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Opinioni

La Davis e il rebus della formula giusta. Alcaraz la vuole biennale, ma se la soluzione fosse una Final Four?

A Torino Sinner ha parlato della formula della Coppa Davis e in tanti hanno detto la loro. Un'analisi punto per punto di tutti i pezzi del puzzle

Ultimo aggiornamento: 20/11/2025 14:27
Di Vanni Gibertini Pubblicato il 18/11/2025
13 min di lettura 💬 Vai ai commenti
La Coppa Davis - Malaga 2023 (Photo by Clive Brunskill/Getty Images for ITF)

Eliminazione diretta vs Round Robin

Questo è probabilmente uno dei pochi aspetti sul quale tutti sono d’accordo: è più sopportabile il rischio di vedere uscire subito la Nazione favorita di quello di avere calcoli astrusi e possibili “biscotti” che determinano il passaggio del turno.

Sezioni
Eliminazione diretta vs Round RobinCollocazione in calendarioSoldi e puntiLa soluzione?

Il Round Robin funziona alle ATP o WTA Finals perché è una volta all’anno, e si può capire il valore di poter offrire almeno tre match dei migliori tennisti dell’anno. Ma il tennis è fatto per l’eliminazione diretta, e in Coppa Davis, con tutte le altre componenti variabili che ci sono (la scelta dei giocatori, la loro intercambiabilità, le formazioni di doppio, etc..), introdurre anche l’elemento delle possibili sconfitte “di comodo” appare davvero contro lo spirito della competizione.

Collocazione in calendario

Questo è uno dei punti più dolenti della questione, e sfortunatamente si tratta di un elemento quasi totalmente fuori dal controllo dell’ITF. Il calendario è gestito dall’ATP, e le settimane “concesse” alla Davis sono fisse, in base ad un accordo che, su richiesta stessa dei giocatori, ha visto scegliere le settimane post-Slam e quella post Finals.

La rivoluzione Kosmos aveva previsto di ridurre gli impegni da massimo quattro ogni anno a due, sperando che questa riduzione convincesse i Top players a impegnarsi con regolarità. Ora gli impegni sono tornati tre (con i Qualifiers 1 e i Qualifiers 2), e collocati in settimane poco desiderabili per chi arriva spesso in fondo ai tornei dello Slam.

Uno spiraglio forse si vede: il 2028, con l’introduzione del Masters 1000 in Arabia Saudita e la conseguente necessità di eliminare qualche torneo ATP 250 potrebbe portare a un rimescolamento magari favorevole a una migliore collocazione delle settimane di Davis. Ma bisogna che si riesca a trovare una formula stabile rapidamente per non perdere questo treno.

Soldi e punti

I soldi ci sono: lo scorso anno le Finals di Davis misero in paio più di 15 milioni di dollari, con più di 2,6 milioni intascati dalla nazionale italiana vincitrice dell’insalatiera. Anche per gli sconfitti dei quarti di finale c’erano più di 535.000 dollari, ovvero più di 100.000 dollari a giocatore solo per la presenza. Siamo a livelli di torneo dello Slam.

Per i punti la situazione è simile a quella del calendario: è tutto in mano a un possibile accordo tra ITF e ATP, dato che è l’ATP a controllare la classifica e a decidere chi assegna i punti o meno.

La soluzione?

E quindi, come se ne esce? Per una volta sono abbastanza d’accordo con il direttore Ubaldo Scanagatta, secondo cui la formula attuale va bene per le eliminatorie (i Qualifiers 1 e i Qualifiers 2 con il sistema casa-trasferta), ma la fase finale in sede unica dovrebbe avere due settimane dedicate e incontri al meglio dei cinque match distribuiti su due giornate consecutive, esattamente come accade nei qualifiers.

Io vedo difficile la possibilità di avere due settimane dedicate alle finali di Davis, per cui credo potrebbe essere più realistico puntare su una Final Four, per mantenere la durata di semifinali e finale entro la settimana.

La sede unica per la fase conclusiva credo sia imprescindibile per una serie di motivi: innanzitutto per mantenere l’interesse vivo con almeno quattro squadre ancora in corsa, e poi per insormontabili questioni organizzative. Le Finals di Davis meritano una cornice adeguata, e gli impianti di quelle dimensioni sono solitamente prenotati con più di un anno di anticipo.

Con la formula della Coppa Davis in vigore fino al 2018, la Nazione ospitante la Finale non era nota fino alla terza settimana di settembre, lasciando poco più di due mesi per decidere la sede, organizzare tutto e promuovere l’evento. Molto spesso si è finito per giocare dove c’era posto, e non dove si sarebbe voluto giocare. Nel 1991 la Francia vinse la sua prima Coppa post-Moschettieri a Lione davanti a soli 6.500 spettatori, perché il Palais de Bercy era occupato da un concerto. Gli USA vinsero la loro ultima Coppa in casa nel 2007 al Memorial Coliseum di Portland: avrebbero voluto giocare in un’arena più grande dei 12.000 posti del Coliseum (e magari anche nel fuso orario orientale per migliori orari televisivi), magari nel leggendario Madison Square Garden di New York, ma con quelle tempistiche è stato necessario adattarsi. Nel 2013 il Canada è stato a pochi punti dal dover ospitare la Finale prima di essere eliminata dalla Serbia in semifinale: se ciò fosse successo avrebbero dovuto ripiegare sulla Videotron Arena di Quebec City solo perché era nuova di zecca e ancora senza impegni di lungo termine.

Qualunque soluzione si troverà sarà quasi sicuramente un compromesso che difficilmente riscuoterà applausi a scena aperta. D’altra parte il tennis è sempre stato uno sport individuale, e la sua trasformazione, poche volte l’anno, in una disciplina di squadra non sarà mai un esercizio spontaneo e naturale.

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TAGGED:Coppa Davis
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