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ATP

Thiem: “Il tennis è per ricchi; per diventare pro serve circa un milione di euro”

Mai banale, anche quando sembra esserlo. Dominc Thiem non scopre l'ovvio ma lo rende visibile, senza ipocrisie: "Praticamente nessuno può permettersi certe cifre"

Ultimo aggiornamento: 16/10/2025 20:58
Di Carlo Galati Pubblicato il 15/10/2025
6 min di lettura 💬 Vai ai commenti
Dominic Thiem - ATP Madrid 2021 (ph. Alberto Nevado)

Ci sono delle definizioni che alle volte sembrano essere anche eccessivamente banali nell’esprimere dei concetti che sono così chiari, che esprimerle vorrebbe dire confermare l’ovvio. Tennis=sport da ricchi è solo un vecchio retaggio culturale, superato dai tempi o è una (scomoda) verità? Senza paura di smentita le evidenze sono abbastanza chiare: lo sa bene Dominic Thiem, ex numero 3 del mondo e vincitore dello US Open 2020, che al podcast Jot Down Sport ha ammesso senza giri di parole che sì, “il tennis è uno sport per ricchi” e che “dai 13 ai 18 anni bisogna investire quasi un milione di euro”. Una cifra che, dice l’austriaco, “praticamente nessuno può permettersi”. E anche quando si trovano sponsor o piccoli investitori “resta tutto molto costoso, perché dai 13 ai 18 anni, o fino al momento in cui il ragazzo o la ragazza inizia a guadagnare, bisogna pagare tra gli 80.000 e i 100.000 euro all’anno”.
Thiem racconta poi la situazione di un suo giovane allievo: “Abbiamo, ad esempio, un giocatore di 17 anni che gareggia allo US Open Junior ed è molto bravo, ma quando hai 15 o 16 anni e inizi a giocare nei tornei di categoria, viaggi quasi come un professionista: 30 o 35 settimane all’anno. E non c’è premio”. Finché non si raggiunge il professionismo, insomma, nel tennis si spende e basta.

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IL SISTEMA DEI FINANZIATORI: SCOMMESSE SUI TALENTICOSTI ANCHE TRA I PROFESSIONISTIUNO SPORT COSTOSO ANCHE PER CHI GUARDATRA REALTÀ E ILLUSIONE

IL SISTEMA DEI FINANZIATORI: SCOMMESSE SUI TALENTI

Per chi non ha mezzi propri, una delle vie più percorse è quella degli investitori privati. “È una soluzione abbastanza comune – spiega Thiem –: qualcuno investe 50.000 o 100.000 euro all’anno in te e, in cambio, riceve una percentuale dei tuoi guadagni futuri, solitamente limitata a un massimo”. Anche lui, da ragazzo, ci è passato: “L’ho fatto anch’io quando avevo 15 o 16 anni: ricevevo 80.000 euro all’anno e li ho restituiti a partire dai 21, quando ho iniziato a guadagnare molto di più”.
Una formula che è servita anche a campioni come Ana Ivanovic, Grigor Dimitrov e Marat Safin, ma che resta un’arma a doppio taglio. Perché garantisce un presente, ma vincola il futuro. E ancora una volta ribadisce che il tennis, più che altrove, è uno sport dove la nascita conta quasi quanto il talento.

COSTI ANCHE TRA I PROFESSIONISTI

Neppure quando si arriva in alto la prospettiva cambia radicalmente. “Durante il tour le cifre pubblicate sembrano enormi – racconta Thiem – ma su un assegno di 65.000 sterline a Wimbledon si perde facilmente il 60%: prima le tasse nel Paese in cui giochi, poi nel tuo, e poi i costi di allenatori, fisioterapisti, viaggi e attrezzature”. Anche i contratti di sponsorizzazione, sottolinea, non sono tutto oro: “Si devono pagare le tasse in base ai giorni trascorsi in Paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti, perché la propria immagine appare in televisione con i loro vestiti o il loro logo”.
Il tennista, spiega ancora Thiem, è un lavoratore autonomo: “Quando ho iniziato a salire in classifica volevo solo essere finanziariamente sicuro entro la fine della mia carriera”. Un obiettivo che, detto da chi ha vinto uno Slam e ha guadagnato milioni, rende bene la misura delle difficoltà economiche che gravano anche su chi ce l’ha fatta.

UNO SPORT COSTOSO ANCHE PER CHI GUARDA

Il discorso sui costi non si ferma ai giocatori. Anche per chi il tennis vuole soltanto guardarlo, oggi servono risorse non banali. Nei grandi tornei, il biglietto più economico — quello “a visibilità ridotta” — costa 148 euro. E se una famiglia volesse vivere insieme l’esperienza di una giornata sugli spalti, il prezzo finale diventerebbe proibitivo. Senza contare viaggio, pernottamento, pasti e tutto ciò che fa parte dell’esperienza complessiva.
Il paradosso è che, mentre il tennis prova a raccontarsi come uno sport sempre più aperto e globale, il costo per partecipare — dentro e fuori dal campo — continua a salire. Il rischio è che la distanza tra l’élite e il pubblico si allarghi, e che la “classe media del tennis” scompaia: non solo tra i giocatori, ma anche tra gli spettatori. Basta girare per tornei per capirlo; New York in tal senso è un esempio lampante: biglietti più bassi a 200 dollari e tutto un contorno di spese che fa lievitare la giornata media a cifre da capogiro.

TRA REALTÀ E ILLUSIONE

“Nel tennis non si guadagna, finché non si vince”, ha ricordato Thiem. Una frase che vale per chi sogna di diventare professionista, ma anche per chi, da spettatore, deve fare i conti con la realtà dei prezzi. Le Academy e le fondazioni — come quella di Jannik Sinner, che sostiene giovani talenti privi di mezzi — provano a colmare un divario che resta enorme, ma la verità è che, oggi, il tennis è ancora uno sport in cui serve poterselo permettere.
Un mondo dove il talento è necessario ma non basta, dove la passione spesso cede il passo alla possibilità economica. E dove, come ha ammesso Thiem con la schiettezza di chi ha visto entrambi i lati della medaglia, “il tennis è uno sport meraviglioso, ma è uno sport per ricchi”. Con buona pace della banalità.


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