Novi Sad, 2024: il momento in cui Djokovic sceglie di non tacere
La frattura esplode nel novembre 2024, quando la copertura della nuova stazione ferroviaria di Novi Sad crolla uccidendo sedici persone, tra cui un bambino. L’indignazione pubblica è immediata e si concentra, senza giri di parole, sulla corruzione strutturale che ha caratterizzato l’appalto dei lavori. Studenti e giovani — una generazione ormai distante dal linguaggio governativo — scendono in piazza a decine di migliaia.
È in questo contesto che Djokovic decide di esporsi come mai prima. Pubblica un messaggio netto: “La Serbia ha un potenziale enorme, e i giovani istruiti sono la sua forza… Con voi, Novak.”
Partecipa simbolicamente al movimento: appare a Belgrado con una felpa “Gli studenti sono campioni”. A Wimbledon celebra una vittoria mimando il gesto del pumpaj, simbolo delle proteste. In patria, le immagini vengono interpretate come un atto politico diretto contro il potere.
È in quel momento che Djokovic smette di essere solo un atleta: diventa, suo malgrado, l’oppositore simbolico più potente che il governo potesse immaginare.
La reazione del potere: delegittimare il mito
L’apparato mediatico vicino a Vucic reagisce con una violenza comunicativa sproporzionata. Non sono critiche isolate: è la costruzione di una nuova narrazione. Il mito Djokovic deve essere normalizzato, ridimensionato, reso sospetto.
Così, la fedeltà patriottica del campione — che ha sempre tenuto visceralmente alla Nazione, dalla Davis alle Olimpiadi — viene improvvisamente messa in dubbio. Le sue posizioni pro-Serbia del passato vengono reinterpretate come opportunismo, come se un atleta che ha dedicato la vita a rappresentare il Paese potesse improvvisamente essere considerato un “traditore”.
Il processo è evidente: è il trattamento riservato a chiunque, nella Serbia di Vucic, abbia un’influenza tale da poter disturbare l’equilibrio del potere. Djokovic non è una figura politica; proprio per questo, forse, è più pericoloso. Non può essere controllato. Non può essere delegittimato facilmente.
La sua immagine non appartiene allo Stato, ma al popolo.
Da qui nasce la necessità, per il potere, di recidere quell’identificazione.
La lenta fuga da Belgrado: segnali, silenzi, decisioni
La distanza tra Djokovic e la Serbia non nasce all’improvviso. Il suo centro sportivo a Belgrado chiude nel 2023 in circostanze opache, mentre alcune concessioni pubbliche vengono riviste o non rinnovate, in un contesto di rapporti sempre più freddi con la municipalità controllata dal SNS.
Nel 2025, l’ultimo filo che lo lega istituzionalmente al Paese viene reciso: il torneo ATP di Belgrado, organizzato dalla società della famiglia Djokovic, viene trasferito ad Atene. Ufficialmente “non esistono le condizioni” per organizzarlo in Serbia; ufficiosamente è la conseguenza inevitabile del dissidio con il potere. Djokovic lo dice chiaramente, con toni quasi di lutto: “È stato molto difficile per noi, serbi, prendere questa decisione… siamo nati e cresciuti qui.”
È, simbolicamente, il momento in cui la famiglia Djokovic riconosce apertamente che il rapporto con lo Stato non è più recuperabile.
Atene: non solo un rifugio, ma una dichiarazione d’identità
Quando nell’estate 2025 Djokovic si trasferisce formalmente ad Atene, la notizia non sorprende più nessuno. I figli vengono iscritti allo St. Lawrence College, scuola internazionale di élite della capitale; Novak inizia a imparare il greco, lo usa nelle interviste e viene adottato dal pubblico ellenico con entusiasmo quasi fraterno. La vittoria del suo primo titolo disputato sul suolo greco — un trionfo che cementa immediatamente il legame con la nuova città — contribuisce a farlo sentire ancora più “di casa”. Nella sua prima apparizione sul campo in Grecia pronuncia parole che suonano come un commiato velato:
“È incredibile l’umanità con cui sono stato accolto. Atene è nel mio cuore.”
E quando gli si chiede il perché del trasferimento, risponde parlando dei figli:
“Cerchiamo l’ambiente più sano per la loro crescita psicologica, fisica ed emotiva.”
Un’espressione limpida, ma densissima di sottotesti.
La Serbia senza Djokovic, Djokovic senza la Serbia
Paradossalmente, mentre il potere attacca Djokovic, il Paese continua ad amarlo.
La sua fondazione costruisce scuole materne nei villaggi isolati; i giovani lo considerano un modello; la sua narrativa patriottica — profondamente emotiva ma non aggressiva — resta più credibile di quella governativa.
È proprio questa popolarità trasversale, questo magnetismo indipendente, ad aver reso Djokovic incompatibile con la Serbia di Vucic. Non perché sia un oppositore organizzato — non lo è, e non vuole esserlo — ma perché rappresenta un’idea di Serbia diversa: una Serbia capace di autodeterminarsi senza fedeltà politiche; una Serbia che sa dire no all’ingiustizia; una Serbia che non ha paura di guardarsi allo specchio.
In altre parole: Djokovic non è un nemico del potere.
È un concorrente nella costruzione dell’immaginario nazionale.
E in un sistema che tollera tutto tranne alternative simboliche, questo basta per essere considerato un pericolo.
La libertà come ultimo trofeo
La parabola che ha portato Djokovic da Belgrado ad Atene non è una storia di esilio, ma una storia di scelta. In fondo, Djokovic ha fatto ciò che ha sempre fatto in carriera: ha seguito la sua linea, anche quando era scomoda, impopolare o lo esponeva a rischi personali enormi. Non ha tradito la Serbia; ha semmai tradito le aspettative del potere. Ha rifiutato di trasformarsi nel monumento vivente di un regime e ha scelto di essere un uomo libero.
Nella recente intervista concessa al giornalista britannico Piers Morgan sul suo canale YouTube, Djokovic ha riflettuto su come desidera essere ricordato, andando oltre risultati e trofei, di cui pure rivendica con orgoglio la fatica e il valore. Parlando della scomparsa del suo “padre tennistico” Nikola Pilic e dell’impatto emotivo del primo funerale cui abbia mai partecipato, ha riconosciuto che ciò che davvero rimane sono le connessioni umane e le vite che si riesce a toccare. Ed è lì che Djokovic comprende cosa conta davvero anche per lui: essere ricordato come “l’uomo che ha toccato il cuore delle persone”.
