PREMIUM I top e i flop di Wimbledon: Magia Sinner, impresa Noskova. Sabalenka e Medvedev dietro la lavagna

Vanno in archivio i Championships 2026. La fantastica conferma di Sinner. La sorpresa Noskova. La maturazione dello Zverev post Roland Garros. E le solite delusioni per Swiatek, Sabalenka e Rybakina. Ma anche la rinascita di Berrettini e Paolini

Di Andrea Ciocci
23 min di lettura 💬 Vai ai commenti
Jannik Sinner - Wimbledon 2026 (foto X @ATPTour_ES)

Sì, è arrivato quel momento. Quello delle code interminabili per accaparrarsi un posto nel tempio. Delle fragole con panna, dei tappi che volano sul Centre Court. Quel picnic con tennis annesso, un tempo aristocratico, ora solo vagamente classista, che è Wimbledon. Un mix di irresistibili tradizioni e tradizioni irresistibilmente stupide che lo rende unico. Anche a chi dice di odiarlo e non ammetterebbe mai che venderebbe un quadricipite femorale pur di vincerlo almeno una volta. Un torneo che i nostri ricordi associano a dolci, placidi pomeriggi di estati appena iniziate, in cui da studenti liberi da impegni scolastici potevamo ammirare i nostri idoli in tv. Immancabilmente stranieri. Borg, Navratilova, Evert. Connors, McEnroe. E poi Becker, Graf, Edberg, Sampras, le sorelle Williams, Agassi. Fino al trio di cui sappiamo. Ora, però, da un paio di anni c’è una piccola variante al copione. Un italiano che ama il verde dei prati di casa quanto la neve delle sue montagne è sul tetto del mondo. E il pinnacolo, da quando fu inventato il tennis moderno, sono i Championships. Che Sinner è stato capace di vincere e rivincere. Tradizione per tradizione – certo, la nostra è un po’ più giovane – ci tocca dare i voti ai protagonisti di questi Championships. Che, appena finiti, già ci mancano.

I top

Sinner (10)

Breaking news: i grandi campioni vincono i tornei più importanti anche non esprimendo il gioco migliore. Altra notizia sconvolgente: i suddetti boss del circuito sanno alzare il livello a comando. All’interno del match e durante la competizione. Che Sinner avrebbe patito l’esoridio sull’inviolato Centre Court era ovvio. Che il dritto non era centrato lo abbiamo scoperto in corso d’opera. Gli psicodrammi che ne sono seguiti a mezzo stampa, social, bar e altro, per quanto previsti e prevedibili, sono risultati leziosi, fastidiosi e inutilmente accorati. In semifinale contro Djokovic e soprattutto in finale contro un ottimo Zverev Jannik ha mostrato un livello incredibile. E ciò di cui si fatica a capacitarsi è il bagaglio tecnico che si arricchisce torneo dopo torneo. In una sorta di continuo processo di affinamento, degno di un barolo o di un borgogna da 1000 €  a bottiglia. La potenza e l’accuratezza del servizio, che varia per effetti e indirizza spessissimo negli angoli fa letteralmente paura. Zverev, per dirne una, non riesce a strappargli la battuta da 87 turni consecutivi. Il tedesco gli si è avvicinato dopo essersi tolto il peso slam. Ma ci pare comunque un terzo piuttosto distante dal duo delle meraviglie (sperando che Alcaraz torni presto e al meglio delle sue immense possibilità). Ora lo swing nordamericano. Con tutte le incognite, climatiche e non solo, che comporta. Ma con Sinner ci si deve fidare del processo. Lui e il suo team sanno cosa fare. E ne abbiamo avuto ampia riprova.

Noskova (10)

Alla faccia dei guru della visualizzazione. Linda la calma, ci ha spiegato che è tutto molto più semplice. Bastava andare, come ha fatto la ceca in finale, negli spogliatoi al termine di un secondo set perso con rimpianti, guardare la bacheca con il Venus Rosewater Dish – il trofeo delle campionesse – e dire: non voglio il piatto piccolo, non esiste che non agguanti quello grande. Beh, magari serve anche un tennis di una pesantezza che raramente si vede in campo femminile. Al servizio, però, di una tecnica pulita, imparata presso la scuola tennis migliore che una ragazza possa frequentare. Quella ceca. Gesti che si adattano perfettamente ai prati. Se si aggiunge una spensieratezza non di facciata, quella di chi i drammi veri li ha vissuti fuori dal campo, cosa ottieni? La nuova campionessa di Wimbledon. Cosa vuoi che sia un match point da annullare a Cirstea nel terzo turno. O una finale da rivincere dopo aver dominato la tua amica Muchova. E  lungo il percorso impallinare Keys e soprattutto l’arrembante Kostyuk dell’ultimo bimestre. Ora Linda è numero 7 in classifica. E soprattutto, vuole solo l’argenteria pesante.

Zverev (9)

Sbloccato si è sbloccato. E non ci voleva un trattato di psicologia per capire che sarebbe successo. Su quell’infida erba che gli aveva sempre impedito di accedere alla seconda settimana del torneo, il tedesco si è spinto fino alla finale. Godendo anche di un tabellone non proprio nemico. Con il solo grosso ostacolo, Fritz, piuttosto acciaccato. Avversario battuto nei quarti molto agevolmente. Prima solo un paio di set persi, uno dei quali contro Lehecka negli ottavi. In finale ha servito in maniera incredibile. E solo un tiebreak alla Borg ha consentito a Sinner di non andare sotto di due set. Il dritto finalmente accorciato nel movimento, la capacità di non arretrare durante lo scambio. Modifiche molto significative. Resta però il fatto che si ha sempre l’impressione che anche questa versione energizzata di Sascha poco possa con il Sinner spietato degli ultimi due turni londinesi. Ma la forbice si è accorciata. E bisognerà tenere conto dello Zverev post Roland Garros 2026. A partire dallo Us Open.

Muchova (9)

L’amore per il tennis è ceco, è una volée in tuffo, un rovescio con taglio sotto a uscire che falcia la poca erba rimasta a fine torneo. Un sentimento poco ricambiato dallo scoreboard, che si ostina ad attribuire lo stesso valore a tutti i punti. Per cui, Karolina, se anche stavolta hai pagato la tassa Novotna (che però poi smentì il vaticinio), non ti scoraggiare. E facci rivivere altri 10, 20, 100 set come il terzo contro Coco in semifinale. Colpi al volo degni di Cash, grinta e agonismo da vendere. Nuchova ha avuto un tabellone tosto. Una sola del trittico da lei battuto fra ottavi e semifinale, Krejcikova, Osaka e Gauff, avrebbe estromesso buona parte delle pretendenti al titolo. In finale ha fronteggiato prima i suoi demoni. E poi l’esponente 2.0 della tradizione ceca. Quella Noskova che, oltre a essere sua grande amica, è giovane, potente e molto più libera mentalmente. A 30 anni, fresca di un best ranking che la vede posizionata al numero 6 della classifica WTA, Muchova può e deve crederci ancora.

Djokovic (7)

A chi ha superato i 40 anni – e neanche da poco – quella sensazione che manchi non un passo, non due, ma 6/7 metri capita anche quando rincorriamo un autobus nei pressi di una fermata. Figurarsi a Djokovic sul Centre Court, contro un implacabile ventiquattrenne. Che si dà il caso sia anche il numero uno al mondo. Un conto è affrontare Sinner con un bonus di due match non giocati, come accaduto in Australia. Altra cosa è farlo dopo una partita di cinque ore che ti ha prosciugato completamente. Il torneo di Djokovic è stato favoloso. Relativamente parlando. Ma lui non si accontenta di battere l’ombra di Tsitsipas, Safiullin e l’ottimo ma poco convinto Auger-Aliassime nei quarti. Lui vuole solo i trofei che una carriera stratosferica gli impone di pretendere da sé stesso. Ma dal sé stesso di quale anno?

Gauff (8,5)

Il tennis corri e tira vince praticamente sempre. Persino sull’ormai erba battuta di fine Championships. E la vittoria di Gauff su Muchova sarebbe stato il miglior spot per l’atletismo, la velocità e la tigna applicati a questo sport. Qualità che vanno a compensare gesti tecnici sporchi, a volte scoordinati, esteticamente discutibili. Ma quei ciuffi verdi continuano a fare selezione, quasi quanto l’All England Club nell’ammettere nuovi – spesso decrepiti – soci. Una smorzata di dritto sul match point a suo favore e Coco si è giocata l’ingresso in finale. Al termine di un match stupendo, ma solo nel terzo set, contro Karolina, la tennista più completa tecnicamente parlando dell’intero circuito, inclusi i maschi. Il torneo di Coco è stato duro. Molte partite andate al terzo. L’agonismo è bastato con Bencic in ottavi, Pegula nei quarti. E sono stati necessari 22 punti nel supertiebreak perché Muchova le impedisse di vivere la sua prima finale ai Championships, da cui l’ha separata un solo punto (quella maledetta smorzata, appunto). Sistemerà dritto e seconda di servizio? Forse, ma non è detto che sarà strettamente necessario per continuare a collezionare major.

Berrettini (7)

Quindi, Matteo è tornato? Ma non era vecchio il suo tennis, superato da quello dagli epigoni del gioco a tutto campo, dove servizio, dritto e rovescio sono colpi di uguale efficacia? Non era  limitato da problemi fisici ormai cronicizzati? Sì, è tornato. E, sì, il suo gioco dà l’impressione di essere un po’ vintage. E, sì, purtroppo dovrà sempre sfidare e rispettare il suo corpo. A Wimbledon, però, dove le sue rasoiate di rovescio diventano un’arma letale – insieme ai consueti asset da bombarolo, ossia servizio e dritto, potrà sempre dire la sua. Bellissimo il match con Wawrinka. Incredibilmente tattico ed efficace il secondo turno in cui ha sorpreso Fils, che di picnic sull’erba ne dovrà fare prima di capirci qualcosa. Amaramente avvincente la sconfitta subita al quinto set da un Dimitrov d’annata al terzo turno. E ora? Senza stop forzati, Berrettini può tranquillamente ambire a tornare in top 30. Non è scontato, ma neanche impossibile.

Fery (8)

Ciao, io vado a giocare al circolo. No, non mi serve la macchina, è una passeggiata di 10 minuti. Immaginiamo che a casa Fery sia andata così in questi giorni. D’altronde il quartiere lo conosce bene. Avendo studiato in un prestigioso college proprio a Wimbledon. Omaggiato di una wild card dagli organizzatori, il britannico ha vissuto la sua favola appieno. Tutto si è incastrato alla perfezione per Arthur, anche grazie alla sua adattabilità all’erba. Appoggi bassi, leggero, ma dotato di colpi puliti e grande velocità di gambe che hanno messo in difficoltà i suoi avversari. Notevoli le sue rimonte con Bergs e Dimitrov (che si sono dimostrati molto generosi, va detto). Match finiti entrambi al supertiebreak. Poi nei quarti ha steso Cobolli giocando un match superbo. La semifinale con Zverev implicava un deficit di potenza non compensabile. E lì è finita l’avventura londinese di Fery. Da numero 36 della classifica ATP, ora le prospettive cambiano. E di molto.

Osaka (7)

Siamo del partito Siegemnud. Quello al quale dei suoi outfit frega il giusto. Quello che invece ci interessa è il tennis di Naomi, finalmente un po’ più compatibile con l’erba di Wimbledon. Dopo aver battuto Sabalenka negli ottavi – era la prima volta che approdava alla seconda settimana a SW19 – si è anche pensato che potesse ambire al bersaglio grosso. E nei quarti contro Muchova non ha affatto sfigurato, perdendo in due set molto tirati. Insomma, kimono o meno, forse abbiamo ritrovato una Osaka in formato slam. Appena in tempo per lo Us Open.

Kostyuk (8)

Le piroette. Il fisico da ginnasta. La potenza, la rabbia di chi sa che a casa piovono bombe sui civili. Ma soprattutto lo scindere il suo valore intrinseco dalla vittoria. A Marta serviva solo qualche rifinitura tattica e un lavoro su sé stessa. In questa edizione dei Championships è parsa a volte incontenibile. Soprattutto nei quarti contro Paolini. Poi si è imbattuta nel muro di potenza e di inscalfibilità alzato da Noskova in semifinale. E l’ucraina ha ceduto in due set. Se non ha speso troppo negli ultimi tre mesi, Kostyuk sarà un osso durissimo anche sul cemento.

Paolini (7,5)

Una cosa sola: la salute. Una sensazione benefica che vada dalla testa al piede che le ha dato parecchia noia ultimamente. Se Jasmine sta bene e recupera la serenità che l’ha portata ai vertici del tennis  potrà ancora togliersi grandi soddisfazioni. A Londra, dopo un primo turno iniziato con un bagel subito da Montgomery, è uscita dal torpore. Vinto quel match al dodicesimo gioco del terzo set, ha regolato fra le altre Sakkari ed Eala. Per incagliarsi nello scoglio Kostyuk, troppo in fiducia ed energetica per la Jasmine attuale. Una giocatrice, comunque, finalmente ritrovata. Che continuerà a sorridere e farci sorridere.

… e i flop

Sabalenka (4)

Con un footwork più adatto a balletti da TikTok che a un campo in erba e, soprattutto, una condizione mentale non certo confortata da grandi risultati nell’ultimo bimestre, non sorprende che Aryna  sia uscita agli ottavi. Prima di imbattersi in Osaka, 3 match vinti senza problemi, ma senza brillare particolarmente, con la sola Ostapenko a rappresentare un’avversaria potenzialmente pericolosa. La giapponese, ispirata come non mai sui prati, ha messo in luce le lacune e la fallosità attuali della bielorussa, eliminandola in due set piuttosto facili. Dal cemento Aryna si attende risposte importanti. Ma il field sembra averne molta meno paura.

Shelton (2)

Ben scempio ha colpito ancora. Se nemmeno gli slam, da sempre suo terreno di conquista, gli sorridono Shelton deve seriamente cominciare a pensare di rimettere tutto in discussione. Uscire al primo turno battuto da Virtanen, sciupando un vantaggio di 8-5 e un match point nel supertiebreak, è un’impresa al contrario. Su una superficie che lo statunitense ama. In un’edizione in cui si pensava potesse impensierire anche i primissimi. Urge una scossa nello swing nordamericano.

Andreeva (4)

Con Mirra va sempre messo in conto lo sbrocco. Ma anche la voglia di lottare e non arrendersi. Sull’erba di Wimbledon deve ancora trovare gli aggiustamenti del caso. Ma non è così lontana dalla meta. Certo. incontrare Krejcikova al secondo turno non aiuta il percorso di crescita. O forse sì. Perché si migliora anche e soprattutto a seguito di una bella batosta. Perdere 6-4 al terzo ci sta, anche se le è costato molto. Sempre al limite del crollo isterico, Andreeva sa anche attingere da risorse sorprendenti quando sta per capitolare. Questo ci fa pensare che prima o poi troverà la quadra anche sui prati. D’altronde, come cantava qualcuno, Time is on my (her) side. Però, occhio, che tale Linda Noskova, che di anni ne ha solo 21, è pronta a rubarle il palcoscenico.

Rybakina (3)

Qualcuno  le dica che è matematicamente impossibile che diventi numero uno. Una bella bugia bianca per farla tornare a respirare. Non si spiega altrimenti, se non con la paura di arrivare all’obiettivo degli obiettivi, l’ultimo spaventoso trimestre di Elena. Neanche l’amata erba l’ha salvata. Né i dolci ricordi di un titolo conquistato ai Championships quando sembrava destinata a guardare tutte dall’alto. E per molto tempo. Perdere al terzo turno in due set abulici da una buona, ma non stratosferica, Mertens è l’ennesima riprova di quanto il processo di autoboicottaggio sia arrivato al pieno compimento.

Swiatek (4)

Inaugurare il torneo in qualità di campionessa uscente – una delle inviolabili tradizioni della tenzone cavalleresca in salsa moderna che è Wimbledon – fa tremare anche gli icemen à la Sinner. Figuriamoci la disorientatissima Iga che abbiamo conosciuto nel 2026. Il pianto a dirotto con cui ha rilasciato l’enorme carico di ansia che l’aveva attanagliata alla vigilia del primo turno contro Townsend (3 set difficili) non è bastato a ricatapultarla nella misteriosa bolla zen che l’anno scorso le aveva permesso di vincere – fra lo stupore di molti – il titolo. Dopo una convincente prova con Pliskova, al terzo turno è arrivata l’ennesima prova di cedimento al primo momento di difficoltà. Un set lottassimo con Eala, perso sul filo. E via a lasciarsi andare senza crederci più. Ormai qualunque avversaria sa di poter sempre sperare in un suo crollo improvviso. Addio sogni di gloria? Presto per dirlo.

Arnaldi (5)

L’ambizione è cosa buona per un tennista di alto livello. Magari, sarebbe meglio evitare proclami come l’ambire di andare a Torino quando si è 24esimi nella Race. Matteo fissa giustamente i suoi obiettivi. E, ora che i problemi fisici sembrano alle spalle, può pensare di consolidare la sua classifica. L’eliminazione al primo turno a Wimbledon è dovuta a una certa difficoltà di adattamento alla superficie e all’impossibilità di partecipare ai tornei preparatori alla competizione londinese per l’indisposizione parigina. Andrà fatto un passo alla volta, partendo dallo swing sul cemento. Torino può attendere.

Dimitrov (5,5)

Il solito, grazie. Al bar dello sport, il cocktail Dimitrov è questo. Un’elasticità mostruosa, una tecnica che i next gen e tutti o quasi gli altri gen si sognano. E il terrore negli occhi sui pressure point. La stessa ricetta, una miscela dal sapore inconfondibile. Quello della delusione. Sua e delle torme di ammiratori, tifosi, idolatri. Entrato come wild card, Grigor ha illuso con Mensik al secondo turno, dandogli una bella lezione di tattica. Ci ha – a noi italiani – dato uno stiloso pugno nello stomaco, che fa sempre male, al terzo turno con Berrettini. Che stava quasi per sorprenderlo al quinto. Per poi sciogliere alla distanza contro Fery, lasciandoci quel consueto retrogusto amaro tipico delle tante occasioni che ha perso in carriera. Lui spera ancora di vincere uno slam. Voi?

Cobolli (5)

Underdog? Qualcuno ha detto underdog? Primo: questo termine, dietro il quale spesso si nascondono personaggi incatenati al potere da sempre e perennemente blanditi dall’establishment, ha stufato. Secondo: Flavio, nel dichiarare dopo la vittoria in ottavi con De Minaur, di patire il fatto di essere un po’ sottovalutato, ha involontariamente svelato i timori di chi invece deve difendere lo status di favorito. Quelli che lo hanno attanagliato nel quarto contro Fery. Partita persa male, senza lottare. La chiave è proprio trovare quel sottile equilibrio fra la consapevolezza di essere un top ten e l’umiltà di sapere che si può perdere da chiunque. E possiamo tranquillizzare Cobolli: nessuno, rivali e addetti ai lavori, lo sottovaluta.

Auger-Aliassime (5,5)

La cattiveria, purtroppo, non si compra al supermercato. Felix è un giocatore molto forte. Un ragazzo bravissimo, l’amore di tutte le suocere. Su un campo da tennis, però, senza arrivare agli eccessi di un Connors, il dubbio e l’incertezza si pagano tantissimo ai massimi livelli. Ti può andar bene con Prizmic o Davidovich Fokina (battuto a fatica al quinto), ma quando incontri Mephisto, seppure in versione imbiancata, non la scampi. Nei quarti il canadese ha affrontato a viso aperto Djokovic. ma nella stretta finale il supertiebreak ne ha messo in luce ancora una volta le fragilità caratteriali prima ancora che tecniche. Può ancora provare a fare il salto definitivo. Almeno per tentare di iscriversi al challenge round degli aspiranti terzi incomodi. Ma il tempo stringe.

Medvedev (1)

Mi si nota di più se perdo 6-0 6-0 o se dilapido break in ogni santo set che gioco? No, Daniil. Questo sport funziona un po’ diversamente. E la partita di terzo turno, persa dal pur ottimo Struff sprecando molto più del tollerabile, ci e ti dice che non basterà un cambio di allenatore per trovare la soluzione.

Leave a comment