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Interviste

Andy Murray: “Avrei voluto essere più gentile con me stesso. Avevo perso fiducia nei media perché …”

L’ex numero uno del mondo si racconta senza filtri: il rimpianto di non essersi goduto i successi, l’amore per la famiglia, la critica agli abusi dei tifosi e un’idea sorprendente per il futuro.

Ultimo aggiornamento: 28/11/2025 13:38
Di Jenny Rosmini Pubblicato il 26/11/2025
10 min di lettura 💬 Vai ai commenti
Andy Murray - Australian Open 2025 (foto X @usopen)

Le dichiarazioni di Andy Murray che seguono sono tratte da una lunga conversazione con Romesh Ranganathan nel podcast “The Romesh Ranganathan Show”. Il format, come recita la presentazione ufficiale su YouTube, porta “le più grandi star del mondo” a chiacchierare con Romesh tra confidenze, retroscena e molte risate.

Sezioni
“Dopo il ritiro ho davvero capito cosa ho fatto”Un campione che amava allenarsi, non competereDal tennis al green: Murray sogna di diventare caddieLa bellezza della normalità: “Ora posso essere un papà”Judy Murray è molto diversa dal mito mediaticoSocial e stadi sempre più tossici. Murray: “Non capisco perché lo accettiamo”Un Murray più libero, più ironico…

In questo contesto informale, Andy Murray – tre volte campione Slam, doppio oro olimpico, ex numero uno del mondo e icona dello sport britannico – si lascia andare a un racconto personale e autoironico: dal rapporto con la propria carriera alla nuova quotidianità da padre, fino a una possibile svolta inaspettata… sul green.

“Dopo il ritiro ho davvero capito cosa ho fatto”

Andy Murray parla del ritiro con molta serenità. Racconta che il punto di svolta è arrivato subito, molto più rapidamente di quanto avesse immaginato anche perché: “Ha aiutato il fatto che fossi pronto a ritirarmi. Fisicamente non riuscivo più a giocare al livello che volevo e il mio corpo mi stava dicendo che era arrivato il momento. Non sentivo di avere molto altro da dare. Nel giro di dieci giorni dalla fine della carriera, ho guardato indietro e ho pensato: ‘Wow, non posso credere di essere riuscito a fare tutto questo’.”

Un pensiero maturato tardi, perché per anni, immerso in una delle epoche più competitive nella storia del tennis, non era riuscito a vedere con chiarezza il valore dei propri risultati. Con Federer, Nadal e Djokovic come punto di riferimento quotidiano, Murray sentiva costantemente di dover inseguire un livello quasi sovrumano. Non c’era tempo per congratularsi con se stesso, né per concedersi una pausa. Anche le vittorie più grandi venivano immediatamente seguite da un’altra sfida, un volo intercontinentale, un nuovo torneo da affrontare.

L’esempio che riporta è emblematico: dopo l’oro olimpico a Rio 2016, la celebrazione è durata poche ore. “Ho preso un volo la stessa notte per Cincinnati, dove avrei giocato due giorni dopo”, racconta. “Avrei potuto fermarmi, godermi il momento, ma non lo fai mai. Senti di dover andare avanti”. Oggi, da ex giocatore, quella frenesia gli appare quasi insensata. E insieme emerge un rimpianto sincero: non essersi trattato con più gentilezza, non aver permesso a sé stesso di vivere appieno gli istanti più belli.

Un campione che amava allenarsi, non competere

La parte forse più sorprendente è questa: Murray confessa che la competizione, il cuore pulsante dello sport professionistico, lo stressava profondamente. Allenarsi, migliorarsi, costruire passo dopo passo un livello sempre più alto gli piaceva moltissimo. Ma le partite? “Le trovavo stressanti”, ammette.

“Ripensandoci, se a 17 o 18 anni qualcuno mi avesse detto: ‘Giocherai una finale di Wimbledon’, non mi sarebbe importato vincere o perdere. Mi sarebbe bastato solo giocarla, ma una volta che ci arrivi, la pressione per vincere e fare bene è enorme. Se perdi una finale, è: ‘Perché non hai vinto? Sei abbastanza forte mentalmente? Il tuo gioco è abbastanza valido?’ C’è sempre pressione a performare. È una delle cose più belle dello sport, ma anche una delle più difficili”.

La sua carriera è quindi il risultato di una determinazione enorme, non del piacere della scena o dell’adrenalina. È la storia di un atleta che ha trovato la grandezza non in ciò che gli veniva naturale, ma in ciò che sapeva di dover affrontare per raggiungere i propri obiettivi.

Dal tennis al green: Murray sogna di diventare caddie

Quando Romesh gli chiede se ha qualcosa di nuovo da rivelare, Murray sgancia una sorpresa assoluta: vuole diventare un caddie. “Lo sto considerando davvero”, spiega. “Amo il golf. E se ami uno sport, penso che stare accanto a un grande giocatore nei suoi momenti più importanti sarebbe un lavoro fantastico”.

Murray gioca tre o quattro volte a settimana, sempre durante l’orario scolastico dei figli. Non è un passatempo: “Se lavori con un top player”, dice. “Puoi aiutare nelle decisioni, nella strategia. Sarebbe un ruolo bellissimo”. Il sogno? “Robert MacIntyre. Essere con lui quando vince l’Open… sarebbe incredibile”.

Questa idea ci indica che Murray non vuole più essere il protagonista assoluto, ma vuole comunque restare dentro lo sport, con un ruolo diverso.

La bellezza della normalità: “Ora posso essere un papà”

Uno dei momenti più teneri dell’intervista arriva quando Murray parla della nuova quotidianità. Dopo anni trascorsi tra voli, hotel e tornei, ora vive ciò che per molti è la normalità: portare i figli a scuola, assistere alle loro attività, stare a casa senza prepararsi per un match decisivo. “Mi ero preoccupato molto per la vita dopo il tennis, ma ora che ci sono dentro… la adoro”.

Il senso di colpa per ciò che ha perso — compleanni, prime partite, prime giornate di scuola — emerge ma senza amarezza: oggi, dice, ha finalmente la possibilità di “essere presente”.

E non mancano i dettagli divertenti: la figlia maggiore, per esempio, non vuole che scenda dall’auto quando l’accompagna a scuola. “‘Non aprire la porta. Resta in macchina’”, racconta ridendo. “Credo sia imbarazzata da me”. Una scena che capovolge completamente l’immaginario del campione: l’uomo che ha giocato finali Slam davanti a milioni di persone… intimidito davanti al cancello della scuola.

Judy Murray è molto diversa dal mito mediatico

Per anni Judy Murray è stata presentata come una “mamma invadente”, una figura severa che avrebbe spinto i figli in modo ossessivo. Andy chiarisce che non è mai stato così. “Ha sempre reso il tennis divertente”, ricorda. “Organizzava tornei in cui il risultato contava poco. L’importante era stare insieme”. E rivela che sia lui sia Jamie hanno avuto momenti di allontanamento dal tennis, sempre rispettati dalla madre. Nessuna forzatura, nessun obbligo.

Mia mamma ha allenato me e mio fratello fino ai 12-13 anni, sempre puntando sul divertimento. Non era severa, anzi: faceva in modo che i tornei fossero un’esperienza di gruppo e non solo una gara. I media l’hanno dipinta come una madre rigida, ma non è vero: ha sempre rispettato le nostre pause e non ci ha mai forzato a giocare. Andavamo in campo perché ci divertivamo.»

Social e stadi sempre più tossici. Murray: “Non capisco perché lo accettiamo”

Murray affronta anche un tema dolorosamente attuale: l’ostilità che gli atleti vivono ogni giorno, soprattutto sui social e negli stadi. Parla dei giovani calciatori che, dopo una sconfitta, scrivono messaggi innocui e ricevono tra i primi commenti:
“‘Vattene dal mio club’. Se hai vent’anni e stai solo cercando di fare il tuo lavoro, non so come fai a reggere certe cose”.

Anche gli stadi sono diventati più aggressivi: Murray racconta gli insulti gridati a Rory McIlroy durante la Ryder Cup. Non sfottò legati al gioco: attacchi personali. Ed ecco l’osservazione più efficace: “In un teatro nessuno tollererebbe uno spettatore che urla ‘Fai schifo’ per un’ora. Nel calcio sembra normale. Non capisco perché”. Un messaggio chiaro e netto, che arriva da chi ha sperimentato la pressione mediatica nella sua forma più estrema.

Un Murray più libero, più ironico…

Chi ascolterà l’intervista avrà la riprova di quanto Murray sia spiritoso, tagliente, capace di autosatira. Murray però sostiene che questo suo lato non sia mai pienamente emerso: “All’inizio della carriera, quando provavo a essere me stesso, alcune cose che dicevo venivano ingigantite, creavano polemiche. Era stancante. Perdevo fiducia nei media e alla fine mi chiudevo, parlavo poco e pensavo solo a giocare”.

Oggi, però, il contesto è diverso. In un podcast comico e informale, con qualcuno di cui si fida, si sente protetto: “In un posto come questo so che se dico qualcosa di sbagliato non proverai a trasformarlo in un titolo contro di me”. Tra battute sui grugniti in campo, giudizi drastici sulle banane (“il frutto più patetico”), riflessioni sul proprio vecchio taglio di capelli e prese in giro sulle abilità motorie di Romesh, viene fuori un Murray sciolto, sicuro – ma sempre con quel tono da umorismo britannico freddo e asciutto.


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