Slam senza acuti: il bilancio a due facce dei ragazzi azzurri nei Major Junior

Se l'effetto Sinner non contagia gli Under 18: l’esame Slam è rimandato per il tennis azzurro del futuro

Di Francesco De Salvin
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Jacopo Vasamì – ATP Challenger Milano 2025 (foto via Twitter @ATPChallenger)

E’ fuor di dubbio che il tennis italiano stia vivendo un’età dell’oro nel circuito maggiore, trainato da Jannik Sinner e da un movimento che non smette di produrre talenti (e risultati). Tuttavia, guardando ai tabelloni degli Slam Junior degli ultimi due anni – e più esattamente nel periodo che va da Wimbledon 2025 all’attuale Roland Garros 2026 –, emerge una realtà differente, fatta di luci e ombre. Il passaggio dal circuito ITF Under 18 al professionismo, infatti, si sta dimostrando uno scoglio non indifferente per i nostri ragazzi. Se da un lato non sono mancati acuti di rilievo e percorsi di carattere, dall’altro l’assenza di finali o titoli in singolare fotografa un momento di transizione e assestamento per le promesse del tennis tricolore.

Il fattore mentale nei grandi palcoscenici

Il primo grande tema emerso in questo biennio è la gestione emotiva dei momenti di svolta, un aspetto su cui i nostri ragazzi hanno pagato un pesante dazio d’esperienza. L’esempio più lampante è stato il percorso di Jacopo Vasamì a Wimbledon 2025. Entrato nel torneo da numero due del seeding e con tutte le luci dei riflettori addosso, il romano ha dimostrato di avere un tennis di spessore superiore rispetto a molti coetanei, ma è rimasto vittima della frustrazione. Aver perso un secondo set quasi dominato contro il polacco Wazny ha spento la luce: un crollo verticale che fotografa quanto, a livello junior, la tenuta psicologica conti ancora più delle qualità tecniche.

La solitudine del doppio e le occasioni mancate

La stessa carenza di cinismo ha condizionato le spedizioni nei tabelloni di doppio, storicamente un terreno fertile per fare spogliatoio e accumulare ore di volo nei Major. Sempre in quel di Londra, le eliminazioni premature del sunnominato Vasamì (in coppia con Derepasko) e di Pierluigi Basile (con Vasilev) hanno mostrato lo stesso copione: partite scivolate via per pochi dettagli o decise alla roulette del super tie-break. In queste categorie, la capacità di fare squadra sotto pressione e di leggere le situazioni rapide fa la differenza tra una comoda vittoria e un ritorno a casa anticipato.

Il carattere che nasce dalle retrovie

Se i tornei di singolare hanno regalato poche gioie immediate, la nota di merito principale di questi due anni va allo spirito di sacrificio. Allo US Open 2025, Michele Mecarelli e Gabriele Crivellaro hanno tracciato la strada di quello che dovrebbe essere l’atteggiamento junior: nessuna scorciatoia. Partiti dalle qualificazioni, hanno lottato match dopo match per guadagnarsi un posto al sole nel tabellone principale. Questo percorso di logoramento, seppur costoso in termini di energie, rappresenta la vera palestra per il circuito dei grandi, dove nessuno regala nulla. Di contro, l’assenza totale di ragazze nel tabellone di New York ha sollevato un interrogativo più ampio sul momento di stanca del nostro settore rosa.

La forza del gruppo e la chimica di spogliatoio

Proprio New York ha dimostrato che quando si uniscono le forze, le cose cambiano. Il quarto di finale raggiunto nel doppio dall’asse Jesi-Verona, composto proprio da Mecarelli e Crivellaro, è la prova che l’unione fa la forza. La loro è stata una corsa esaltante, culminata nella battaglia di nervi vinta contro il duo Bennani-Vinciguerra. Quando poi la strada si è interrotta contro gli specialisti americani Johnston e Willwerth, il verdetto è apparso chiaro: non è mancato il talento, ma l’abitudine a giocare insieme con continuità a questi livelli, un dettaglio che le accademie straniere curano in modo quasi maniacale.

L’illusione australiana e lo spettro del servizio

Il viaggio a Melbourne all’inizio del 2026 ha messo in copertina Simone Massellani, l’unico azzurro capace di arrampicarsi fino al terzo turno dell’Australian Open. Il piemontese ha mostrato un ottimo tennis di pressione nei primi turni, ma l’ottavo di finale contro Keaton Hance ha messo a nudo i limiti strutturali più comuni dei nostri giovani: la vulnerabilità della seconda di servizio e l’ansia da prestazione nei punti importanti. Lasciare per strada una quantità industriale di palle break in un solo set è il sintomo di una fretta eccessiva nel voler chiudere il punto. Un discorso simile vale pure per Matteo Gribaldo, autore di un esordio eroico con quattro match point salvati (un’odissea tennistica contro il lettone Arturs Neimanis), ma poi svuotato di energie nel turno successivo.

La terra di Parigi rimanda i sogni azzurri

L’attualità del Roland Garros 2026 ha purtroppo confermato il trend, lasciandoci senza italiani in corsa già dopo i primi giorni. Il giovanissimo Raffaele Ciurnelli (classe 2008) ha fatto intravedere ottime cose al debutto, prima di sbattere contro la maggiore solidità del francese Domenc. Le sconfitte premature dello stesso Massellani e di Ilary Pistola – quest’ultima comunque bravissima a superare le qualificazioni – aprono una riflessione: sulla terra battuta, dove una volta i tennisti italiani dominavano per diritto di nascita, oggi i nostri junior faticano a reggere il ritmo atletico e le rotazioni pesanti della concorrenza internazionale. Ad oggi, dunque, si chiude senza acuti, lasciando la sensazione che il talento ci sia, ma vada coltivato con molta più pazienza.

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