Alcaraz e l’occhio coperto: che cosa sappiamo davvero? L’analisi dell’esperto

Le immagini dello spagnolo in allenamento hanno acceso il dibattito. Con Vittorio Roncagli, pioniere della Sports Vision e consulente in ambito olimpico, proviamo a distinguere tra ciò che vediamo, ciò che possiamo ipotizzare e ciò che possiamo realmente affermare

Di Ilvio Vidovich
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Carlos Alcaraz (Fonte: Instagram- carlitosalcaraz)

A fine luglio hanno rapidamente attirato l’attenzione degli appassionati e dei media le immagini di Carlos Alcaraz impegnato in allenamento con un piccolo cono davanti all’occhio destro. E, quasi altrettanto rapidamente, sono arrivate le spiegazioni: occhio dominante, percezione periferica, coordinazione occhio-mano, adattamento del sistema visivo, maggiore reattività.

Un esercizio così particolare, utilizzato da uno dei migliori giocatori del mondo, non poteva che suscitare curiosità. Ma proprio da questa curiosità nasce l’esigenza di approfondire: vedere Alcaraz eseguire un esercizio non significa conoscerne lo scopo, e ancora meno significa sapere quali evidenze ne sostengano l’utilità o se possa essere utile ad altri giocatori.

Ed è da qui che nasce questo articolo. Lo spunto è arrivato durante una conversazione con Salvatore Buzzelli, Direttore Scientifico del Dipartimento Tennis della piattaforma Scienze Motorie, che ci ha messo in contatto con Vittorio Roncagli, optometrista e psicologo, tra i fondatori dell’European Academy of Sports Vision, già componente dello Scientific Board dell’International Academy of Sports Vision e consulente nell’ambito della visione sportiva in diverse edizioni dei Giochi Olimpici e per numerose federazioni.

Prima di entrare nel merito delle nostre domande e discutere quindi i possibili effetti dell’esercizio, è stato lo stesso Roncagli a porre una questione preliminare, alla quale ha voluto rispondere fornendo una dettagliata ricostruzione dei fatti.

Prima di chiederci a che cosa serve, che cosa sappiamo davvero?

“Partirei da una distinzione molto semplice: una cosa è ciò che vediamo, un’altra è la spiegazione che attribuiamo a ciò che vediamo, un’altra ancora è dimostrare che quella spiegazione sia corretta.
Nel caso di Alcaraz sappiamo che sono circolate immagini che lo mostrano con un piccolo dispositivo a forma di cono davanti all’occhio destro.
Non abbiamo invece trovato dichiarazioni di Alcaraz, di Samu López o di un altro componente identificato del suo staff che spieghino perché il dispositivo sia stato utilizzato.
Nei giorni successivi sono state proposte molte interpretazioni: allenamento dell’occhio dominante, miglioramento della visione periferica, della coordinazione occhio-mano o della reattività, adattamento neurale, modificazioni tecniche del colpo e persino un possibile rapporto con il recupero dall’infortunio al polso.
Sono spiegazioni formulate dall’esterno. Non sappiamo se corrispondano all’obiettivo reale dello staff.

C’è inoltre un problema ancora precedente. Il dispositivo che vediamo non è una normale benda opaca: nelle immagini sembra essere un piccolo cono perforato. Dalle immagini, però, non possiamo stabilire che cosa Alcaraz vedesse effettivamente attraverso l’occhio destro né quale effetto funzionale producesse il dispositivo sulla visione di quell’occhio. Potrebbe trattarsi di un’occlusione completa oppure di una limitazione soltanto parziale o selettiva dell’informazione visiva.
Quindi non sappiamo con certezza neppure se Alcaraz stesse realmente giocando in condizioni di completa visione monoculare. E non conosciamo il protocollo: perché sia stato scelto l’occhio destro, per quanto tempo venisse utilizzato il dispositivo, durante quali esercizi, con quale frequenza e soprattutto con quale obiettivo.

Questo non significa che l’esercizio non abbia un razionale. Significa che noi, osservando quelle immagini, quel razionale non lo conosciamo.
È una distinzione importante anche per un maestro di tennis. Un esercizio visto eseguire da un campione può essere interessante e può avere alle spalle un progetto molto preciso. Ma se non conosciamo quel progetto, possiamo copiare il gesto esteriore dell’esercizio, non il metodo che eventualmente lo giustifica.
Prima di domandarci se “il cono di Alcaraz” funzioni, quindi, dobbiamo partire da qui: non conosciamo con sufficiente precisione né che cosa facesse il dispositivo né perché venisse utilizzato.”

Occhio dominante, reattività e coordinazione: che cosa dice la scienza?

Partiamo proprio dalle interpretazioni che abbiamo letto in questi giorni. È stato sostenuto che, limitando la visione di un occhio — indicato in alcune spiegazioni come l’occhio dominante — il sistema nervoso centrale venga indotto a utilizzare maggiormente l’altro, con possibili benefici sulla percezione periferica, sulla reattività e sulla coordinazione occhio-mano. Dal suo punto di vista, quanto c’è di scientificamente fondato in questa spiegazione e quali precisazioni è necessario fare?

La prima precisazione riguarda proprio Alcaraz. Non sappiamo che l’occhio destro fosse il suo occhio dominante e, come abbiamo visto, non sappiamo neppure se il cono producesse una completa occlusione. Parlare di “occlusione dell’occhio dominante” significa quindi partire già da due informazioni che, nel suo caso, non possediamo.
C’è poi un problema più generale: la dominanza oculare non è una caratteristica unica e assoluta di una persona. Esistono differenti forme di dominanza e test diversi possono identificare come dominante un occhio diverso nello stesso soggetto. Può dipendere dalla funzione che misuriamo, dal test utilizzato, dallo stimolo e dal compito.

Per questo dire semplicemente “copriamo l’occhio dominante e alleniamo l’altro” è una spiegazione troppo semplice.
Limitare l’informazione proveniente da un occhio costringe certamente il giocatore a risolvere il compito in una condizione visiva diversa. Ma questo non significa automaticamente che l’altro occhio venga “allenato” e che, una volta tolto il dispositivo, la visione o la prestazione risultino migliori.
Anzi, gli studi sulla plasticità visiva nell’adulto mostrano un fenomeno interessante e poco intuitivo: dopo brevi periodi di deprivazione monoculare può verificarsi una modificazione temporanea dell’equilibrio tra i due occhi e, in determinate condizioni sperimentali, aumenta proprio il peso relativo dell’occhio che era stato deprivato. Il funzionamento binoculare è quindi molto più complesso dell’idea secondo cui “ne copro uno e potenzio l’altro”.

Lo stesso vale per la coordinazione occhio-mano e per la reattività. Nei compiti sperimentali non esiste un principio generale secondo il quale togliere informazione a un occhio migliori queste capacità. Al contrario, in alcuni compiti visuomotori la visione monoculare ha perturbato la coordinazione tra sguardo e mano; e in un compito intercettivo con palle da tennis, nei soggetti con normale stereopsi, la prestazione era migliore utilizzando entrambi gli occhi, con un vantaggio della visione binoculare che aumentava all’aumentare della velocità della palla.
Questo è particolarmente interessante per il tennis. Durante uno scambio il giocatore deve leggere rapidamente traiettoria, velocità e movimento della palla e contemporaneamente organizzare spostamento e colpo. La binocularità non è un ostacolo che normalmente dobbiamo superare: è parte del sistema percettivo con cui giochiamo a tennis.

Anche per la percezione periferica dobbiamo essere precisi. Se durante un esercizio modifichiamo l’informazione visiva disponibile, il giocatore può certamente essere costretto a utilizzare strategie percettive differenti. Ma utilizzare diversamente l’informazione durante quell’esercizio non dimostra che la sua percezione periferica sia successivamente migliorata.

Quindi non possiamo concludere che l’esercizio sia inefficace, perché non conosciamo il protocollo e non sappiamo esattamente che cosa facesse il cono. Ma non possiamo neppure dedurre dalla semplice limitazione dell’informazione di un occhio che migliorino automaticamente percezione periferica, coordinazione occhio-mano o reattività.
Modificare la visione modifica il problema che il giocatore deve risolvere. Dimostrare che quella modifica produca un vantaggio quando torna a giocare normalmente è un’altra cosa.”

Plasticità visiva e transfer

Si è parlato anche di un rapido “adattamento neurale” durante l’esercizio e di una successiva “ricalibrazione” quando si torna alla visione binoculare, che potrebbe rendere più efficiente l’elaborazione degli stimoli. È corretto pensare che un eventuale cambiamento ottenuto lavorando in condizioni monoculari possa poi trasferirsi alla prestazione tennistica in condizioni normali, cioè utilizzando entrambi gli occhi?

Nell’adulto esiste una plasticità visiva a breve termine. In condizioni sperimentali, dopo un periodo relativamente breve di deprivazione monoculare, quando si torna a utilizzare entrambi gli occhi può modificarsi temporaneamente l’equilibrio con cui i loro segnali contribuiscono alla visione binoculare.
Quindi una plasticità visiva a breve termine è documentata. Ma plasticità non significa automaticamente miglioramento.
Gli studi che hanno dimostrato questi fenomeni hanno misurato cambiamenti dell’equilibrio tra i due occhi e delle risposte del sistema visivo. Non hanno dimostrato che, dopo la deprivazione, un atleta elabori più rapidamente gli stimoli, reagisca più velocemente o giochi meglio a tennis.

Anche il termine “ricalibrazione” può quindi essere fuorviante. Se significa che il sistema modifica temporaneamente il peso relativo delle informazioni provenienti dai due occhi, esistono dati sperimentali che documentano questo fenomeno. Se invece significa che, tolto il dispositivo, il sistema visivo diventa globalmente più efficiente, questa conclusione non è dimostrata.
Lo stesso vale per affermazioni come “la palla sembra più lenta” oppure “dopo l’occlusione il giocatore vede tutto più nitido e reagisce più rapidamente”. Sono spiegazioni suggestive, ma gli studi sulla deprivazione monoculare non hanno dimostrato questi effetti nella prestazione tennistica.

C’è inoltre un altro aspetto importante: gli effetti osservati dopo una breve deprivazione monoculare sono generalmente transitori. Un cambiamento immediatamente dopo aver tolto un occlusore non dimostra quindi che sia avvenuto un apprendimento stabile.

Ed è qui che entra in gioco il concetto più importante per un allenatore: il transfer.
Supponiamo, per ipotesi, che durante un esercizio con un occhio limitato il giocatore modifichi realmente il proprio comportamento e che, dopo aver tolto il dispositivo, rimanga per qualche tempo una modificazione del sistema visivo. Abbiamo ancora una domanda da risolvere: questa modificazione migliora qualcosa quando il giocatore torna a giocare normalmente?
Nel tennis questo passaggio non può essere dato per scontato. Gli studi sull’allenamento percettivo e sull’anticipazione mostrano che un miglioramento ottenuto nel compito utilizzato durante il training deve essere verificato anche nelle condizioni reali di gioco.

Per un maestro di tennis la sequenza può essere riassunta in tre domande molto semplici:

  • Durante l’esercizio cambia qualcosa?
  • Quel cambiamento rimane quando l’esercizio termina?
  • Quel cambiamento migliora realmente la prestazione quando il giocatore torna a giocare normalmente?

Sono tre livelli diversi: effetto immediato, apprendimento e transfer.

Nel caso dell’occlusione monoculare abbiamo evidenze che una manipolazione visiva possa produrre effetti percettivi e neurofisiologici transitori. Non abbiamo invece, sulla base di questi studi, la dimostrazione che tali effetti migliorino la prestazione tennistica.
E nel caso specifico di Alcaraz dobbiamo essere ancora più prudenti: non sappiamo se il cono producesse realmente una deprivazione monoculare, per quanto tempo fosse utilizzato e quale risultato lo staff volesse ottenere.
Perciò la parola “ricalibrazione”, da sola, non risolve il problema. Che il sistema visivo reagisca a una manipolazione dimostra plasticità; che quella plasticità sia utile al tennis deve essere dimostrato separatamente.”

Dominanza oculare: più delle etichette, contano funzione e compito

C’è poi il tema della dominanza oculare. È stata proposta una distinzione tra un occhio “tecnico”, deputato principalmente alla focalizzazione della palla, e un occhio “tattico”, maggiormente coinvolto nell’acquisizione delle informazioni periferiche. È una distinzione scientificamente corretta e sufficiente per decidere quale occhio eventualmente occludere? Oppure è necessario conoscere in maniera molto più approfondita il profilo visivo e coordinativo del singolo atleta?

“La prima cosa da chiarire è che la distinzione tra “occhio tecnico” e “occhio tattico” non appartiene alle classificazioni della dominanza oculare utilizzate nella letteratura scientifica. Nella letteratura che abbiamo esaminato non abbiamo trovato evidenze che validino una suddivisione secondo cui un occhio sarebbe principalmente deputato a focalizzare la palla e l’altro a controllare ciò che avviene perifericamente.
È una rappresentazione intuitiva, ma troppo semplice rispetto a come funziona realmente la visione binoculare.
Anche parlare genericamente di “occhio dominante” può creare equivoci. La dominanza oculare non è una caratteristica unica. Possiamo misurare differenti forme di dominanza: per esempio la preferenza utilizzata nei compiti di mira, la preferenza di fissazione e differenti forme di dominanza sensoriale. Anche caratteristiche come contrasto, dettaglio o colore possono modificare il peso relativo dei due occhi.
Soprattutto, test diversi non necessariamente identificano lo stesso occhio come dominante nella stessa persona.

Per un maestro questo significa una cosa molto concreta: eseguire un semplice test di mira, stabilire che il giocatore è “dominante destro” e decidere su questa base di coprire l’occhio destro è un passaggio che la letteratura scientifica non giustifica automaticamente.
C’è poi il problema della visione periferica. Nel soggetto con normale binocularità non funziona secondo lo schema “un occhio guarda la palla e l’altro guarda la periferia”. I segnali provenienti dai due occhi vengono integrati sia nella visione centrale sia in quella periferica, e il loro peso relativo può anche variare nelle diverse zone del campo visivo.
Nel tennis la questione diventa ancora più complessa, perché il giocatore non esegue il gesto nella condizione statica nella quale normalmente viene effettuato un test di dominanza. Si muove, cambia posizione rispetto alla palla, ruota capo e tronco, modifica lo sguardo, legge la traiettoria e contemporaneamente prepara il colpo.

Sappiamo da altri sport che persino la posizione specifica assunta durante il gesto può modificare ciò che una misura di dominanza descrive. E anche nel tennis sono state studiate le relazioni tra lateralità occhio-mano e alcuni aspetti dell’organizzazione tecnica, ma questi risultati non dimostrano l’esistenza di un “occhio tecnico” e di un “occhio tattico” e non dimostrano che occludere uno dei due migliori la prestazione.

La domanda utile, quindi, non è semplicemente: “qual è l’occhio dominante?”
Dovremmo piuttosto chiederci: quale funzione vogliamo modificare? Abbiamo misurato nell’atleta qualcosa che giustifichi l’intervento? Perché proprio quell’occhio dovrebbe essere limitato? E quale relazione abbiamo dimostrato tra quella manipolazione e il compito tennistico che vogliamo migliorare?
La dominanza oculare può essere un’informazione all’interno della valutazione di un atleta, ma da sola non costituisce una prescrizione.

E nel caso di Alcaraz siamo ancora un passo indietro: non sappiamo se sia stata valutata una qualche forma di dominanza, con quale test, perché sia stato scelto l’occhio destro e neppure, come abbiamo già detto, se il dispositivo lo occludesse completamente.
Definire quindi l’occhio destro di Alcaraz come “occhio tecnico” e utilizzare questa etichetta per spiegare l’esercizio significa attribuire alla fotografia informazioni che la fotografia non contiene.”

Che cosa dovremmo sapere del protocollo di Alcaraz

Nella sua premessa ha sottolineato più volte quanto poco sappiamo del protocollo realmente utilizzato da Alcaraz. Se volessimo valutare seriamente un esercizio di questo tipo, quali informazioni dovremmo conoscere? Durata e frequenza dell’occlusione, scelta dell’occhio, tipo di esercizio, valutazioni effettuate prima e dopo? E quanto può cambiare il significato dell’esercitazione a seconda dell’atleta e dell’obiettivo per il quale viene proposta?

“La prima cosa da conoscere è che cosa stiamo realmente modificando.
Nel caso di Alcaraz vediamo un dispositivo davanti all’occhio destro, ma non sappiamo che cosa faccia: se elimini completamente la visione di quell’occhio, se riduca il contrasto, se limiti una parte del campo visivo oppure se produca un’altra modificazione dell’informazione disponibile. Sono condizioni molto diverse e non possiamo aspettarci che producano necessariamente gli stessi effetti.

Poi dobbiamo conoscere la dose: per quanto tempo viene utilizzato il dispositivo, quante volte durante una seduta, con quale frequenza nei giorni o nelle settimane e secondo quale progressione. Non possiamo ragionare secondo il principio “più occlusione significa più adattamento”: gli effetti dipendono dal tipo di manipolazione, dalla durata e dal protocollo.

Dobbiamo poi sapere quale occhio viene interessato e perché. Come abbiamo visto, dire semplicemente “è l’occhio dominante” non basta. La scelta dovrebbe derivare da una valutazione e soprattutto da un’ipotesi funzionale precisa: che cosa vogliamo modificare limitando proprio quell’occhio?

Un’altra variabile fondamentale è che cosa fa il giocatore mentre la sua visione viene modificata.
Colpire dieci palle da fermo non equivale a rispondere a una palla imprevedibile durante uno spostamento. Un diritto alimentato sempre nello stesso punto non presenta le stesse richieste percettive di uno scambio nel quale il giocatore deve leggere velocità, rotazione e traiettoria, muoversi, scegliere una risposta e realizzare il colpo.
Nel tennis questo è particolarmente importante. Un esercizio destinato a migliorare la prestazione dovrebbe conservare, per quanto necessario all’obiettivo, le relazioni tra le informazioni che il giocatore utilizza e l’azione che deve produrre.
Non basta quindi dire che Alcaraz “colpiva la palla con un occhio coperto”. Per comprendere il protocollo dovremmo sapere quale colpo eseguiva, come arrivava la palla, con quali velocità e traiettorie, quanto doveva muoversi, quali possibilità decisionali aveva e con quale intensità svolgeva il compito.
Ma soprattutto dobbiamo conoscere l’obiettivo.

“Migliorare la visione”, “aumentare la reattività” o “pulire i colpi” sono espressioni troppo generiche per verificare l’efficacia di un intervento. Se vogliamo migliorare l’anticipazione dobbiamo misurare l’anticipazione; se vogliamo ridurre il tempo decisionale dobbiamo misurare quello; se l’obiettivo riguarda l’accuratezza di un colpo, dobbiamo verificare l’accuratezza.
E non basta misurare immediatamente prima e dopo l’esercizio. Dobbiamo verificare se l’eventuale cambiamento rimane nel tempo e soprattutto se compare quando il giocatore torna nelle normali condizioni di gioco.

Anche il singolo giocatore conta. Atleti di alto livello possono utilizzare strategie percettive e motorie differenti per risolvere lo stesso compito. Un esercizio utilizzato con un campione non diventa per questo una prescrizione universale.
Per valutare seriamente un protocollo come quello attribuito ad Alcaraz dovremmo quindi conoscere almeno: che cosa modifica realmente il dispositivo, perché viene scelto un determinato occhio, durata e frequenza dell’esposizione, esercizio eseguito, intensità e progressione, obiettivo dichiarato, misure effettuate prima e dopo, persistenza dell’eventuale effetto e transfer alla prestazione sul campo.

Nel caso di Alcaraz non conosciamo praticamente nessuna di queste informazioni.
Abbiamo visto un esercizio. Non abbiamo visto il protocollo che eventualmente lo giustifica, non conosciamo l’ipotesi dello staff e non abbiamo i dati per sapere se l’obiettivo sia stato raggiunto.
Attribuire al cono una funzione precisa partendo soltanto dalle immagini significa quindi fare il percorso al contrario: partire dalla conclusione prima di conoscere le informazioni necessarie per dimostrarla.”

Perché un esercizio di Alcaraz non può valere automaticamente per gli altri

Arriviamo infine all’aspetto probabilmente più pratico. Dopo la diffusione delle immagini di Alcaraz, è facile immaginare allenatori, giovani giocatori o semplici appassionati tentati di riprodurre l’esercizio. Prima ancora di chiedersi come eseguirlo o da chi farlo supervisionare, quali elementi dovrebbero dimostrare che esiste realmente un razionale per utilizzarlo in quello specifico atleta e per quello specifico obiettivo? E quali problemi può creare la semplice riproduzione di un esercizio osservato in un campione, senza conoscerne protocollo, indicazioni e soprattutto senza sapere se gli eventuali effetti ottenuti possano realmente trasferirsi alla prestazione tennistica?

“La prima domanda, a mio avviso, non dovrebbe essere “chi deve supervisionare questo esercizio?”, ma una domanda precedente: perché dovremmo prescriverlo?
Prima di utilizzare una manipolazione visiva di questo tipo dovremmo sapere quale funzione vogliamo modificare, perché quella funzione è rilevante per il tennis e perché proprio quell’esercizio dovrebbe modificarla.

Questo non significa che il visual training non possa funzionare. Esistono studi, anche nel tennis, nei quali specifici programmi di allenamento visivo, percettivo o visuomotorio hanno prodotto miglioramenti misurabili.
Ma questo è precisamente il punto: l’evidenza appartiene al protocollo che è stato realmente studiato. Non possiamo prendere il risultato positivo ottenuto con un determinato programma e utilizzarlo come prova dell’efficacia di una procedura diversa.

Il visual training, inoltre, non è un singolo esercizio. Può comprendere procedure molto differenti, scelte in funzione dell’abilità visiva, percettiva o visuomotoria che si vuole allenare. Mettere un dispositivo davanti a un occhio è soltanto una possibile manipolazione e non è, di per sé, sinonimo di visual training.

C’è poi una distinzione particolarmente importante per chi lavora nel tennis. Nella letteratura si incontra spesso il termine “occlusion training”, ma generalmente non significa allenarsi con un occhio coperto.
Nel tennis l’occlusione viene frequentemente utilizzata per modificare l’informazione disponibile nella scena. Per esempio, si può interrompere un filmato del servizio in un determinato momento e chiedere al giocatore di anticipare la direzione della palla. Oppure si possono nascondere determinate informazioni dell’azione per studiare quali indizi utilizzi il giocatore.
In questi casi viene occlusa una parte dell’informazione visiva della scena, non un occhio. Sono due manipolazioni differenti e i risultati ottenuti con una non possono essere utilizzati automaticamente per giustificare l’altra.

Questo è rilevante anche per il caso Alcaraz. Nella letteratura scientifica sul visual training nel tennis che abbiamo esaminato non abbiamo identificato un protocollo validato comparabile all’allenamento tennistico con un singolo occhio mantenuto staticamente occluso, in modo parziale o totale. È importante formulare correttamente questo punto: non significa affermare che un simile studio non possa esistere o che l’esercizio sia necessariamente inefficace. Significa che l’evidenza positiva disponibile su altri protocolli di visual training o di occlusion training nel tennis non può essere trasferita automaticamente all’esercizio che vediamo nelle immagini di Alcaraz.

C’è anche una ragione pratica per essere prudenti. La visione monoculare modifica il modo in cui vengono risolti alcuni compiti visuomotori e intercettivi. In condizioni sperimentali, soggetti con normale stereopsi hanno mostrato prestazioni migliori utilizzando entrambi gli occhi nell’intercettare palle da tennis, soprattutto all’aumentare della velocità; in altri compiti la monocularità ha modificato la coordinazione temporale fra sguardo e mano.
Questo non dimostra che una breve esperienza monoculare sia dannosa. Il problema non è creare allarmismo, ma evitare di introdurre deliberatamente una perturbazione visiva durante un compito rapido e coordinato senza sapere quale informazione stiamo eliminando e perché.
Prima di utilizzare un esercizio di questo tipo dovrebbe inoltre essere conosciuto lo stato visivo e binoculare del giocatore. La stessa manipolazione non può essere interpretata necessariamente allo stesso modo in un atleta con normale binocularità e in uno che presenti caratteristiche visive differenti.

E qui arriviamo alla questione della supervisione. Se vogliamo intervenire su una funzione visiva o binoculare, quella funzione deve essere valutata da un professionista qualificato nell’esame del sistema visivo. Se l’obiettivo è migliorare la prestazione tennistica, la costruzione dell’esercizio e la verifica dei risultati richiedono anche competenze specifiche di tennis, apprendimento motorio e performance.
Ma farei una distinzione importante: supervisionato non significa validato.
La presenza di un professionista competente permette di valutare meglio il giocatore, definire il protocollo e misurarne gli effetti. Non trasforma però automaticamente un’ipotesi di lavoro in un metodo scientificamente dimostrato.
Solo dopo avere definito la funzione da modificare, il razionale dell’intervento e il modo in cui ne misureremo gli effetti ha senso discutere come eseguire l’esercizio.

Per questo non direi a un maestro o a un giovane giocatore semplicemente “non fatelo”. Direi: prima stabilite che cosa state cercando di ottenere e quali elementi avete per ritenere che proprio quell’esercizio sia appropriato per ottenerlo.
Il fatto che Alcaraz lo abbia eseguito non costituisce una prova della sua efficacia. Documenta soltanto che uno dei migliori giocatori del mondo, in una particolare fase della sua preparazione e per ragioni che non conosciamo, lo ha utilizzato.
Se la risposta alla domanda “perché farlo?” è soltanto “perché lo fa Alcaraz”, abbiamo trasformato una fotografia in un metodo senza conoscere ciò che sta fra le due cose.”

Le conclusioni

In chiusura, è lo stesso Roncagli a ricondurre ai punti essenziali quanto emerso nel corso dell’analisi.

“Il punto non è stabilire dall’esterno se l’esercizio osservato in Alcaraz sia “giusto” o “sbagliato”. Il punto è distinguere ciò che sappiamo da ciò che stiamo ipotizzando.

  • Non sappiamo esattamente che cosa facesse il cono. Non è dimostrato che producesse una completa occlusione dell’occhio destro e non conosciamo il protocollo né l’obiettivo dello staff.
  • Non sappiamo che l’occhio destro fosse “l’occhio dominante”. E, comunque, la dominanza oculare non è una caratteristica unica: dipende dalla funzione, dal test, dallo stimolo e dal compito considerato.
  • “Occhio tecnico” e “occhio tattico” non sono una classificazione scientificamente validata. Non è dimostrata una divisione secondo cui un occhio sarebbe principalmente deputato a focalizzare la palla e l’altro a controllare la periferia.
  • Una manipolazione visiva può produrre modificazioni, ma una modificazione non significa automaticamente miglioramento. Un cambiamento durante o subito dopo un esercizio non dimostra da solo un apprendimento stabile.
  • Il passaggio decisivo è il transfer. Anche se una funzione cambia o un esercizio viene eseguito meglio, bisogna dimostrare che quel cambiamento migliori realmente la prestazione quando il giocatore torna a giocare normalmente, con entrambi gli occhi.
  • Nella letteratura tennis-specifica esaminata non abbiamo identificato un protocollo validato comparabile all’allenamento con un singolo occhio mantenuto staticamente occluso, parzialmente o totalmente.
  • Nel tennis, “occlusion training” indica prevalentemente la manipolazione temporale o spaziale dell’informazione presente nella scena, non l’occlusione di un singolo occhio: sono procedure differenti e le evidenze ottenute con una non possono essere trasferite automaticamente all’altra.
  • La valutazione visiva e binoculare e l’eventuale intervento su queste funzioni richiedono professionisti qualificati nell’esame del sistema visivo, mentre maestro e preparatore hanno un ruolo essenziale nella definizione del compito tennistico e nella verifica del transfer alla prestazione.
  • Vedere un campione eseguire un esercizio non basta per trasformarlo in un metodo. Prima bisogna conoscere l’obiettivo, il razionale, il protocollo e gli effetti realmente ottenuti.

La conclusione pratica, per chi insegna o allena il tennis, può essere condensata così: un esercizio ha senso non perché lo esegue un campione, ma perché sappiamo quale funzione vogliamo modificare, perché la stiamo modificando e se il risultato si trasferisce realmente al tennis.

Per chi volesse approfondire ulteriormente il tema, sulla piattaforma Scienze Motorie è stato pubblicato un articolo di Vittorio Roncagli ancora più dettagliato, di taglio scientifico, nel quale sviluppa e documenta in maniera più estesa gli aspetti affrontati in questa intervista.
Da parte nostra, non possiamo che ringraziarlo per la disponibilità e soprattutto per aver messo a disposizione competenza, tempo e lavoro, rendendo possibile questo approfondimento.

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