Dal nostro inviato a New York
Mancano poche settimane e l’Italia tornerà a Shenzhen per provare a fare qualcosa che trasformerebbe definitivamente una splendida generazione in una dinastia. Dopo i successi del 2024 e del 2025, la squadra di Tathiana Garbin andrà a caccia della terza Billie Jean King Cup consecutiva, con le Finals in programma dal 22 al 27 settembre allo Shenzhen Bay Sports Centre Arena. La prima avversaria delle campionesse in carica sarà proprio la Cina padrona di casa.
Di presente e futuro della competizione si è parlato a New York, durante una tavola rotonda organizzata all’interno dei locali della USTA nel corso dello US Open, alla quale hanno partecipato Garbin, la Tournament Director delle Finals Conchita Martinez e alcune delle principali figure che lavorano attorno alla Billie Jean King Cup, tra cui Ilana Kloss, Chair di Billie Jean King Cup Limited ed ex numero uno del mondo in doppio.
Un confronto partito inevitabilmente dall’Italia. Perché vincere una volta può essere un’impresa, due volte significa cominciare ad aprire un ciclo, mentre una terza trasformerebbe inevitabilmente questa nazionale in una delle squadre simbolo della storia recente della competizione.
Di tripletta, però, Garbin preferisce quasi non parlare. O, meglio, preferisce cambiare completamente il punto di osservazione. Non c’è niente da difendere, secondo la capitana azzurra; c’è qualcosa da continuare a costruire.
Garbin: “Il mio orgoglio più grande? Vederle diventare donne”
Il filo che lega le ultime stagioni dell’Italia parte da molto più lontano rispetto alle due coppe già entrate in bacheca.
“Abbiamo costruito questa squadra molto tempo fa”, ha spiegato Garbin. “Ho iniziato a lavorare con alcune di queste ragazze quando ho smesso di giocare nel Tour, nel 2011. Non ero ancora capitana, ma facevo parte della Federazione, aiutavo le ragazze a crescere e cercavo di creare una cultura dello sport. L’obiettivo non era soltanto farle diventare delle buone giocatrici professioniste, ma anche delle buone persone”.
Un lavoro di anni che oggi Garbin considera forse persino più importante delle vittorie.
“Ho visto delle ragazze diventare donne con valori veri e questo è il mio più grande orgoglio da capitana. Ho potuto osservare la loro crescita. Penso che la nostra identità faccia parte di una cultura costruita attorno ai nostri valori ed è questa la cosa più importante”.
La Billie Jean King Cup, del resto, rappresenta quasi un paradosso all’interno del tennis. Per undici mesi l’anno ciascuna giocatrice costruisce la propria carriera attorno a se stessa, al proprio staff, al proprio ranking. Poi arriva la settimana della nazionale e improvvisamente bisogna trasformare un gruppo di individualità in qualcosa di completamente differente. Per Garbin è proprio lì che l’Italia ha fatto la differenza.
“La cosa più importante è la connessione tra le persone. Non è soltanto lavoro. Per noi è qualcosa che fa parte di una famiglia. Io e Filippo e tutta la Federazione abbiamo lavorato molto in questa direzione. Cerchiamo innanzitutto di capire ciò di cui le giocatrici hanno bisogno e poi proviamo ad aiutarle il più possibile. Siamo cresciuti insieme, Federazione, giocatrici e staff”.
“Quando indossano la maglia italiana succede qualcosa di speciale”
La domanda sulla possibile tripletta arriva inevitabilmente. Vincere la prima era difficile. Ripetersi ancora di più. E allora cosa significherebbe farlo per la terza volta?
“Noi non pensiamo mai di dover difendere il titolo. Non difenderemo mai un titolo. Dobbiamo pensare in maniera differente: cercare di raggiungere il nostro livello migliore, trovare le sensazioni giuste in campo e continuare a migliorare”.
Poi arriva il punto che probabilmente meglio fotografa questa nazionale:“non ho alcun dubbio sul fatto che le mie giocatrici, quando indossano la maglia italiana, facciano qualcosa di molto speciale. Sentono di essere parte di qualcosa di più grande”.
Il concetto vale anche per chi non viene scelto: “anche quelle che non giocano sono parte della squadra. Sanno che a volte devo prendere delle decisioni difficili, ma sanno anche che lo faccio soltanto pensando a ciò che è meglio per il team. Penso che sia questo il modo con cui dobbiamo approcciare la competizione: non difendere qualcosa che abbiamo già conquistato, ma continuare a far crescere una squadra”.
Parole che spiegano forse più di qualsiasi analisi tecnica i risultati italiani degli ultimi anni e quando a Garbin viene chiesto di scegliere il momento più significativo delle ultime edizioni, la capitana non indica una coppa sollevata o un match point, sorprendendoci torna invece indietro alla sconfitta.
“Anche nei momenti difficili siamo sempre rimaste molto unite. È probabilmente la sensazione più bella che mi lascia questa competizione. Tre anni fa avevamo perso la finale ed eravamo già pronte per la cerimonia. Eravamo dietro le scale e stavamo parlando dell’anno successivo, di come provare a costruire qualcosa di ancora più grande”.
Ed è proprio lì che Garbin individua il valore del gruppo: “quando vinci, ovviamente, tutto è bello, ma quando perdi e riesci comunque a trovare insieme quel tipo di sentimento, allora per me c’è qualcosa che può valere persino più della vittoria”.
Dal campo alla panchina: “A volte è frustrante”
Garbin conosce la competizione anche dall’altra prospettiva. Prima giocatrice, poi capitana: “cambia tutto. Quando sei in campo cerchi di fare del tuo meglio e sei tu a poter intervenire direttamente sulla partita. Quando invece sei seduta accanto al campo e provi ad aiutare una giocatrice mentalmente, sai che in realtà non puoi fare niente al posto suo. A volte è frustrante”.
L’esperienza da giocatrice, però, rimane fondamentale: “Ti permette di capire meglio quello che sta succedendo. Quando sei lì vicino e provi ad aiutare, sai che cosa sta provando una giocatrice perché l’hai vissuto. Da una parte è utile, dall’altra è frustrante perché non puoi andare tu in campo”.
Una sensazione conosciuta perfettamente anche da Conchita Martinez.
Martinez e il paragone con la Spagna: “Vedo molte similitudini”
Campionessa da giocatrice, capitana e oggi Tournament Director delle Finals, Conchita Martinez ha vissuto praticamente ogni possibile versione della competizione. E soprattutto ha fatto parte della grande Spagna degli anni Novanta, quella capace di vincere cinque Fed Cup insieme ad Arantxa Sanchez Vicario e di costruire una delle grandi dinastie del tennis femminile per nazioni.
Il paragone con questa Italia diventa quindi inevitabile: “sì, vedo molte similitudini”, ha ammesso Martinez. “Ai miei tempi c’era un grandissimo commitment verso questa competizione. Eravamo estremamente orgogliose di difendere i colori del nostro Paese e siamo riuscite ad avere successo soprattutto perché tutte avevamo questo tipo di impegno”.
Martinez torna con la memoria a quegli anni: “Vincere cinque volte, disputare altre finali, giocare insieme ad Arantxa e condividere tutto con le altre componenti della squadra mi ha lasciato dei ricordi meravigliosi”.
Poi guarda Garbin e l’Italia: “Quando vedo questa squadra, vedo quanto sono unite e quanto si sostengono a vicenda. Tathiana lo spiegava prima: giocare o non giocare comporta sempre delle scelte difficili per un capitano. A volte devi lasciare qualcuno fuori, ma vedere quella stessa giocatrice presente a ogni partita, pronta a sostenere la squadra, è esattamente ciò che rappresenta questa competizione”.
Ed è anche, secondo Martinez, una delle ragioni dei successi azzurri: “Credo che sia proprio questo uno dei motivi per cui l’Italia sta ottenendo risultati così importanti”.
Martinez: “Da Tournament Director voglio creare uno spettacolo per tutti”
La spagnola è passata nel corso degli anni dal campo alla panchina fino a un ruolo completamente differente: “È sempre bello poter accumulare esperienze diverse e poi portarle in ciò che fai successivamente. Come capitano devi lavorare con le giocatrici, ma anche con tutti i componenti della squadra. Sei seduta sulla sedia accanto al campo, ma devi essere perfettamente sincronizzata con gli allenatori”.
Anche Martinez usa la stessa parola di Garbin: frustrazione: “A volte essere capitano può essere frustrante. E può esserlo ancora di più quando alcuni giocatori non hanno lo stesso livello di commitment. Il lavoro del capitano è proprio quello di riuscire a riunire tutti”.
Con un obbligo: dimenticare, almeno per una settimana, di essere stata una delle bandiere del tennis spagnolo: “bisogna essere completamente imparziali. La Spagna naturalmente è una delle squadre, ma io devo rimanere neutrale e sperare semplicemente che vinca la migliore”.
Alla domanda sulla sfida più difficile da Tournament Director, Martinez mette al centro l’esperienza di chi partecipa alla manifestazione. “Il mio obiettivo principale, quello sul quale mi concentro maggiormente, è riuscire a creare uno spettacolo per i tifosi, per le giocatrici, per i capitani e per tutti i componenti delle squadre”.
Shenzhen, dopo l’esperienza del 2025, rappresenta un terreno ormai conosciuto: “lo scorso anno è stato fantastico. I tifosi hanno potuto avvicinarsi e vedere alcune delle migliori giocatrici del mondo. Per me la cosa principale è riuscire a mettere insieme tutte queste componenti. Ci sono naturalmente tantissime altre difficoltà organizzative, ma il mio ruolo è concentrato soprattutto sul lato delle giocatrici, dei capitani e dei team”.
Italia, Ucraina e Repubblica Ceca: “In questa competizione non sai mai cosa può succedere”
Poi si passa al campo. Italia, Spagna, Repubblica Ceca, Ucraina: chi parte davanti? Martinez evita gerarchie nette.
“In questa competizione non sai mai cosa possa succedere. Sulla carta qualcuno può essere più forte, ma poi entrano in gioco tantissimi altri fattori”.
La componente nazionale altera anche gli equilibri abituali del circuito: “È bellissimo vedere grandi giocatrici difendere i colori del proprio Paese. La Repubblica Ceca è molto forte, l’Italia è molto forte, l’Ucraina è molto forte. Vedremo quello che succederà. Ci sono giocatrici che riescono a giocare ancora meglio quando rappresentano il proprio Paese e altre che invece possono sentire maggiormente la pressione”.
È anche questo, per Martinez, a rendere la Billie Jean King Cup differente dal resto della stagione: “Non puoi sapere prima quello che succederà. L’importante è che tutte siano lì per rappresentare il proprio Paese”.
Ilana Kloss: “Non basta quello che succede in campo”
Il dibattito cambia quindi prospettiva con Ilana Kloss, sudafricana di nascita, ex numero uno mondiale di doppio, componente della nazionale sudafricana di Fed Cup a partire dal 1973 e oggi Chair di Billie Jean King Cup Limited.
Kloss lavora da decenni al fianco di Billie Jean King e la sua visione della manifestazione va decisamente oltre il risultato di una partita.
“Siamo fortunati ad avere delle giocatrici che sostengono questa competizione e che vogliono giocare per il proprio Paese. E abbiamo capitani straordinari”.
Il punto centrale è ciò che rimane dopo: “il nostro sogno per la Billie Jean King Cup riguarda naturalmente quello che avviene sul campo e le giocatrici sono fantastiche, ma riguarda anche l’impatto che queste grandi donne e questi capitani possono avere fuori dal campo, investendo nello sport e aiutando la generazione successiva”.
Per Kloss vincere o perdere non può essere l’unico metro: “non potremmo essere più orgogliosi di loro, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta. Sono leader e campionesse anche nella vita. Per me e per Billie Jean questo è incredibile”.
Ed è qui che la BJK Cup vuole andare oltre il semplice concetto di torneo: “è importante costruire un ecosistema più grande fuori dal campo. È fantastico avere l’uguaglianza nel prize money e una rappresentanza importante, ma dobbiamo costruire una cultura e un’ambizione che permettano a una donna di aspirare a essere qualcosa di più che soltanto un’atleta in campo”.
Settembre e il problema calendario
Inevitabile, nel corso della tavola rotonda, affrontare anche uno dei grandi temi del tennis contemporaneo: il calendario. Le Finals si disputano per il secondo anno consecutivo a Shenzhen e ancora una volta nel mese di settembre, una scelta che Martinez considera positiva.
“Siamo molto felici. Lo scorso anno è stato un grande successo e avere un secondo anno nello stesso luogo aiuta sempre perché sai che cosa aspettarti, sai quali aspetti devi migliorare e puoi lavorare come squadra per offrire un’esperienza migliore ai team e ai tifosi”.
Anche la collocazione temporale convince la Tournament Director: “avere le Finals a settembre è stata una buona scelta. Quando arrivi alla parte conclusiva dell’anno le giocatrici sono stanche e hanno bisogno anche di un’off-season prima di iniziare un’altra stagione durissima. Il tennis non si ferma praticamente mai”.
La vicinanza con lo swing asiatico, inoltre, rende Shenzhen logisticamente più semplice da inserire nel programma.
Il problema complessivo, tuttavia, rimane. Dal tavolo arriva una considerazione che fotografa bene la difficoltà nel mettere d’accordo tutte le componenti del circuito: chi arriva sempre in fondo ai tornei vorrebbe giocare meno, mentre chi perde spesso nei primi turni ha bisogno di più competizioni.
“Ci sono discussioni continue sul calendario e su alcuni eventi”, viene sottolineato durante il confronto. “È molto difficile. I migliori giocatori vogliono meno tornei perché giocano continuamente, mentre quelli che perdono presto ne vogliono di più. Bisogna riuscire a trovare un equilibrio nell’ecosistema”. Una questione destinata a rimanere centrale, anche alla luce del numero crescente di infortuni e ritiri nella seconda parte dell’anno.
BJK Cup come porta d’ingresso: 148 nazioni nel 2026
La Billie Jean King Cup rivendica però una funzione che va al di là dei problemi dei vertici del ranking.
Nel 2026 sono state 148 le nazioni iscritte ai diversi livelli della competizione, un record che rafforza la dimensione globale dell’evento. L’idea espressa durante la tavola rotonda è semplice: per moltissime bambine indossare per la prima volta la maglia del proprio Paese può rappresentare il punto di ingresso nel tennis internazionale.
“Devi poter vedere qualcosa per immaginare di poterlo diventare”, è il concetto attorno al quale ruota la visione della competizione. Rappresentare la propria nazione, soprattutto nei Paesi dove il tennis professionistico ha meno visibilità e risorse, può diventare così il primo grande obiettivo di una giovane atleta. E c’è anche il legame con il movimento olimpico, dal momento che la partecipazione alla competizione per nazioni rientra nei criteri di eleggibilità previsti per i Giochi.
Il lato oscuro: betting e abusi online
Dalla crescita della manifestazione si arriva però anche alla crescita dei problemi che accompagnano il tennis moderno. Uno in particolare: gli abusi online nei confronti delle giocatrici, spesso legati alle scommesse.
Il tema nasce da una domanda sui rapporti sempre più stretti tra sport e betting e sulla possibilità di tenere insieme esigenze commerciali e protezione degli atleti. Ilana Kloss ne riconosce le difficoltà: “è difficile, perché gli eventi hanno bisogno di ricavi e naturalmente da questo settore ne arrivano. Ma dall’altra parte vuoi sempre proteggere i giocatori dagli abusi online. Penso che tutti stiano facendo il massimo per monitorare la situazione, però non è semplice”.
Il problema è ormai esploso rispetto al passato. Una delle rappresentanti dell’organizzazione ha sottolineato come sia necessario distinguere tra betting regolamentato e non regolamentato, con sponsorizzazioni e partnership soggette a parametri e codici di condotta, ma la conseguenza più pesante ricade spesso direttamente sulle giocatrici.
Threat Matrix e intelligenza artificiale contro gli insulti
La Billie Jean King Cup lavora insieme alle altre componenti del tennis su sistemi di controllo degli abusi online.
Tra questi c’è Threat Matrix, tecnologia che attraverso sistemi basati sull’intelligenza artificiale permette di monitorare contenuti offensivi, minacce e messaggi diretti verso i giocatori, producendo report che nei casi più gravi possono essere trasmessi alle autorità competenti.
L’accesso, soprattutto quando si entra nella sfera dei messaggi privati, deve naturalmente rispettare il consenso dell’atleta e le normative sulla privacy, ma i numeri raccontano quanto il problema sia diventato difficile da governare manualmente.
Durante la tavola rotonda è stato sottolineato come circa il 48% degli abusi online rilevati sia riconducibile a persone coinvolte nel mondo delle scommesse.
Un dato che spiega perché il tennis abbia dovuto cercare una risposta tecnologica. Kloss ha ricordato come già anni fa esistessero minacce, anche molto pesanti, nei confronti delle giocatrici, ma si trattasse di episodi molto più isolati.
“Ricordo che già nel 2014 esistevano casi di giocatrici che ricevevano minacce di morte, ma erano situazioni rare e potevano essere gestite attraverso la sicurezza. Oggi hai bisogno dell’intelligenza artificiale e dei sistemi online perché non è più possibile affrontare tutto manualmente”.
La dimensione è completamente cambiata. “Siamo consapevoli del problema e stiamo facendo quello che possiamo con gli strumenti e l’autorità che abbiamo. Bisogna lavorare anche con le piattaforme digitali”. Perché dire semplicemente a una giocatrice di non leggere i social non può più rappresentare una soluzione.
Un tennis sempre più grande e sempre più complicato
Ed è forse questa la fotografia più interessante uscita dalla tavola rotonda newyorkese: da una parte c’è un tennis femminile che continua a crescere, con maggiore visibilità, investimenti, uguaglianza economica e una manifestazione per nazioni capace di coinvolgere quasi 150 Paesi.
Dall’altra c’è uno sport sempre più complesso da governare: un calendario congestionato, organismi differenti chiamati a trovare compromessi, nuovi interessi commerciali, il peso crescente delle scommesse e l’esplosione degli abusi attraverso i social network.
In mezzo poi rimane il campo e lì, tra poche settimane, Garbin tornerà con le sue giocatrici a Shenzhen. Una terza Billie Jean King Cup consecutiva metterebbe questa Italia accanto alle grandi nazionali della storia della competizione. Conchita Martinez, che una di quelle dinastie l’ha vissuta personalmente, le similitudini le vede già.
Garbin, invece, continua a evitare la parola tripletta e non perché non sappia che cosa rappresenterebbe, ma perché la filosofia costruita in questi anni segue una direzione differente: non difendere quello che è già stato vinto, ma provare ogni volta a costruire qualcosa di più grande.
