, senza timore reverenziale. Il greco ha già dimostrato che può farlo, che sa affrontare le leggende senza guardarle dal basso ma da pari a pari, come dimostra l’opera d’arte compiuta contro Nadal ai quarti del 2021. Il n.3 del seeding dovrà cercare di servire benissimo e di piazzare bene la battuta, trovandosi contro il miglior ribattitore del circuito, oltre che sbagliare il meno possibile e cercare di essere più incisivo che può con il dritto. Una tattica per uscire dallo scambio, e non concedere a Djokovic il tempo di martellarlo sulla diagonale del rovescio (il chiaro tallone d’Achille) potrebbe essere usare lo slice per poi prendere la rete, così da costringere il serbo a un gioco veloce, frenetico, senza troppo margine per preparare i colpi. D’altro canto è verosimile che Nole sappia quanto sin da subito dovrà cercare il lato sinistro di Stefanos soprattutto con cambi in lungolinea, senza dargli così tempo per girarsi sul dritto. Dovesse andare su questi binari, decisi da Djokovic, allora bisognerà dare ragione ai bookmakers: 1,20 su Bet365 e Snai la sua vittoria, 1,23 su Sisal, con queste ultime due che pagano invece 4,50 volte la posta il primo Slam di Tsitsipas, contro il 4,80 di Bet.

In Grecia spereranno che per una volta le quote si sbaglino, come forse molti di coloro che si auspicano questo tanto decantato cambio generazionale. Tsitsipas non è nuovissimo a ribaltare i pronostici, ma domani dovrà compiere il suo capolavoro, alla prima finale a Melbourne Park. Il suo avversario, che forse potrebbe quasi essere definito “passato” dai meno attenti, la prima finale qui la giocò esattamente 15 anni e un giorno fa, il 27 gennaio 2008 contro Jo Tsonga (che ora si è ritirato). Sarà uno scontro di stili, epoche, gioco, totale si potrebbe definire. Come lo spettacolo che ne uscirà, questo è poco ma sicuro.

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Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

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Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

 

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

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Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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