27/12/2012 16:57 CEST - TENNIS E STORIA

Nemmeno la guerra può fermare la pallina

TENNIS - A differenza di quanto si crede, la Seconda Guerra Mondiale non cancellò il tennis dell'epoca. Cosa accadde in quei tristi anni fra i Pro Don Budge, Ellsworth Vines, Fred Perry, Bill Tilden. I titoli di Roy Emerson... Federico Romagnoli

la statua dedicata a Fred Perry situata a Wimbledon (Photo by Gary M. Prior/Getty Images)
la statua dedicata a Fred Perry situata a Wimbledon (Photo by Gary M. Prior/Getty Images)

Come è ben noto agli appassionati, prima della Open Era il tennis era caratterizzato da due circuiti: quello amatoriale e quello professionistico, non comunicanti fra loro.

Il tennis nasce come sport amatoriale (come molti sport nati nell'Ottocento): tutti i suoi più grandi esponenti sono dilettanti almeno fino agli anni Trenta (compresi). Ci volle molto tempo al circuito professionistico per formarsi prima, per attecchire poi, e per elevarsi di livello infine.

Il primo torneo Pro di cui si abbia notizia è un Round Robin a tre giocatori, tenutosi nel 1898 a Parigi, indoor: lo vinse l'irlandese Thomas Burke. I nomi di peso del tennis continuavano comunque a dedicarsi al dilettantismo, lasciando il professionismo sostanzialmente agli insegnanti o ai giocatori ormai troppo anziani per poter competere nei grandi eventi.

Per avere un torneo professionistico stabile bisognerà attendere il 1920, quando in Francia venne istituita la Bristol Cup. Fu il primo segnale di un circuito che andava lentamente espandendosi, ma rimaneva comunque ben sotto i vertici dello sport: il più forte professionista degli anni Venti, Karel Koželuh, per quanto valido, non era certo paragonabile a Tilden o ai moschettieri.

Il primo grande scatto si ebbe nel 1931: quell'anno fu proprio Sua Maestà Big Bill Tilden a diventare professionista, dopo aver vinto fra i dilettanti undici Slam e sette Davis (contate che l'evento a squadre all'epoca era anche più importante di Wimbledon). Il passaggio di Tilden al professionismo segnò l'inizio di una graduale emorragia dal circuito amatoriale verso quello Pro. Gli anni Trenta furono il periodo del passaggio di testimone: uno dei due circuiti andava perdendo pezzi, e l'altro ne andava acquistando sempre di più.

Insomma: si iniziava da dilettanti e, dopo eventuali risultati di rilievo, si decideva se fosse il caso di diventare o meno professionisti. Ellsworth Vines prese la decisione al termine del 1933, dopo una stagione difficile in cui non vinse alcun titolo importante (aveva però portato a casa tre Slam nel 1931-32). Fred Perry impiegò otto Slam (e quattro Davis) prima di decidersi: divenne Pro nel 1937.
Tuttavia fra gli storici rimane aperto il dibattito: qual è stato il momento preciso in cui il circuito professionistico superò definitivamente quello amatoriale per qualità di gioco? Chi vi scrive ha in mente una data cruciale: il 1939. Per due ragioni.

1) Quell'anno esplose la Seconda Guerra Mondiale, che di fatto azzerò il circuito amatoriale (sopravvisse solo il torneo americano), mentre quello professionistico, rifugiatosi negli USA, riuscì a protrarsi fino al 1942, con numerosi tornei di grande rilievo;
2) nel 1938 Don Budge realizzò il grande Slam (forse aiutato dall'assenza forzata di Gottfried von Cramm al Roland-Garros, ma si trattò lo stesso di una grande impresa) e l'anno successivo divenne anch'egli Pro. Con il suo passaggio, per la prima volta nella storia dello sport tutti e quattro i tennisti più forti erano Pro (lui, Vines, Perry e Nüsslein). Al circuito amatoriale non rimase più alcun nome di rilievo, tant'è che nel 1939, ultimo anno prima della cancellazione di tre Slam su quattro, i vincitori furono solo giocatori di medio livello come Bromwich e McNeill, o talenti ancora allo stato grezzo e ben lungi dalle future vette del proprio gioco, ossia Bobby Riggs (come sappiamo che fosse ancora distante dai propri vertici? Semplice: nel 1942 divenne professionista e Budge lo bastonò severamente per tutta la stagione).

La Seconda Guerra Mondiale è insomma un momento spartiacque nella storia del tennis: da lì i professionisti spiccano il volo. Ecco perché è assolutamente distorcente misurare la grandezza dei campioni compresi fra il 1939 e il 1967 contando il numero di Slam vinti. Erano Slam vinti senza dover affrontare nessuno dei giocatori più forti: si affrontavano al massimo quelli che sarebbero stati futuri campioni del circuito Pro, ma che in quel momento erano ancora acerbi (in sostanza: caro Roy, i tuoi dodici Slam non impressionano granché chi conosce davvero la storia di questo sport).

L'intenzione di questo articolo è quella di focalizzarsi proprio sul periodo in cui avvenne il sorpasso: la guerra. Per un motivo ben preciso: si parla sempre pochissimo del tennis di questa piccola ma significativa fascia di tempo (anche a causa del fatto che si giocò un solo Slam su quattro: ma visto che, come abbiamo appena sottolineato, a quel punto gli Slam non contavano più granché, ce ne fregheremo beatamente e punteremo piuttosto sulle avventure dei professionisti, molto vivaci e piene di aneddoti). Prendiamo dunque in esame gli anni dal 1939 al 1945 e vediamo cosa successe.

1939
La stagione Pro fu caratterizzata da quattro grandi tornei e due tour.
Il tour più importante fu quello iniziale, fra Budge e Vines. Cominciò il 3 gennaio, con una serata al Madison Square Garden, davanti a 16mila spettatori paganti. Fu un massacro: Budge vinse 6-3, 6-4, 6-2 in poco più di un'ora. Nessuno si aspettava un simile dislivello: Budge veniva dal Grande Slam, ma Vines era considerato il più forte dagli addetti ai lavori, grazie anche al tour vinto contro Perry l'anno precedente.

La prima vittoria di Vines giunse al terzo incontro, a Philadelphia: una vittoria tanto netta da spingere i giornalisti a considerare le prime due sconfitte come una messa a fuoco del proprio avversario. In particolare, Budge aveva un rovescio incredibile, da molti ritenuto il più potente che si fosse visto sino a quel momento: Vines dovette quindi calibrarsi su quell'arma letale poter prendere le contromisure, portando all'estremo il suo gioco rischioso ma mozzafiato fatto di bombe piatte di dritto (un approccio in qualche modo antesignano di quello che oggi definiremmo “o punto o morte”), cercando di evitare gli scambi lunghi da fondo. Insomma: fai correre Budge prima che lui faccia correre te.

Non so quanto la teoria dei giornalisti fosse fondata a ogni modo: alla fine del tour Budge contava 22 vittorie e 17 sconfitte, segno che Vines, pur non soccombendo come altri sotto i colpi di quel rovescio killer, non aveva comunque la continuità per poter battere il rivale sulla lunga distanza (in vero, la continuità non era in generale il punto forte di Vines, giocatore considerato dai contemporanei il più forte della propria era quando in giornata, ma sovente non in giornata, per l'appunto).

Il secondo tour, fra Budge e Perry, fu quasi a senso unico: 28-8. Molto semplicemente, giunto alla soglia dei trent'anni, per Perry era ormai estremamente difficoltoso opporsi allo strapotere fisico e alla continuità di Budge, sei anni più giovane.

Terminato il tour, Perry si prese un periodo di riposo, mentre i grandi giocatori americani salparono per l'Europa. A metà maggio si giocò il primo torneo di prestigio, il Wembley Pro. La ricetta era semplice: quattro nomi, formula Round Robin al meglio dei tre set, chi vince più match porta a casa il trofeo. I quattro erano Vines, Budge, Tilden e il tedesco Hans Nüsslein.

Urgono a questo punto due digressioni. La prima riguarda Tilden, che aveva ormai la bellezza di 46 anni ma, incredibilmente, rimaneva competitivo. Sarà stato un altro tennis e tutto quello che volete, ma 46 anni erano comunque uno sproposito, nessun altro giocatore rimase competitivo così a lungo neanche all'epoca. Cochet, Budge e Perry diedero tutto entro i 35, Vines non arrivò ai 30: insomma dei margini di età curiosamente simili a quelli attuali, con Tilden come unica mastodontica eccezione, a riprova, ancora una volta, di che immenso giocatore sia stato.

L'altra digressione riguarda Nüsslein, tennista temibile, a suo agio in particolare sulla terra battuta, come all'epoca grosso di quelli provenienti dall'Europa continentale.

La sua storia è la dimostrazione più palese di quanto la divisione fra amatori e professionisti fosse una ciclopica idiozia. A quindici anni diede alcune lezioni di tennis a pagamento, venne scoperto e bannato a vita dalla International Lawn Tennis Federation. Non ebbe mai la possibilità di esprimersi nel circuito dilettantistico e fu di fatto il primo tennista esclusivamente Pro della storia.

Dai 22 anni in poi entrò nell'orbita di Tilden, che lo scelse spesso come avversario per tournée e esibizioni. Durante la sua permanenza nel circuito Pro aveva vinto diversi bei tornei, nessuno dei quali era però considerabile un Big One: fino a prima della guerra infatti gli Slam tradizionali mantenevano un livello medio più alto dei tornei Pro, i quali erano per giunta spesso disertati dai giocatori più forti, che preferivano le tournée. Fra le altre cose, in effetti, il 1939 fu anche l'anno in cui i Pro più forti cominciarono a giocare i tornei con una certa regolarità.

Il torneo di Wembley fu a senso unico: data la grande velocità della superficie (si giocava su legno indoor, la palla schizzava come in un flipper), Budge fece valere la propria potenza, perdendo un solo set.
A questo grande evento seguono altri tornei europei (siamo appena a metà anno, la guerra non è ancora esplosa), fra i quali due importantissimi titoli su terra battuta: il French Pro (giocatosi al Roland-Garros, dove un paio di settimane prima si era come al solito tenuto lo Slam amatoriale) e l'International Pro Championship of Britain di Southport.

Il French Pro fu un successo enorme, molto superiore a quello del Roland-Garros tradizionale: oltre a Budge, Vines, Tilden e Nüsslein entrarono in tabellone Larry Stoefen (giocatore di buon livello che aveva provato a opporsi senza troppo successo a Vines in un paio di tour di qualche anno prima), Henri Cochet (ormai lontano dai suoi anni d'oro, ma in questo torneo capace di un'ultima fiammata) e altri vecchietti onorevoli quali Martin Plaa e Robert Ramillon.

A sorpresa, Nüsslein venne sbattuto fuori da Stoefen ai quarti di finale, in tre set netti: quel giorno, stando alle cronache, non gli funzionò il servizio (per giunta, Stoefen stava vivendo un buon periodo: aveva di recente raccolto un paio di vittorie persino contro Budge e Vines, benché in eventi minori).

Sempre ai quarti si ebbe una battaglia epica fra Tilden e Cochet: vinse l'americano 3-6, 9-7, 6-3, 3-6, 7-5, in un match denso di interruzioni per pioggia, che Cochet avrebbe voluto rimandare al giorno successivo (richiesta che venne respinta). Al termine, la folla tributò una standing ovation ai due grandi campioni.
Stanco per una simile impresa, Tilden poté poco in semifinale contro Budge, che chiuse in tre comodi set. L'altra semifinale confermò il buon momento di Stoefen, che portò Vines al quinto set, per poi perderlo 6-1. In finale quindi, davanti a 11mila persone, Budge sconfisse Vines 6-2, 7-5, 6-3, confermando il suo ruolo di dominatore del tennis e di autentica forza della natura su qualsiasi superficie.

Al torneo di Southport successe invece il finimondo: le due semifinali furono Vines-Nüsslein e Budge-Tilden, e in entrambe vinse l'underdog!

Quello di Southport era sempre stato un torneo eccellente per il tedesco, che lo aveva vinto nelle tre precedenti edizioni, ma questa era la prima volta che in tabellone c'erano anche i due tennisti più forti del mondo. Era insomma la prima volta in cui si potesse davvero considerare un titolo di spessore maximo. Galvanizzato da una location in cui si sentiva evidentemente a suo agio, da una superficie su cui Vines era forte ma più battibile che sul veloce, e dai problemi al servizio di quest'ultimo, Nüsslein vinse il match senza particolari sofferenze.

A dir poco incredibile fu però la vittoria di Tilden su Budge in tre set netti. Secondo i giornalisti Budge non era in giornata (una rarità per uno solido come lui), ma il numero 1 riconobbe la propria sconfitta nel tennis creativo del veterano, che lo mandò in tilt a suon di slice e smorzate.

Una finale a senso unico (6-2, 7-5, 6-4) consegnò poi a Nüsslein il suo primo vero grande titolo, stampandolo una volta per tutte nella storia del tennis (un risarcimento tuttavia blando, considerando una carriera moncata per via di stupide posizioni ideologiche). A detta di chiunque l'abbia visto giocare, il tedesco aveva fra l'altro un gioco particolarmente piacevole, dotato di un raffinatissimo gioco di volo.
L'ultimo grande evento della stagione fu lo U.S. Pro di Los Angeles, in Ottobre (gli americani erano rientrati in fretta e furia allo scoppio della guerra). Si trattò probabilmente del primo grande torneo professionistico su cemento nella storia del tennis. In tabellone Vines, Tilden, Stoefen, Dick Skeen (buon giocatore che due anni dopo avrebbe raggiunto la finale nel medesimo torneo) e il riposato Fred Perry. Tutto andò come da copione, con Vines e Perry a ritrovarsi in finale.

Fu una partita straordinaria, per diversi analisti la più grande performance di sempre da parte di un Vines sì dolorante (aveva già avuto problemi alla spalla nel corso del torneo), ma mai domo. Il doppio fallo di Perry sul match point sigillò il trionfo – l'ultimo – dell'americano: 8-6, 6-8, 6-1, 20-18, in circa quattro ore.
Un ipotetico ranking del 1939: 1. Budge (due tour vinti, più Wembley e French Pro), 2. Vines (U.S. Pro vinto e tour perso di poco con Budge), 3. Nüsslein (Southport vinto, nonché unico giocatore capace di strappare un set a Budge al Wembley Pro), 4. Perry (finale U.S. Pro persa per poco), 5. Tilden (finale a Southport), 6. Stoefen (ottima performance al French Pro, con Nüsslein eliminato e Vines portato al quinto). Il più forte dilettante fu Bobby Riggs, vincitore di Wimbledon e US Championships: nel ranking di cui sopra tuttavia potrebbe al massimo aspirare al numero 4 o 5, visto il livello dei tornei amatoriali di quell'anno.


Fine prima parte. Al prossimo appuntamento analizzeremo gli anni restanti (meno ricchi di questo ma sempre molto interessanti).

Federico Romagnoli