Nadal, profondo rosso, Rafa scivola sulla sua amata terra (Martucci); Il Nadal che non ti aspetti, Montecarlo perde il favorito (Clerici); La fionda di David Ferrer non ha più il complesso Nadal (Ferrero); Scherzi e insulti quando il gioco è affare da Freud (G. C.); «Fognini perde la testa se non è apprezzato» (Valesio); Giorgi, L'Italia di Fed Cup sbarca nel futuro (Volpe); Ritorno dalla Cina, Sergio Tacchini rivuole il suo marchio (Giordani)

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Nadal, profondo rosso, Rafa scivola sulla sua amata terra (Martucci); Il Nadal che non ti aspetti, Montecarlo perde il favorito (Clerici); La fionda di David Ferrer non ha più il complesso Nadal (Ferrero); Scherzi e insulti quando il gioco è affare da Freud (G. C.); «Fognini perde la testa se non è apprezzato» (Valesio); Giorgi, L’Italia di Fed Cup sbarca nel futuro (Volpe); Ritorno dalla Cina, Sergio Tacchini rivuole il suo marchio (Giordani)

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A cura di Davide Uccella

Nadal, profondo rosso Rafa scivola sulla sua amata terra (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport, 19-04-2014)

Gli dei vacillano. Roger Federer arriva a due punti dalla sconfitta con Tsonga sul 2-6 5-6 0-30, Novak Djokovic lo imita, fino al 4-6 3-3 15-40 contro Garcia Lopez. Ma, mentre il numero 5 e il 2 del mondo si salvano con tanta paura e qualche sbucciatura, cade il numero 1 della classifica e della terra rossa, Rafa Nadal, e crolla fragorosamente, dopo nove finali di fila giocate a Montecarlo, con otto titoli consecutivi interrotti solo dodici mesi fa e solo da Nole Djokovic.

 

Nel derby Cade, nel derby contro il numero 2 di Spagna, David Ferrer, dieci anni dopo l’unica volta che ci aveva perso sulla superficie preferita da entrambe: allora, a Stoccarda 2004, il mancino di Maiorca aveva 18 anni ed era 57 del mondo, stavolta è il più forte di sempre su rosso. Cade, dopo 17 schiaffi di fila, su questi campi, al piccolo, instancabile, maratoneta David, col quale era 21-5 nei testa a testa. Cade, il re di 8 Roland Garros, inciampando sul proprio terreno, prima della finale, come non gli accadeva dagli ottavi con Soderling a Parigi 2009 (il k.o. con Verdasco sulla terra blu-saponetta di Madrid 2012 non vale).

«Sconfitta giusta» Cade e non si sorprende: «Quando l’avversario fa le cose meglio di te, perdere è normale. Non ho giocato nel modo giusto, non ho avuto la giusta intensità col dritto, ho giocato troppo corto, gli ho dato la possibilità di avere sempre il controllo dei punti. Bravo lui». Così come non fa festa Ferrer: «La farei se avessi vinto la finale di Montecarlo, ma sono in semifinale. Per me è solo un match della carriera, non il più importante. Ho dovuto aspettare 10 anni per batterlo ancora sulla terra rossa, e con lui è difficile ovunque, ma non è una macchina: certe volte non gioca il miglior tennis e io invece ho giocato molto bene».

Segreto «Il primo set è stato la chiave. Così equilibrato, con lunghi scambi, ho fatto una tattica molto buona col mio dritto sul suo rovescio, e nei momenti importanti buoni vincenti spingendogli sul dritto», racconta il 32enne «Ferro», eterno secondo, cioè quinto, dopo i Fab Four, Federer, Nadal, Djokovic e Murray, anche se l’anno scorso è arrivato al n. 3 (oggi è 6). Quattro break consecutivi, dal 2-0 oFerru» al 2-3 Rafa, e 16 palle-break, con un game lunghissimo, il terzo, di addirittura 15’52”. Con David che spinge Rafa sempre più fuori dal campo anche se deve ricorrere al tie-break per abbattere quel muro invalicabile.

Quanti errori Ci riesce con uno sconcertante 7-1, con cinque errori gratuiti, decisivi, del favorito, che alla fine saranno addirittura 44. Una cifra assurda per l’allievo di zio Toni. Come l’attitudine sempre passiva e negativa del maiorchino che, cosí, non pub contrastare la cattiveria agonistica e l’abnegazione dell’avversario col dente incattivito dalle beffe dell’anno scorso: a Madrid, sul 6-4 6-5, con Nadal che si salva d’istinto a rete sul 1530 con una volée-lob miracolosa, e rovescia il match 7-6 6-0. E a Roma, con il 4-1 40-0 del secondo set che Ferrer dilapida, farcite a energie nervose.

Mentale «Non sono frustrato, ma non sono molto contento, sento che avrei dovuto fare molto di più, non ho trovato la soluzione del mio gioco nel momento giusto, arriverò al prossimo torneo senza buone sensazioni», fotografa Rafa dopo il secondo set-disastro che da 2-5 potrebbe addirittura rovesciare, sul 4-5 30-30. Quando però Ferrer abbandona la paura tirando un dritto imparabile, e poi incassa l’ennesimo rovescetto di un Nadal senz’anima, dopo 2 ore 13 minuti già nella storia. La forza mentale aiuta, invece, Federer, insieme al servizio — «sono felice di avere questo fondamento del mio gioco» —, quand’è con le spalle al muro, «frustrato per le 15 palle-break fallite» e per la tattica «o la va o la spacca» di Tsonga. «Che momento, soprattutto sul 15-30, ricordo una demi-volée di rovescio, non mi vedevo tanto bene, a quel punto». Come anche al tie-break, quando manca 3 set point sul 6-3 e, dopo altre gemme delle sue, sfoggia la bellissima volée di dritto dell’8-6, quindi piazza il fulmineo 6-1 decisivo dopo due ore di battaglia.

Questione di testa Chi altri se non la forza mentale aiuta il campione uscente, Djokovic (ancora con problemi di tendini all’avambraccio), che per un’ora e venti minuti non riesce a sfondare da fondo lo spagnolo atipico, con bellissimo rovescio a una mano? Batti e ribatti, picchia e ripicchia, da 3-3, nella fredda serata monegasca, Nole torna padrone, infila sette games di fila, chiude 6-3 6-1 e vola alla semifinale nobile, con Federer.

Il Nadal che non ti aspetti, Montecarlo perde il favorito (Gianni Clerici, La Repubblica, 19-04-2014)

Venerdì di Passione. Mi scuseranno gli addetti ai lavori di ben altro pregio, ma quello che stava per verificarsi a Montecarlo mi aveva quasi suggerito il titolo di Venerdì di passione, beninteso tennistica, della trinità dei Campioni, se posso permettermi di chiamarla così. Si è infatti dissolto il fu imbattibile Re del Rosso, Rafa Nadal, e ho avuto le mie perplessità prima di buttare nel cestino un altro pezzo in cui avevo già immaginato Fede-rer sconfitto, giunto com’era a due punti dalla caduta controJoWilfried Tsonga. Ma non era finita. Nel momento in cui i pullman ripartivano alla volta della Riviera italiana, portando con se più della metà del pubblico, non potevo nemmeno immaginare un Noie Djokovic sommerso, per un bel set , da un altro spagnolo, molto meno noto di quello che aveva malconciato Nadal, topolino Ferrer. Noie incontrava oggi, sotto le luci disagevoli dei riflettori, un altro dei 100 spagnoli che hanno consentito agli storici di collegare il cosiddetto lawn tennis alla pelota, specialità immortalata per primo, nel mondo delle immagini, da un bassorilievo di Pera Sangada, nel 1493, quando gli angeli ancora non immaginavano la racchetta. Si chiama, questo bel giovanotto, Guillermo Garcia Lopez, e già l’avevo visto e ammirato per l’eleganza dei suoi gesti del suo rovescio mono-mano, ma certo meno per la sua efficienza, che l’aveva al massimo sollevato al n. 33 nel 2010, anno del suo 27 compleanno. Sia pur vero che stiamo assistendo alla giovanile maturità di Federer e soprattutto di Wawrinka, ma questi tipi erano già piuttosto noti per imprese certo dissimili dal tran tran di Garcia Lopez. Ed invece, ancheachi, come me, aveva ammirato la disinvoltura di Djokovic nel conversare in semi-italiano, la sua sesta lingua, con [‘aficionado Fabio Fazio, appariva incredibile che quell’abituale peon, grazie al rovescio, dominasse la vicenda. Già ero trasecolato nel vedere topolino Ferrer accanirsi contro Rafa Nadal quasi fosse un ex-campione fuori forma. Non credevo alle statistiche, ormai generosamente offerte dai pc per il pensionamento di Tommasi, che mi informavano che Ferrer, negli ultimi 19 matchcontro Nadal, ne avesse persi 17, raccattando miracolosamente due successi sul duro. Ma non avrei mai immaginato di vedere Rafa con la schiena incollata ai teloni pubblicitari, ampliando così il campo quasi fosse una piazza. Un Nadal incapace di qualsiasi offesa, anche grazie al famoso diritto manciuncino, un Nadal che certo non attendeva una simile versione di chi era stato giudicato dai miei colleghi spagnoli Nadal dipendente. Detto dei quattro spagnoli, rimane l’inizio di partita terrificante di Tsonga capace di vanificare qualcosa come 17 delle prime palle break di un Roger in corso di rimonta. Ma i miracoli, anche da parte di chi conta su muscoli pugilistici, dovevano terminare di fronte alla corazza divina di un Federer senza età. Eravamo alfine giunti al termine di una storica giornata di un miracolo avvenuto, e due troncati a metà. Certo meglio di giorni deja-vu.

La fionda di David Ferrer non ha più il complesso Nadal (Federico Ferrero, L’Unità, 19-04-2014)

Tanto gentile e onesto pare, David Ferrer, da non osar neppure festeggiare la presa storica dell’amico Nadal, suo cronico esecutore sulla terra. Nel superare un trauma di 17 sconfitte filate sul rosso, in dieci anni di inutili rantolii a rincorrere i pallettoni avvelenati di Rafa, il valenciano ha cornpiuto un’impresa clamorosa; eppure una folla tiepida, quasi indifferente al moto rivoluzionario in atto a Monte Carlo, se n’è accorta appena alla stretta di mano, con cui il piccolo quasi porgeva le scuse al grande decaduto. Qui il mostro di Manacor aveva addentato qualcosa come otto titoli e giocato nove finali in dieci tentativi, dalla pubertà al primo pomeriggio di ieri; peggio di cosa gli era andata solo nel 2003, quando un Rafa minorenne fu respinto all’uscio negli ottavi da un reuccio della terra come Coria.

Per scovare un evento rouge privo di Rafa in finale – ieri era giorno di quarti, al Principato – è necessario consultare le cronache del 2009, in una funesta domenica parigina: Rafa in maglietta rosa, Soderling a bastonarlo come Coppi con Bartali in una sconcertante inversione di ruoli. Trovare spiegazione dell’accaduto di ieri è complicato: “Ho giocato corto, specialmente col dritto – ha raccontato Nadal, responsabile di 44 errori gratuiti – e dopo aver perso il primo set ho continuato a giocare senza spingere. Non puoi vincere, così”. Non potrà neanche continuare a steccare su questa ottava: le cambiali del tennis, cioè punti e fiducia, scadono una in fila all’altra e Nadal è interpellato a offrire risposte ancora e ancora, nelle prossime settimane, da Barcellona e Madrid (vittorie nel 2013), da Roma a Parigi (idem). E così, davvero, non va. Se il vecchio Ferru è l’unico, degli undici spagnoli, sopravvissuto per il sabato di semifinali, il suo prossimo avversario Stan Rovescio Wawrinka, matador di cannone Raonic e serio candidato alla prima finale monegasca, ha portato la Svizzera a piazzare due pedine su due negli ultimi quattro del torneo. L’altra con croce bianca su sfondo rosso è firmata Federer: mosso dalle scadenze del parto di Mirka ad accettare in extremis la wild card per il Country Club, ancora ci si chiede in quale evento Roger vorrà marcare visita, se Roma, Madrid, Roland Garros. Altrettanto a lungo, gli appassionati si domanderanno perché il recordman di tornei Slam e settimane in vetta al ranking si sia confermato il peggior campione della storia nella pratica dello sfruttamento di palle break. In una partita (2-6 7-6 6-1) salvata ripetutamente dal precipizio contro Jo Tsonga, Roger avrebbe financo perso il controllo e spedito una palla a centrare una barca a vela di passaggio in fronte al pomposo Monte Carlo Beach, il resort da duemila euro a notte, ricevendo un rarissimo warning. L’altro lusso, cui volentieri rinuncerebbe, è racchiuso in quelle inconcepibili 15 palle break mancate prima di «convertirne una, come si suol dire inciampando in convening, un falso amico dell’italiano. In questo caso, però, efficace: dopo tanto sciupio, all’inizio del terzo set, convincere una palla break a obbedire agli ordini è rassomigliato a una conversione religiosa anche perché, in quello stesso istante, la fiducia del francese si sarebbe flessa, fino all’inginocchiata. Fe-derer in semifinale dopo sei anni innanzi ad Alberto di Monaco, quindi. Contro un Djokovic graziato da un mediano, Garcia Lopez, fattosi clone di Guga Kuerten per un’ora: non avesse, lo sventurato Guillermo, mancato d’un soffio un rovescio vincente sul 6-4 3-2 e doppia palla break, avremmo raccontato altro. Ma Noie s’è fatto il segno della croce e, come ogni timorato di Dio, oggi si sveglierà più forte.

Ferrer veste da esorcista e fa fuori anche Nadal (Andrea De Pauli, Il Corriere dello Sport, 19-04-2014)

A 10 anni dall’ultimo successo su Rafa Nadal sulla terra rossa, il cocciuto David Ferrer si libera, finalmente, di tutti i complessi e caccia dal Master 1000 di Montecarlo il grande amico. E poco conta se il mancino artificiale di Manacor non si è presentato nel Principato al top della forma, perché la vittoria dell’alicantino è di quelle che da sole valgono un intero annodi sedute dallo psicanalista. Dal primo e unico trionfo sulla superfide più lenta, datato 16 luglio 2004, l’attuale numero 6 del ranking aveva inanellato un filotto di 17 sconfitte consecutive con il maiorchino, vedendosi soffiare, tra l’altro, ben otto finali, tra cui quella del Roland Garros 2013.

CATARSI- Proprio a Parigi, alla prima finale di uno Slam, David sembrava essersi rassegnato definitivamente all’idea di non potersi più concedere un’escursione rigenerante al di fuori dell’ombra imponente del connazionale, con cui spesso e volentieri condivide le tribune dei campi di caldo iberici e il divano del ritiro della Nazionale, per dar vita ad infuocati duelli alla PlayStation. «Rafa è il miglior tennista della storia sulla terra battuta», il refrain ripetuto all’infinito da Ferrer. «Per sconfiggerlo io devo essere in giornata di grazia, mentre lui deve avere un giorno storto». E’ più o meno quanto accaduto nel sorprendente quarto del torneo monegasco: David si è presentato nelle consuete vesti battagliare, mentre Rafa è apparso subito macchinoso e impacciato. Un primo momento cruciale si è vissuto nell’eterno terno game, che ha sfiorato i 16 minuti. Ferrer ha retto, foraggiando l’au-tostima. Arrivati al tie-break, poi, la catarsi. Regalato il primo scambio, l’eterno secondo ha infilato uno dietro l’altro sette punti, favorito dagli errori gratuiti del dirimpettaio.

IMPRESA- Nadal traballa e, nel secondo set, messo costantemente in difficoltà sul rovescio, si ritrova sul 3-1. E’ a questo punto che Ferrer sembra finalmente crederci davvero e inizia a gridare il suo mantra: «E’ora.E’orar». L’impresa è alla portata. E chi se ne importa se siamo a Montecarlo, dove il compagno è reduce da nove finali consecutive. Fino al giorno precedente David ha ripetuto la sua frustrata verità: «Magari raggiungere tutte le finali sulla terra per poi perderle contro Rafa». Ora, però, a due mesi scarsi dal compimento delle 32 primavere, è tempo di scacciare finalmente tutti i fantasmi. Adesso o mai più. Sul 5-2 gli ultimi dubbi esistenziali di Ferrer consentono a Nadal di riportarsi a 5-4, ma un ultimo rovescio tremolante lo costringe alla resa. «E’ stata una lunga attesati, il commento a caldo dell’alicantino. «Avevo chiara la strategia, ma contro Rafa è sempre difficile realizzarla. Non ti fa respirare». In semifinale l’attende il trionfatore dell’ultimo Open d’Australia, Stanislas Wawrinka.

Scherzi e insulti quando il gioco è affare da Freud (Gianni Clerici, La Repubblica, 19-04-2014)

EsisroNo, tra quelli che raramente rispondono alle definizioni di giochi, e più spesso alle degenerazioni dello sport, prestazioni individuali e collettive. In entrambe possono affiorare gli istinti, ovviamente migliori e deteriori ma, nel caso di sport di gruppo, il comportamento anomalo è meno evidente, tosi come accadrebbe nel caso del membro de l coro nella tragedia o nell’opera lirica. Tra gli sport individuali il tennis èforse quello che dura più a lungo, una partita media va sull’ora e mezzo, e non fatica a superare lecinque ore nel caso del best of five set. Cinque set spesso disputati sotto il sole estivo, a volte dopo una precedente partita non meno lunga, e il conseguente accumulo di tossine, notti di sonno disagevoli, spesso interrotto da angosciosi ricordi, incubi.

Mi rendo conto di aver iniziato, nella mia presunta generosità, ad occuparmi di una excusatio non petite, prima ancora di una accusatio manifesta: come quella, ad esempio, rivolta ieri a Fabio Fognini da chi avesse ascoltatoi suoi insulti a bordo campo, rivolti a suo padre e ai precettori, per ragioni che certo non avevano a che vedere con la partita in corso, ma con rapporti umani capaci di conseguenze che starebbe allo psicoterapeuta, non certo al cronista, approfondire. Nella mia lunga vita dissipata ai bordi dei court, ricordo di aver assistito a vicende che si potrebbe definire estreme, o patologiche. La prima mi venne raccontata da papà, anche lui tennista. Scherzi e insulti quando il gioco è affare da Freud Fognini èsolo l’ultimo di una lunga serie di episodi Nastase fu squalificato, Tacchini mise ko il rivale Fabio Fognini nel match perso giovedì contro Tsonga.

Alla fine degli Anni Venti, gli italiani riuscirono ad accorpare una squadra di Coppa Davis rispettabile, formata dal barone triestino De Morpurgo, già membro dell’esercito austro-ungarico, e dall’italianissimo nobiluomo veronese De Stefani. De Morpurgo era capitano della nostra squadra di Davis, più vecchio di De Stefani di dieci anni e, alla prima inaccettabile sconfitta contro il suo delfino, invece di stringergli la mano, gli assestò sulle guance uno schiaffo, quasi a vendicarsi di un affronto, una mancanza di rispetto, insomma una trasgressione.

Non è facile assistere in campo a manifestazioni avverse all’ avversario, ma una ne ricordo, da me citata in tre biografie che ho sentimentalmente dedicato alla grande Suzanne Lenglen. Sui campi della Costa Azzurra, il tennista franco-svizzero Aeschlimann (o era il Barone Artens? ) era uso, nei giorni negativi, accendere ai cambi di campo, le corde e addiritt ura illegno delle racchettecheegli riteneva colpevoli dei più facili tiri mancati. Per rimanere più vicini nel tempo, val la pena di citare Na-stase, tennista romeno che per il suo carattere instabile vinse meno di quanto gli sarebbe stato possibile, e cioè soltanto- scusate – quattro Masters. In uno di questi disputato a Stoccolma, Nastase, denominato Nasty, e cioè Sgradevole, era opposto al nero Arthur Ashe, gran gentiluomo e non meno grande tennista. Per provocare, come sempre faceva, un avversario in vantaggio, Nasty prese a rivolgersi ad alta voce all’avversario, provocandolo, suggerendogli di mettersi un cappellino bianco perché il suo color nero non gli permetteva di vedere la palla. Simile suggerimento si fece sempre più frequente, sinchè Ashe, troppo educato per una reazione manesca, afferrò le sue racchette e usci dal campo. Un giudice arbitro di buon senso, Klosterkemper, decise prontamente di squalificare Nastase. Ma non era finita.

La mattina seguente sentii bussare alla porta della mia camera. Era Nastase, che reggeva un mazzo di rose. «Gianni – mi disse – non sono per te. Accompagnami per favore alla camera di Ashe, perché voglio scusarmi. Ma il solo a mia memoria ad aver aggredito l’avversario in campo fu il mio amico Tacchini, fondatore delle famose magliette che, insultato più volte a Napoli dal sudamericano Alvarez, un vero provocatore, lo colpì con un pugno e lo stese, prima di essere squalificato. Accade a tutti, per ragioni note soltanto al Dottor Freud, di commettere errori. L’importante è scusarsene, come il nostro Fognini dopo le escandescenze del match contro Tsonga. Ma sarebbe ancor meglio capire che cosa ci ha spinti sin li, in modo da non esserne di nuovo vittime.

«Fognini perde la testa se non è apprezzato» (Piero Valesio, Tuttosport, 19-04-2014)

LE DOMANDE sono tutto sommato semplici: perché Fabio Fognini si comporta così? Di cosa è malato, ammesso che si possa utilizzare questo verbo? C’è speranza che possa non scivolare più nella furia incontrollata, come successo a Monte-carlo, per dar modo al suo talento di esprimersi al meglio? Per rispondere abbiamo chiesto aiuto al professor Gustavo Pietropolli Charmet. Che è psicologo, psichiatra e soprattutto si occupa dei problemi e delle patologie dei giovani. E’ docente alla Scuola di Psicoterapia dell’Adolescenza e, fra l’altro, è direttore scientifico della collana «Adolescenza, educazione, affetti».

Professor Pietropolli, Fabio Fognini è malato? «Non posso parlare direttamente di lui, ovvio. Non è un mio paziente. Ma dico che per quelli come lui non si può usare la parola malattia per il semplice fatto che non sono malati. La loro non è una patologia».

E allora cos’è? «Un disturbo narcisistico della personalità».

Spieghiamo. «Iniziamo dicendo che tutti i soggetti che ne sono affetti hanno caratteristiche comuni: sono genioidi, spesso carismatici, sensibili all’amore e alle relazioni».

Fabio, per l’appunto. «II problema è che sono costantemente alla ricerca di una visibilità sociale. In sostanza che il mondo riconosca sempre e accetti il loro valore e le loro qualità. I guai iniziano quando questo non succede».

Esempio. «Nel calcio un arbitro che non fischia un fallo a loro danno».

Nel tennis un giudice di linea che giudica fuori un servizio che era buono come l’altro ieri a Montecarlo. Che succede a quel punto? «Succede che il soggetto perde il contatto con la realtà. Ed entra in una fase di furia narcisistica che non riesce a controllare. Sono in genere personaggi tendenzialmente polemici, rissosi, riottosi ad accettare le regole: quando entrano in questa crisi per loro è come lanciarsi in una rissa. Perché il mondo non li accetta per quel tanto che loro sentono di essere. E c’è un’altra caratteristica che li accomuna tutti».

Quale? «Quando la furia si è estinta sono ragazzi pacati, dolci, in qualche caso perfino timidi».

Sicuro di non conoscere personalmente Fognini? Quello che lei sta tratteggiando è il suo ritratto. «Sicuro. Mi sono occupato di Balotelli tempo fa: un caso di diufficile soluzione, peraltro».

L’altro giorno Fabio ha inveito contro il padre in modo pesante, nel corso della sua furia narcististica. Cosa vuol dire? «I soggetti in questione, quando sono preda della furia, entrano automaticamente in conflitto con l’autorità. Probabilmente, per innescare la reazione, è stato sufficiente che il padre dalla tribuna gli abbia detto qualcosa. Che so: calmati, pensa a giocare. Istantaneanamente il ragazzo lo identifica come l’autorità, la regola, tutto quanto gli è avverso perché non risconosce il suo valore. e si scaglia contro di lui».

Ma come nasce un disturbo di questo genere? Cosa la provoca? «E’ diffusissimo, molto più di quanto si creda. Sono figli spesso unici ma non è detto. Crescono in famiglie spesso ottime che fanno il possibile per valorizzare i propri figli. Sono ragazzi finanziati, attesi, spinti a impegnarsi al massimo per il raggiungimento di un risultato. Però una cosa deve essere chiara».

Quale? «Questa loro fragilità narcisistica è parte del loro genio, della loro sensibilità. E’ uno degli elementi che fa loro degli artisti, dei campioni, dei fuoriclasse».

Ma esistono terapie per far si che i soggetti così combinati caschino meno frequentemente nelle loro crisi di furia? «Esistono, in qualche caso ci si riesce. Dipende dal ruolo che prendono i vice-padri cioè i coach o gli allenatori: dagli amori e dal-l’invecchiamento….».

Ma il padre di Fabio cosa avrebbe dovuto fare mentre il figlio lo insultava dal campo? «Ciò che fanno tutti quelli che si ritrovano loro malgrado in una nasa: prenderle».

Giorgi, L’Italia di Fed Cup sbarca nel futuro (Francesco Volpe, Il Corriere dello Sport, 19-04-2014)

Camila Giorgi si prende l’Italia Corrado Barazzutti ha scelto l’italo-argentina per affiancare Sara Errani e sfidare la Repubblica Ceca su! veloce di Ostrava, nelle semifinali della Fed Cup. Nel sorrido timido della bella Camila il senso dell’ennesimo ricambio generazionale di una Nazionale capace di restare al vertice mondiale dal 2006. Francesca Schiavone, Flavia Pennetta, Mara Santangelo e Roberta Vinci le interpreti di quel primo, storico trionfo contro il Belgio, a Charleroi. Oggi la Santangelo s’è ritirata ed è entrata nel Consiglio Nazionale del Coni, la Schiavone sta vivendo un sereno tramonto, la Permetta è infortunata. E la Vinci è finita in panchina, quantomeno in singolare, dopo un avvio di stagione da incubo (2 vittorie e 9 sconfitte nei tornei Wta). Giocherà soltanto il doppio, in tandem con la Knapp.

GHIACCIO. In fondo non si può parlare di sorpresa. Ca-mila Giorgi è il nome nuovo dell’Italtennis femminile ed è fresca di best ranking (lunedì scorso è salita al numero 54). Sarà lei a sfidare oggi Petra Kvitova, la campionessa di Wimbledon 2011, nata a pochi chilometri da Ostra-va, nel secondo singolare della prima giornata Il compito di sollevare il sipario spetterà alla numero uno azzurra Sara Errani, che affronterà Lucie Safarova. «Ho deciso di lanciare la Giorgi perché nelle ultime settimane sta giocando bene – spiega Barazzutti – Camila è reduce dalla finale a Katowice e le sue qualità tecniche si adattano a questa superficieindoor molto veloce». Il tappeto della Cez Arena, infatti, è steso su un campo da hockey ghiaccio, che ne esalta le caratteristiche di velocità. Del resto la marchigiana, 22 anni, che dal luglio scorso si è trasferita e si allena a Tirrenia presso il Centro federale, è già stata protagonista in Fed Cup a febbraio quando, all’esordio, ha sconfitto con un secco 6-2 6-1 la statunitense Madison Keys, spianando la strada al successo azzurro. E’ importante che in questo gruppo ci siano delle giocatrici giovani da inserire quando cenè bisogno. Parlo di Camila e anche di Karin Knapp. Sono state loro le protagoniste della vittoria a Cleveland Questo ci consente di avere una rosa ampia e di scegliere anche in base alla superficie su cui si gioca sottolinea soddisfatto Barazzutti. Camila, come nell’Ohio un paio di mesi fa, non mossa alcuna emozione. E poco importa che di fronte troverà la Kvitova, n.6 del mondo e due anni fa anche n.2. «So che è mancina – dice la Gior gi – ma io penso solo a giocare il mio tennis migliore, non guardo l’avversaria. Vestire la maglia della Nazionale è una bellissima sensazione In Polonia ho giocato molto bene, raggiungere la finale è stato importante mi ha datofiducia. La superficie sulla quale giochiamo a Ostrava è simile quella che ho trovato a Katowice, forse ancor più veloce».

CARE AMICHE. Se la Giorgi è la novità, la Errani rappresenta la continuità con i trionfi del recente passato. Sarà la romagnola, 26 anni, la prima a scendere in campo contro la Safarova, n.26 della Wta. Il bilancio è di parità (1-1). «Lo scorso anno l’ho battuta in Fed Cupa Palermo – ricorda la romagnola – ma si giocava sulla terra rossa, la superficrieche preferiva Qui, invece, il tappeto è velocissimo, sotto c’è il ghiaccio e c’è una bella differenza. Sono pronta a dare il meglio come tutte le mie compagne Sappiamo che affrontiamo avversarie molto competitive. La nostra forza è lottare su ogni palla, su ogni punto senza arrenderci mai. Lo testimoniano le vittorie che abbiamo conquistato negli ultimi anni». Le azzurre puntano a conquistare la sesta finale nelle ultime nove stagioni: quattro i titoli in bacheca, l’ultimo lo scorso anno a Cagliari, a spese della Russia E’ la quarta volta negli ultimi cinque anni.

Ritorno dalla Cina, Sergio Tacchini rivuole il suo marchio (Marcello Giordani, La Stampa, 19-04-2014)

Sergio Tacchini vuole ricomprarsi l’azienda venduta ai cinesi di Hembly sette anni fa. L’ex campione di tennis, protagonista di sei Davis negli anni ’60, attraverso la società di famiglia (Sandys), ha formalizzato un’offerta per la Sergio Tacchini International. Si chiama cosi oggi l’azienda che il tennista fondò a Caltignaga, Novara, nel 1966. Quella sede non c’è più, ma ora rischia di chiudere i battenti lo stabilimento di Bellinzago, ultimo baluardo novarese della Tacchini.

Per evitarlo Tacchini ha fatto un’offerta che è emersa nell’ultimo incontro di questa settimana a Novara tra sindacato, azienda e commissario liquidatore. «Non può accettare lo smantellamento di quello che ha creato e portato al successo – dicono gli operai, che ora sono in cassa integrazione e ricordano con nostalgia quando da Caltignaga e Bellinzago si vendevano un milione e 800 mila capi l’anno di t-shirt -, cosi si è fatto avanti. E’ l’unica speranza per evitare la chiusura definitiva anche di Bellinzago». Dalla Sandys confermano che l’offerta è stata presentata, e che la trattativa è in fase avanzata: potrebbe concludersi entro la prima decade di maggio.

A prendere la testa dell’azienda sarebbe il figlio di Tacchini, Alessandro, ma il padre tornerebbe in campo, per rilanciare il marchio in quello che è stato il settore per eccellenza della società: il tennis. Bellinzago è finita nei guai perché l’esperienza cinese, guidata da Janny Tang, ha visto in sette anni un bilancio poco lusinghiero: la rete dei negozi è stata smantellata, mentre a Bellinzago si è passati da 250 a 13 persone, che si occupano del settore commerciale.

L’anno scorso la decisione di cedere il ramo d’azienda che detiene il marchio a Wintex Italia, che a sua volta fa capo alla Wintex di Honk Kong. Wintex Italia ha aperto una sede a Milano e il futuro di Bellinzago s’è fatto più incerto che mai. Nel frattempo la società cinese proprietaria della Tacchini è finita in debito d’ossigeno finanziario, e deve presentare da mesi un piano per il concordato preventivo.

Di qui la volontà di Tacchini di salvare quel che resta della linea di abbigliamento sportivo made in Italy che fece il giro del mondo. Merito del fondato che, forte delle conoscenze nell’ambiente, anticipò la strategia dei campioni dello sport al servizio del marketing. Dopo un’estenuante trattativa col padre di John McEnroe in un pub di Londra, Tacchini ingaggiò il campione americano come testimonial. Fu un successo senza precedenti. Magliette, pantaloncini e calzettoni griffati Tacchini imposero un genere mentre l’azienda macinava fatturato e arrivava a 280 dipendenti. A McEnroe seguirono Connors e Djokovic. La ditta novarese vinse le forniture alle Olimpiadi di Montreal e Atlanta, il marchio era su occhiali e profumi.

La svolta a fine anni ’90. La concorrenza da Europa dell’Est e Asia diventa serrata e Tacchini ha un’altra idea: è il primo imprenditore italiano a scegliere apertamente di far produrre capi nei Paesi emergenti. Nel 1997 crea la Sandys e delocalizza la produzione in Estremo Oriente, Grecia e Portogallo. In Italia apre una rete di negozi monomarca. Non basta per vincere la concorrenza e nel 2007 cede a Hembly, colosso della moda cinese. Ma ora Tacchini è pronto a tornare in campo.

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Mastroluca). Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai” (Rossi). Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Crivelli)

La rassegna stampa di venerdì 3 dicembre 2021

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Il Cio: «Incontreremo Peng Shuai a gennaio» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se la situazione di Peng Shuai non sarà completamente chiarita, la WTA è disposta a cancellare i tornei in Cina anche dopo il 2022. «Vorremmo parlare direttamente con lei, assicurarci che sia libera e non sottoposta a coercizioni – ha detto il Ceo Steve Simon all’Associated Press -, e che sia avviata un’indagine completa e imparziale sulle sue accuse». Altrimenti la sospensione dei tornei in Cina per il 2022 potrebbe diventare una cancellazione più lunga. La più forte contrapposizione fra il governo di Xi Jimping e un’organizzazione sportiva è la coda lunga delle accuse che l’ex campionessa Slam e numero 1 del mondo in doppio aveva rivolto all’ex vicepremier cinese, Zhang Gaoli. In un messaggio sul social network Weibo rivelava lo scorso 2 novembre che Gaoli l’aveva costretta a un rapporto sessuale. Di Peng Shuai si erano perse le tracce per due settimane. L’opinione pubblica e i grandi campioni si erano mobilitati, poi il presidente del Cio Thomas Bach aveva annunciato di averle parlato, in video-chiamata, per mezz’ora. Ieri il Comitato olimpico ha parlato di una seconda conversazione. «Le abbiamo offerto un ampio supporto, resteremo in contatto con lei e abbiamo già concordato un incontro di persona a gennaio – si legge in una nota del Comitato -. Stiamo affrontando la questione direttamente con le organizzazioni sportive cinesi. Utilizziamo la diplomazia silenziosa». Ma alla WTA evidentemente non basta, se Simon è disposto a perdere milioni di euro. I nove tornei in calendario nel 2019 in Cina, infatti, offrivano un montepremi complessivo di 30,4 milioni di dollari. Simon, appoggiato anche da Amnesty International, non molla. «Se lo facessimo, diremmo al mondo che va bene non prendere le accuse di molestie sessuali seriamente perché sono vicende troppo complesse – ha detto all’Associated Press – e non possiamo permettere che succeda»

Flavia Pennetta: “Uniti per Peng Shuai, in gioco di diritti di tutti” (Paolo Rossi, La Repubblica)

 

Flavia Pennetta se la ricorda benissimo Peng Shuai, la tennista cinese scomparsa dopo aver denunciato le molestie subite da parte dell’ex vicepremier Zhang Gaoli e poi riapparsa in pubblico nel mistero. «Caspita, certo. Abbiamo giocato più volte contro, belle battaglie. Una ragazza solare, sorridente. Anche grazie all’aiuto di esperienze di vita all’estero, come negli Stati Uniti».

La Wta ha sospeso i tornei in Cina.

Sì, ed è una decisione enorme. Un gesto importante, perché di solito il sindacato femminile è molto prudente e ci pensa tre volte. Mi sa che hanno informazioni che noi ancora non conosciamo, e che apprenderemo solo in futuro. Io ero rimasta al suo incontro con Bach, e poi ho visto che ha partecipato a un’esibizione con i bambini…

È sembrato solo un contentino per far contento il mondo, visto che di lei non si hanno di nuovo più notizie.

Incredibile. Eppure io ho guardato bene il video, anche se l’immagine non era proprio nitidissima, devo dirlo. Lo ammetta: onestamente anch’io ho pensato a un sosia. Viene naturale pensarlo. Ma mi sembrava proprio lei.

Di sicuro la vicenda non migliora l’immagine della Cina.

Sappiamo che il loro è un mondo chiuso, e lasciamo stare le questioni politiche, il loro regime. Ma non va bene, ovviamente. Va malissimo. Non è accettabile. Mi dispiace veramente tanto per Shuai. Spero che anche gli altri, e anche l’Atp, continuino a tenere i riflettori accesi sul caso Peng. Anzi, spero che anche gli altri sportivi, altri campioni, entrino in scena mostrando solidarietà. In modo che i politici cinesi capiscano che un comportamento del genere non è ammissibile a nessun livello.

Sarebbe bello se si ripetesse il sostegno avuto dal movimento Black Lives Matter.

Certo. Ricordate Naomi Osaka che scendeva in campo con le mascherine delle vittime della polizia? Sarebbe bello che calcio, basket, F1, golf e tanti altri sport importanti facessero anche loro un gesto. L’opinione pubblica verrebbe mobilitata. E credetemi, ripeto: il fatto che la Wta abbia sospeso i tornei in Cina pesa tanto, sia dal punto di vista sportivo, ma anche economico e politico. Ma chi ci rimette, alla fine, sono le giocatrici.

A febbraio Pechino ospiterà anche le Olimpiadi invernali.

Appunto. Ecco perché è il momento che il mondo si stringa ora intorno a Shuai: e poi oltre alla persona qui sono in gioco dei principi, i diritti civili di tutti. Non si può e non si deve transigere: le istituzioni, dallo sport alla politica, dovrebbero far sentire forte la propria voce.

Medvedev non perde un colpo, Russia in semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Tutto come previsto. La Russia, favorita della vigilia, con due giocatori in top 5 (Medvedev e Rublev), un altro in top 20 (Karatsev) e il quarto in top 30 (Khachanov), è l’ultima semifinalista delle Finals della Coppa Davis 2021, unica squadra ad aver raggiunto l’obiettivo senza dover ricorrere al doppio decisivo. Ma il successo sulla sorprendente Svezia dei fratelli Ymer, figli di un mezzofondista etiope profugo nella città di Skovde, non è stato semplice, soprattutto per la solita prestazione altalenante di Rublev, che ha servito per il match sul 5-4 del secondo set contro Elias Ymer (171 del mondo) dopo meno di un’ora di gioco ma II si è incartato con due erroracci di dritto che hanno radicalmente cambiato il match. Tra gratuiti marchiani, palle tirate contro il tabellone luminoso (rompendolo) e qualche prodezza isolata, il moscovita ha dovuto ricorrere a un delicato tiebreak per sbrogliare la matassa nel terzo set, ritrovando almeno qualità e tranquillità, imponendosi alla fine con il punteggio di 6-2 5-7 7-6. Con il primo punto in cassaforte, non poteva essere Medvedev a tradire la Grande Madre Russa e infatti con un doppio 6-4 in 73 minuti ha sbrigato la pratica Mikael Ymer senza peraltro brillare particolarmente. Tanto è bastato, però, per consolidarne il percorso immacolato in queste Finals, con tre vittorie nei tre singolari e senza aver ceduto neppure un set. Per agguantare la terza insalatiera russa, la strada passa ora per una semifinale contro la Germania, domani alle 13, mentre oggi Serbia e Croazia, alle 16, giocano la prima. […]

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Rassegna stampa

Berrettini con Sinner? È ora di vederci doppio (Mastroluca). Italia, due certezze (Guerrini). Principe azzurro (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 1 dicembre 2021

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Berrettini con Sinner? E’ ora di vederci doppio (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Nel nuovo formato della Coppa Davis, schierare una coppia di doppisti affidabile vale molto più di prima. In ogni sfida fra nazioni, infatti, non si giocano più cinque incontri ma tre, due singolari e un doppio, e tutti al meglio dei tre set. L’Italia, nel percorso a Torino chiuso con l’eliminazione nei quarti di finale dopo aver ottenuto il primo posto del girone, ha perso tutti e tre gli incontri di doppio. Fognini e Musetti hanno ceduto contro gli statunitensi Sock e Ram. Il ligure e Jannik Sinner hanno ceduto contro due delle coppie migliori del mondo. Si sono arresi prima ai colombiani Juan-Sebastian Cabal e Robert Farah (con il primo posto già sicuro, in un match finito a notte fonda), poi contro i campioni di Wimbledon e numeri 1 del 2021, i croati Mektic e Pavic. Gli azzurri hanno giocato con la spada di Damocle di dover vincere sempre i due singolari. «Sicuramente è un motivo di riflessione, al di là del fatto che nessuna nazionale ha costruito un doppio per la Davis. Non ci sono nazioni che hanno studiato la crescita di un doppio nel proprio Paese». Sulle scelte del capitano a Torino hanno pesato anche gli infortuni dei numeri 1 di singolare e di doppio, Matteo Berrettini e Simone Bolelli. Il bolognese, numero 25 del mondo nel ranking di specialità, è stato colpito da una pallata al costato nei primi giorni di allenamento alla vigilia dell’esordio. «I cinque erano questi, oltre una certa data si potevano sostituire solo per Covid e per fortuna casi di positività non ci sono stati» spiega ancora Volandri. Persa la possibilità di schierare Fognini-Bolelli, prosegue Volandri, «abbiamo fatto delle prove, in allenamento e in partita. La migliore era la coppia Sinner-Fognini». Costruire delle coppie che possano giocare stabilmente anche nel circuito non è facile. L’opzione che stuzzica di più è mettere insieme i primi due singolaristi, Berrettini e Sinner, ma non è detto che sia garanzia di qualità. «Dovevano provare a Indian Wells, ma Matteo si è fatto male al collo prima del torneo — spiega Volandri —. Quando hai giocatori così, in Top 10 e concentrati più sul singolare, è difficile costruire la coppia di doppio». Una prova, però, ci sarà, salvo ulteriori imprevisti. A gennaio è in calendario l’ATP Cup, competizione a squadre in programma in Australia a cui le nazioni si qualificano in base al ranking in singolare dei loro migliori giocatori. «La teoria dice che Berrettini e Sinner giocheranno — promette il capitano azzurro di Coppa Davis -. Nel caso, insieme a Vincenzo Santopadre proveremo se sarà possibile questa volta». […]

Italia, due certezze (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

L’amarezza per un’eliminazione, il cuore colmo di tristezza a per la perdita del Dottor Laser, il professor Pierfrancesco Parra ricordato da tutti. E l’orgoglio e la certezza di essere sulla buona strada. L’Italia ha salutato Torino guardando al futuro. Nella sicurezza di avere una squadra molto competitiva, Volandri non nasconde un problema. Del resto la Coppa del format “mordi e fuggi° che si trasferirirà in sede unica per 5 anni ad Abu Dhabi senza che le partecipanti siano state interpellate, ha evidenziato il ruolo centrale del doppio. Il paradosso è che ormai il gioco di coppia è declassato da tempo nei tornei. Bisognerebbe costruirne uno, mettere assieme due ragazzi non di punta ma di qualità perché giochino l’intera stagione nel circuito. Ma chi tra i giovani è disponibile? Di sicuro non quelli che già vedono un grande avvenire in singolare, come Musetti. Non crediamo coloro che stanno cominciando la carriera come Cobolli, Zeppieri, Nardi, Arnaldi e altri che vogliono giocarsi le chance a livello individuale. Potrebbe avere un senso la coppia dei torinesi Sonego-Vavassori, ma i loro calendari non combaciano. Volandri ha scoperto che Jannik Sinner può reggere il doppio impegno, in doppio si diverte e lo considera uno strumento di crescita individuale, per ora. Ma si può chiedere un sacrificio simile anche a Matteo Berrettini? Volandri s’è mostrato orgoglioso dei ragazzi: «Sì, perché hanno dato tutto. Abbiamo provato a vincerla, al termine di una settimana difficile. Abbiamo perso anche il nostro dottor Parra, e questo colpo durissimo non è stato facile da assorbire. Tutte le squadre che abbiamo trovato a Torino hanno un doppio eccezionale. Per cercare di essere tranquilli dovevamo portare a casa entrambi i singolari, ci mancava Berrettini, questo aspetto inevitabilmente creava tensione. Sonego l’ha avvertita. Nel terzo set ha sentito il dovere di vincere la partita, affrettato, s’è irrigidito nella tensione e ha pagato anche la fatica. Pensavamo che contro Gojo fosse più sereno, ha avuto una grande reazione, nel secondo set. Purtroppo non è bastato. Ma non ho mai avuto nessun dubbio su Lorenzo, quando viene chiamato in causa dà sempre il massimo. Abbiamo messo un primo mattoncino di qualcosa di importante che costruiremo nel tempo». […]

Principe azzurro (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Si era presentato a Torino timido e con lo sguardo basso, ha lasciato il Pala Alpitour da gladiatore. Se c’è un lato bello dopo la sconfitta dell’Italia contro la Croazia, quello ha la faccia di Jannik Sinner. Altro che freddo, altro che distaccato e calcolatore: in questi giorni di Coppa Davis gli azzurri hanno trovato un vero e proprio leader. Che, a soli 20 anni, e al debutto nella competizione, ha aizzato il pubblico, ha cercato di trascinare la folla torinese, riuscendoci del tutto. Come sono lontani i tempi in cul fece discutere la sua decisione di non disputare le Olimpiadi.. In realtà quella scelta la fece per resettare il motore e migliorare il servizio e i risultati gli hanno dato ragione, come si è visto anche in questi giorni. Già nelle Finals giocate al posto di Berrettini, Jannik aveva dimostrato di aver trovato il giusto feeling con la folla torinese. Ma nella gara a squadre più antica del mondo si è spinto ancora più in là, come ha spiegato lui stesso dopo l’amara sconfitta in doppio contro i croati. «La Davis per me è diversa – ha detto l’altoatesino -, questa è stata una notte più importante rispetto a un torneo individuale, anche se abbiamo perso. Alle Finals ho imparato molto, non ci sono dubbi, ma nella Davis si vivono sensazioni particolari, perché giochi per tutti, provi emozioni diverse. Hai più responsabilità e questo ti fa crescere. Mi ha fatto piacere stare in questi giorni con i miei compagni, con il capitano: qui si vince come squadra e si perde come squadra». Lui ha tirato fuori tutto se stesso anche in una situazione disperata come quella contro Marin Cilic, in cui è stato per due volte sotto di un break nel secondo set dopo aver perso il primo. Li sono uscite le qualità e l’orgoglio del campione: alla fine Sinner ha vinto tutti e tre i singolari a cui ha preso parte in Davis e ha fatto gli straordinari scendendo in campo anche nel doppio con Fabio Fognini. L’Italia ha dunque trovato il perno su cui costruire il futuro. […]

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Rassegna stampa

Sinner non basta, Davis addio (Crivelli). SuperSinner si fa in due ma il doppio condanna l’Italia (Mastroluca). Formula rivedibile e conti che non tornano la Coppa Davis e quel fascino da ritrovare (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 30 novembre 2021

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Sinner non basta, Davis addio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La sfida contro la Croazia approda purtroppo all’epilogo più agognato dai nostri avversari, il dentro o fuori deciso dal doppio, dove loro vantano la coppia più forte del pianeta, i campioni olimpici e di Wimbledon Mektic/Pavic. Per come si era messa, però, non la soluzione non appariva troppo disprezzabile per gli azzurri, perché un irriconoscibile Sonego aveva perso il primo punto contro Borna Gojo, 279 del mondo senza neppure la biografia sul sito Atp e Cilic, nel secondo singolare, aveva servito peril match sul 5-4 del secondo set contro Sinner, prima si subire la rimonta del n. 10 del mondo. Recuperato un po’ d’ossigeno, capitan Volandri decide di affidarsi di nuovo a Fognini e Jannik (nonostante le due ore e 43′ trascorse in campo per battere Cilíc), testati nella sfida contro la Colombia, ma i croati si rivelano troppo forti: non concederanno alcuna palla break e approfitteranno con gli interessi dei turni di servizio balbettanti di Fabio. Finisce qui, ma la delusione cocente non può cancellare il cammino e il valore di questa squadra, destinata a recitare da protagonista nel prossimi anni per profondità e talento e che era priva del n. 7 del mondo. Con Berretto sarebbe stata un’altra musica, ma la settimana di Torino ha consacrato una volta di più le doti tecniche e mentali di Sinner, per il quale la top ten di fine stagione a soli vent’anni sembra rappresentare il viatico verso l’empireo.

 

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Stavolta, schiacciato dalla tensione di una vittoria annunciata ancor prima di scendere in campo, però in una sfida che non contempla un domani, Sonego finisce per smarrire i riferimenti tecnici ed emozionali del match, scomparendo dal campo, lui che ha il cuore di un guerriero, quando la sfida si fa più calda, irrigidito dalle responsabilità: non a caso, si libererà dalle tossine della pressione solo nel secondo set, quando deve rimontare e quindi può lasciare andare il braccio e la mente. Una lezione amara da mandare subito a memoria: nelle difficoltà, non è peccato cercare la melina di rimessa senza intestardirsi nella ricerca ossessiva delle proprie soluzioni vincenti, in attesa che passi la nottata.

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Ma alla fine di una notte che non avremmo certo voluto così scura, capitan Volandri rilancia con fierezza: «Abbiamo perso uno spareggio, ma sono orgoglioso dei miei ragazzi». L’Italia c’è.

SuperSinner si fa in due ma il doppio condanna l’Italia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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l’Italia ha scoperto un giovane leader che, al debutto in Nazionale, si è calato nel ruolo del numero 1 con la naturalezza dei grandi. PUBBLICO ALLEATO. In singolare, Sinner non si è fatto demoralizzare dal primo set e mezzo di un Marin Cilic parente molto stretto del campione dello US Open 2014. l’altoatesino capisce di avere un alleato al Pala Alpitour; il pubblico. Lo cerca, lo chiama, alza le braccia ed è come se girasse la manopola di una vecchia radio: il volume dentro lo stadio sale. La natura della partita cambia, perché Cilic è ingiocabile finché la sicurezza lo sostiene. tinsicurezza lo appesantisce. la lotta al contrario acuisce il senso di Jannik perla competizione. Il campo sembra diventare più stretto e più corto per lui, mentre Cilic aumenta i palleggi prima del servizio, intervallati anche da un accenno di “gambeta” da “tanguera”. Sinner ci mette del suo ad allungare i tempi di gioco, risponde profondo e dalla parte del rovescio inizia a tessere una trama diversa della partita. I

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Non soffre quando Cilic accelera di diritto, il suo colpo simbolo giocato in diagonale o dal centro, lo chiude quando incrocia di rovescio con traiettorie sempre più strette. Ma quasi con un margine di sicurezza che gli consente, in caso, di attaccare la palla successiva. ll break all’inizio del terzo illude. FINALE SHOW. Il controbreak diventa un contraccolpo che però non lo abbatte. Anzi, gli indica la strada per la vittoria: ha bisogno di tenere la percentuale alta con la prima di servizio, di prendere l’iniziativa ma non di forzare e aspettare la palla giusta per aprirsi il campo. Soprattutto, ha capito che la presenza scenica avrebbe dovuto cambiare. Foccupazione dello spazio, sotto le luci verdi mentre si alzano le bandiere tricolori sulle tribune, dà la misura del Sinner 2.0. Non ha l’indole del mattatore, ma si dimostra sempre più a suo agio quando put) rendere gli spettatori parte attiva della performance. Abituato alla sottrazione dell’emozione, per non dare segnali agli avversari, passa all’addizione con il pubblico. ll gioco ne guadagna. Qualche errore rimane, qualche scelta forzata continua ad accompagnare la sua partita. Ma tiene di fisico, di cuore e di testa mentre l’avversario più esperto, con un migliaio di partite giocate e uno Slam in bacheca, deraglia. l’Italia che guarda ai giovani e applaude ai Maneskin scopre un altro ventenne che studia da leader

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Formula rivedibile e conti che non tornano la Coppa Davis e quel fascino da ritrovare (Stefano Semeraro, La Stampa)

Avvertenza: le considerazioni che seguono sono indipendenti dalla vittoria o dalla sconfitta dell’Italia con la Croazia a Torino. Riguardano solo il nuovo (s) formato della Coppa Davis, o forse sarebbe meglio dire della Rakuten Cup, tanto per contare il nuovo main sponsor di una gara che è stata per 118 anni una delle più prestigiose dello sport mondiale, e che oggi naviga in un limbo fatto di ambizioni per ora frustate, ed evidenti limiti: sia sportivi sia commerciali. Le magagne della Riforma, voluta dal Kosmos Group di Gerard Piqué per svecchiare una manifestazione ormai snobbata dai più forti, sono evidenti: una formula cervellotica, con qualificazioni vecchio stile a febbraio e le Finals divise fra una fase a sei gironi da tre squadre, ostaggio della insopportabile classifica avulsa (insopportabile sempre, e vieppiù nel tennis), e una a «tabellone» con quarti, semifinali e finali in sede unica (ma quest’anno spacchettate in tre città causa Covid). Orari folli, che già avevano costituito un problema a Madrid nel 2019 e che si sono ripetuti a Torino, costringendo gli spettatori a lunghe attese al freddo e poi a maratone finite quasi alle 3 di mattina, fra caffè e palpebre calanti. E un formato abbreviato, con tre match al meglio dei tre set che non tutela le nazioni più forti – fra le quali l’Italia… – e rende la (falsa) Davis «un piccolo torneo», per usare le parole di Corrado Barazzutti. Senza contare che i quarti si stanno giocando tutti in giorni feriali, quindi con più disagi per gli spettatori. Insomma, un mezzo disastro. A maggior ragione se si considera che la nuova formula non ha fatto tornare i campioni all’ovile:

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Neanche il conto economico, peraltro, deve essere dei migliori, se la settimana prossima l’Itf, che l’ha appaltata al Kosmos Group in cambio di 3 miliardi di dollari in 25 anni, voterà per il trasferimento per un quinquennio delle Finals ad Abu Dhabi.

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«Stiamo svendendo lo spirito della Davis al Medio Oriente, è ridicolo», sostiene Lleyton Hewitt, ex numero 1 del mondo oggi capitano dell’Australia. «La Coppa Davis è morta due anni fa», gli fa eco Paolo Bertolucci. «Tanto vale chiamarla World Cup of tennis, e rassegnarsi».

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