Wimbledon, Paolini: “Oggi gambe lente, ma questo torneo mi lascia cose positive”

Jasmine analizza con lucidità la sconfitta a Wimbledon: “Lei mi ha messo pressione, io ero meno brillante”. Ma il bilancio resta incoraggiante: “Ho giocato cinque partite, mi mancava da tanto tempo. Voglio portarmi dietro questa mentalità”

Di Carlo Galati
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Jasmine Paolini - Wimbledon 2026 (foto Ubitennis)
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La prima immagine della sconfitta con Marta Kostyuk per 6-3, 6-2, ai quarti di finale di Wimbledon, Jasmine Paolini la trova nelle gambe, prima ancora che nei colpi. Non nel dritto, non nel rovescio, non nella tattica. Nelle gambe. Quelle che a Wimbledon l’avevano accompagnata per tutto il torneo con un’energia ritrovata e che invece, nel giorno dell’uscita di scena, sono sembrate più pesanti, meno reattive, meno pronte a sostenere il suo tennis. Jasmine lo dice senza girarci troppo intorno, con la lucidità di chi sa distinguere un alibi da una spiegazione: “Entrando in campo, le gambe erano un po’ più lente del solito. È stata la cosa peggiore, perché non riuscivo a colpire la palla come volevo e ho fatto più errori”.

Il merito, però, va anche a chi stava dall’altra parte della rete. Paolini riconosce subito la qualità dell’avversaria, la sua capacità di aggredire, di togliere tempo, di impedirle di entrare davvero nello scambio. “Lei ha giocato in modo molto aggressivo, non mi ha lasciato entrare in partita, non mi ha lasciato giocare magari una palla in più, che credo mi sarebbe servita. Oggi ero più lenta degli altri giorni e penso che questa sia stata la ragione per cui il mio livello è stato un po’ più basso”.

È proprio quel tipo di tennis, verticale e senza respiro, ad aver reso la giornata a Wimbledon ancora più complicata. Paolini lo spiega con onestà, senza togliere valore alla prova dell’avversaria: “Sta giocando un tennis eccellente negli ultimi tre mesi. Ha sicuramente molta fiducia, è una grande atleta e gioca molto bene. Oggi per me è stato ancora più difficile perché non mi muovevo bene e non mi sentivo così veloce in campo. Mi ha fatto sentire più stressata, più sotto pressione”.

Wimbledon, per Paolini un torneo da leggere oltre la sconfitta

Il dispiacere, nell’immediato, resta. Anche perché Jasmine era arrivata a Wimbledon con poche certezze fisiche e con una condizione non ideale, soprattutto dopo i problemi al piede che avevano condizionato la preparazione. Eppure, proprio per questo, il torneo lascia anche una traccia positiva. “Adesso è difficile vedere l’aspetto positivo, però è stato comunque un grande torneo. Ho giocato cinque partite, che è una cosa ottima, perché quest’anno ho giocato poche partite: per farne cinque mi servono forse quattro tornei”.

Il punto, per Paolini, è proprio questo: tornare ad accumulare partite, settimane, fatica buona. Tornare a sentire il ritmo della competizione. “So che ho bisogno di giocare più settimane come ho fatto in questo torneo, perché avere partite nelle gambe ti aiuta in situazioni di questo tipo, quando sei più stanca o più stressata. L’obiettivo è cercare di giocare più partite nella seconda metà del 2026 e avere in campo la stessa attitudine che ho avuto qui”.

C’è poi il tema mentale, che Jasmine affronta quasi prima ancora che le venga chiesto. Perché la brillantezza fisica, nella sua lettura, non è soltanto una questione di preparazione atletica. È anche fiducia, leggerezza, disponibilità alla lotta. Alla domanda sulla rapidità, e sul fatto che in certi momenti sembri diversa rispetto al passato, Paolini risponde con una riflessione molto interessante: “Non penso che sia qualcosa di fisico. Certo, negli ultimi due mesi non mi sono allenata tantissimo a causa del piede, però penso anche che sia la mente a farti correre di più o a renderti più esplosiva. La mia esplosività c’è: in alcune partite c’è, in altre no. Oggi non c’era, ma due giorni fa c’era. Credo sia più la parte mentale”.

La mentalità come motore: come esce Paolini da Wimbledon

È una frase che racconta molto della sua stagione e anche del suo Wimbledon. Jasmine è arrivata a Londra cercando tennis, ma forse ha trovato soprattutto un punto da cui ripartire: la sensazione di poter stare dentro le partite con l’atteggiamento giusto. “In questo torneo mi sono sentita bene in campo, mi sono sentita bene mentalmente. Oggi non è stata forse la giornata migliore, ma può essere normale non essere al massimo in ogni partita. Ho realizzato ancora di più che la mentalità è troppo importante in questo sport. È il motore di tutto: della preparazione fisica, della parte tecnica. Questo è l’obiettivo principale: sentirmi così per il resto della stagione”.

Resta il rammarico per una partita in cui non è riuscita a trovare le soluzioni che avrebbe voluto. Paolini non nasconde che, rispetto ai turni precedenti, la prestazione mentale sia stata meno continua. “Oggi ho avuto sicuramente delle difficoltà e ci ho provato. Forse mi sono fatta un po’ prendere dai problemi che avevo in campo, e lei giocava molto aggressivo, quindi non mi lasciava molto tempo per entrare in partita. È stata una prestazione, da quel punto di vista mentale, un po’ sotto le altre”.

Poi però torna subito il bicchiere mezzo pieno, perché è lì che Jasmine vuole restare. Non per consolarsi, ma per costruire. “Bisogna cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, perché altrimenti ci ributtiamo giù e non voglio che succeda. Ho fatto cinque partite, cosa che mi mancava da tanto tempo, e spero di potermi preparare bene per il cemento americano, per mettere dentro un po’ di benzina, un po’ di tennis, e cercare di esprimermi al massimo”.

Paolini dopo Wimbledon: Washington resta un’opzione, ma prima serve capire il fisico

Quando le chiedono un voto per il torneo, Paolini sorride e si sottrae alla pagella: “I voti… non siamo a scuola, quindi non mi sento neanche di darmelo. Sicuramente, se dovessi scegliere, direi un voto positivo”. La cosa migliore che porta via da Wimbledon, più ancora del risultato, è la qualità dell’approccio: “La sensazione positiva è stata quella di essere stata competitiva nel modo giusto e con l’approccio giusto alle partite. C’è ancora un po’ di lavoro da fare, perché oggi è stata una partita un po’ sottotono rispetto alle altre. La prossima volta vorrei riuscire a dare un pochino di più, essere più lucida ed essere fisicamente più brillante”.

Sul doppio, invece, nessuna decisione definitiva. La gestione fisica resta prioritaria e Paolini preferisce non fissare programmi rigidi: “Non lo so, sinceramente. Vedrò torneo dopo torneo, in base a come sto, a come mi sento e a quello che vorrò dedicarci”.

Il calendario, adesso, va costruito con attenzione. Toronto è ancora lontana, Washington resta un’opzione, ma molto dipenderà dalle sensazioni dei prossimi giorni. “Per il momento sono iscritta a Washington, torneo che non ho mai giocato. Quest’anno, avendo giocato poche partite, ci siamo riservati il dubbio di vedere come sto, come stavo qui e come starò nei prossimi giorni. Ho bisogno anche di un po’ di allenamento, perché da Roland Garros a qui abbiamo un po’ tamponato, cercando comunque di allenarmi ma senza dare troppo carico. Dobbiamo trovare la soluzione giusta”.

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