Il momento chiave della stagione di Elena Rybakina è arrivato alla fine, quando il calendario ha ristretto il campo e il rumore di fondo si è fatto silenzio. In un’arena che ospita soltanto l’élite della stagione, la kazaka ha vinto le WTA Finals 2025, il titolo più significativo del suo anno e il più chiaro indicatore di chi sia oggi nel circuito: una giocatrice che, quando il livello si alza, è ancora capace di imporsi con autorità.
La stagione non è stata lineare. Si è aperta sotto il segno dell’instabilità: lo strappo con Stefano Vukov, figura cardine nella costruzione del suo tennis, e il tentativo breve e incompiuto con Goran Ivanisevic hanno lasciato Rybakina per lunghi tratti a ridefinire il proprio equilibrio. È stato un anno passato a cercare una voce guida, una cornice stabile, un centro che non oscillasse. E quando il contesto tecnico si muove, spesso lo fa anche il tennis.
Eppure, mentre la superficie bruciava, le fondamenta sono rimaste intatte. Il servizio ha continuato a essere la sua ancora: oltre 500 ace in stagione, un dato che non racconta solo potenza, ma la capacità di riaffermare sé stessa quando lo scambio si complica. È un gesto che per Rybakina non è un’arma aggiuntiva: è l’osso della sua identità.
I risultati intermedi hanno detto questo: titolo a Strasburgo, un segnale di solidità anche senza palco principale; rimonta e vittoria a Ningbo, a dimostrare che il carattere non si è mai dissolto. Ma sono state le Finals a spostare il baricentro dell’intera stagione. Non solo perché è un titolo di peso, ma perché è arrivato nel contesto più selettivo possibile: otto giocatrici, nessuna fuga, nessuna sorpresa, tutto dichiarato.
A Riad, Rybakina non ha vinto grazie alla forza del colpo singolo, ma per continuità. Ha saputo reggere lunghe fasi di equilibrio, alternando profondità e disciplina. È stato un tennis più paziente, meno binario, più governato. Sembrava la versione matura della giocatrice che avevamo già intravisto, ma che spesso si era fermata a metà strada durante la stagione. È questo che fa della vittoria al WTA Finals un manifesto, più che una semplice tacca in bacheca. Dice: “La base è solida. Il resto si può costruire.” E, a suo modo, ha anche alzato la voce nei confronti della WTA, non posando accanto alla CEO nella foto di rito per le premiazioni.
Perché la stagione 2025 non è stata l’anno in cui Rybakina ha conquistato i Major. Non è stata neppure l’anno in cui ha dominato. È stata l’annata in cui ha resistito, ha tenuto il filo, ha aspettato che il campo si aprisse. E alla fine, l’ha preso.
Ora il 2026 si presenta come una domanda, semplice e pesante:
se questo livello esiste nei momenti più alti, quanto manca perché diventi la regola? Perché il servizio non ha perso forza, la solidità di base non si è incrinata, e l’esperienza aggiunge ogni mese qualcosa. Il titolo alle WTA Finals non chiude una stagione.
La ricentra.
Rybakina è ancora lì.
La vetta è ancora raggiungibile.
Il prossimo passo dipende solo da quanto riuscirà a restare intera dentro la tempesta.
