Lo sprint di fine stagione con l’ultimo Masters 1000, la faticosa e inutile corsa per accaparrarsi l’ultimo posto a Torino e le ATP Finals hanno mantenuto altissima l’attenzione sul tennis giocato, com’è giusto che sia. Ora però che il Tour si è concluso, compresa quella manifestazione che “vale come il Six Kings Slam con meno soldi e molta più fatica”, è tempo di concentrarci su quello che accade fuori dal campo – e non ci riferiamo a matrimoni, fidanzamenti e rimpianti su carriere alternative, bensì a qualcosa che almeno potenzialmente potrebbe distruggere il tennis pro come lo conosciamo. Paura, eh?
La causa della PTPA
Dal momento che ci sono novità, torniamo dunque a parlare della causa promossa dalla PTPA (la Professional Tennis Players Association co-fondata da Novak Djokovic) e da un gruppo di giocatori tra cui Pospisil (l’altro co-fondatore), Kyrgios, Cirstea, Rubin e Opelka, anche “a nome di tutti gli altri in una simile situazione”, inizialmente contro ATP, WTA, ITF e ITIA.
I convenuti sono stati accusati di formare un “cartello” cospirando per mantenere bassi i compensi dei giocatori, al contempo togliendo loro ulteriori possibilità di guadagno oltre che danneggiandoli dal punto di vista fisico e mentale, e di impedire l’ingresso di nuovi tornei. All’appello mancavano i quattro tornei del Grande Slam, presenti però nel documento depositato a New York, Londra e Bruxelles e ivi indicati come co-conspirators, complici della cospirazione.
Pressioni, richieste di rigetto, tentativi di conciliazione
La vicenda legale si è in seguito arricchita. Ci sono così state l’istanza della PTPA sulla quale la giudice Margaret Garnett ha deciso intimando all’ATP di astenersi da pressioni verso i giocatori e l’eccezione dell’Associazione dei Professionisti del Tennis – che risulta ancora in sospeso – con la quale è stato chiesto il rigetto della causa invocando la clausola di giurisdizione esclusiva contenuta nello statuto dell’ATP stessa.
Inoltre, la PTPA aveva aggiornato quella che è in pratica una causa per violazione delle norme antitrust stralciando l’ITF e l’ITIA dall’elenco dei convenuti (oltre ad aver depennato alcune dichiarazioni di Alcaraz e Swiatek originariamente inserite totalmente fuori contesto).
Poi, sempre in giugno, Front Office Sports riportava che la PTPA aveva avviato discussioni con gli Slam riguardanti profondi cambiamenti nell’ecosistema del tennis. Per questo i Major non sarebbero stati aggiunti ai convenuti, sempre che le trattative fossero andate a buon fine entro 90 giorni. Evidentemente non è successo e quindi, a settembre, anche i quattro tornei dello Slam sono stati chiamati a rispondere alle richieste. Quegli stessi Slam, tra parentesi, ai quali i top 10 e le top 10 hanno scritto un paio di lettere chiedendo più soldi e altri benefici, domandandosi poi perché non abbiano ricevuto risposta dopo averli definiti cospiratori e, appunto, citati in giudizio.
Tennis Australia fa il primo passo
Ora, stando a quando riporta la BBC, uno dei quattro Slam e precisamente l’associazione che ne è proprietaria e organizzatrice, Tennis Australia, starebbe cercando un accordo con la PTPA. I legali dell’associazione hanno inviato una lettera al tribunale federale newyorchese dicendo che “attori e Tennis Australia sono impegnati in discussioni bilaterali sostanziali e produttive per giungere a un accordo e ritengono che un accordo sulle rivendicazioni nei confronti di Tennis Australia sia probabile nel prossimo futuro”. Ciò è stato confermato dalla stessa TA: “Se il tribunale di New York approva l’accordo tra le due parti, Tennis Australia uscirà dalla causa”.
La richiesta alla giudice Garnett è perciò di sospendere il procedimento nei confronti dell’associazione guidata da Craig Tyley mentre vengono discussi i termini dell’intesa. Termini ancora non divulgati – sebbene non sia avventato supporre che ricalchino le richieste nelle citate lettere dei “top” –, ma esiste la possibilità che l’accordo venga perfezionato prima che vada in scena l’Australian Open a metà gennaio; a prescindere da quando ciò accadrà, un accordo del genere rafforzerebbe la posizione della PTPA innanzitutto nei confronti degli altri Slam e poi dei Tour ATP e WTA.
“Non vogliamo arrivare al verdetto ma siamo pronti a farlo”
D’altronde, per quanto parti del documento della PTPA siano perlomeno discutibili, il nocciolo della causa legale – la questione antitrust – ha una solida fondatezza e verosimilmente nessuna delle parti desidera o intende rischiare che l’intero procedimento termini con la decisione da parte di una giuria (parliamo sempre della causa promossa a New York). Lo stesso Ahmad Nassar, direttore esecutivo della PTPA, aveva detto a Ben Rothenberg nei giorni successivi all’avvio dell’azione legale: “Non volevamo fare causa e non vogliamo arrivare al verdetto”.
Lo scopo, dunque, non poteva e non può certo essere sostituire il Tour e il suo ranking con il caos. E, è facile immaginare, anche l’esborso economico per una causa del genere deve essere considerato: secondo Pospisil, l’ATP sarebbe pronta a spendere tra i 50 e i 100 milioni di dollari, una cifra che un’associazione praticamente senza iscritti formali faticherebbe a pareggiare, ma la PTPA ha finora contato sull’appoggio del miliardario Bill Ackman. (E la WTA dove li trova?) “Se, malauguratamente, loro sceglieranno di proseguire nella causa e lottare fino alla fine, confidiamo di vincere” aveva detto ancora Nassar. “Così, andando a ritroso, vogliamo costringere tutti in una stanza e risolvere la questione”.
Obiettivo finale?
Che sia per l’evidente problema di rappresentatività dell’associazione guidata da Nassar o (anche) per non darle legittimità, gli organi del tennis non hanno mai voluto confrontarsi apertamente con essa: un’esclusione dalle trattative sempre denunciata da quelli della PTPA. Tirando le somme, pare allora che vogliano semplicemente un posto a tavola o, per dirla con le loro parole, “nel cartello”. E l’eventuale accordo con Tennis Australia potrebbe essere il primo, importante passo in quella direzione.
