Balli, Champagne, tennis e cena con Clerici: la dura vita dell'esordiente

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Balli, Champagne, tennis e cena con Clerici: la dura vita dell’esordiente

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TENNIS – “In cerca di Federer e Nadal, ho scoperto Wawrinka”. Le impressioni e gli aneddoti della prima esperienza da inviato per Ubitennis a Montecarlo. Una settimana a dir poco sui generis, lavorando (si fa per dire) 12 o 13 ore al giorno senza avvertire la fatica, o quasi…

Il torneo ATP Masters 1000 di Montecarlo, conclusosi domenica con la vittoria di Wawrinka su Federer, è stata la mia prima personale esperienza come inviato in loco di Ubitennis. Un’esperienza strepitosa, un tassello indimenticabile della mia vita, che costituirà fonte di ricordi e storielle con le quali esaspererò negli anni a venire amici e conoscenti, e non potrebbe essere diversamente! Un’intera settimana immerso nel giornalismo con la G maiuscola, come un professionista navigato (anche se non so se il Direttore sarà d’accordo…), io che di mestiere faccio tutt’altro, ossia l’ingegnere.

L’inizio dell’avventura, domenica 13 Aprile, è costituita da un lungo viaggio in macchina, tra Ferrara e Roquebrune-Cap-Martin (lì si trova infatti il Country Club, attaccato al Principato di Monaco ma di fatto fuori dai suoi ristretti confini), costellato da entusiasmo, incredulità, timori, ansie: “Ma sta succedendo davvero? Andrà bene? Saprò essere all’altezza? Il Direttore si ricorderà che è il mio esordio o avranno ragione tutti quelli che me l’hanno descritto (senza fare nomi, non sono mica un infame…) come tanto sorridente e gradevole tra amici quanto severo ed esigente sul lavoro?”. All’arrivo, parcheggio non senza difficoltà e ottengo il pass come giornalista accreditato: è il passepartout magico per tutti i campi, per la sala stampa con vista mozzafiato sul Court Central, per l’attigua sala destinata alle conferenze stampa dei giocatori: “Ma allora sta accadendo davvero!”.

 

Il debutto è dei più morbidi, grazie all’incontro con la più esperta collega Laura Guidobaldi, la migliore compagna di viaggio per dolcezza e aiuto per chi è il più novellino tra i novellini. Davvero non poteva cominciare meglio: un giorno e mezzo di rodaggio con la più serena e gentile delle guide, lontano dalle grinfie del Direttore, al riparo dalle sue possibilissime strigliate!

Lunedì assisto all’esordio del nostro Fabio Fognini contro il portoghese Joao Sousa. Accedo alla tribuna stampa del Centrale, ormai sono senza freni, faccio pure il difficile: “Mah, non si vede certo male ma mi aspettavo di meglio: quelle maledette ringhiere riducono la visuale!. Durante il match, che sembra volgere al peggio per Fabio, sento i contenuti ma dolenti lamenti di una voce nota, mi giro: è Lea Pericoli, la Signora del tennis italiano! La presentazione è d’obbligo, lei risponde cortesissima. Al mattino avevo incrociato nientemeno che Braccio d’Oro, Paolo Bertolucci, ora voce di SKY, anche lui sorridente e gentilissimo. Tutta gente ammirata solo in tv, ora siamo amici (vabbè, concedetemelo…).

Scampato il pericolo per Fogna, prima che il match finisca fuggo in sala stampa per scrivere il prima possibile il pezzo di cronaca, poi a metà m’interrompo perché hanno annunciato l’arrivo del numero 1 azzurro. Sarà così tutti i giorni: match dal vivo, appunti, corse, cronache, conferenze stampa. Il tutto in uno dei templi del tennis più esclusivi, una location da film, con i giocatori più forti del mondo: una meraviglia! Tra l’altro a Fabio, sempre lunedì, faccio pure una domanda: “Affronterai il vincente di Bautista Agut – Pospisil, chi preferisci incontrare?” Non c’è che dire, un quesito corrosivo e penetrante, da premio Pulitzer

Martedì ci raggiunge il Direttore, salutato da tutte le mie paure di cui sopra (non sono propriamente un cuor di leone…), ma le cose continuano ad andare bene, i miei pezzi sono apprezzati, i suoi consigli preziosissimi, una scuola di giornalismo. Tutto fila liscio, fino al giorno di Fognini-Tsonga, il match clou di giovedì, che seguo per la prima volta a fianco di Ubaldo. “Bravo, vedo che sai tenere bene i punti, hai imparato accuratamente il metodo Tommasi!”: un altro complimento incassato, va alla grande, autostima a mille!

Poi il dramma, inatteso e travolgente. Il match sta volgendo al termine, Fognini è completamente partito di testa ed è sotto 4-0 nel terzo, dopo aver giocato per quasi due set un tennis fantastico (non ho difficoltà a dirlo: è stata la partita più bella cui ho assistito, meglio anche della finale o del classico Roger contro Nole in semi). Scanagatta mi ordina di correre a scrivere la cronaca, eseguo diligentemente (avevo forse alternative?), poi pochi istanti prima dell’arrivo del giocatore di Arma di Taggia in conferenza stampa, raggiungo il creatore di Ubitennis, che in quel momento di tempo da dedicarmi ne ha davvero poco: “Scusami Ubaldo, ma mi è un po’ sfuggito il momento decisivo del match, quando il giudice di linea ha chiamato out in ritardo il servizio di Fognini su palla break per Tsonga”. Lo sguardo del Direttore si fa truce: “Fabio serve sulla linea, Tsonga risponde alto e corto, l’italiano sta per chiudere una comoda voleè, quando il giudice di linea chiama out il servizio, sbagliando. Fabio chiede il punto lo stesso, ma il giudice di sedia lo fa ripetere; se lo aggiudica il francese, l’italiano s’incazza e da lì perde la testa. Chiaro?”. Peccato che la sua occhiata e la fretta di entrambi mi avevano fatto andare completamente nel pallone: “Ma allora Fognini ha giocato la seconda di servizio?” – “Macchè seconda! La palla era buona, il giudice di sedia ha corretto l’altro, chiaro ora?”. Comincio a sudare freddo, la vista si annebbia, le ginocchia stanno per cedere: “Ehm… perdonami, ma non ho capito”, gli sussurro con un filo di voce. “Ruggero, è impossibile che tu non capisca! Allora, per l’ultima volta: Fabio serve sulla linea, …” e tutto il resto. Finalmente ho realizzato, non era difficile. “Ora vai a scrivere, sparisci!”. Giro i tacchi mentre entra Fognini e a vedere le nostre facce non si capiva chi dei due stava messo peggio… Finita la conferenza stampa, Ubaldo mi raggiunge: “Mi spiace essere stato un po’ duro prima!” – “Nessun problema Direttore, tutto ok”. Ero ormai stato sverginato…

Venerdì grande giornata (ma lo sono state tutte), con al mattino la colazione (le petit déjeuner) offerta alla Stampa sulla terrazza del Villaggio VIP, e la sera cena di gala al Montecarlo Bay Hotel: in questa occasione mi ritrovo seduto al fianco di Gianni Clerici, lo Scriba in carne ed ossa: “Piacere di conoscerLa, dottor Clerici, non son degno!” – “Ma smettila, e dammi del tu!”, mi risponde lui sorridente, cominciando i suoi racconti, talmente esilaranti e compromettenti che preferisco non riportare… Champagne, pesce, altre delizie, poi uno spettacolo di maghi, equilibristi, mimi e ballerine. Niente al confronto di quello che avviene dopo, quando tutti si scatenano in balli senza freni, con Clerici mattatore a 84 primavere: deve aver fatto un patto con Satana, non ci sono altre spiegazioni!

La mia avventura si conclude lunedì mattina, col viaggio di ritorno onorato (o forse esasperato…) della compagnia di Ubaldo, tra diverbi di opinione su chi sia infine meglio tra Federer e Nadal (“Per me Roger è il GOAT, invece so bene che tu sei Nadaliano, Direttore, ammettilo una volta per tutte!” – “Nient’affatto, non sono più per uno che per l’altro, non me ne frega niente!”, per poi tradirsi qualche minuto dopo per ciò che concerne la diversa personalità fuori dal campo: (“Una differenza fra i due è che Nadal si preoccupa di dar sopratutto risposte intelligenti anche se talvolta discutibili, mentre Federer predilige comunque quelle politically correct che non gli creeranno mai né una critica né un problema…”), racconti del nostro passato (così diverso eppure così comune nell’amore per il tennis e lo sport) e un finale romanticamente sublime, con io e Ubaldo che cantiamo insieme sulle note di “Blowing in the wind”, prima dell’arrivo alla stazione di Bologna, dove le nostre strade si separano.

La mente corre allora, inevitabile, alla torrida estate del 2000, quando dopo un esame di maturità scientifica superato brillantemente, mi chiedevo (senza avere più molto tempo per rispondermi) cosa avrei fatto nella vita, il campo nel quale avrei potuto ricavare le migliori soddisfazioni e al contempo la sicurezza economica. Quale facoltà universitaria mi avrebbe dato le maggiori garanzie per tutto questo? La passione per la matematica mi spingeva verso Ingegneria, quella viscerale per lo sport verso qualcosa, non ben chiaro nella mia testa, che mi avrebbe permesso di diventare giornalista sportivo. Ebbene, dopo un inizio di carriera da ingegnere avara di soddisfazioni e quattrini, ma soprattutto dopo questa fantasmagorica esperienza, mi volto indietro ai tempi di quella famigerata decisione e mi dico, col maledetto senno di poi: “Bravo, complimenti davvero: scelta azzeccatissima!. Meno male che l’evasione di Ubitennis ha lenito questo dolore … anzi no, non ha fatto altro che accentuarlo, maledizione!

Non resta che farmi buddhista: se hanno ragione loro, posso sempre sperare nella metempsicosi… Nella mia seconda esistenza, ammesso che non mi reincarni in un ornitorinco, non avrei più dubbi su cosa scegliere. Allora sì che, dopo un centinaio di Slam da inviato, raggiungerei il mio personalissimo NirvanaCome ama dire Rino Tommasi sulla sua professione: “Sempre meglio che lavorare!.

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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