Wimbledon, Berrettini: “È stato bello sentire il boato del pubblico per lui”

Matteo Berrettini a ruota libera dopo la vittoria su Stan Wawrinka. "Gioco a tennis per partite come questa"

Di Vanni Gibertini
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Matteo Berrettini - Wimbledon 2026
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Se Luciano Ligabue fosse un appassionato di tennis, la sua canzone “Certe notti” sarebbe stata scritta pensando a partite come Berrettini-Wawrinka. Un primo turno inedito tra due protagonisti con 71 anni in due, tre titoli Slam da una parte (tutti tranne Wimbledon) e una finale dall’altra (a Wimbledon).

Grande vittoria, 18-16 al tie-break. Quanto sono importanti questi momenti per te, non solo per vincere questa partita, ma anche in vista delle partite che arriveranno nel resto della stagione e negli anni futuri?

MATTEO BERRETTINI: “Queste partite e questi momenti sono il motivo per cui gioco a tennis. È quello che continuavo a ripetermi, con lo stesso atteggiamento che avevo avuto a Parigi. Mi dicevo che meritavo di essere lì, dentro quella grande battaglia, e cercavo di restare positivo perché volevo esserci. Ho lavorato duramente per potermi trovare sul Campo n. 1 contro una leggenda del nostro sport, ed è quello che continuavo a ripetermi anche quando non stavo giocando il mio miglior tennis. Volevo solo lottare. Volevo godermi quella lotta e questo mi rende felice. Mi rende felice.”

Un’altra domanda in inglese, ora dalla radio serba. Complimenti, sei stato spettacolare. Hai giocato una grande partita stasera e ti sei davvero divertito. La domanda è: come ti paragoni alla finale del 2021, quando hai giocato con Novak? La tua condizione è simile a quella di allora? Come ti senti? Ti vedi di nuovo magari in finale con Novak?

MATTEO BERRETTINI: “È una domanda difficile. Sono passati molti anni e sono successe tante cose, ma mi sono sempre considerato un giocatore molto forte e credo che a Parigi abbia dimostrato di poter ancora andare avanti negli Slam. L’erba è una delle mie superfici preferite e qui ho ricordi bellissimi. Però, se guardi un po’ la mia carriera, ogni singola partita, anche quando ero un top 10, è sempre stata molto dura.

Quell’anno, per esempio, giocai contro Van de Zandschulp al secondo turno ed è stata una battaglia durissima. Lui arrivava dalle qualificazioni e io ero top 10 del mondo. Questo significa che il mio tennis è così e che il tennis è così: non sai mai davvero cosa può succedere. Però so che oggi il livello è stato alto per gran parte della partita e la finale è ancora molto lontana, ma so di poter giocare un buon torneo qui.”

Matteo, complimenti. Un’altra maratona dopo quella con Comesaña. Ti chiedo: da questo punto di vista è più facile affrontare un avversario come Comesaña, che sulla lunga distanza, anche grazie all’età, arriva un po’ più fresco ma che magari nei momenti importanti può sentire un po’ di tensione, oppure uno come Wawrinka che magari cala un pochino, ma che chiaramente i momenti importanti di una partita li sa giocare molto bene?

MATTEO BERRETTINI: “Sì, speravo calasse, ma non mi è sembrato. Magari al quinto, forse. Non mi è sembrato calare molto: si è andato a prendere tutti i punti e ha continuato a servire benissimo. Anzi, più andava avanti la partita e più serviva bene. Colpiva bene la palla. Mi ero allenato spesso con lui, però non ci avevo mai giocato contro, quindi non sapevo bene cosa aspettarmi. Secondo me ha giocato una partita pazzesca: percentuale altissima, colpiva bene, era preciso. È stato veramente un avversario duro da sconfiggere.

Poi, ovviamente, c’erano condizioni diverse: quel giorno c’erano 700 gradi, la palla rimbalzava, era proprio un’altra cosa. Questa è stata una battaglia di nervi, perché alla fine ci sono due punti che possono farti girare completamente la partita. I tie-break sono stati pazzeschi. Ho servito per il set, ho subito il break, sono successe tante cose. Però secondo me la chiave è stata proprio parlarmi bene nei momenti importanti, accettare quando facevo magari qualche errore così e continuare a credere nel mio tennis.”

Matteo, ci avevi detto l’altro giorno che ti aspettavi emozioni e che ne avresti avute. Ce le racconti?

MATTEO BERRETTINI: “Sì, è stato bellissimo. Adesso eravamo negli spogliatoi con mio fratello e gli altri e dicevamo quanto fosse stato bello anche sentire il pubblico per lui. Normalmente speri sempre che siano per te, però invece sentire quel boato anche per lui durante la partita è stato davvero speciale. Quando sono venuto qui nel 2014, eravamo io e Andrea Pellegrino, e siamo andati a vedere Roger contro Stan, ai quarti di finale, se non erro.

E mi ricordo questa cosa di Roger che serviva lo slice esterno da destra, incredibile: lo sapevi, però non c’era verso di prenderlo. E poi mi ritrovo qui a giocare contro di lui, con tutto il rispetto, e lui che mi dice: ‘Sono contento di aver giocato contro di te’, con le lacrime agli occhi. Non lo so, forse stanotte, quando non riuscirò a dormire, realizzerò davvero quello che è successo. Però sono veramente fiero, contento e felice di quello che sta succedendo.”

UBITENNIS: Farti i complimenti è d’obbligo per una partita così straordinaria. C’è una cosa importante per la tua fiducia e per il tuo proseguo: in 4 ore e 19 minuti di grande intensità gli hai concesso appena due palle break, e una lui l’ha trasformata nell’unico game in cui hai servito male. Per tutta la partita sei riuscito a restare con la testa lì, concentrato, e mi hai ricordato il Berrettini di una volta.

MATTEO BERRETTINI: “Sono molto contento. È quello di cui parlavamo nell’intervista che mi avete fatto nella conferenza stampa prima dell’inizio del torneo, quando mi hai chiesto come mi sentissi con l’addominale. Oggi è stata una bella prova: una bella prova di carattere, una bella prova fisica, una bella prova di attenzione. Il servizio sai che è un’arma, però all’inizio del terzo ho sentito quel passaggio lì, ero un po’ più stanco. Secondo me le percentuali si sono abbassate un po’, non ho controllato, ma credo di aver servito più seconde, perché basta poco: basta poco per perdere un po’ di tempo, un po’ di ritmo. Quindi credo che sia un buonissimo segnale, perché poi nei momenti importanti ho servito bene. E questa dei 228 chilometri orari parecchie volte… dai, dai, dai.”

Matteo, di cosa sei più fiero e che cosa invece, secondo te, c’è da aggiustare? Secondo me, un pochettino in risposta, al di là della grande partita che ha fatto anche Stan, puoi migliorare: ricordo un Berrettini più forte in risposta.

MATTEO BERRETTINI: “Sì, sono fiero del fatto che sapevo che sarebbe stata una partita molto complessa per mille motivi: perché è un primo turno, perché era contro di lui, perché comunque l’ultima partita che ho giocato mi sono ritirato, era sulla terra, e ho dovuto fare le cose abbastanza velocemente per poter tornare. Fino a pochi giorni fa, poche settimane fa, giocavo con Ale [Bega il suo allenatore n.d.r.] un’oretta, quindi sapevo che sarebbe stato complicato arrivare qui e sentirsi incredibili. Sono d’accordo con te che il mio livello generale può essere più alto, però oggi l’approccio era quello di non chiedermi troppo, perché non c’erano partite di rodaggio sull’erba per tantissimi motivi.

Sono d’accordo che in risposta potevo fare un po’ di più, potevo essere un po’ più aggressivo. Anche da fondo, secondo me, nel terzo e nel quarto ho iniziato a giocare meglio, a essere un po’ più incisivo. Però questo è il bello: abbiamo visto anche giocatori molto forti uscire subito, oppure anche Jannik fare una partita di cinque set complessa, perché i primi turni sono complessi, ci sono tante cose da mettere insieme. Speriamo che questa partita mi possa aiutare a sentirmi meglio per la prossima.”

Ciao Matteo, complimenti. Hai giocato tanti tie-break nella tua carriera. Un tie-break finito 18-16, a memoria, credo sia probabilmente, se non il più lungo, comunque sicuramente uno dei più lunghi. Come si gestisce un tie-break del genere dal punto di vista mentale, del gioco e fisico?

MATTEO BERRETTINI: “Secondo me è una cosa talmente rara e assurda che non la puoi neanche preparare. Alcune volte penso al tie-break a 10 nel quinto e ho pareri un po’ contrastanti. Da una parte dico che il tie-break a 7 è una bella monetina per decidere una partita al quinto. Però allo stesso tempo il tie-break a 10 non lo alleniamo mai, non lo giochiamo mai, e poi lo andiamo a giocare nel momento più importante, che è il quinto set. Quindi anche quella è una cosa per cui magari ogni tanto uno dovrebbe fare qualche tie-break a 10 per allenarlo.

Questa situazione è assurda: una volta che sei lì devi solo provare a parlarti bene, continuare a fare le cose giuste, e poi si incastrano una serie di situazioni in cui uno annulla l’altro, sembra che sia finita e poi invece no. Quindi bisogna solo stare lì, stare nel momento, farsi prendere dal momento in senso buono e godersela. Perché poi nella mia testa c’era anche il fatto di dire: va bene, perdo questo tie-break e la vado a vincere al quinto. C’è anche quella fiducia di dire: va bene, posso perdere questo tie-break, però poi ci rimettiamo lì sotto a lavorare.”

UBITENNIS: Mi sono dimenticato di chiederti di Fils per dopodomani.

MATTEO BERRETTINI: “Sì, ho visto solo il risultato, ovviamente, perché ero in campo. Sappiamo che Arthur è un giocatore fortissimo e che, nonostante gli infortuni, riesce sempre a tornare in condizioni pazzesche. Ci ho giocato solo una volta, mi sa, e mi sono ritirato, quindi speriamo di no. Sarà una partita molto dura. Però sono contento di giocare con lui: è un signor giocatore, sta giocando molto bene, quando gioca vince. Mi alleno per queste partite qua, quindi sono carico.”

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