Ci sono tanti aspetti della vita del tennista professionista che sfuggono a chi segue da lontano la loro attività: ciò che succede in campo durante le partite non è che una minima parte di tutto quello che bisogna affrontare mentre si compete sul circuito, ma anche gli altri aspetti hanno la loro importanza, soprattutto quando da fastidiose seccature iniziano a diventare dannose perdite di tempo.
Una di queste è salita agli onori della cronaca nelle ore precedenti il Media Day dello US Open perché un membro dello stretto entourage di una giocatrice ha deciso di prendere il toro per le corna e gestire una specifica situazione in maniera drastica.
La madre di Coco Gauff, Candi, ha postato sul proprio account Instagram un appello diretto a tutti coloro stavano tempestando sua figlia e tutti gli altri membri del suo team alla ricerca di biglietti omaggio per lo US Open.
La piaga degli “scrocconi”
“Cari familiari e amici, mi scuso in anticipo per questo messaggio diretto, ma necessario. So che siete tutti molto entusiasti per la partecipazione di Coco allo US Open. Anch’io!!! Le richieste per i biglietti riservati agli ospiti di Coco sono già state tutte assegnate. Purtroppo non potrò procurarvi un biglietto. Vi prego quindi di organizzarvi per acquistarlo.
Piccola nota a margine: non chiedete mai più di due biglietti. Coco ormai è grande e ha i suoi amici, ai quali sta riservando biglietti per le partite. Grazie per il vostro continuo sostegno.”
Per ogni match che giocano, infatti, i giocatori hanno diritto a un certo numero di biglietti omaggio (variabile a seconda del torneo, del turno e del campo sul quale si gioca) che possono regalare ad amici e parenti. E nel caso dello US Open, questi tagliandi ovviamente rappresentano una scorciatoia per risparmiare un bel po’ di soldi e potersi vedere da posizione privilegiata uno degli eventi più caldi dell’estate.
“Ho visto quel post prima di andarmi ad allenare, ma senza leggere la didascalia. Poi ho letto qualche commento, e sono andata a vedere cosa ci fosse scritto… Onestamente, ce n’era bisogno,” ha detto Gauff alla stampa commentando l’accaduto.
“La gente spunta dal nulla. Non parli con qualcuno da anni. Non ti fa le congratulazioni, né gli auguri di compleanno, niente; poi ti dice: ‘Oh, sono a New York, posso avere per favore otto biglietti nel tuo box per la tua partita?’”
Di solito il problema è più pressante per i giocatori “di casa” e che quindi per motivi geografici possono avere nei paraggi più “pretendenti” ai tanto agognati biglietti.
“Nello specifico a New York è una follia – ha continuato Gauff – ma penso che New York e Wimbledon siano i tornei a cui la gente vuole venire, e noi facciamo del nostro meglio per accontentare tutti. Però alcune richieste… restereste sorpresi da quanto siano assurde.”
Fino a 50 biglietti
Anche Taylor Fritz ha confermato come la questione sia delicata e richieda tempo ed energie per essere gestita: “È una di quelle cose per cui vorresti che qualcun altro se ne occupasse al posto tuo, ma alla fine devo essere io a decidere chi riceve i biglietti. Quindi è qualcosa con cui, da giocatore, devi un po’ avere a che fare, il che è seccante, perché hai altre cose da fare.”
Non tutti hanno direttamente il numero di un giocatore, per cui le richieste arrivano ai coach, all’agente, a chiunque abbia possibilità di contattare l’atleta. “Arrivano circa 40-50 richieste in totale, di cui 15-20 direttamente a me.”
Anche Frances Tiafoe, tra una risata e l’altra, ha detto di aver pensato a fare quello che ha fatto la mamma di Gauff: “È incredibile. Soprattutto noi persone di colore, quando iniziamo a fare bene nel nostro campo, improvvisamente saltano fuori cugini e parenti da tutte le parti. È difficile.”
Lo stress di “dovere intrattenere”
E può essere davvero una enorme fonte di distrazione. Al punto tale che il tennista canadese Milos Raonic nei primi anni della sua carriera indicò come concausa delle sue prestazioni relativamente deludenti quando giocava a Toronto al fatto di dover dedicare parecchie energie al prendersi cura di parenti e amici che volevano andarlo a vedere.
Naturalmente sono pochi i conoscenti che hanno la possibilità di andare in giro a vedere i loro amici giocare in qualche torneo in giro per il mondo, quindi la domanda si concentra principalmente nel torneo di casa. E per ovviare a questo inconveniente, Raonic mise in piedi un vero e proprio sistema di supporto all’interno del suo team in modo tale che fossero gli altri ad occuparsi di tutto quanto, lasciandolo quindi libero di pensare al tennis.
La bolla
Ben Shelton fa invece parte di uno di quei giocatori che durante il torneo si isola dal mondo esterno ignorando qualunque messaggio arrivi da qualcuno al di fuori del team. Addirittura ci sono tennisti che hanno un telefono apposito per le competizioni, con un numero che solo pochi hanno, privo di applicazioni di messaggistica e contenente esclusivamente ciò che serve per il torneo.
“A volte qualcuno prova a contattarmi, ma ovviamente non rispondo, quindi il problema passa in molti casi ai miei genitori,” ha spiegato Shelton.
Lo “scrocco” e la “faccia di bronzo”
Si può vedere quindi che la ricerca della “raccomandazione” o del “biglietto omaggio” non e solamente un malcostume italiano, ma che accade più o meno a tutte le latitudini e in tutte le culture, ovviamente con modalità differenti. E probabilmente ciò che maggiormente incoraggia la diffusione di questo fenomeno è che, alla fine, probabilmente il gioco vale la candela.
Certe persone che abiterebbero in pianta stabile all’inferno se l’essere inopportuni fosse un peccato mortale alla fine, sfruttando la loro innata faccia tosta, riescono in qualche modo a ottenere quello che vogliono, poco importa se il costo da pagare è la completa perdita di stima da parte del prossimo. Tanto a loro non interessa.
