Cerundolo e Fonseca non bastano. Tra soldi e superficie, il (grigio) futuro dell’ATP Tour in Sud America

Rio vuole passare al cemento e si pensa al cambio di data, Buenos Aires la vede diversamente. I problemi, la concorrenza araba e i tentativi di soluzione per riportare i top in America Latina

Di Pellegrino Dell'Anno
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Francisco Cerundolo e Luciano Darderi - ATP Buenos Aires 2026 (foto X @iebmasargopen)

All’ATP 500 di Doha, per Medvedev-Tsitsipas (in passato semifinale Slam, giova sempre ricordarlo), tribune neanche lontanamente piene fino all’orlo. Agli appuntamenti del tour in Sud America, gli ATP 250 di Buenos Aires e Santiago, e  il 500 di Rio, nonostante un parterre tutt’altro che di prima fascia, spalti gremiti sin dal primo turno. È uno dei focali punti di discussione dei sudamericani. Dai direttori dei tornei ai giornalisti, fino ai fan, sull’importanza della presenza del tour in quella parte del mondo. Una presenza che, tra un decimo Masters 1000 in Arabia Saudita, la comodità di giocare sul cemento piuttosto che sulla terra rossa in questa parte di stagione, e i petroldollari, è sempre più a rischio. Ma l’America Latina, come ha sempre fatto nella storia, non si piega facilmente.

ATP Tour in Sud America: i pro

Indossiamo i panni di un giudice imparziale, e partiamo dalle motivazioni dei “buoni”. Perché l’ATP Tour, nonostante le assenze sempre più pesanti di top e nomi di cartello, dovrebbe continuare a fermarsi in Sud America? In primis, la passione del pubblico. La febbre di Fonseca sta contagiando il mondo, ma anche gli argentini non sono da meno. Oltre a vantare una maggior presenza nell’élite del tennis. Come dimostrano tra l’altro due vittorie su tre eventi dello swing di casa, tra cui nel più importante dei tornei, l’ATP 500 di Rio de Janeiro con Etcheverry. Sono pur sempre tornei storici, che grondano tradizione e che da un punto di vista commerciale possono rappresentare dei siti strategici per il tennis. Si tratta infatti di un bacino d’udienza davvero ampio, con tanti giovani che, anche con i giusti fondi, potrebbero lanciarsi nell’avventura tennistica.

Certo, come vedremo più avanti, i fondi si sono spesso rivelati il principale handicap per i tornei sudamericani. Ma lo sport, non per tentare un bieco romanticismo, non può ridursi soltanto a quello. “Penso che negli ultimi anni l’ATP non si stia prendendo cura del Sud America”, aveva commentato qualche mese fa Diego Schwartzman, “si tratta di dare un’opportunità ad una parte del mondo che ne ha bisogno. Senza, il tennis qui semplicemente scomparirebbe. Il mio obiettivo principale è che nei prossimi 15,20 anni potremo forse migliorare le strutture e le condizioni per i giocatori sudamericani”. Parola del miglior giocatore prodotto da quelle parti del mondo dai tempi di Juan Martin del Potro. Un’opinione un po’ anche di parte ma con un forte dato di fatto. Rimuovere i tornei vorrebbe dire privare del tennis il Sud America, in un modo o nell’altro.

ATP Tour in Sud America: i contro

A tagliare le gambe allo swing sudamericano, oltre al cambio di superficie in un periodo dell’anno dedicato al cemento, sono stati gli eventi organizzati in Medio Oriente. La concorrenza, nella stessa settimana, dell’ATP 500 di Doha ha depauperato quasi totalmente di top player il torneo di Rio de Janeiro. Che fino al 2024 poteva vantare fior di giocatori. Tra cui anche un n.1 al mondo come Alcaraz nel 2023. Una scelta che si basava, in ogni caso, esclusivamente sulla volontà di applicare o meno il cambio di superficie. Le cose sono cambiate con l’entrata in scena dei petroldollari e il cambiamento di calendario. In primis, Doha passato a 500. Ma, più tardi, l’ufficialità dell’arrivo di un nuovo Masters 1000, proprio in questo periodo dell’anno, dal 2028 in Arabia Saudita. Sul cemento.

E qui è venuto al pettine il principale nodo della questione Sud America e della possibilità di tenervi ancora dei tornei dell’ATP Tour. Perché il cambio di superficie, terra tra cemento australiano e poi nordamericano per Indian Wells e Miami, non è esattamente il massimo. Come ha dimostrato la fallimentare primavera di Zverev nel 2025. Senza contare che le uniche altre due date rimaste, Buenos Aires e Santiago, ormai da anni manifestano campi di partecipazione sempre più modesti. E quest’anno, non fosse stato per due specialisti nonché amanti della zona come Cerundolo e Darderi, ci sarebbero stati veramente nomi di rilievo pari quasi allo zero.

Il problema non è chiaramente di natura logistica, ma è ben facile la scelta pensando alla comodità delle condizioni di gioco e al cachet che si potrebbe ricevere. Come sostenuto anche da Tsitsipas nelle scorse settimane: “Non ho mai ricevuto buone offerte per andare lì; quando il divario economico è grande, in realtà non hai altra scelta se optare per ciò che sostiene la tua carriera”. Una dichiarazione che ha attirato le critiche e anche le risposte di alcuni giocatori, come Cerundolo (“chi non vuole venire in Sud America non ci venga”).

Ma in realtà il greco, che ha tra l’altro chiarito sui propri canali social di non aver nulla contro nessuno, ha semplicemente espresso la realtà dei fatti. Tutti i giocatori vanno ai tornei 250 e 500 che offrono i migliori ingaggi, facendo oggettivamente ciò che è meglio per la propria carriera e il proprio portafogli. Per i giocatori locali la parte emotiva può costituire una motivazione ulteriore, ma è un discorso chiaramente non applicabile a tutti. E Tsitsipas ha solo espresso pubblicamente un pensiero condiviso e applicato anche da vari colleghi. Il 500 di Rio, consapevole dei rischi, ha però trovato una soluzione, o quantomeno un’idea.

Il futuro dello swing: cemento e cambio data?

Le proposte per ridare lustro allo swing sudamericano sono due: traslazione al cemento o cambio di data. La prima è probabilmente quella più corretta. Certo, i costi sarebbero non indifferenti, e da sempre è la terra battuta la superficie di elezione del tennis sudamericano. Eppure anche la direttrice del torneo di Santiago, Catalina Fillol, aveva manifestato già nel 2025 la volontà della competizione da lei diretta e del torneo di Rio di passare ai campi in cemento. E non è da sottovalutare, specie per il 500 brasiliano che è ad oggi l’appuntamento più importante, l’opinione che ha offerto anche Joao Fonseca: “Ho parlato con diversi giocatori e molti vorrebbero visitare il Brasile, ma è difficile perché in questo periodo nel circuito si gioca principalmente su campi in cemento. Se il torneo avesse la possibilità di cambiare superficie in futuro, sarebbe molto vantaggioso”.

Insomma, solo Buenos Aires (che aveva chiesto, senza successo, l’upgrade a 500) pare aggrapparsi ancora alla terra battuta e all’importanza storica della superficie. Giusto da un lato, ma certamente non in linea con l’idea di restituire appetibilità al tennis in Sud America per l’ATP Tour. Giocare sul cemento, al netto di cachet eventuali, renderebbe molti giocatori più propensi a  recarsi a Rio o Santiago. Mentre il cambio di data, ipotesi che priverebbe della concorrenza araba, si scontrerebbe con un altro tipo di problema: quando? Le settimane libere non sono così tante, quasi non ce ne sono.

E soprattutto andrebbe contro lo stesso spirito della “Gira Sudamericana”, visto che al momento l’eventuale cambio data si è profilato solo per Rio. Lasciando da soli, e con ulteriori difficoltà nell’attirare i migliori, Buenos Aires e Santiago. “Se loro dovessero passare al cemento, in automatico dovremmo farlo anche noi”, ha detto Martin Jaite, direttore del torneo argentino, “ma è una trattativa molto più ampia, qualcosa che va oltre le volontà di ogni torneo”. Idee e proposte non mancano, ma la realtà è che sono tutt’altro che semplici da applicare.

Conclusioni

Dunque, quale futuro per l’ATP Tour in Sud America? L’impressione, salvo estremi capovolgimenti di fronte o grosse sorprese, è che dal 2028 in poi, anno d’introduzione del decimo Masters 1000 in Arabia Saudita, da raccontare ci sarà solo il passato. L’appeal dei tornei sudamericani precipiterebbe, non reggendo il confronto sia per una questione di soldi che di comodità di superficie. Ma anche, non sottovalutiamolo, in termini di classifica: in Medio Oriente si creerebbe uno swing con due 500 (Doha e Dubai) e un 1000. Tanti punti a disposizione con la possibilità di arrivare nella miglior condizione possibile al Sunshine Double. Oltre che di guadagni. Che naturalmente a Buenos Aires, Rio e Santiago, per quanto gli spalti siano sempre pieni, sarebbero impossibili da ottenere. La vera speranza, per tutta l’America Latina, è Joao Fonseca.

Una grande esplosione del brasiliano, già oggi al centro dell’attenzione, potrebbe cambiare alcune dinamiche. Il passaggio tra grande giocatore e ampliamento dei tornei, come spesso spiegato anche riguardo al sogno quinto Slam di Binaghi e i grandi numeri del tennis italiano, non è esattamente immediato. Ma indubbiamente se Fonseca dovesse arrivare in top 5, o vincere Slam (al momento siamo ben lontani), il suo sponsorizzare il torneo di Rio e lo swing sudamericano potrebbe spingere anche l’ATP a rivalutare il Sud America. E la risposta, non se la prendano gli amanti e gli specialisti della terra rossa, è il cambiamento di superficie. Che in ogni caso, con montepremi da capogiro e lauti assegni, potrebbe però comunque non bastare. Il futuro del tennis in Sud America, tra tornei che vedono il tramonto e una scarsa produzione di buoni giocatori che rischierebbe di peggiorare, è tutt’altro che roseo.

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