Le deluse del torneo: Sabalenka and Co.
Ragioniamo sull’esito della finale anche dal punto di vista opposto, cioè quello della giocatrice sconfitta. Aryna Sabalenka risulta la grande delusa del torneo: testa di serie numero 1, prima favorita della vigilia, presente nelle ultime quattro finali australiane in modo consecutivo, eppure battuta nelle ultime due; lo scorso anno da Madison Keys per 7-5 al terzo (6-3, 2-6, 7-5), quest’anno da Rybakina sempre in tre set, dopo essere stata in vantaggio di un break nel parziale conclusivo. Dopo questa partita il bilancio delle finali Slam di Sabalenka diventa di 4 vittorie e 4 sconfitte.
A mio avviso, però, le due sconfitte australiane sono meno gravi di quelle subite da Aryna contro Gauff (una a New York, l’altra a Parigi). Perdere contro grandi attaccanti come Keys e Rybakina che attraversano la migliore forma della carriera ci può stare. Perché l’esito della partita passa anche attraverso la racchetta delle avversarie. Invece perdere partite che parevano in controllo contro una giocatrice tecnicamente meno completa e tatticamente più prudente come la Gauff dello scorso anno, secondo me merita meno attenuanti.
Faccio anche fatica a criticare le scelte tecnico-tattiche di Sabalenka contro Rybakina. Perché a conti fatti ha sì perso il servizio in apertura, ma subito ha corretto le scelte di battuta, senza più subire break sino al 3-0 terzo set. Probabilmente ha creduto troppo presto che Elena fosse in crisi irreversibile, sottovalutando la capacità di reazione dell’avversaria dopo che aveva subito due break di fila (sul 4-5 secondo set e nel secondo game del terzo set).
Per come la vedo io, Sabalenka ha perso il match soprattutto sul piano della interpretazione psicologica e agonistica, più che su quella tecnico-tattica. I numeri della partita disegnano uno scenario di totale equilibrio: 92 punti vinti per parte, e saldo finale tra vincenti/errori non forzati di +4 (28/24) per Rybakina, mentre Sabalenka ha chiuso addirittura con +10 (35/25). Ovviamente a tennis i punti non pesano tutti uguali, ma secondo me proprio per questo dobbiamo dedurre che Aryna non ha sbagliato il piano-gara, semplicemente non è stata la più fredda nei momenti decisivi, quelli che pesano di più.
Scrivevo sopra dei progressi compiuti da Rybakina nell’esecuzione del dritto in avanzamento. Ironia della sorte, sul 3-3 30-40, a Sabalenka è risultato fatale proprio un dritto incrociato in avanzamento: una palla non alzata a sufficienza, che si è spenta in rete concedendo così il secondo break del set. Certo, con il senno di poi, sapendo che avrebbe finito per perdere, nel terzo set avrebbe potuto cercare qualcosa di diverso. Ma pensare di cambiare il piano di gioco nei game conclusivi di una finale Slam dopo che sino a qualche minuto prima con quello stesso piano si era in vantaggio, non è proprio così semplice.
E ribadisco un ulteriore elemento: di fronte aveva una avversaria costantemente votata all’attacco, che serve sistematicamente sopra i 180 km/h, risponde molto bene e scambia di media sopra i 120 km/h. Ecco, pensare di cominciare a proporre soluzioni differenti (drop-shot, colpi slice o palle alte e rallentate ma profonde) in replica a colpi di tale potenza e senza potersi permettere qualche game di adattamento (cioè con più gratuiti) è piuttosto ottimistico. Intendiamoci, Sabalenka è una giocatrice completa, capace di questo genere di colpi. Ma rimangono comunque scelte da “piano B” molto difficili da introdurre proprio nei punti conclusivi.
In conferenza stampa, forse per la prima volta dopo una sconfitta Slam, Sabalenka non è parsa furiosa o amareggiata, come per esempio era accaduto al Roland Garros contro Gauff. Piuttosto mi è sembrata vivere una delusione quasi fatalista. Difficile dire se perché ha cominciato a ritenere giusta la nomea di “perdente di finali”, o se invece abbia pensato che a volte si esce sconfitte anche perché l’avversaria ha molti meriti. O forse tutte e due le cose insieme. Magari ce lo spiegherà in futuro, nella classica autobiografia pubblicata a fine carriera.
In conclusione, al termine del torneo che caratterizza la prima parte della stagione, è il momento di cercare di interpretare i cambiamenti in corso ai piani alti del ranking. Sabalenka perde un po’ troppe finali (come tradizione, verrebbe ormai da dire), ma è una presenza costante nelle fasi conclusive dei grandi tornei. Al momento il suo numero 1 non sembra in discussione. Però dietro di lei le gerarchie potrebbero cambiare, man mano che scadono i risultati dei primi mesi dello scorso anno. Il trend vede in crescita Rybakina e Anisimova, mentre sembrano in difficoltà sia Iga Swiatek che Coco Gauff. Ma anche Mirra Andreeva vede avvicinarsi la scadenza di punti importanti conquistati nella primavera 2025.
Gauff a Melbourne ha perso un match sconcertante; 6-1, 6-2 da Elina Svitolina, mostrando tutti i punti deboli del suo repertorio; si tratta del terzo risultato deludente di fila in uno Slam; infatti all’uscita australiana per mano di Svitolina si sommano la sconfitta al primo turno di Wimbledon da Yastremska (7-6, 6-1) e quella degli ottavi di Flushing Meadows da Osaka (6-3, 6-2). Quando va incontro a queste giornate-no, causate soprattutto dalle grandi difficoltà sulla seconda di servizio e sul dritto, si fatica a riconoscere la campionessa in carica del Roland Garros, per anni numero 3 della classifica mondiale. Nel ranking di questa settimana è scesa al numero 5, ma senza un assestamento tecnico temo che la discesa possa continuare.
Discorso per alcuni aspetti simile per Iga Swiatek, attuale numero 2. Certo, così come Coco, anche Iga è campionessa in carica di uno Slam, avendo vinto Wimbledon lo scorso anno; però dopo quella impresa gli scricchiolii già emersi durante la stagione sul rosso 2025 si sono ripresentati. Ricordo che Swiatek era già retrocessa al numero 8 del ranking prima del successo londinese; oggi il rischio è che si ripresenti la fase difficile.
C’è un dato che illustra in modo oggettivo il suo calo di rendimento: Iga ormai fatica contro tutte le giocatrici di alta classifica che incontra, indipendentemente dalle caratteristiche e dagli stili di gioco che propongono. Nel 2026 ha perso tutti gli incontri contro avversarie di vertice affrontate (è stata battuta da Bencic e Gauff in United Cup e da Rybakina a Melbourne), mentre l’unico successo contro Top 10 ottenuto da agosto in poi è quello contro la convalescente Keys alle Finals di Riyadh; gli altri sei match li ha tutti persi.
La giocatrice che lasciava le briciole alle avversarie, contro la quale per fare partita pari bisognava compiere una impresa, rischia di diventare un ricordo, offuscato dalla versione che fatica nel controllo del dritto e nell’efficacia dei colpi di inizio gioco. Se si valutano i dati di rendimento dei suoi match, capita sempre più raramente che, anche quando vince, chiuda con un saldo positivo tra vincenti ed errori non forzati. Per poter tornare ai risultati di qualche anno fa, qualcosa da aggiustare sul piano tecnico sembra inevitabile.
Gauff, Swiatek, ma anche Andreeva. Tutte e tre accomunate dai problemi legati al dritto. Per Mirra Andreeva la questione comincia a diventare preoccupante. Non è più la teenager in rampa di lancio capace di conquistare nel giro di qualche settimana Dubai e Indian Wells, dopo avere sconfitto giocatrici come Sabalenka, Swiatek, Rybakina, Svitolina, Tauson etc. etc. Le sue titubanze esecutive dalla parte del dritto sono diventate così palesi che ormai tutte le avversarie scelgono la stessa tattica: insistono sul suo colpo più debole aspettando un errore. A Melbourne Svitolina ha giocato in questo modo e l’ha battuta 6-2 6-4.
Queste partite di Andreeva hanno un effetto collaterale che non riguarda solo Mirra, ma anche noi spettatori. Mi spiego: lo scorso anno nel suo periodo migliore Andreeva era una tennista che si distingueva per la capacità di offrire match pieni di variazioni tecniche e tattiche; vederla giocare era un piacere per chi ama il tennis articolato e intelligente. Oggi invece è diventata protagonista di partite prevedibili e ripetitive, proprio perché alle avversarie non occorre inventarsi molto per metterla in difficoltà, e lei non sembra avere la soluzione per sconfiggere una impostazione tattica tanto banale, e noiosa, quanto efficace.
Ma non voglio chiudere con tutte queste note negative: una caratteristica del tennis è che quasi ogni settimana c’è un nuovo torneo da affrontare e quattro volte all’anno uno Slam a disposizione per cercare di risalire e uscire dai momenti difficili: ci è riuscita Rybakina, non è detto che non possano recuperare lo smalto dei giorni migliori anche giocatrici come Gauff, Swiatek e Andreeva.
