Crotta e lo sport: "Tutti i ragazzi hanno il diritto al sogno"

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Crotta e lo sport: “Tutti i ragazzi hanno il diritto al sogno”

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TENNIS – Per gli amici di Ubitennis intervistiamo Vittorio Crotta, personalità di spicco del movimento tennistico italiano, già capitano non giocatore di Coppa Davis e commentatore sportivo. Attualmente è promotore e ideatore dell’iniziativa di carattere sportivo-sociale: “Il testimone ai testimoni”.

TENNIS – Alle nove del mattino Vittorio Crotta è pronto per la sua giornata di impegni, in perfetta forma. Il suo volto austero è pronto ad illuminare nuovamente una giornata che si preannuncia, come al solito, ricca di eventi. Occorre essere in perfetta forma fisica per affrontare tutti gli obblighi che la sua professione richiede, ma non abbiate paura cari amici di Ubitennis, Vittorio sarebbe in grado di sopportare ritmi ancor più frenetici tant’è  inesauribile la sua carica d’energia “Gli impegni sono una bella cosa e poi non sono nient’affatto vecchio, anzi ho molte più energie di un ventenne.. Se riuscissi a seguirmi per tutta un’intera giornata te ne accorgeresti!”.

E’ di buon umore Vittorio e usa l’arma dell’ironia per rendere piacevole ogni istante passato in sua compagnia.

 

Ci accoglie nel suo ufficio “La mia seconda casa”  come ama definirla lui, che sorge all’interno del Tennis club Ivrea di cui Vittorio (ma da tutti conosciuto come “Victor”) è responsabile tecnico.

E’ dal 2006 che Vittorio ha dato nuova linfa alla terra rossa del circolo d’Ivrea. Sarà lo spirito da Peter Pan  che alberga in lui, o l’esperienza di una carriera che ha segnato in modo concreto la storia del tennis italiano, o semplicemente l’amore per la sua terra. Saranno ragioni più profonde che non desidera comunicare, non sarà nulla di questo o saranno tutte queste ragioni messe insieme. Sta di fatto che Vittorio Crotta ha riportato in auge un circolo che, dopo i fasti dell’era Olivetti, ha rischiato di diventare un cumulo di macerie.

Non me lo ricordare!  E’ stata una di quelle decisioni che non prenderesti mai se la ponderi per bene  – confida il maestro eporediese sorridendo-, ma a un certo punto ha prevalso il desiderio di tornare e fare qualcosa per la mia città. D’altronde se sono stato quello che sono stato il merito va anche alla mia terra. Ancora oggi i miei amici più intimi mi dicono: ma perché Vittorio? A quest’ora potevi rilassarti in ben altri lidi.. Invece ti sei preso proprio una bella gatta da pelare!

Sai però cosa ti dico? Rifarei la stessa scelta, non me ne sono mai pentito e fare qualcosa di concreto per la comunità che mi ha visto nascere è la migliore delle ricompense che possa aspettarmi.”

Eh si, perché Vittorio Crotta oltre ad essere il factotum del Tennis Club Ivrea è anche l’ideatore, il promotore e il principale sostenitore dell’iniziativa sociale “Il testimone ai testimoni” nata nel 2004 e portata avanti nonostante numerosi momenti difficili.

Vittorio ci fa accomodare, ci offre una buona tazza di caffè confermando le sue doti di ospitalità che mi erano state predette e ci presenta l’iniziativa che sta portando avanti che è un po’ la ragione di questa lunga intervista.

Il testimone ai testimoni è un’iniziativa nata nel 2004 da una mia idea – esordisce Victor ,- immediatamente accolta e sostenuta da don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abete e dall’associazione Libera.

L’idea è quella di utilizzare la naturale attrazione e le enormi possibilità comunicative che lo sport esercita sui ragazzi per veicolare messaggi che siano positivi per la formazione del loro carattere, diversi da quelli generalmente enfatizzati dai media (vittoria ad ogni costo, notorietà, scorciatoia per la ricchezza, ecc..)”

Vittorio, cos’è per te lo sport?

Lo sport per me è un mezzo per arrivare ovunque. Lo sport ha un potere aggregante e un linguaggio universale che abbattono differenze di qualsiasi genere e consentono la comunicazione tra popoli e culture diverse. Lo sport lo vedo come tutela della salute, come educazione ed un’etica di impegno fisico e mentale, come educazione al consumo e alla  alimentazione consapevoli. Lo sport è vita”.

Vittorio non è mai banale, è davvero piacevole parlare con lui anche perché balugina nei suoi occhi il riflesso dell’amore per l’iniziativa che sta sostenendo da molti anni. Accompagna ogni parola con un gesticolare intenso quasi voglia aumentarne l’effetto. Mi verrebbe quasi da dirgli che non è necessario, perché ogni sua parola è pesante come un macigno, ma mi rendo conto che sarebbe superfluo perché Victor è fatto così. E’ un fiume in piena che non può essere arrestato e non ho nessuna intenzione di farlo.

Vicotr siamo al decennale da quando la tua iniziativa ha preso vita, potresti descrivere per gli amici di Ubitennis  come si articola questa manifestazione?

Certo, hai un paio d’ore?”  sorride “Dai scherzo, vedrò di essere il più sintetico possibile!

L’idea alla base di tutto è che i ragazzi, tutti i ragazzi, hanno diritto al gioco, come modalità primaria di espressione e socializzazione; e hanno diritto al sogno.

Il “testiomone ai testimoni” propone loro la pratica sportiva come gioco, ma un gioco con regole da rispettare; e stimola il sogno, che vuol dire proiettare se stessi in un futuro nel quale i propri limiti attuali saranno superati, grazie all’impegno e alla costanza

Il “testimone ai testimoni” utilizza ogni occasione che si presenti nel corso delle sessioni di sport per focalizzare l’attenzione dei ragazzi sull’importanza del rispetto dell’avversario e il rispetto delle regole. Noi incitiamo i nostri ragazzi a capire che l’avversario non deve venire visto come un nemico, deve essere visto come un compagno di divertimento perché senza di lui, non ci sarebbe competizione.

Allo stesso scopo il progetto organizza incontri con personalità illustri dello sport e della società civile, nel corso dei quali si propongono con forza ai ragazzi messaggi etici, quali il rifiuto del doping e di ogni forma di scorrettezza, il rifiuto di tifare contro, eccetera.

Inoltre cerchiamo di creare un  trait d’union tra i giovani e i meno giovani alternando una competizione indirizzata principalmente ai ragazzi, a momenti culturali e di approfondimento che possano essere apprezzati anche dai cittadini più in là con gli anni”.

Anche dal punto di vista creativo, il tuo progetto alimenta la competizione sana tra le scuole proponendo un concorso particolare. C’è ne vuoi parlare?

“Certo. Sempre con lo stesso obiettivo poc’anzi raccontato, il progetto organizza un concorso multimediale su temi specifici (rispetto della diversità, valori olimpici, eccetera), nel quale i ragazzi possono dare spazio alla loro fantasia ed esprimere la loro creatività con l’aiuto degli insegnanti.

Tutto ciò nella consapevolezza che il rispetto degli altri e delle regole è una tappa fondamentale del percorso che porterà i ragazzi a diventare cittadini consapevoli, attenti ai valori della solidarietà e della legalità.”

C’è davvero da rimanere affascinati Vittorio. In primis ti faccio i miei più sinceri complimenti per l’iniziativa cosa per altro che sono sicuro possa essere condivisa da tutta la redazione di Ubitennis, ora però mi piacerebbe sapere come viene organizzata questa manifestazione, quali sono le modalità operative alla base di questo progetto?

La scuola come ti dicevo in precedenza, è ovviamente il luogo privilegiato per iniziative che vogliano essere indirizzate ad una vasta popolazione di giovani. Fin dalle origini il “Testimone ai testimoni” ha ottenuto il supporto di insegnanti e direttori didattici e ha potuto inserirsi con successo nell’iter formativo delle scuole locali.

In particolare le sessioni di motricità e sport, gli incontri con personalità di rilievo e il concorso multimediale si sviluppano lungo l’intero anno scolastico, mentre nell’ultimo mese di scuola si concentrano un’intera settimana di attività sportiva multidisciplinare e una suggestiva cerimonia/festa di chiusura. In tale occasione si premiano i vincitori del concorso, si premia una persona che, nel proprio campo di azione, abbia vissuto la propria vita all’insegna dei valori sostenuti dal “Testimone ai testimoni” (premio “Campione nella vita”) e si corre per le strade cittadine la cosiddetta “Staffetta della legalità”.

Ci puoi dare qualche numero per permettere ai nostri amici di capire lo sforzo che sostieni con questo progetto?

Assolutamente. La popolazione scolastica interessata dalle attività motorie in ogni singolo anno è di circa tremila unità, con età compresa tra i 4 anni delle materne e i 18 anni dei maturandi .Partecipano al progetto le scuole di 29 comuni del Canavese e, tra attività sportive e incontri culturali, sono coinvolti circa 15.000 studenti.

Complessivamente, nelle nove edizioni già realizzate, il “Testimone ai testimoni” ha dunque avuto circa 100.000 partecipazioni.”

Questo progetto davvero encomiabile ha il sostegno dell’amministrazione pubblica?

“Questo è il più grande rammarico e la principale difficoltà: non esiste alcun aiuto da parte delle istituzioni. E noi a lungo andare non possiamo andare avanti a sobbarcarci tutto senza avere un minimo di sostegno.

Vorrei sottolinearti che di questo circolo siamo solo affittuari essendo proprietà comunale. Abbiamo rifatto praticamente da zero gli spogliatoi, contiamo quattro campi in terra e due polivalenti, senza contare che siamo gli unici in Italia ad aver fornito più di mille ore gratuite di attività alle scuole materne e di prima infanzia. Tutto senza ricevere aiuti di alcun tipo. Per il futuro abbiamo molti progetti, ma senza un aiuto da parte dell’amministrazione saremo obbligati a rivedere i nostri programmi”

Solita Italia insomma, tanti sprechi, tante parole, ma quando effettivamente si potrebbe fare qualcosa di concreto per il bene della comunità, spariscono tutti.

Vittorio, quali sono gli obiettivi di lungo termine? Qual è il motivo per cui ti sei sobbarcato un impegno di questa portata? Cosa piacerebbe che venisse ricordato di questa iniziativa tra 50 anni? Sperando chiaramente che possa rinnovarsi di anno in anno magari con il sodalizio delle istituzioni

“Sono due le ragioni che mi spingono a tenere duro nonostante tutte le difficoltà:

La prima è quella di creare un circolo virtuoso formando giovani cittadini consapevoli, i quali a loro volta potranno aiutare i futuri ragazzi a seguire il loro stesso percorso. Il nome “Testimone ai testimoni”  ricorda appunto che gli adulti, “testimoni” dei valori acquisiti, passeranno ai futuri ragazzi “il testimone”, in una specie di staffetta tra generazioni. 

La seconda ragione è quella di elevare il livello medio fisico, tecnico e mentale di una vasta popolazione a partire  dall’età scolare, aumentando così anche le probabilità di individuare ragazzi che possano sviluppare capacità sportive di alto livello.

Per conseguire questi obiettivi è necessario che tutti coloro che si avvicinano al “Testimone ai testimoni” non si attendano risultati immediati e ne condividano un valore fondante, che è poi un valore fondante anche nella pratica sportiva: la continuità. Senza continuità nessun obiettivo è possibile”.

Vittorio, un’ultima domanda: sei stato ex capitano non giocatore di Coppa Davis, hai rappresentato per numerosi anni il tennis italiano sia come giocatore che come figura fuori dal campo, sei stato uno dei primissimi campioni sportivi a cimentarsi dietro un microfono  come commentatore tecnico in RAI, sei stato giornalista. Insomma hai fatto nella tua vita tantissime cose, ora questa, probabilmente quella che senti maggiormente perché è una tua creatura. In questi 10 anni hai visto una marea di bambini, potresti dirci effettivamente qual è il principale ostacolo per l’avviamento dei giovani allo sport professionistico?

In primo luogo mi permetto di correggerti. Non credo sia corretto dire che una persona svolga un’azione credendoci di meno o di più rispetto ad un’altra. Io credo che in ogni impegno, ognuno di noi dia il meglio di sè. Ho fatto tante cose, mi sono sempre sforzato di farle al meglio, ora sono in una fase della mia vita in cui sto facendo questo e ci sto dedicando il massimo della dedizione. Come ho sempre fatto e come continuerò a fare. Per ciò che concerne la tua domanda, senza essere banale e non considerando forse il fattore economico (probabilmente la causa principale) che spesso risulta decisiva per poter intraprendere una attività sportiva professionistica, credo che una delle cause principali sia l’abnegazione all’allenamento.”

Cosa intendi per abnegazione all’allenamento?

“L’esercizio fisico è purtroppo sottovalutato come componente prioritaria nell’educazione dei più piccoli. Spesso per ignoranza dei genitori che non capiscono come il calcio a un pallone, un servizio nel volley o qualunque altro gesto atletico abbia alle spalle lo studio e l’impegno di allenatori, medici e preparatori impegnati in un lavoro complesso.  I ragazzi dovrebbero fare attività fisica a prescindere, poi, crescendo, possono dedicarsi a ciò per cui si sentono più portati: molti talenti rimangono fatalmente inespressi per questa superficialità. Non si diventa atleti per caso, come non si diventa uomini per caso. La vita è un processo evolutivo, così come lo sport”.

Da cittadino eporediese, da cittadino italiano, da uomo consapevole e rispettoso del lavoro altrui finalizzato al bene comune, non posso fare altro che terminare questa intervista con tre semplici vocaboli che racchiudono meglio di ogni altro panegirico di parole i miei sentimenti e il mio stato d’animo alla fine di questo incontro: Grazie mille Viktor.

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Flash

“Boicottare il Roland Garros? No, mai gli Slam!”

“256 tennisti devono dare priorità agli Slam che garantiscono 50.000 euro a chi perde al primo turno. Wimbledon? Difficile si giochi: è decisivo il tipo di assicurazione che ha”. Parla il famoso giornalista di Sports Illustrated Jon Wertheim, intervistato dal direttore Scanagatta

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Jon Wertheim (a sinistra), intervistato a Wimbledon

Il Direttore ci ha preso gusto: se isolamento forzato deve essere, che possano beneficiarne anche i lettori! Dopo la video-chiacchierata con Ray Moore, Ubaldo ha parlato anche con Jon Wertheim, giornalista tra i più stimati in ambito tennistico, opinionista di punta di Tennis Channel, executive editor di Sports Illustrated, autore di cinque libri di successo, fra cui “Strokes of Genius” ispirato a Federer e Nadal (in copertina) e con quelli che lui considera i migliori match di sempre

Proprio da cosa è cambiato nelle dinamiche lavorative della rivista sportiva più famosa del mondo è partita l’intervista, di cui vi riportiamo in forma testuale (e tradotti) i principali estratti.

SPORTS ILLUSTRATED – “Essere un media sportivo senza sport è una grande sfida! Il numero dei collaboratori non è cambiato molto, c’è stato più che altro uno spostamento di risorse verso i contenuti digitali. Questo è un momento che stimola la creatività. Del resto, nessuno era preparato ad affrontare una situazione di questo tipo, è un territorio nuovo: a tutti manca lo sport, ma stiamo anche realizzando che non si tratta di una priorità“.

 

TENNIS VS SPORT DI SQUADRA – Ubaldo apre la questione: gestire le implicazioni di questa pausa è più complicato per i tennisti, che oltre a non avere una squadra alle spalle… hanno addirittura una squadra da sostenere (allenatore, fisioterapista, medico). “Innanzitutto c’è differenza tra i grandi giocatori e coloro che invece stanno iniziando a preoccuparsi della loro situazione economica. Il tennis, inoltre, è uno sport molto globale e il fatto che si giochi in così tanti paesi lo rende più suscettibile a una pandemia“.

FONDO DI SOSTEGNO – Wertheim lancia un’idea per redistribuire le risorse verso i tennisti con meno introiti: “ATP e WTA potrebbero rinunciare agli incassi delle Finals, che di solito vanno ai due circuiti, e i top player potrebbero fare lo stesso con una parte dei montepremi“. Il direttore menziona l’esempio dei commissioner di alcuni sport americani che hanno accettato di ridurre il loro salario (è il caso di Adam Silver, a capo dell’NBA) e suggerisce che chi sta ai vertici degli organi di governance del tennis potrebbe fare lo stesso. “Però c’è una relazione diversa tra tour e atleti“, fa notare Jon Wertheim,

CAOS ROLAND GARROS? – “Sarebbe bello se tutti i giocatori raggiungessero un accordo su come affrontare la questione. Sono 256 giocatori che potranno guadagnare un minimo di 50000 dollari a testa. Boicottarlo? No. Se fossi un giocatore sarei più felice del fatto che si giochi il French Open che irritato per la mancanza di comunicazione o per il fatto che un paio di tornei possano essere sopraffatti. Magari Federer potrebbe dire: ‘È troppo avanti nella stagione ed è su terra’. Ma penso che tutti i giocatori saranno felici di avere questa opportunità nel 2020”.

Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

LAVER CUP – “Tutti amiamo la Laver Cup e amiamo Roger. Ma parliamo di un evento a inviti, aperto solo a otto giocatori e nessuna donna. Mi dispiace per la Laver Cup e capisco che Tony possa essere deluso. Ma se confronti un major con un torneo a inviti… le cose più importanti prima di tutto. Non c’è proprio paragone”.

WIMBLEDON – “Sarei curioso di leggere la loro polizza di assicurazione. So che non sono interessati a giocare a porte chiuse, senza pubblico non vogliono giocare. Se organizzi un evento senza pubblico, puoi usufruire dell’assicurazione? Credo che questa sia la domanda per gran parte di questi tornei. Guardando alla situazione in Gran Bretagna, penso che sia molto complicato che si giochi. Le due settimane che si sono liberate dopo la cancellazione delle Olimpiadi potrebbero aiutare, ma non sono ottimista purtroppo”.

Jon Wertheim (a sinistra), intervistato a Wimbledon

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Focus

Borna Coric, tra terremoto e epidemia: “Tennis? Palleggio contro il muro”

Il tennista croato, da una decina di giorni rientrato a Zagabria, ha raccontato come ha vissuto il sisma di domenica (“Ho solo una parola, terrore”) e come stia cercando di organizzarsi per allenarsi con il lockdown dovuto al coronavirus (“Per adesso in casa e sul terrazzo, ma fuori fa freddo. Sto cercando una soluzione”)

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Borna Coric - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Šta još?” (“Cos’altro?” in croato, ndr) hanno detto terrorizzati diversi cittadini di Zagabria domenica mattina, dopo essere stati costretti ad uscire in strada dal terremoto che ha colpito la capitale croata in piena fase di “lockdown” del Paese a causa dell’epidemia di coronavirus. Tra loro c’era il tennista croato Borna Coric, rientrato da un decina di giorni nella capitale croata, sua città natale, dagli Stati Uniti, in seguito all’annullamento dei tornei di Indian Wells e Miami. Il n. 1 croato, contattato telefonicamente da un giornale locale, ha spiegato così cos’ha provato. “Uh, è stato veramente stressante. Io mi sono svegliato poco prima del terremoto, avevo dormito male. Probabilmente non ho ancora superato il jetlag. Non ho altre parole per descrivere la sensazione che ho provato se non una, terrore. In casa cadeva letteralmente tutto per terra, sono uscito fuori in strada e la prima cosa che ho fatto è stata andare dai miei genitori per vedere se era tutto a posto. Dopo ho preferito passato qualche ora in auto.Non scontato averlo potuto fare, considerato che il suo preparatore fisico Pero Kuterovac, che vive anche lui a Zagabria, gli ha raccontato di essersi ritrovato con l’auto distrutta dai detriti caduti dalle case.

A Borna è poi stato chiesto come sta vivendo questo periodo di isolamento. A sentire le sue parole, la situazione di uno dei migliori tennisti al mondo under 25 non è assolutamente diversa in questo momento da quella di tanti altri ragazzi della sua età che vivono da soli. “Praticamente sto sempre in appartamento, non sono mai uscito. Mia mamma è venuta a trovarmi diverse volte, anche perché non me la cavo proprio bene nei lavori di casa, soprattutto in cucina”.

In attesa, come tutti, di poter tornare al più presto alla normalità, Coric sta ovviamente cercando di capire come poter allenarsi al meglio, nel frattempo. “Sì, è così. Sto pensando a cosa fare e come. Vorrei provare ad andare via da Zagabria, trovare un posto a Zara o a Spalato, dove ci sono delle condizioni migliori per mantenere la condizione, dove potrei anche eventualmente allenarmi in campo. Naturalmente Kuterovac mi ha mandato il programma di allenamenti adattato a questa situazione, lavoro in casa o sul terrazzo, ma fuori fa freddo. Faccio quello che posso e come posso, e nel modo migliore che posso. È quello che dovremmo fare tutti, rischiando il meno possibile. Non è semplice, chiaro”.

 

I piani di Borna sono resi ancora più complicati dalle recenti disposizioni del governo croato per contenere la diffusione del coronavirus, che vietano gli spostamenti da una città all’altra del paese. “Proprio per questo motivo passo molto tempo al telefono. Guardo, seguo, sono informato su tutto. Sono in contatto con Borna Gojo (altro giocatore croato, attuale n. 279 ATP, ndr) per andare a stare insieme da qualche parte per poter allenarci, ad esempio in una casa più grande dove poter aver delle condizioni normali da questo punto di vista. Ma adesso è veramente tutto un casino…”.

L’intervista telefonica è stata l’occasione per chiedere delle condizioni del polso sinistro del 23enne tennista zagabrese, che aveva iniziato a dargli problemi ai primi di febbraio e non gli ha permesso di esprimersi al meglio nella tournée sudamericana sulla terra battuta del mese scorso (eliminato all’esordio all’ATP 250 di Buenos Aires, mentre nell’ATP 500 di Rio è arrivato comunque in semifinale, sconfitto dal cileno Garin).

Non so cosa dire, penso che non sia ancora al 100%. La fortuna nella sfortuna è che i tornei negli USA sono stati annullati, perché non sarei stato in grado di giocare il mio miglior tennis. Anche durante gli allenamenti a Indian Wells non ero soddisfatto: sentivo dolore, non giocavo bene. Poi è arrivata la notizia che il torneo era annullato, ricordo di aver pensato “Cosa faccio adesso?”, mi sono passate per la testa cento cose. Di solito sono molto ben organizzato, ma questa è una esperienza del tutto nuova. Non solo per me. Non è piacevole, ma dobbiamo organizzarci e gestirla. Tornando al polso, come dicevo non posso dire niente di certo, perché a tennis ho giocato solo contro il muro dell’appartamento…“.

Schietto come sempre, Borna non ha risparmiato critiche ai dirigenti del Roland Garros per lo spostamento del torneo in autunno, sottolineando però, come sostengono in molti, che il problema del tennis professionistico maschile è più ampio. ”Una cosa fatta veramente male. Non ho problemi riguardo al fatto che il torneo si sposti, sappiamo tutti cos’è il Roland Garros, ma il modo non andava bene. Nel tennis abbiamo sicuramente bisogno di molta, molta più comunicazione. E di cambiare mentalità. Dall’altra parte, se loro non avessero scelto quella data, l’avrebbe presa qualcun altro. Vedremo come andrà a finire”.

Al vincitore di Halle 2018, dove batté a sorpresa in finale Roger Federer, viene chiesta una opinione sulla possibilità di tornare effettivamente a giocare sull’erba dall’8 giugno, quando scadrà la sospensione dell’attività professionistica decisa congiuntamente da ATP e WTA. Anche in questo caso, il n. 33 del ranking ha risposto molto francamente. “Penso che in generale parliamo troppo di cose di cui non sappiamo niente o comunque molto poco. Fino a due mesi fa pochi parlavano del coronavirus. Io non ho la competenza per parlare di questo. Naturale che vorrei che andasse così e spero che accada. Sono abituato a tutt’altro, allo spostarmi di giorno in giorno, al giocare tornei una settimana dopo l’altra… Ora sono a casa, disteso, lancio la pallina contro il muro. Quando vedo la situazione drammatica che c’è in Europa, resto senza parole e quello che penso io non è importante. Ci sono persone preparate e preposte a questo, sono quelle che dobbiamo ascoltare e comportarci in base alle loro indicazioni”.

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Video-intervista a Santopadre: “Berrettini, uno stop forzato che forse non nuoce”

L’allenatore di Matteo: “Lui è a Boca Raton a casa di Ajla Tomljanovic. Non è necessario giocare a tennis ora. Prossimi tornei? Cambiano i piani. Se prima di Wimbledon… Oggi tennisti più uniti, ma il Roland Garros ha la forza d’uno Slam”

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Vincenzo Santopadre e Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Ho approfittato della consueta disponibilità di Vincenzo Santopadre, allenatore di Matteo Berrettini, per condurre una video-intervista con uno dei molti quarantenati forzati del mondo del tennis. Uno di quelli che può raccontarci le cose più interessanti, tra l’altro, da coach del numero uno d’Italia. Santopadre si trova a Roma, dove è rientrato dagli Stati Uniti dopo la cancellazione del Sunshine Double, a differenza di Berrettini che è rimasto ad allenarsi a Boca Raton, in Florida, assieme alla sua ragazza Ajla Tomljanovic.

Purtroppo alcuni capricci della mia connessione internet – ma guai a lamentarsi, vista la situazione in cui ci troviamo – mi hanno costretto a interrompere la comunicazione in video e a riprenderla soltanto via audio. Ma non preoccupatevi, per chi vuole ascoltare per intero la nostra conversazione vi forniamo entrambe le registrazioni.

LA VIDEO-INTERVISTA (PARTE 1)

 

Nella prima parte della nostra chiacchierata, Vincenzo mi ha raccontato un po’ nel dettaglio come si sono svolti i fatti a Indian Wells, dove l’atmosfera è sempre stata un po’ surreale e a un certo punto – dice proprio così! – tutti hanno cominciato a darsela a game levate. Ma non vi anticipo troppo, lo ascolterete direttamente dalle nostri voci.

L’AUDIO-INTERVISTA (PARTE 2)

La seconda parte è un po’ più lunga ma vale la pena ascoltarla per intero. Dopo averci un po’ aggiornato sulla situazione effettiva degli allenamenti di Matteo – che sta incontrando sempre maggiori difficoltà, perché le accademia in Florida stanno chiudendo – Vincenzo ha fatto luce sull’attuale composizione del team, dandoci anche qualche delucidazione su chi segue Tomljanovic.

Quanto alle conseguenze dell’assenza forzata dai campi, Santopadre ha detto: “Fermarsi adesso non è detto che sia un male. Matteo stava sicuramente recuperando, ma a Indian Wells e Miami non sarebbe comunque stato al massimo della condizione“. Io gli ho suggerito ‘non tutti sono Federer!’ – che tornano dopo sette mesi e vincono uno Slam – e lui mi ha dato ragione ridendo. In generale, la prospettiva è sempre quella del lungo termine, ovvero ‘allungare la sua carriera il più possibile, non guardiamo a breve termine‘. Così come la scelta di alternare le programmazioni di anno in anno anno è un po’ come ‘andare al ristorante‘, dove non si prende sempre lo stesso piatto: lo scorso anno Matteo ha giocato indoor a febbraio, quest’anno, senza infortunio, avrebbe giocato in Sud America. Così si costruisce un giocatore completo.

In chiusura, abbiamo parlato anche di Roland Garros, giocatori e rapporti di forza tra tornei. Ma non posso anticiparvi proprio tutto tutto, quindi ascoltate!

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