ATP Santiago, terreno ideale per Hanfmann: l’avversario di Darderi specialista dell’alta quota

Hanfmann sfida Darderi nella finale di Santiago: servizio potente, aggressività da fondo e una carriera costruita con pazienza. Ora è in cerca del suo primo titolo ATP

Di Jenny Rosmini
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Yannick Hanfmann - ATP Santiago 2026 (@X Bci Seguros Chile Open)

Potenza al servizio, aggressività da fondo e una relazione speciale con l’altura: Yannick Hanfmann si presenta così alla finale ATP 250 di Santiago. Il tedesco, attuale n. 81 del mondo, (best ranking 45 nel 2023) è in cerca del suo primo titolo ATP sulla terra sudamericana. Di fronte avrà Luciano Darderi, che ha vinto l’unico precedente nel circuito principale, i quarti a Cordoba 2024.

Yannick Hanfmann: “Nel silenzio trovo il mio ritmo”

Hanfmann viene da una famiglia che il tennis lo respirava. “Entrambi i miei genitori giocavano a tennis, io li accompagnavo anche se poi praticavo calcio”, ha raccontato in passato. Il pallone, però, a un certo punto è diventato incompatibile con la sua ipoacusia congenita: non sentire più le indicazioni dei compagni e dell’allenatore lo ha spinto verso uno sport individuale, dove lo sguardo conta più della voce.

In campo gioca senza apparecchio acustico. Lo usa nella vita quotidiana, ma non durante i match: “L’ho provato, ma era un system overload, troppi stimoli. Non avrei potuto giocare cinque ore così”. “A scuola lo vivevo come qualcosa di spiacevole, volevo capire tutto. Non era possibile”. Oggi quel limite è diventato una forma di concentrazione selettiva. Non sentire tutto significa, talvolta, non farsi travolgere dal rumore esterno. Restare dentro il punto.

Il suo percorso non è stato quello del professionista precoce. La scelta del college negli Stati Uniti — University of Southern California — è stata una tappa fondativa. “La scelta di andare al college non è certo nuova, molti altri atleti la fanno. È importante avere il famoso piano B. Io ho sempre seguito la politica, mi piaceva la storia e credo di poter dire che studiare mi piace almeno quanto giocare a tennis”. Laureato in Relazioni Internazionali, Hanfmann ha sempre tenuto aperta una finestra sul mondo oltre il campo.

Quella parentesi americana gli ha lasciato un’impronta caratteriale prima ancora che tecnica: “La vita al college ti insegna a gestire i tuoi tempi, a non avere pause, a lottare duramente per farti valere, a non darti alibi. Per me è stata un’esperienza fondamentale. Parole che spiegano molto della sua resilienza nei momenti difficili.

Un attaccante da fondo con il servizio come bussola

“Mi considero un attaccante da fondo. Baso molto il mio gioco sul servizio, ma credo di saper fare un po’ tutto”. La definizione è precisa. Alto 1,93, servizio che viaggia (fino a circa 230 km/h) e dritto che prende campo. Hanfmann ama prendere l’iniziativa già dai primi colpi. Non è un bombardiere monocorde: sa variare, usare il kick, cambiare ritmo con il rovescio incrociato. Ma la prima palla resta la sua bussola.

Hanfmann e finali in altura: un filo rosso che porta a Santiago

Santiago, per lui, non è una tappa casuale. Si gioca a circa 520 metri sul livello del mare, ai piedi della Cordigliera delle Ande: un’altitudine moderata, ma sufficiente a rendere l’aria più leggera rispetto ai tornei sul livello del mare. Le sue due precedenti finali ATP — Gstaad 2017 e Kitzbuhel 2020 — si sono giocate anch’esse in quota: “L’altitudine si adatta al mio gioco. Se gioco bene in queste condizioni, posso battere chiunque”, ha spiegato a ‘CLAY’ dopo aver eliminato in semifinale il primo favorito Francisco Cerundolo con un 6-3 6-4 che non ha lasciato spazio a interpretazioni.

Il suo tennis, in quota, cambia consistenza. Sulla terra tradizionale ama costruire, accettare lo scambio lungo, lavorare il punto. Ma quando l’aria si fa più rarefatta, le traiettorie si fanno più tese e dirette e il servizio diventa un acceleratore naturale. La palla viaggia più veloce, perde meno energia lungo il tragitto, il tempo di reazione si riduce e la combinazione servizio-dritto pesa ancora di più. “Ho molte variazioni che in altura elevano ogni aspetto del mio gioco”.

E poi c’è il Sudamerica: umidità, terra diversa, un calendario che chiede adattamento fisico e mentale. Hanfmann è alla sua quinta presenza nel Golden Swing. Non è un turista di passaggio. Ha visto colleghi più titolati faticare. L’anno scorso, parlando con il connazionale Alexander Zverev, si era confrontato proprio su questo: le differenze di superficie, il ritmo particolare dei tornei tra Buenos Aires e Rio. “Non è un viaggio facile per nessuno”, ha sottolineato. Lui, però, sembra aver imparato ad adattarsi bene.

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