Tra la scarsità di notizie e l’enorme interesse del pubblico nasce un mercato ultra prolifico fatto di interpretazioni, retroscena e anticipazioni.
Il giornalismo sportivo non è mai stato un territorio “santo”, incontaminato. Ha sempre costruito rivalità, eroi, nemici, retroscena, amplificato conflitti, edificato o (ahinoi) demolito personaggi. La stampa sportiva popolare esiste da molto prima dei social network e la ricerca del titolo in grado di vendere una copia di giornale in più non è certo un’invenzione di Instagram. Qualcosa, tuttavia, è cambiato non tanto nella presenza del sensazionalismo quanto nell’infrastruttura economica e distributiva che oggi lo premia.
All’inizio Internet sembrava soprattutto un nuovo canale di diffusione. Un giornale produceva una notizia secondo le proprie logiche editoriali e successivamente cercava il modo migliore per farla arrivare ai lettori. Oggi una parte crescente dell’informazione viene divulgata tramite canali che il giornale non controlla: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, X, Google e, sempre più spesso, altre forme di intermediazione digitale. Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute attesta un dato orami ovvio: nei 48 mercati analizzati, social network e piattaforme video sono diventati, in media, una fonte di informazione più utilizzata che della televisione e dei siti e delle applicazioni proprietarie delle testate. Il Reuters Institute parla esplicitamente di crescente platformisation del consumo di notizie.
Un’unica metrica di giudizio
Anche l’Italia, tradizionalmente molto legata alla televisione e alle grandi testate, è entrata pienamente in questo ambiente più frammentato, dove quotidiani storici, testate digitali, influencer, giornalisti indipendenti e creator competono (o si arrabattano) nello stesso spazio.
Un articolo della Gazzetta, un video di un creator, un’indiscrezione pubblicata su Substack, il commento di un ex tennista e una storia Instagram di un giornalista possono comparire uno dopo l’altro nello stesso feed e, pur avendo livelli differenti di verifica e attendibilità, gareggiano tutti per la medesima risorsa scarsa: pochi secondi dell’attenzione di chi sta scorrendo lo schermo. La tradizionale gerarchia giornalistica — importanza, verifica, approfondimento, pubblicazione — è stata polverizzata! La preoccupazione è solo una in fin dei conti. Tra migliaia di contenuti disponibili, quale ha maggiori probabilità di trattenere l’utente sulla piattaforma? Engagement è la parola d’ordine del XXI secolo.
Le metriche dell’interazione
Ciò significa che determinate caratteristiche del contenuto devono produrre con particolare efficacia i segnali che le piattaforme possono misurare — click, commento, condivisione, permanenza, reazione — e l’emozione, da questo punto di vista, si rivela straordinariamente efficiente.
Una redazione può sapere quasi in tempo reale quante persone hanno aperto un articolo, quanto a lungo lo hanno letto, attraverso quale canale lo hanno raggiunto, se lo hanno condiviso e persino quale formulazione del titolo ha attirato maggiore attenzione. È in questo senso che la studiosa Lisa Merete Kristensen ha proposto di considerare l’expected reception, la «ricezione attesa», come un nuovo valore-notizia del giornalismo digitale, oltre ai criteri più tradizionali (l’importanza di un fatto, la sua novità, la vicinanza al pubblico, la notorietà dei protagonisti, le conseguenze che può produrre, la presenza di un conflitto). Il problema non è che un giornalista conosca il proprio pubblico, sarebbe assurdo considerarlo un male.
Il cambiamento avviene quando la probabile capacità di una notizia di generare una risposta comincia a incidere sulla decisione di pubblicarla, sulla gerarchia che le viene assegnata e soprattutto sulla maniera in cui viene presentata. Il feed, per sua natura, non misura la qualità dell’argomentazione, registra comportamenti: un commento indignato e un commento ragionato sono entrambi interazioni.
Questo non significa che gli algoritmi “vogliano” la cattiva informazione, semplicemente premiano determinati segnali quantitativamente misurabili e i contenuti capaci di suscitare emozioni forti sono spesso particolarmente efficienti nel produrli.
Sinner e il mercato dell’interpretazione
Jannik Sinner è contemporaneamente uno dei più grandi sportivi italiani di oggi, un personaggio di enorme valore commerciale e una persona che concede pochissimo (addirittura nulla) alla costruzione pubblica della propria intimità. Le ragioni di questa scelta possono essere molteplici e, soprattutto, non devono necessariamente essere spiegate. In un recente intervento sul suo blog Finite Jest, Andrea Petkovic osserva come l’abitudine a esporre sui social aspetti sempre più intimi della nostra esistenza abbia progressivamente alterato anche la percezione della privacy altrui.
Abbiamo finito per confondere ciò che desideriamo sapere con ciò che abbiamo diritto di sapere, ciascuno può decidere quanto condividere di sé, senza che la disponibilità di alcuni a raccontarsi diventi un obbligo per tutti. Nel caso di un atleta professionista, naturalmente, esiste anche un legittimo interesse pubblico a conoscere le ragioni di un’assenza dalle competizioni. Ma la rilevanza giornalistica di un infortunio non implica automaticamente il diritto di conoscere ogni micro dettaglio della condizione fisica di chi ne soffre.
Una cosa è certa, la domanda di Sinner è enorme, l’offerta spontanea di Sinner è molto più piccola, tra le due si apre un mercato. È buffo constatare che non si racconta soltanto ciò che Sinner fa, ma addirittura si racconta ciò che potrebbe significare ciò che fa. Il paradosso dei paradossi è che più Sinner cerca di comunicare poco, più viene prodotto discorso su Sinner. La scarsità di informazioni dirette, anziché ridurre il racconto, aumenta il valore di chi può presentarsi dicendo: attenzione! Io so qualcosa che gli altri non sanno! Una delle monete più preziose dell’economia del gossip.
Perché il gossip funziona in questo contesto
Il giornalismo di gossip ha per sua natura una forma narrativa estremamente adatta all’ambiente digitale: la fonte personale, l’indiscrezione, l’anticipazione, il dettaglio esclusivo, la suspense, gli aggiornamenti successivi, il rapporto diretto con il pubblico, il conflitto con gli altri media e, soprattutto, la trasformazione dello stesso giornalista in personaggio della storia. Raramente si offre una notizia conclusa, il più delle volte la si serializza. C’è un primo elemento poi ne arriverà un altro, qualcuno nega, il giornalista replica, compare una nuova prova e così via. I vari media intervengono e la vicenda continua. È una grammatica nata molto prima dei social network, ma i social sembrano costruiti apposta per ospitarla.
Il caso del ginocchio di Sinner aggiunge un elemento ancora più interessante. Si parte all’inizio con un’informazione sostanzialmente corretta: Sinner è effettivamente a Milano per accertamenti e il problema al ginocchio si rivela abbastanza serio da impedirgli prima di giocare a Cincinnati e poi all’US Open e via dicendo. Da quel momento chi ha lanciato l’”esclusiva” acquisisce ciò che potremmo chiamare un capitale epistemico: il diritto, riconosciutogli dal pubblico, di essere ascoltato perché “aveva saputo prima degli altri”.
Aveva ragione sulla visita, dunque probabilmente conosce la reale entità dell’infortunio. Se conosce l’infortunio, forse conosce anche i rapporti fra il team e la stampa; se dice che il problema è stato minimizzato, forse sa che qualcuno lo ha deliberatamente minimizzato; se sostiene che esiste un sistema di protezione, anche quell’ipotesi beneficia indirettamente dell’autorevolezza conquistata con la prima notizia.
Peccato che il metodo giornalistico funziona esattamente al contrario. A può essere vero e B falso. Una fonte affidabile su A può non esserlo su C. Ogni informazione richiede una verifica proporzionata alla propria gravità.
Quando una fonte diventa dieci fonti
C’è poi un altro fenomeno particolarmente insidioso. Un’indiscrezione viene pubblicata su un social network, viene ripresa da un sito, un secondo sito poi cita il primo, una testata straniera segnala che “i media italiani riferiscono”. Qualche ora dopo, la stessa informazione compare su Google decine di volte. Visivamente abbiamo venti articoli, ma epistemologicamente potremmo avere una sola fonte, ciò è essenziale perché modifica anche la percezione dell’autorevolezza. “Lo scrivono tutti” non significa necessariamente che tutti lo abbiano verificato.
Nel giornalismo digitale la tracciabilità della fonte originaria dovrebbe quindi diventare più importante, non meno. Accade spesso il contrario: a forza di ripetizioni, l’attribuzione iniziale scompare e l’indiscrezione acquista progressivamente l’aspetto di un fatto condiviso.
Dove comincia davvero la decadenza
Se vogliamo parlare di una decadenza del giornalismo sportivo, allora, probabilmente non dovremmo cercarla nel fatto che, ad esempio, un giornalista di gossip si occupi di Sinner.
Il problema emerge quando il sistema dell’informazione perde la capacità — o la volontà — di mantenere separate categorie diverse. Sinner ha un problema al ginocchio destro ed è ancora lontano dal rientro è ormai un fatto confermato dallo stesso giocatore che ha annunciato, tramite i propri canali, il termine della stagione 2026 spiegando di non essere ancora pronto a competere. Le varie e più disparate diagnosi su quel maledetto ginocchio restano, al momento, indiscrezioni mai confermate ufficialmente né direttamente dal team di Sinner. L’eventualità di un intervento chirurgico appartiene, allo stato attuale, allo stesso livello. L’idea che il team abbia nascosto o minimizzato deliberatamente la reale gravità del problema, o che esista un sistema economico e mediatico interessato a impedire che emerga la verità, resta infine un’interpretazione di portata molto più ampia, che richiederebbe prove altrettanto solide.
Un giornalismo sano può pubblicare tutte queste proposizioni, ma deve avvertire il lettore che non possiedono lo stesso statuto di verità. Un titolo come “Sinner, visita medica a Milano” contiene una quantità finita di informazione, “Cosa c’è davvero dietro il mistero del ginocchio di Sinner” apre invece uno spazio narrativo potenzialmente infinito. Il primo informa, il secondo promette una storia (un prodotto di largo consumo).
Il confine era già scomparso
Personalizzazione, indiscrezione, suspense, polarizzazione, costruzione seriale della notizia sono tutti elementi che il gossip conosce da decenni e che oggi funzionano magnificamente nell’economia delle piattaforme. Non perché tutto sia diventato gossip in senso stretto, ma perché quella stessa grammatica è diventata straordinariamente efficace nel trasformare qualsiasi cosa in contenuto. Una volta un fatto, una dichiarazione, un gesto o persino un pensiero avevano innanzitutto un rapporto con il reale: accadevano, venivano interpretati e solo successivamente potevano diventare materia di racconto. Oggi l’accadimento nasce già come potenziale contenuto, il fatto non ha quasi il tempo di esistere prima di essere inserito in una filiera produttiva.
Pensiamo a Andy Warhol e alle sue Marilyn ricreate in serie, la ripetizione non era un semplice espediente estetico, ma voleva dirci qualcosa della nascente società dei consumi. Nell’universo digitale sta avvenendo qualcosa di simile, dove l’oggetto della serializzazione è la realtà stessa. Ogni frammento di ciò che accade può essere isolato dal proprio contesto e rimesso in circolo ripetutamente. La realtà viene scomposta in unità minime di attenzione e continuamente riconfezionata, lo stesso accade per il pensiero che perde la sua natura processuale per assumere quella di merce da listino. In questa catena di montaggio non finiscono più soltanto le lattine di zuppa Campbell’s o le scatole Brillo rese seriali da Warhol: finiscono gli avvenimenti, le relazioni, le emozioni, le opinioni e, in ultima analisi, il pensiero stesso.
Sinner, per la sua enorme popolarità, per il valore economico che rappresenta, per la polarizzazione che ormai accompagna la sua figura e per la discrezione con cui continua a gestire la propria vita pubblica, rende tutte queste tensioni particolarmente visibili. È dunque un ottimo laboratorio di osservazione.
