ATP/WTA Roma, gli occhi della stampa italiana: Sarita on-fire

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ATP/WTA Roma, gli occhi della stampa italiana: Sarita on-fire

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TENNIS – Sarita on-fire, la riscossa delle serbe, un Murray ritrovato e la nobiltà rampante di Dimitrov e Raonic contro il blasone di Nadal e Djokovic: la stampa nostrana vive anche di questa morale che arriva chiara e tonda dalla giornata di battaglie alle spalle, e in tanti pezzi cogliamo le sfumature di un day straordinariamente, autenticamente diverso.

Fognini non c’è da tempo, il tennis azzurro al maschile piange, pare decisamente alle corde dopo il trionfo Davis, e Roger era davvero troppo papà per essere Federer… ma guai a fare di tutt’erba un fascio. Anzi, con un minimo di onestà, fatichiamo per davvero a vedere del negativo in questa edizione n.71 degli Internazionali, a parte il pumbeo del cielo di ieri e la pioggia che ha spezzato il programma, in qualche frangente. La terra rossa capitolina si avvia ormai al weekend di chiusura, ma lo fa con gioia, orgoglio, e offrendo grandi motivi per essere ricordata nella sua versione 2014: Roma quest’anno può aver dettato per davvero uno snodo importante del calendario, perché non soltanto restituisce speranze al movimento con nuove leve (non più nuovissime) pronte forse al grande salto, ma ci riconsegna anche tanti protagonisti e protagoniste del circuito come non li vedevamo da qualche settimana, se non da qualche anno. Dunque in grandissima forma, pronti e già messi a punto, giusto in tempo per le prossime, imminenti battaglie parigine.

La stampa nostrana vive anche di questa morale che arriva chiara e tonda dalla giornata di battaglie alle spalle, e in tanti pezzi cogliamo le sfumature di un day straordinariamente, autenticamente diverso: proprio nel giorno in cui partono gli Internazionali del futuro in quel tempio che è il TC Bonacossa di Milano, per tutti il “Bonfiglio” delle grandi speranze mondiali della racchetta.

 

Per gli amanti del tricolore, in una giornata che ha soddisfatto davvero tutti i gusti, c’è la grande, grandissima vittoria per Sara Errani, che i nostri taccuini già vedono, anzi voglio, come una regina, a praticamente trent’anni dal successo tarantino di Raffa Reggi. L’azzurra ha sconfitto 6-3; 4-6; 6-2 Na Li e accede per il secondo anno consecutivo alla semifinale, ma forse sarebbe meglio dire “Errani scavalca la Muraglia”, come titola il Secolo XIX di Genova. “Una piccola spinta in più le è venuta anche dal nuovo servizio destrutturato”, osserva con acume Stefano Semeraro su La Stampa, ma per la partita, la sorpresa c’è, come anche quella “grande lezione di maturità” di cui parla Gianni Valenti sulla Gazza. Sempre sul quotidiano rosa, Vincenzo Martucci ci ricorda che dall’altra parte c’era “la numero 2 del mondo, la regina della terra rossa di Parigi 2011 e quest’anno del cemento degli Australian Open, Li Na. Cancellando una montagna di 6 sconfitte su 6 con la cinese, con 12 set consecutivi, spesso nettissimi. Oltre al tabù contro le prime 3 del mondo. E ai 79 anni senza un’italiana semifinalista per due anni di fila”.

“Dopo una simile ricerca”, prosegue quasi in continuità la somma penna del maestro Clerici su La Repubblica, “come avviarsi al Centrale con molte speranze? Per incoraggiarmi, mi ero ripetuto l’antico proverbio americano. Esistono tre tipi di menzogne: lies, white lies, statistica. Quelle autentiche, quelle a fin di bene, e le statistiche. Mai come oggi il proverbio sarebbe stato vero. Sicuramente più consapevole del passato che il vecchio scriba, Lina avrebbe impostato il match da dominatrice, senza tener conto dei progressi, non solo tecnici, di Sara. Ha preteso di terminare ogni scambio con un vincente, soprattutto di rovescio, i più lungo linea, visto che oggi il tennis femminile si articola su ripetuti cross bimani. Ha giocato insomma secondo gli schemi del suo allenatore Carlos Rodriguez, quelli che ammiravamo nella Henin. O, forse, quelli che il geni odella Henin aveva suggerito all’allenatore Rodriguez. Di fronte alla presuntuosa marea di errori di Lina, alla fine 55 gratuiti, Sara avrebbe mostrato tutto il senso pratico, tipico, mi dicono, della famiglia e, suggerisco io, dei luoghi natali e dei loro abitanti. Avrebbe addirittura equilibrato le difficoltà di un lancio di palla sfuggente con la recente eliminazione del gesto iniziale, detto mulinello, raggiungendo l’ottanta per cento di prime. Sarebbe stata capace non solo di colpi regolari, ma lunghi, e di traiettorie ben scelte”.

Eppure c’è la semifinale, meritatissima. Anche perchè, tornando a Valenti, “in pochi avrebbero scommesso un euro sulla nostra piccola grande Sara da mesi alla ricerca di stabiliti’ dopo due stagioni mozzafiato. Invece lei ha stupito tutti regalandosi e regalandoci un’incredibile semi- finale. Come sognavamo, per dare lustro al nostro tennis e renderlo primattore nel weekend decisivo di questi Internazionali. Contro ogni pronostico, perché’ in pochi avrebbero scommesso un euro sulla nostra piccola grande Sara da mesi alla ricerca di stabilità’ dopo due stagioni mozzafiato. Invece lei ha stupito tutti regalandosi e regalandoci un’incredibile semifinale. E poco importa che Li Na, numero due al mondo, non abbia giocato la sua partita migliore. Certi match a questi livelli vanno vinti, punto e basta. L’azzurra ci è piaciuta perché ha lottato dall’inizio alla fine anche contro la pochezza del suo servizio che nonostante le modifiche nel movimento la lascia troppo vulnerabile alla risposta avversaria. Ha retto benissimo sul piano psicologico soprattutto dopo aver perso íl secondo set, affondando senza pieta’ nel finale quando la cinese ha patito un calo, forse dovuto a problemi fisici. Ma ciò che vogliamo sottolineare e’ come la Errani ha dimostrato ancora una volta di essere una giocatrice matura, capace di gestire e sfruttare fino in fondo l’onda lunga del tifo casalingo senza farsi sopraffare dalla tensione che nel corso della settimana ha distrutto le ambizioni di Fabio Fognini e cancellato la verve di Camila Giorgi. Sara ha carburato lentamente durante il torneo trovando nel momento giusto condizione e colpi dei tempi migliori. La profondità del dritto, la sicurezza nel rovescio l’hanno fatta esaltare oltre i suoi schemi compassati trascinando il pubblico del Centrale del Foro Italico. All’ inizio quasi incredulo di fronte all’eroina di casa che si stava prendendo a forza il suo palcoscenico; poi splendido compagno di viaggio verso il trionfo. Due semifinali consecutive in due anni sono tanta roba e la iscrivono negli almanacchi come unica italiana ad aver centrato questo obiettivo nell’epoca del tennis Open… Sara Errani dovrà superarsi. Lo spirito del Foro Italico potrebbe aiutarla ancora”.

Del resto, questo aiuto è già arrivato, ed è un favore che nasce dal personaggio Sarita: “Na Li è una donna da copertina – una celebrity assoluta in Asia, due Slam vinti, 20 milioni all’anno di capitale umano – non a caso immortalata per la seconda volta su Time magazine proprio in questi giorni, ma il titolo più grosso oggi se lo merita Sarita Errani”, ci ricoda Semeraro su La Stampa. Lombardo invece dalle colonne de Il Giornale la etichetta di rincalzo come “incubo delle pin-up”, “per capire la reale portata generazionale di vedere anche quest’ anno Sara Errani in semifinale agli Internazionali Bnl, bisogna invece dare i numeri: la nostra, infatti, lotta e meraviglia dall’alto (si fa per dire) dei suoi 164 centimetri ed è praticamente una vera e propria irriducibile contro l’inevitabile evoluzione della specie. Per capirlo basta fare un salto indietro agli Anni Novanta, quando il circuito offriva in campo femminile ogni sorta di campionessa:eranogliannidellegambe della Graf, degli urletti di Monica Seles, della bellezza di Gabriela Sabatini fino ad arrivare all’eleganza di Martina Hingis. Ma anche gli anni di Arantxa Sanchez o di Jana Novotna, insomma fisici non proprio scultorei ma tenniste al massimo. Oggi, invece, girando per il Foro Italico, si scop re chela Errani è una specie di Panda in via di estinzione, perché le ragazze che negli Anni Novanta sono nate – figlie della rivoluzione Sharapova-, hanno una caratteristica principale: sono alte, magre, carine tendenti al bello e giocano lo stesso tennis. Diciamolo: sono un po’ tutte uguali, pin up in fotocopia.I numeri, appunto, parlano chiaro scorrendo il ranking (di altezza): si parte dal metro e 86 della Pliskova (22 anni), passando per gli 1 e 82 della Muguruza (21), gli 1 e80 della Tomljanovic (21), per scendere all’ 1 e 78 della stessina Bouchard (20). Poi ci sarebbero anche veterane- si fa per dire – come la Kvitova (1 metroe82)e la Azarenka (1 e83), e in mezzo una serie di stangone tutte all’inseguimento del fascino e dei successi di MissMaria. Ormai quasi vecchia con i suoi 27 anni e sempre troppo alta per tutte (1 e88). Figuratevi insomma la nostra Saretta, con quelle sue gambe da atletona e quel colpo che qualcuno – in tribuna – ha simpaticamente definito un«servizio smorzato». Eppure nel tennis succede”.

Così come succede che ci sia finalmente una tennista anomala, una che per intenderci, come rimarca Piero Valesio su Tuttosport, “Non si è fidanzata con Seppi. Visto il mood dei tempi avrebbe potuto, tanto per nutrire il suo personaggio. Ma nonostante ciò ha confermato di essere lo stesso un personaggio assoluto. E di che levatura: seconda semifinale consecutiva a Roma ottenuta dopo aver mandato a casa IA Na, la numero 2 al mondo. Sara Emani si è inserita così in una stagione tennistica segnata senza ombra di dubbio da Flavia Pènnet. ta sia in forza della splendida vittoria di Indian Wells, sia per l’enome battage che ha accompagnato il suo fidanzamento con Fognini. Laddove Flavia ha avuto qualche parola di non gradimento nei confronti di qualcuno del pubblico che l’ha fischiata contro la Bencie, Sara non smette di ringraziare  chi l’ha sostenuta contro la cinese anche andando oltre le legittime perplessità sul buon esito della sfida”. ….. E poi “Diciamolo: il gioco di Sara, reso ancora più sentimentale dalla nuova esecuzione presentata qui a Roma, è una perfetta metafora dell’Italia di oggi. Che combatte, si sbatte, qualche volta riesce anche a vincere. Ma partendo sempre da un handicap strutturale: il servizio, il punto di partenza, per l’appunto. Sara ha conquistato la semifinale di oggi contro l’assatanata Jankovic servendo con un mezzo movimento che è assai più frequente incontrare nei circoli che non nei tornei Wta. Eppure c’è riuscita”.

Forse però riuscirà anche la riscossa di quel tennis serbo in rosa che sei anni fa pareva dominio annunciato, un lungo corso generazionale che avrebbe fatto di quelle due amiche – nemiche le vere antagoniste delle zarine russe, o di quelle regine belghe come Henin o Clijsters, già incredibilmente avviate verso il tramonto.

La costante di Serena è come il sole attorno al quale girano i pianeti, guai a vederlo sparire dall’orbita di un sistema che è il suo, intanto nel lotto delle semi c’è Ana Ivanovic, ma per il pubblico di Roma ci sarà anche Jelena Jankovic. Sarà lei l’anti-Errani, e riprendendo le parole di Stoppini sulla Gazzetta, “ha un vantaggio: sa già come si fa ad andare in finale a Roma. Jelena Jankovic non è esattamente la fotocopia di Miss Simpatia: urla in serbo verso il suo angolo ogni due per tre, lancia una maledizione alle righe colpite dalle avversarie, è una minaccia continua alla serenità del fratello coach Marko. Però gioca che è una bellezza, ha già eliminato Flavia Pennetta e ora si è messa in testa di conquistare la quarta finale romana, due delle quali vinte (2007 e 2008)”.

Passando invece al campo maschile, la definizione di Riccardo Crivelli sulla Gazzetta è impeccabile: “Da una parte la regalità, il blasone, la storia di conquiste consolidate. Dall’altra la nobiltà rampante: Roma mette in scena,nel torneo maschile, la sfida tra generazioni. Nadal e Djokovic, la forza del presente, contro Dimitrov e Raonic, il nuovo che avanza… Rafa, il sovrano di sei trionfi, respinge un altro dell’antica cerchia, quel Murray cui non basta dominare il primo set per compiere un’altra rivoluzione. Il numero uno è ancora double face, cioè senza mordente all’inizio e due metri dietro la riga di fondo (due vincenti nel primo parziale), prima di ritrovare soprattutto il servizio e le consuete, terribili traiettorie mancine, accompagnate da una grande produzione a rete, sintomo di intelligenza del campione che avverte le difficoltà del momento”. 

“Non sappiamo se la grinta e il coraggio di cui dispone largamente gli basteranno per vincere su questi campi per l’ottava volta”, scrive Massimo Grilli sul Corriere dello Sport, “non sappiamo se da qui al Roland Garros (dove però la distanza più lunga delle partite non potrà che favorirlo) Nadal ritroverà la forma smarrita da tempo. Resta però viva l’immagine di un campione magari ferito ma che non si rassegna a perdere. Energie infinite e qualità morali indiscutibili”.

Di sicuro nessuna ricorda un Andy Murray così sul rosso: solo nel lontano 2011, e proprio sul Centrale  del Foro Italico, quando nell’annus magicus del serbo fu il primo a far vedere le crepe del suo dominio, quegli scricchiolii che poi al 44 match saranno realtà con il successo di Federer sul palco del Philippe Chatrier a Port d’Auteil. Sempre Grilli scrive: “Rafa Nadal, il re della terra battuta, l’imperatore del Foro Italico, ha barcollato per il terzo giorno di fila ma è riuscito ancora una volta a non cadere dal piedistallo dove lo hanno issato i sette trionfi conquistati a Roma (su nove partecipazioni). Dopo i colpi al fianchi ricevuti negli ultimi due giorni da Simon prima e da Youzhny poi, a dargli la spallata decisiva sembrava potesse pensarci Andy Murray, il campione scozzese appena al settimo match di singolare su terra battuta del 2014, e che finora su quattro precedenti sulla terra aveva racimolato solo un set (il consuntivo totale vede Nadal nettamente in vantaggio, per 14 vittorie a 5)”.

Altro guerriero sceso nell’arena romana, stavolta con successo, è Nole Djokovic, uscito vincente dalla maratona contro il stakanovista per eccellenza, David Ferrer. A questo proposito rileva Crivelli: “Nole gioca un’ora e mezza di gran tennis, poi cala al servizio e robottino Ferrù risale con la consueta tigna, prima di arrendersi agli incroci maligni del serbo, che conquista il match point nel nono gioco dopo uno scambio di 38 colpi talmente in apnea da spingerlo a chiedere, una volta fatto il punto, la standing ovation al pubblico: «Perché qui mi sento a casa». Ma adesso sono invitati anche i giovani leoni”.

Conosciamoli allora, questi giovani leoni. Crivelli e Grilli si prendono la briga di darci qualche coordinata in più, per i profani in materia. Su Mr. Sharapova“l’età, come la freschezza, conta eccome: il tedesco Haas porta addosso le cicatrici di una carriera luminosissima ma logorante, scivolata più volte al limite del ritiro per una miriade di infortuni e dopo essere stato dominato nel primo set, si ritira per il solito dolore alla spalla destra. Il bulgaro così può festeggiare due volte, per la prima semifinale in un Masters 1000 e per il compleanno, ricordato a suo modo subito dopo la fine del match da coach Rasheed, che gli rifila una torta in faccia”. Aggiunge Grilli, con un occhio al passato: “Non è stata tutta rose e fiori, la carriera di Dimitrov, nato ad Haskovo, città della Bulgaria meridionale non molto lontana dal confine greco e da quello turco. Figlio unico di padre istruttore di tennis e madre insegnante di educazione fisica ed ex giocatrice di pallavolo, è sembrato subito un predestinato. A 17 anni vince i tornei juniores di Wunbledon e Flushing Meadows, a 18 debutta nel circuito maggiore a Rotterdam battendo Berdych (superato anche qui a Roma, ndr). Sembrava tutto molto facile. I complimenti, i medi, i paragoni con Federer. Pensava di avercela già fatta, e invece era lontanissimo. La verità è che il passaggio dai tornei juniores a quelli maggiori è molto duro da affrontare. Insomma, il ragazzo dal braccio d’oro che sogna di vincere a Wimbledon – tifoso del Manchester United e con il poster di Pete Sampras nella stanzetta – ha scalato sì la classifica mondiale, ma molto più lentamente del previsto: numero 106 nei 2010, 76 nel 2011, 48 nel 2012, 23 nel 2013, 14 al momento attuale (quest’anno ha vinto due tornei, a Bucarest e Acapulco)”.

Un cammino graduale, forse oggi, vincente, un pò come quello di Raonic, di Milos, ora atteso al guado, contro il migliore tester possibile: “si allenava alle sei del mattino perché il campo costava di meno, è il primo giocatore della «Ninety Generation’ ad essere entrato nel gotha dei primi 10. Che fosse il miglior battitore del circuito era notorio fin dalle prime partite da professionista, ma sotto la cura Ljubicic-Piatti sta progredendo a grandi passi nella pazienza dei colpi a rimbalzo, nella lettura tattica dei match e nella concentrazione. Contro Chardy, il numero 10 del mondo perde per la prima volta il servizio nel torneo, gioca un secondo set pessimo ma nel terzo risale soprattutto mentalmente, lui che certo non è un terraiolo, continuando a martellare sull’asse servizio esterno-dritto ad uscire”.

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WTA

WTA Indian Wells: Azarenka trema, è Badosa che alza il trofeo

A due punti dal match, Victoria Azarenka smarrisce la vittoria e permette a Paula Badosa di conquistare il primo trionfo in un WTA 1000. Per la spagnola quasi sicura anche la qualificazione alle WTA Finals

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Paula Badosa - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

[21] P. Badosa b. [27] V. Azarenka 7-6(5) 2-6 7-6(2)

È stata una splendida finale, come davvero non se ne vedevano da tanto tempo nei grandi tornei femminili. Due giocatrici con stili abbastanza simili, ma in fasi diverse delle rispettive carriere e con un’interpretazione differente del loro gioco. Victoria Azarenka aveva la possibilità di diventare la prima giocatrice a vincere il torneo per tre volte, dopo le affermazioni del 2012 e del 2016, ed è arrivata a due punti (forse uno e mezzo) da questo traguardo, ma i nervi l’hanno tradita ed ha rimesso in gara Paula Badosa che sembrava aver alzato bandiera bianca. Nel tie-break finale poi è stato quasi un monologo della spagnola fino al diritto vincente conclusivo seguito dalla caduta a terra “stile Nadal”.

Badosa è stata sicuramente nel corso del match la migliore colpitrice, ha espresso un tennis decisamente più potente rispetto ad Azarenka, ma anche più monocorde. La campionessa bielorussa almeno per tutto il primo set, ha giocato con grande attenzione colpi a parabola arcuata per mettere in difficoltà i fondamentali di spinta di Badosa, e così come è poi successo nel finale di partita, era arrivata molto vicina a trovare la chiave del match.

 

Nel combattutissimo primo set ci sono state due coppie di break, quasi omologhe: prima nel settimo e ottavo game (in entrambi i casi a “15”) e poi nell’undicesimo e dodicesimo game, quando due straordinari punti in difesa di Azarenka hanno rimediato il patatrac compiuto nel game precedente (tre errori gratuiti negli ultimi quattro punti) trascinando il set al tie-break. Qui, dopo una partenza sprint di Badosa (4-0), Azarenka ha ancora una volta rimontato fino all’aggancio sul 5-5, ma sul set point per l’avversaria si è inspiegabilmente messa a fare a pallate, dopo averlo evitato per quasi un’ora e venti minuti, prendendosi un rovescio vincente in faccia e ritrovandosi sotto di un set.

Victoria Azarenka – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

L’approccio mentale al secondo set di Azarenka, dopo aver perso un primo set così combattuto, è stato di quelli che si devono insegnare nelle scuole tennis: totalmente positiva, carica al punto giusto, tanto da entrare in campo e travolgere una Badosa che sicuramente aveva fatto calare la tensione. Vika è andata 3-0 pesante in un attimo, ha rintuzzato il tentativo di rimonta di Badosa per tornare sul 4-1, mettendo poi il sigillo al terzo set in soli 33 minuti.

Il set decisivo è stato uno dei migliori dell’anno: 72 minuti di grandi scambi ed emozioni a non finire, con Badosa che è arrivata vicinissima a perdere il bandolo della matassa facendosi rimontare sue volte un game da 40-15 e salvandone un terzo per il rotto della cuffia. Era stata la spagnola a sprintare subito 2-0, ripresa però immediatamente dalla sua avversaria sul 2-2. Sul rettilineo finale è successo di tutto: nel nono game Badosa dal 40-15 ha infilato un doppio fallo e tre errori gratuiti mandando Azarenka a servire per il match. La bielorussa, però, una volta issatasi 30-0 ha mancato un diritto piuttosto comodo per andare a tre match point inanellando una serie di quattro errori gratuiti che hanno riaperto completamente la finale.

Il tie-break finale, come detto, non ha avuto storia: Badosa era troppo più sicura nei suoi colpi da fondo campo ed è andata subito 3-0, poi 5-1 e infine 7-2.

Con questa vittoria Paula Badosa conquista il suo primo titolo WTA 1000 e sale all’11° posto della classifica WTA, ma soprattutto si qualifica (quasi) matematicamente alle WTA Finals di Guadalajara, che ora vedono il proprio campo di partecipazione già completato (Sabalenka, Krejcikova, Pliskova, Swiatek, Sakkari, Muguruza, Badosa e Jabeur, dando per scontato il forfait di Barty, già tornata in Australia).

Per Victoria Azarenka come detto sfuma la possibilità del terzo titolo a Indian Wells, deve registrare una sconfitta in un match in cui ha vinto nove punti in più dell’avversaria, un match che durando 3 ore e 4 minuti è diventato la finale del BNP Paribas Open più lunga della storia (superando di un minuto la finale 2017 tra Vesnina e Kuznetsova), ma può celebrare il ritorno tra le prime 30 approdando al n. 26.

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ATP

ATP Indian Wells: Basilashvili-Norrie, finale tra esordienti

Cameron Norrie supera in due set Grigor Dimitrov. Nikoloz Basilashvili ferma Taylor Fritz. Norrie irrompe nei Top 20

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Cameron Norrie - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

[27] C. Norrie b. [23] G. Dimitrov 6-2 6-3

Si ferma in semifinale la corsa di Grigor Dimitrov al BNP Paribas Open di Indian Wells, dopo le splendide, ma anche molto dispendiose, vittorie contro Medvedev e Hurkacz, Dimitrov non è riuscito a riprodurre lo stesso livello di tennis contro uno dei giocatori più continui del 2021, che qui nel deserto della California è riuscito a raggiungere la sua sesta finale stagionale, sicuramente la più prestigiosa.

Il bulgaro ha iniziato il match giocando in maniera molto irregolare, sbagliando parecchio e facendo scappare Norrie sul 4-0 compromettendo il primo set, che infatti è scivolato via in soli 31 minuti. Ci sono voluti altri due giochi nel secondo set perché Dimitrov riuscisse a prolungare gli scambi provando a manovrare le direzioni per crearsi le aperture necessarie per i suoi affondi. Ma la strategia era comunque troppo laboriosa per il Grigor della giornata odierna, solo sporadicamente capace di infilare quei magnifici vincenti capaci di infiammare la folla.

 

Norrie ha tenuto grande compostezza, controllando sapientemente i suoi turni di battuta e annullando l’unica palla break concessa sul 2-1 con un bel diritto inside in, e recuperando da 0-30 due game più tardi.

Ho cercato di allungare gli scambi, non ho mai pensato all’importanza della posta in palio – ha detto Norrie una volta arrivato in conferenza stampa, oltre due ore dopo la fine del match – nemmeno quando ho servito per il match. Nel secondo set ho risposto peggio rispetto al primo set, ma ero molto concentrato sul mio tennis”.

Grigor Dimitrov – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Con questa vittoria Cameron Norrie conquista il suo più importante piazzamento in un torneo Masters 1000 e soprattutto si propone come solido contendente alle ATP Finals. La finale lo porta a 2440 punti nella Race, all’11° posto immediatamente dientro a Jannik Sinner e a soli 115 punti dall’italiano, con l’occasione di poterlo superare in caso di vittoria del titolo domenica.

[29] N. Basilashvili b. [31] T. Fritz 7-6(5) 6-3

Non si è realizzata la favola del giocatore di casa che vince il suo primo grande torneo a due passi da dove è nato. Taylor Fritz non è riuscito a resistere al bombardamento da fondo messo in atto da Nikoloz Basilashvili ed ha dovuto alzare bandiera bianca in due set, nonostante abbia avuto tre set point nel primo set per passare in vantaggio e provare a raggiungere la finale.

Partita decisamente diversa dalla precedente, quella tra Fritz e Basilashvili: la palla camminava almeno 20 chilometri l’ora più veloce durante gli scambi pieni di mazzate tirate sia di diritto sia di rovescio. Era Basilashvili ad avere più spesso il controllo dello scambio, commettendo però qualche errore in più. Fritz è arrivato ad avere tre set point nel primo set, due sul 5-4 e uno sul 6-5, tutti però giocati molto bene e in maniera aggressiva da Basilashvili. Forse qualche recriminazione in più sul primo di questi set point, nel quale Fritz ha messo lungo un rovescio lungolinea di palleggio, ma nel complesso in questi frangenti decisivi del set il georgiano ha giocato meglio, così come anche nel tie-break successivo, nel quale è andato avanti di un minibreak sul 5-4 con un diritto poderoso, e poi ha incassato i due errori da fondocampo di Fritz sul 5-5 per chiudere il primo set in 59 minuti di gioco.

Nikoloz Basilashvili – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Volevo giocare in maniera aggressiva, ma mi ero reso conto che non potevo picchiare la palla se non partendo dal mio servizio – ha spiegato Fritz dopo il match – Non mi sembra di aver avuto possibilità di provare a giocare un colpo vincente nelle palle break che ho avuto, i suoi colpi erano troppo forti e profondi”.

Nel secondo set l’americano ha provato a tenere maggiormente lo scambio, ha avuto altre due palle break sull’1-1, annullate ancora da due vincenti di Basilashvili, che per tutto il match ha modulato molto bene la sua prima di servizio, assicurandosi di tenere una percentuale elevata ed evitare così di essere aggredito sulla seconda.

Sul 3-2, il georgiano ha trovato due super-risposte sul 30-30 che gli hanno procurato l’unico break della partita e il vantaggio decisivo per raggiungere la sua prima finale Masters 1000. Nel game finale la tensione stava per fargli un brutto scherzo e l’ha costretto ad annullare due palle del controbreak dopo aver fallito tre match point, ma alla fine la quarta palla partita è stata quella buona.

Taylor mi ha fatto giocare tante palle – ha spiegato Nikoloz dopo la partita – ho dovuto giocare molto bene da fondo per vincere. Sono contento di essere rimasto calmo nei momenti importanti e di essere riuscito a tirare i colpi che volevo tirare”.

In finale Basilashvili incontrerà il tennista che ha vinto più partite in questa stagione, ben 50, e che domenica disputerà il suo 71° match ufficiale. “Basilashvili è un grande giocatore – ha detto Norrie del suo avversario in finale – quando gioca bene può battere chiunque. Sarà molto difficile, ma mi sento bene fisicamente e sarò pronto alla battaglia”.

I due si sono affrontati una volta sola nella loro carriera professionistica, al primo turno dell’ABN AMRO di Rotterdam lo scorso marzo: in quel caso vinse Norrie molto agevolmente (6-0, 6-3).
In caso di sconfitta in finale, Norrie entrerà comunque nei Top 20 al n. 17, mentre se dovesse vincere il titolo salirebbe di un’ulteriore posizione al n. 16; Basilashvili invece salirà alla posizione n. 27, e nel caso in cui dovese aggiudicarsi il titolo tornerebbe anche lui nei Top 20 alla posizione n. 18.

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Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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