Quando il nostro Italian Open si apre soprattutto agli altri

Editoriali del Direttore

Quando il nostro Italian Open si apre soprattutto agli altri

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TENNIS EDITORIALI – Sette italiani nel “maschile” già tutti fuori. Solo Bolelli (con Travaglia) e Seppi, hanno vinto un set. C’è poco da ridere. Roger Federer: “Fui fischiato come Fognini!”. Rafa Nadal: “Sono pronto per Roma, per Parigi c’è tempo”. La brutta scenata di papà Giorgi.

Italian Open? Altro che, davvero Open…Per gli stranieri purtroppo anche un tantino eccessivamente open. I giocatori italiani, almeno nel tabellone maschile, infatti non ci sono più. Desaparecidos. Mai una gioia? Erano sette, ma davvero non magnifici sette, se è vero che l’unico dei sette che aveva superato il primo turno, Bolelli, lo aveva fatto (7-6 al terzo) a spese di un altro italiano, Travaglia. Bolelli, tutto sommato, è quello che se l’è cavata meglio degli altri perchè con Raonic ha avuto anche due setpoint consecutivi sul 6-5, prima di soccombere – ma senza demeritare: nel tiebreak era avanti 4-1 – con il canadese bomb-server ma anche attaccante spesso allo sbaraglio, come chi esce dalla trincea senza l’elmetto (frase il cui copyright appartiene a Rino Tommasi). Bolelli lo ha passato spesso di rovescio. Ma non abbastanza quando sarebbe servito. Non è mai riuscito a strappargli il servizio. Tre palle break costituiscono il suo insufficiente bottino: due erano anche setpoints. Dire che un Simone recuperato vale molto più della sua attuale classifica, n.162, suona banale. Però è vero. Coraggio Simone, ce la farai a tornare su. Anche se i punti importanti bisogna vincerli.

Non vorrei passar da macho, o peggio ancora da “male chauvinist pig”, se dico che ritrovarsi sempre a dover scrivere “meno male che ci sono le donne”, quando si parla di tennis italiano nei tornei che contano, alla fine è sempre più frustrante. Non è il massimo del piacere, insomma. Quegli idioti che ritengono che io possa essere contento se perde Fognini…sono appunto idioti. Alcuni si sono palesati nei commenti ai miei precedenti editoriali. Magari Fabio vincesse di più, magari infrangesse il muro dei top-ten. Ci guadagneremmo tutti noi che viviamo di tennis.

 

Ci vuol pazienza, con Fognini e con gli idioti. Meno male che dopo l’umido avvio del mattino, sotto le belle spoglie dell’attraente Camila Giorgi, è arrivato al Foro e sul Pietrangeli piacevolmente straboccante di bambini – vi si accede con il biglietto meno caro, il ground – quel venticello stuzzicarello e l’arietta rinfrescante di un successo per nulla scontato. E’ vero che la sua vittima, il peperino biondo slovacco Dominika Cibulkova, finalista all’ultimo Australian Open, non è propriamente a suo agio sulla terra rossa, ma Camila gioca un tennis così esplosivo (e poco riflessivo) che diverte e talvolta addirittura entusiasma (se uno non si arrabbia per i regali che fa quando meno te li aspetti).

Per seguirla il vecchio Centrale delle Statue – ribattezzato prima impropriamente il Pallacorda e poi molto più giustamente il Pietrangeli – era colmo fino all’inverosimile, quasi 4.000 spettatori, molti più di quanti sul centrale hanno sofferto insieme a Sara Errani per le crisi respiratorie che l’hanno attanagliata a metà primo set e la mostravano con il viso abbastanza stravolto quasi sul punto di soffocare (“Non m’era mai successo, non credo fosse una crisi di panico, ma non riuscivo a respirare e la sensazione era bruttissima”). Per fortuna una bella pausa simile a quella che aveva preteso al Roland Garros un anno fa nel mezzo del match contro la Suarez Navarro (“Quella volta mi pareva di avere un coltello infilato nella pancia, una cosa del tutto diversa…”) ha consentito a Sara di riprendersi e dominare alla distanza la sudafricana Scheepers, battuta 7-5, 6-3.

Giorgi (McHale), Pennetta (Bencic), Schiavone (Muguruza) ed Errani (Makarova) sono le ultime quattro “mohicane” che difendono oggi i colori nazionali – ma nessuna sul “centrale” che ospita i big finalmente nella Major Arena, Murray, Federer e Serena Williams di giorno, Nadal di sera – dopo che Roby Vinci ha perso dalla Makarova e sfuggendo così al derby con l’altra Cichi, e che la Burnett non è stata all’altezza della Muguruza, la bella spagnola del…Venezuela (semi-sosia della Ivanovic).

Tornando, per l’ultima volta, ai maschietti di casa nostra, dopo il n.1 Fognini dispiace che sia finito k.o. anche il n.2 Seppi (assai scontento dell’arbitro: mi dicono che non gli abbia voluto stringere la mano e se Andreas arriva ad arrabbiarsi in questo modo deve essere successo qualcosa di serio, per come lo conosco io) e di contorno tutti gli altri ai quali (da Volandri a Lorenzi e Cecchinato) non era nemmeno giusto chiedere chissà quali exploit se fanno fatica a stare nei primi 100 o non ci entrano neanche.

Non vorrei maramaldeggiare, ma solo Seppi ha vinto un set (oltre ai 2 di Bolelli su Travaglia). Un po’ poco, sinceramente per associarsi a chi intona maldestramente peana sulla rinascita del tennis italiano. Magari!

Non vedo l’ora di associarmici anch’io. Ma con più argomenti sostenibili.

E non vedranno l’ora, ne sono certo, anche quegli 8.000 bambini che hanno scorrazzato per il magnifico impianto del Foro Italico: 4 euro a bambino per le convenzioni con le scuole, 200 euro il pacchetto per 50 bambini, questa sì che è stata un’ottima ed intelligente iniziativa promozionale.

In una giornata caratterizzata dall’assenza di clamorose sorprese – e qui ribadisco sia che la sconfitta di Fognini con Rosol per me lo è stata, mentre la vittoria della Giorgi sulla Cibulkova mi ero permesso di anticiparla come più che possibile e quindi non lo è stata – forse i fatti più significativi si sono registrati (è il caso di dire) in sala interviste.

Sala straboccante di giornalisti per Roger Federer, alla prima apparizione pubblica dopo il bi-parto di Mirka e il Grande Slam di gemelli/e. Tutti a chiedere dei neonati, dei problemi logistici che gli cadranno addosso (“In questi anni mi son già allenato con i primi due…”), di quante baby-sitter dovrà assumere (basteranno 4? o ci vorrà il turn-over?) e gestire per portarsi dietro tutta la famiglia al completo fra un paio d’anni se giocherà ancora – Roger non ha espresso alcuna intenzione di smettere, Deo Gratias – e di quando ha finalmente deciso, giovedì scorso, di giocare a Roma. Ho chiesto a Mirka che cosa avrebbe preferito che facessi e quando mi ha detto ‘vai vai a Roma ‘ …ho capito che forse preferiva che io mi togliessi dai piedi!”.

Ben Rothenberg del New York Times ha finalmente interrotto la sequela di domande sui gemelli per chiedere che cosa ne pensasse Roger dei fischi piombati sul malcapitato Fognini il giorno prima. “Non lo sapevo, me lo dite voi adesso. Beh, una volta nel tennis non capitava di venir fischiati, accadeva solo nel calcio…C’erano comprensibilmente molte aspettative per lui…può succedere di sentire molto la pressione e di non riuscire a giocar bene”. Di più non poteva dire.

E quando gli hanno chiesto se a lui fosse mai toccato di uscire dal campo fra i fischi Roger si è ricordato: “Sì, nel 2001. Avevo battuto Sampras a Wimbledon (prima di perdere con Ancic) e dopo Wimbledon andai a Gstaad: persi giocando malissimo, mi pare 63 61, con Ljubicic e gli svizzeri mi fischiarono”.

Insomma, se è capitato a Federer può capitare anche a Fognini no?

Rafa Nadal, che certamente non può avere il morale e la fiducia a mille dopo aver perso da Ferrer, Almagro e quasi anche da Nishikori sulla sua superficie prediletta, non aveva voglia di rispondere alle solite domande dei colleghi francesi sull’importanza di essere a posto per il Roland Garros: “Il Roland Garros è lontano, io voglio essere pronto per Roma, non per Parigi. Non esistono solo gli Slam, anche altri tornei sono importanti”.

Questo leit-motiv Nadal – per la verità – lo ha ripetuto spesso anche in passato. Nihil novi sub sole, solo che gli anni scorsi molti ascoltavano queste sue stesse parole come quelle di chi interpreta “Cicero pro domo sua”.

Vinceva tutto il resto Rafa, Montecarlo, Barcellona, Roma, anno dopo anno, e secondo i maligni lui parlava così per mettere le mani avanti in caso di debacle al Roland Garros.

Ma adesso Rafa dice le stesse cose pur avendo perduto quei tornei che era uso dominare. Pura cortesia verso gli organizzatori del torneo cui sta prendendo parte? Assist all’Atp che sognerebbe per i suoi Master 1000 di accostarsi sempre di più agli Slam?

Non so, ma credo che se una squadra di calcio al completo pensa ad una partita successiva a quella imminente (Champions invece del Campionato o viceversa) immancabilmente la perde. Figurarsi un tennista che, sempre solo in uno sport individuale, si concentrasse su Parigi mentre gioca Roma. Farebbe meglio a non venirci nemmeno, sulle sponde del Tevere.

Il discorso vale per tutti, ovviamente, non solo per Nadal.

Altra scena in sala interviste, ma alla quale però non avrei voluto assistere, quella di papà Giorgi che ha insultato pesantemente un giornalista, Riccardo Bisti. Qualcuno ricorderà che Bisti è stato a lungo un mio vice a Ubitennis. Ma saprà anche che ora lavora per la FIT…come diversi altri miei ex, che forse qui hanno imparato qualcosa. Bisti si è reso reo di aver ripreso come tanti lo scoop di Jon Wertheim e Sports Illustrated che pubblicò all’epoca dell’ultimo US Open tutta una serie di rimostranze e rivendicazioni da parte di presunti creditori ed ex sponsor di Camila Giorgi.

Bisti per la rivista on line di Lorenzo Cazzaniga approfondì la vicenda, appurò che c’era stata una sentenza che condannava la famiglia Giorgi al pagamento di certe spese – nemmeno una cifra esagerata, peraltro, mi pare intorno ai 25.000 dollari, noccioline oggi per una che guadagna quanto lei- e lo scrisse in un modo tale che a papà Giorgi deve essere piaciuto talmente poco che si è sentito in diritto di gridargliene pubblicamente (e con tanti microfoni e registratori aperti) davvero di tutti i colori (anzi, per la verità di un colore solo: “Sei una mie…a”, in spagnolo), insultando pesantemente e in maniera francamente inaccettabile in un qualunque luogo si fosse trovato, ma soprattutto, in particolare, in una sala interviste davanti a una trentina di giornalisti, anche il suo direttore Cazzaniga. Una scena francamente imbarazzante (anche e sopratutto per chi non poteva sapere cosa esattamente fosse stato scritto nell’articolo incriminato). Lì per lì mi sono detto: “E meno male che oggi Camila ha vinto..e Sergio Giorgi avrebbe dovuto essere più rilassato!”.

Aggiungo che una volta Atp, Wta e Itf avevano immesso una regola che impediva a parenti, coach, manager, di intervenire alle conferenze stampa dei “loro” giocatori.

Ma la regola non è quasi mai stata rispettata. Benito Perez Barbadillo assiste spesso, quasi sempre, a quelle di Rafa Nadal, Dodo Artaldi a quelle di Djokovic, la moglie di Andy Roddick era talvolta presente a quelle del marito, Tony Godsick, l’agente di Roger Federer, a quelle dello svizzero. L’elenco potrebbe continuare. Però, in tanti anni, non avevo mai assistito ad una scenataccia del genere in una sala interviste. E spero di non assistervi più. Se papà Giorgi ha motivo per avercela con Bisti o con chiunque altro, lo prenda da una parte, gli dica quel che gli vuole dire, ma non lo faccia in quel contesto. Questo è quel che penso. E, come sapete, scrivo sempre quel che penso. Mi convenga o no.

Ubaldo commenta la quarta giornata degli Internazionali d’Italia

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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