Dopo aver superato Roman Safiullin in quattro set (7-6 6-3 3-6 6-3), Novak Djokovic non cerca alibi né si rifugia dietro il prestigio dell’ennesimo record raggiunto a Wimbledon, quello delle 107 vittorie, superando Roger Federer fermo a 105. Il sette volte campione dei Championships è soddisfatto soprattutto del risultato, molto meno della qualità del proprio tennis. “A dire la verità oggi non mi sono sentito bene in campo. Sono semplicemente sollevato di essere riuscito a vincere. Soddisfazione e divertimento oggi non hanno fatto parte della mia partita”, racconta con sincerità. Il problema, precisa subito, non è fisico, ma legato alle sensazioni di gioco: “Fisicamente stavo bene. È stato il mio tennis a non piacermi. Anche per merito di Safiullin, che mi ha messo tanta pressione e ha giocato una grande partita. Ho faticato a trovare il livello che avevo espresso nel secondo turno, ma una vittoria è una vittoria, anche quando arriva giocando male. Spero di costruire da qui.”
Il record conta poco, la rincorsa al titolo molto di più
Tra i tanti traguardi statistici raggiunti sull’erba londinese, quello appena conquistato non sembra però emozionarlo particolarmente. Alla domanda sul sorpasso ai danni di Roger Federer per numero di vittorie a Wimbledon e sulla possibilità di eguagliare gli otto titoli dello svizzero, Djokovic sorprende tutti: “Onestamente non è nella lista delle mie priorità. Non ci avevo nemmeno pensato e non sapevo neppure del record fino alla partita precedente. In questo momento è una cosa piuttosto insignificante per me.” Il suo sguardo è rivolto esclusivamente al presente e alla ricerca del miglior tennis possibile. “Sono un perfezionista per natura. Voglio sempre esprimere il mio livello migliore, per me stesso, ma anche per il pubblico. Non è sempre possibile e a volte faccio fatica ad accettarlo. Dopo la partita bisogna imparare, voltare pagina e cercare di fare meglio la volta successiva.”
“Mi piace soffrire”. E la tecnologia diventa alleata del corpo
Il serbo racconta anche come, con il passare degli anni, la gestione del fisico sia diventata quasi importante quanto gli allenamenti. “Oggi passo molto più tempo a recuperare rispetto a qualsiasi altro momento della mia carriera. Il corpo ha esigenze diverse, c’è più usura. Non posso dire che mi piaccia, perché mi porta via tanto tempo, ma ormai fa parte del processo.” Dalle camere iperbariche alla crioterapia, passando per immersioni nel ghiaccio, terapia con luce rossa e trattamenti elettromagnetici, Djokovic continua a sperimentare ogni possibile tecnologia che possa offrirgli un vantaggio, pur ammettendo che “a volte meno è meglio e bisogna semplicemente capire cosa funziona davvero per sé.”
Anche durante il match con Safiullin non sono mancati momenti di nervosismo, culminati in qualche sfogo che gli è costato anche un warning. “Non è qualcosa di cui vado fiero, ma quando succede succede. Cerco subito di lasciarmelo alle spalle e pensare al punto successivo.” Perché, in fondo, è proprio nelle giornate più complicate che il campione serbo ritrova la sua vera natura: “Mi piace la battaglia. Mi piace anche soffrire, fino a un certo punto. Non lo cerco, ma se arriva bisogna stringere i denti e trovare il modo di vincere. Ed è quello che sono riuscito a fare oggi.”
