Quando il (brutto) teatro vince sul tennis

Editoriali del Direttore

Quando il (brutto) teatro vince sul tennis

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TENNIS –  Il match tra Fabio Fognini e Gael Monfils, 137 errori complessivi, è stato uno spettacolo, ma non bello. Gioco discontinuo, scenette, parolacce, penalty point. Fognini cede 8 volte il servizio (su 10) subendo 34 punti e facendone solo 4. Chi glielo dirà?

Il commento di U. Scanagatta al day 7 del Roland Garros

Non è stato un match di tennis. E’ stata una piece teatrale di mediocre livello in 5 atti. Ciascuno slegato dagli altri. Come se non ci fosse un canovaccio, una logica nello sviluppo della commedia. Una commedia animata da due attori capaci di tirar sì qualche acuto mirabile di quelli che se ne vedono pochi, ma anche sfasature, incertezze spaventose, di quelle che a questo livello non si vedono quasi mai. 81 gli errori gratuiti di Fognini a fine match secondo i distratti statistici del Roland Garros: secondo me erano di più. Monfils ne ha fatti 56: totale 137 errori su 278 punti giocati. Togliete i punti fatti con il servizio (5 aces Monfils 3 Fognini) sui 66 che vengono considerati vincenti, più tanti altri non ben catalogati, ne restano meno di 200 giocati nelle 3 ore e 24 di gioco e 137 errori sono un’enormità. Due burattini senza fili, due giocatori senza equilibrio. Crazy players? “Giochiamo un crazy tennis perchè siamo tutti e due un po’ crazy” aveva detto l’altro giorno Fabio. Forse i due oggi hanno esagerato.

 

Non un grande script, onestamente, perchè la straordinarietà dello spettacolo è dovuta a due tennisti straordinari, Fabio Fognini e Gail Monfils, che sono straordinari in quanto…fuori dall’ordinario. Imprevedibili, nel bene e, particolarmente oggi, nel male.

Raramente ho assistito ad una partita costellata da un numero maggior di errori rispetto a questa.

L’unico set che secondo me meriterebbe di essere salvato è il terzo, e nemmeno tutto. Peccato perchè con 10.000 spettatori sul Suzanne Lenglen, lo stesso teatro che aveva assistito nel 2011 all’altro incredibile show di Fognini con Montanes, l’atmosfera era splendida e il tempo finalmente bellissimo. Il quarto non è esistito se non per la sceneggiata di Monfils che si fingeva morto, e aveva spesso la lingua fuori, e dopo aver perso i primi due games praticamente mollava gli altri: un 6-0 che pareva promettere bene per il nostro e si è rivelato invece illusorio.

Una caterva di break nel primo set, in cui i due facevano a gara a chi perdeva di più la battuta. Tuttavia il brutto spettacolo, nella sua imprevedibilità, nelle scene dell’uno e dell’altro, il  nostro che sbagliava dritti a pochi metri dalla rete (permettendosi anche di giocarne qualcuno con il saltino) e l’altro che sembrava trascinarsi con la lingua di fuori, e cercava il conforto del pubblico, meritava d’essere visto perchè tutto sommato diverso, se non proprio unico nel suo genere.

Giustamente gli spettatori americani di Tennis Channel e quelli inglesi di non so più quale tv in questo momento hanno subissato di proteste le loro produzioni perché avevano deciso di far vedere un match senza storia di Nadal, 6-2,7-5,6-2 su Leonardo mayer anziché quello di Fognini e Monfils che di scene, scenette, warning, penalty point, finti moribondi, parolacce all’indirizzo di se stessi, di spettatori tardi a mettersi a sedere, beh non si è fatto mancare niente. Fantastica la scenetta, che dimostra che Fognini ha anche un humour del tutto particolare, nella quale Fognini, subito dopo il doppio fallo contro sole commesso nel primissimo punto del terzo set, ha chiesto a Bernardes di “spostargli il sole”.

Fognini aveva beccato il warning, l’ammonizione, già al quinto gioco del primo set per un “puta etc etc” gridato così forte che l’arbitro brasiliano Bernardes, che pure con il “nostro” ha un ottimo rapporto, non poteva fare a meno di sentire.

Inutili tutte le raccomandazioni che erano state fatte a Fognini perchè cercasse di mantenersi calmo per non istigare contro di lui il pubblico che, tutto schierato per “Gael Gael Gael!”, già non aspettava altro che di scatenarsi. Buuuh e fischi hanno accompagnato ogni minimo gesto di Fabio che pure nel complesso non si è comportato malissimo. A Montecarlo, per ricordarne una, era stato infinitamente peggiore.

Più volte però Fabio sarebbe stato graziato nel corso del match, quando ha sbattuto la racchetta per terra, quando ha dato di “brutta capra siediti” ad una ragazza nemmeno tanto brutta (a onor del vero) perchè tardava a sedersi alle sue spalle, quando ha gridato a se stesso “hai sbagliato più 60 dritti, non sei altro che una capra umana!” – chissà perchè oggi Fabio ce l’aveva con le povere capre…- ha rotto una racchetta per la rabbia dopo aver mancato sul 4 pari del terzo set la seconda palla break che avrebbe potuto mandarlo a servire per il set,ma lì è stato freddo a non cambiarla subito altrimenti avrebbe preso il penalty-point che era nell’aria. Il risultato però è stato che con la racchetta rotta, quell’importante punto successivo lo ha perso

Dopo di che ha perso anche il successivo punto e poco dopo anche il proprio servizio a zero: sei punti consecutivi giocati in modo abbastanza inspiegabile.

Ma lì c’è tutto Fognini. E’ stato il festival del break, che può accadere in un match di tennis femminile, ma non accade quasi mai in uno di tennis maschile.

E quando accade tutti concordano con il fatto che è stato allora un match di cattiva qualità, come infatti sostengo qui pur – alla fin fine – essendomi io divertito per l’imprevedibilità e l’originalità della piece.
Fognini  è riuscito a perdere 10 volte il servizio in 22 turni di battuta (quindi poco meno del 50 per cento). Monfils non voleva essere da meno. Ne ha persi 9.

Ma Fabio si era conquistato 24 palle break e quindi non ha saputo sfruttarne 15, spesso con risposte sparacchiate fuori senza molto senso. Monfils invece di palle break ne ha conquistate 18, trasformandone 10. Ma il dato che più mi ha colpito, al di là degli 81 errori gratuiti di Fabio, è stato il modo in cui ha subito troppi dei suoi  break, fin dall’inizio.

Comincia lui con il break a Monfls ma va subito sotto 0-40, poi un ace, quindi perde il game a 15. Avanti 3-1 perde a 0 il secondo game di battuta. E a zero perderà anche il game in cui serve sul 5-4. Tre break subiti, un punto fatto. Per carità, sarà stato bravo anche Monfils, ma non capita spesso di assistere ad una cosa del genere.

Nel secondo set in fondo va già più normalmente:  Fabio perde 6-2 con due break, uno a 15 e al’altro a 30. Ci sta.
Nel terzo uno dei tre è a 15 (peccato perchè era avanti 7-5 1-0 con break e poteva tentare di scappare via) e quando serve sul 4-5 lo perde a zero.

Nel quarto set Monfils non esiste, fa solo 5 punti. E’ una scelta strategica, spiegherà poi, una volta andato sotto 2-0: “Il mio unico obiettivo era cominciare il quinto set con il servizio a favore”.
Arriviamo così al quinto set e Fognini, che batte per secondo come si era prefisso Monfils, nel secondo game serve e lo perde a 0. Perde a 30 quello che manda avanti Monfils 4-2 dopo essere stato avanti 30 a 15, e quando riserve sul 5-2 per Monfils ha già la testa sotto la doccia: stecca sul primo quindici, sbaglia di metri tutti i successivi punti. Anche questo servizio lo cede a zero.

Insomma cinque break su dieci Fognini li ha persi a 0. Due a 15, due a 30. E siamo  a 8. In quegli 8 turni di servizi ha perso quindi 32  punti e ne ha fatti 4. Ma vi pare possibile?
Nessuno, attenzione!, qui vuole togliere a Monfils i meriti che ha, ma un giocatore che è n.15 del mondo, che è stato n.13 e che aspira ad arrivare nei top-ten, non ha un problema in qualche misura psicologico se quando va sotto nel punteggio di un game di servizio non riesce a reagire positivamente e di fatto in pochi secondi (più che minuti: vi evito il conteggio che ho di ciascun game, visto che io lo tengo, ma vi assicuro che alcuni break sono arrivati davvero in meno di un minuto e mezzo) lo cede?

Non è normale suvvia.

Se ne è accorto – guardava la partita accanto a me – l’inviato del New York Times Ben Rothenberg che in un paio di occasioni ha anticipato: “Ora Fabio perde il servizio a zero“. Tac, regolarmente accadeva. Evitatemi il triste commento da superstiziosi che è Ben che porta male a Fognini. Cerchiamo semmai di approfondire il problema del quale sicuramente sul campo non poteva rendersi conto Fabio, ma mi auguro che se ne sia accorto qualcuno del suo angolo.

Per cercare di rimediare, mica per altro. Non sto scrivendo con il gusto sadico di sottolineare i suoi errori (qualcuno penserà certamente che invece lo faccio per questo, pensi pure quel che vuole, fatti suoi), ma perché solo se ci si rende conto che questo è un suo problema – da me già registrato in altri suoi incontri – forse qualcuno proverà a cercare un rimedio.

So solo che il solito Rothenberg quando Fabio, appena subito il penalty point che ha fatto salire Monfils sul 3-0 al quinto, è andato a parlare dal supervisor Egli – questo non è uno dei miei refusi, è l’ex arbitro svizzero – e poi è tornato alla sua panchina seguito da un medico, ha detto: “Più che un medico forse  ci vorrebbe uno psichiatra“.

Il pubblico ha sicuramente aiutato oltre ogni dire Monfils, buheggiando (brutto termine per scrivere Buuuuh, buuuhhh) Fognini e dando modo a Monfils di respirare e guadagnare tempo quando aveva  la lingua di fuori. “Gael fa sempre così“, ha detto Fognini  che lo conosce bene.

Fatto sta che a seguito di queste sceneggiate dei suoi ultimi tre avversari (Dolgopolov, Klizan e Monfils) Fabio ha finito sempre per distrarsi e perdere. E’ stato proprio lui a dirlo, prima ancora che ci pensassi io. “Con gli ultimi tre che dicevano di star male. e sembrava che stessero male… ho perso sempre!”.

Aggiungo un Post scriptum al mio pezzo su Fognini:

P.S. Nella fretta di scrivere e di aggiornare, ho dimenticato di dire una cosa che invece penso sia importante: Fognini è un giocatore migliore di Monfils e non solo perchè il match lo ha comandato sempre lui (tante volte capita che uno comandi ma che l’altro vinca perchè sbaglia di meno). Questa di oggi era una partita che poteva e a mio avviso doveva vincere. Il suo tennis era migliore. Ma si è imbattuto in una giornataccia con il dritto: troppi errori davvero. E poca lucidità. Contro Murray a Napoli aveva fatto 13 smorzate vincenti, e oggi con Monfils che stava spesso 4 metri più in là della riga di fondocampo, ci sarebbero state decine di volte in cui una smorzata sarebbe stata ben più efficace di un ennessimo dritto sparato per forza di cose vicino alle righe e quindi a rischio di errore (infatti spesso, come detto, sono stati errori). Fabio  ha detto di aver dato il massimo e certamente nella sua testa crede di averlo dato. Non è stato purtroppo abbastanza. In realtà ha giocato complessivamente male una partita alla quale Monfils – lo ha detto il francese e lo sapevano tutti – si era presentato con una scarsa preparazione alle spalle e difatti non ha giocato bene neanche lui. Mi auguro che il coach di Fognini sappia dirglielo. E se non glielo dirà lui che glielo dica Barazzutti (se non gli fa…senso qualcosa che penso io) oppure tutta la famiglia Pennetta, da Flavia a papà Oronzo e mamma Concita, che hanno seguito il match del fidanzato (e …genero) dall’inizio alla fine certo soffrendo. Come anche noi. Sia chiaro, infatti, che sebbene Fabio continui a rispondere infantilmente alle mie domande in conferenza stampa (Un esempio? Gli ho chiesto se ritenesse che ci fosse una spiegazione per gli 81 errori gratuiti del suo match – qui ho sintetizzato, ero stato più diplomaticamente soft – e la sua risposta è stata secca, guardando da un’altra parte: “Sono Statistiche”. Al che ho aggiunto: “E come si spiegano?” “Era un match nel quale ho cercato di forzare e non m’è andata bene

La cronaca del match (Da Parigi, Laura Guidobaldi)

Il Suzanne Lenglen è gremito e il pubblico francese è accesissimo per il suo amato Gaël, acclamandolo e incitandolo ad ogni punto fin dall’inizio. È evidente che gli spettatori hanno ancora ben scolpito nella mente l’epilogo dell’incontro del 2010 e vogliono vedere il francese vittorioso a tutti i costi.

Fabio parte in quarta, nel bene e nel male; bene perché si porta subito in vantaggio 3-1, male perché prende un warning per linguaggio scurrile. Insomma, fin da subito, in campo e nelle tribune c’è tensione. Il francese comincia a giocare un po’ di rimessa, sperando di imbrigliare l’azzurro, quando invece “s’incarta da solo” mi dice un collega italiano seduto accanto a me in tribuna.

Ma ecco che in pochi minuti Gaël trova soluzioni esplosive, come un dritto che annichilisce Fabio e si avvicina sul 3-4. In 7 game giocati, vengono realizzati 5 break. Comunque, da parte di entrambi, c’è un festival di errori alternati a cose pregevoli (fendenti, smorzate); il ligure si lascia andare a piccole scenate lamentandosi per come gioca e con il pubblico (una signora tarda a sedersi e lui….non le rivolge proprio un complimento). Ma lo show viene anche dal pubblico stesso che incita Monfils, grida, e si scatena nella ola.

Sul 5-3 per Fabio, questi ha a disposizione 3 setpoint, il primo viene annullato da Gaël ma gli altri 2 sono vanificati dal ligure che comincia ad essere sempre più falloso. E difatti subisce immediatamente un break a zero per poi ritrovarsi raggiunto da Gaël sul 5-5. Ancora tanti gratuiti da una parte all’altra ma, alla fine, Fabio riesce a trasformare il quarto setpoint e intasca così la prima frazione per 7-5.

Gli scambi tra i due diventano sempre più lunghi, con Fognini e Monfils che cominciano a giocare sempre più a specchio, cercando di sorprendere l’ltro alla distanza e per sfinimento. Il secondo set scivola via veloce per il francese, con il ligure che,  sempre più stordito, cede per 6-2.

Il pubblico è sempre più scatenato, si cimenta in una ola interminabile mentre l’arbitro Carlos Bernardes chiede ripetutamente di fare silenzio.

L’andamento del terzo set assomiglia al secondo, con scambi lunghissimi e ancora tanti errori da parte di entrambi. Gli spettatori continuano con il loro tifo sfrenato urlando “Gaël ! Gaël ! Gaël” e non risparmiano Fabio, fischiandolo impietosamente al suo minimo commento o gesto di stizza.

In mezzo a questo tifo quasi da stadio, si sente ogni tanto qualche timido “Forza Fabio ! Allez Fabio !” da parte degli italiani presenti in tribuna. Sul 2-2, c’è l’ennesimo disappunto dell’azzurro che  urla a se stesso “60 dritti avrai sbagliato ! In effetti, il dritto non ha funzionato un granché oggi per Fabio che, in generale, non è riuscito a “far male” a Gaël con i fondamentali. Riesce comunque a fare un passo in avanti sul 3-2 ma poi, su una palla facile e alta a metà campo che colpisce con un malaugurato saltino e che affossa a rete, si ritrova sul 3-3.

Il ritmo incalzante e monotono degli scambi prolungati viene a volte interrotto da soluzioni alternative che muovono il gioco, come uno scambio fatto di smorzate e recuperi estremi, alla fine del quale Fognini ruzzola a terra.

Nel frattempo, il pubblico è presente più che mai in questo match-show; ora, caricandosi, è lo stesso francese a richiedere, l’incitamento degli spettatori che rispondono prontamente “Gaël tu es le meilleur ! ” Sul 5-4 per il francese, l’italiano perde totalmente la concentrazione, perde il gioco a zero e gli consegna il set per 6-4.

Ma attenzione….nel quarto parziale Gaël Monfils sembra irriconoscibile. Non si muove quasi più, rinunciando a recuperare le palle troppo angolate, subendo inesorabilmente  un inaspettato bagel in soli 24 minuti.

Tuattavia, nella quinta frazione, la partita assume repentinamente un andamento ancora diverso. Monfils sembra riacquistare le energie, brekka Fabio e sale 3-0. L’italiano sembra scuotersi e recupera fino al 2-3. In campo c’è ancora tanta tensione, soprattutto dopo il penalty point subito dal ligure per aver scaraventato la racchetta a terra.

Alla fine, nuovamente competitivo e supportato da un pubblico incandescente, questa volta, dopo quattro anni, è il transalpino a conquistare il match maratona di Porte d’Auteuil, un match strano, con tantissima tensione, durato 3 ore 24 minuti. Gaël conquista in tutto 145 punti e commette 56 errori non forzati, a fronte dei 133 punti vinti da Fabio contro 81 gratuiti.

Quando in sala stampa è stato chiesto a Monfils un parere sul numero elevato di gratuiti da parte di Fognini, il francese ha sottolineato come tale statistica non fosse percettibile in campo :”Dall’altra parte della rete c’era un avversario che correva, prendeva tutto e mi metteva in difficoltà. Anche quando conducevo 2 set a 1, mi sentivo stanco e, pensando al match, non si direbbe che abbia sbagliato così tanto. Ci siamo imposti un ritmo da veri giocatori sulla terra ed è diventato un gioco molto fisico. Non mi sentivo bene al servizio“.

Fabio, dal canto suo, ha riconosciuto di aver mancato parecchie occasioni : ” È stato un match molto difficile, mi sono battuto e ho avuto le mie chance. Ho mancato alcuni punti che avrebbero potuto fare la differenza, in particolare all’inizio del secondo set. Sono andato in tilt con il dritto al terzo set. Mi sono ripreso, e poi da lì mi sono incavolato con me stesso

Le sensazioni di 4 anni fa ? “È difficile dire. Ricordo che è stato lottato, oggi ho perso io“. E per quanto riguarda il campo ? “Mi ci sento molto bene, ho giocato dei grandi match qui. Mi ci sono sentito bene anche durante la partita, che è stato lungo e difficile. Sono contento del mio tennis. Non sono soddisfatto di aver perso ma lo sport è così”.

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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Coppa Davis

Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Arnaud Boetsch, ex vincitore di Davis e direttore della comunicazione Rolex, è l’uomo più giusto per esprimere un pensiero che coniughi passato e presente, con vista sul futuro. Ha lo scetticismo di molti francesi, ma la concretezza pragmatica degli svizzeri

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Coppa Davis (foto via Twitter, @KosmosTennis)

da Madrid, il direttore

Sono ricurvo sul mio computer in sala stampa quando sento un leggero tocco sulla spalla. Mi giro, è Arnaud Boetsch. Vecchia conoscenza. È il tennista francese che vidi vincere a Malmoe nel 1996 il punto decisivo della finale di Coppa Davis dopo aver annullato con grande coraggio suo (e grande braccino del suo avversario) tre match point consecutivi sul 7-6 0-40 al lungo svedese Nikas Kulti, che probabilmente si sveglia ancora oggi di notte in preda a quell’incubo. Boetsch vinse poi 10-8 al quinto su un avversario ancor traumatizzato per quei tre match point non sfruttati. Su uno il francese colpì di rovescio una riga clamorosa, tanto spettacolare quanto anche fortunata.

Per Boetsch e i francesi fu un incredibile trionfo al termine di uno scontro che avrebbe dovuto invece rappresentare la cerimonia conclusiva (e probabilmente trionfale) della carriera di Stefan Edberg. Stefan, 30 anni, aveva annunciato all’inizio di quell’anno che quello sarebbe stato il suo ultimo. Avrebbe potuto finire in bellezza, ma ebbe invece la sfortuna di farsi male ad una caviglia il primo giorno contro Pioline – Stefan perse 6-3 6-4 6-3 -, dopo di che Enqvist batté Boetsch. I francesi vinsero il doppio abbastanza a sorpresa con Forget e Raoux su Bjorkman (grande specialista) e Kulti. Sul 2-1 Enqvist batte Pioline 9-7 al quinto – dopo che Pioline aveva servito per il match Davis sul 5-3 – e poiché Edberg non poté giocare fu sostituito sul 2 pari da Kulti, con l’esito disastroso per i vichinghi che sapete.

Dopo una partita così importante e vinta a quel modo, Arnaud diventò una sorta di eroe nazionale perché in Francia la Coupe Davis è sempre stata un mito, fin da quando la vinsero a più riprese (sei consecutive dal ’27 al ‘32) i celebri moschettieri degli anni Venti, Cochet, Lacoste, Borotra e Brugnon, ai successi individuali dei quali si deve in pratica anche la nascita del Roland Garros. Chi meglio di Arnaud potrebbe esprimere le sue sensazioni su questa Coppa Davis dal momento che lui l’ha vinta e che al tempo stesso ha deciso di sponsorizzarla come Rolex di cui è il direttore internazionale della comunicazione?. Il giudizio che ne darà Rolex, tramite lui, sarà di sicuro molto importante. Rolex è sponsor di tutti gli Slam, di tutti i Masters 1000. Sono investimenti miliardari.

Di certo conteranno molto i dati delle audience televisive in tutto il mondo. Per quel che ne so, ad esempio, Supertennis – che però è evidentemente una briciola nel panorama televisivo internazionale – ha avuto ascolti soddisfacenti rispetto all’audience normale. Mi piacerebbe conoscere quelli della tv americana, australiana… e, perché no, quella cinese. Arnaud è venuto a chiedermi le mie impressioni, pro e contro, su questo evento. Lo avrà certo fatto con diversi dei colleghi più anziani. “Sono arrivato qui oggi, riparto domani…”, mi dice. Gli dico le mie, ma è inutile che io le ripeta perché i lettori di Ubitennis già le conoscono. Ne aggiungo una sola a quelle dette nei giorni scorsi, perché mi ci ha fatto riflettere il collega del Corriere dello Sport Massimo Grilli: Con questo format i giocatori come Djokovic e Nadal giocano sempre anche il doppio… prima non lo giocavano quasi mai. Ma ora è così più importante…”.

Tornando a Boetsch, mi interessano invece le sue di impressioni, perché le sue peseranno molto di più, Rolex non è uno sponsor da poco anche se lui mette le mani avanti: “Ho visto troppo poco per aver tutto chiaro in testa, ne riparleremo a fine evento, quando mi sarò consultato con tutti, ma così sulle prime mi pare che dovremmo puntare ad avere tre giorni in più per poterla gestire in modo diverso. Ribatto: “Se si avessero due settimane l’evento verrebbe ancor meglio…”. E aggiungo: “E magari a fine settembre…”. D’istinto, credo, Arnaud replica subito lì per lì: “Eh ma lì c’è la Laver Cup!”.

Penso tra me e me che per Rolex, basata a Ginevra così come lo stesso Boetsch e con Federer che ne è uno dei principali testimonial Rolex, quella settimana alla Laver Cup ormai non la toccherà più nessuno e di certo non si adopererebbe a farlo Boetsch e Rolex. Nel mentre avverto che Arnaud ha un attimo di disorientamento, mormora fra sé e sé: “The World Cup of tennis?”, come auto interrogandosi, quando nota con malcelato disappunto una serie di grossi banner pubblicitari sparsi ovunque – sono verdi attraversati da una banda diagonale rossa – dove c’è scritto a caratteri cubitali The World Cup of Tennis, mentre molto più piccola sulla sinistra compare una scritta Davis Cup.

Madrid, Finali Coppa Davis 2019 – The World Cup of Tennis

Le sue prime impressioni sono che “siamo in Spagna e si sente! Il tifo, il calore, le vibrazioni sono molto spagnole mentre si disperdono un po’ quelle degli altri Paesi. Non ci sono i tanti francesi di sempre – e Arnaud sa bene perché, come lo sanno anche i lettori di Ubitennis, c’è la grande contestazione targata ASEFTma anche i belgi, gli argentini. Si dovrà lavorare fortemente in comunicazione per riequilibrare le forze”.La caratteristica precipua della Coppa Davis, così come è stata per 119 anni, è sempre stata la grande partecipazione del pubblico di casa e la conseguente atmosfera. Qui la si avverte quando gioca la Spagna e soprattutto Rafa Nadal, perché lo stadio centrale si riempie. Negli altri duelli l’entusiasmo e il calore dei tifosi c’è sempre, ma è ovvio che anziché 10.000 persone ce ne sono 2.000 o 3.000, c’è differenza. Gli argentini erano un paio di migliaia, ieri.

Ma certo quando si è visto ieri mattina l’inizio del quarto di finale di Russia-Serbia, cominciato alle 10:30 anziché alle 11 come nei giorni scorsi (molta gente è stata presa in contropiede), con gli spalti semivuoti è presa un po’ di tristezza. Allo stadio Olimpico di Mosca ci sarebbero state 20.000 persone. Oltretutto il match è finito rapidamente perché Rublev ha dato un bel 6-1 6-2 a Krajinovic. Però per il match di Djokovic contro Khachanov (6-3 6-3), le tribune da 12.500 si sono parecchio riempite.

“Sono comunque rimaste delle radici della vecchia Coppa Davis, si sente che i giocatori si battono, hanno voglia di vincere, si impegnano al massimo una volta che si ritrovano sul campo. E quella è una priorità. Certo che sarebbe bello se ogni Paese avesse un sostegno maggiore, questo darebbe maggiormente l’impressione che non si è perso il DNA della vecchia Davis. Questo invece è ciò che mi manca al momento. Ci sono più spagnoli a guardare la Serbia che i serbi. Quando c’era un match di Davis c’era anche, oltre alla partecipazione in tribuna, anche quella della gente nella città che ospitava l’evento, sia dei locali, sia dei tifosi ospiti. Erano belle anche quelle piccole invasioni”.

Più tardi Arnaud, che ormai aveva saputo da me le impressioni che voleva conoscere, si è avvicinato ai colleghi francesi e si è messo a parlare con loro, in particolare con il collega dell’Equipe Frank Ramella cui devo altre risposte in aggiunta a quelle che Arnaud aveva già dato a me. “Se ti ricordi Malmoe… e tutto quell’entusiasmo. Qui martedì c’erano 400 persone fra francesi e giapponesi… non è la stessa cosa, ti viene da dire che non è un buon formato. La Marsigliese davanti a 7.000 persone che la cantano ti fa venire i brividi ed è ciò per cui di solito si gioca per il proprio Paese. Non avendo quel tipo di motivazione bisogna trovare modo di puntare su qualcos’altro. Ma che non sia troppo lontana…”.

Nicola Pietrangeli ha ribattezzato questa Coppa la “Dollar Cup“, secondo me come molti anziani un po’ troppo cinici e forse anche malpensanti. E sì che sono anziano anch’io… seppur non come lui. Boetsch deve essersi poi fatto scappare con i francesi il suo disagio nel leggere World Cup by Tennis invece che semplicemente Davis Cup, tant’è che a loro ha detto: “Io amo la Coppa Davis. La World Cup non la conosco ancora. Una Coppa del mondo nel tennis vorrebbe dire che c’è un fervore di tutti i Paesi presenti nella zona dove si gioca la Coppa, nella città (e qui ha ripetuto quel che mi aveva detto). Qui non è ancora così. La forza degli incontri a squadre era il nome della Coppa Davis, l’insalatiera, giocare per il proprio Paese, un pubblico caldo ed eccitato attorno agli incontri, all’albergo, in città. La World Cup di calcio è così….

“Hai conosciuto bene Gerard Piqué?”, gli chiede Ramella. “L’ho incontrato una volta. Il tennis lo conosce bene. Non ci siamo parlati sull’attuale formato. Lo si farà. L’argomento è delicato. Eravamo tutti d’accordo che bisognava far qualcosa per rilanciare la Davis. Siamo sulla buona strada? Onestamente non posso rispondere subito. Vedo cose interessanti e altre che mi fanno invece star male. Se si proseguisse completamente su questa direzione sbaglieremmo. Si dovrà certamente modificare delle cose. Piquè è un tipo intelligente, rifletterà. E anche la Federazione internazionale deve riflettere. È suo il trofeo”.

“Che cosa può cambiare ancora? C’è talmente tanto di quel denaro ancora…”. “Può succedere ancora di tutto. Se gli investitori e gli organizzatori decidessero di non sostenere più questo formato, tutto può essere ridiscusso. Per me e la gente che è con me è la storia della Coppa Davis a starci a cuore, la passione che l’ha sempre ispirata, che è stata vissuta da tutti i Paesi nel segno dell’eccellenza che ha sempre dimostrato sul campo. Perché tutto funzioni ci sono tanti parametri e qui ne mancano alcuni. Noi di Rolex siamo vigili. Il lato ‘perpetuo’ del tennis per noi è importante… se un grande pilastro della storia del tennis diventasse qualcosa di ibrido che non riconoscessimo più, ci faremmo delle domande, questo è sicuro.

Questo è quanto ha detto una persona che conta, per il suo passato e il suo presente, a me, a Ramella, a un paio di francesi. Ecco, devo dire che con me era stato più ottimista sul futuro, mentre con i francesi – che secondo me ha capito essere più maldisposti verso questa nuova Coppa Davis – si è mostrato leggermente più critico, sapendo che in Francia l’opinione pubblica, di cui l’ASEFT si fa interprete, è assai schierata contro questo formato. Essendo un uomo di comunicazione, Boetsch non poteva esprimersi diversamente.

In campo inglese ho sentito invece soprattutto colleghi che sono super scettici sull’ATP Cup. “Sarà un disastro” ha sentenziato Mike Dickson, forse anche perché i due giocatori presenti e titolari qui, Edmund n.69 e Evans n.42, non la giocano e da quel che ho capito neppure Norrie n.53. E dietro a loro c’è Andy Murray n.126 e poi il deserto! Infatti c’è Clarke 155 e nessuno altro top 200. Altri due soltanto fra i top 300, Broady 243 e Choinski 278. Poi Ward è 322, Draper 342, Penyston 360, Klein 381 e infine Hoyt valoroso n.400! Stamani i giapponesi di Rakuten, sponsor della Davis e una sorta di Amazon del Giappone se ho ben capito, hanno pensato bene di organizzare una conferenza stampa alle 10 (prima era alle 09:30) cui di sicuro io non prenderò parte visto che mentre scrivo sono le 03:45 del mattino e sono curioso di sapere quanti saranno i presenti.

Ciò anche se è vero che poco dopo inizia la semifinale più interessante, e probabilmente più equilibrata, fra Russia e Canada (ore 10:30), perché Rafa Nadal fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della Spagna contro la Gran Bretagna probabilmente orfana di un Andy Murray ancora non pronto, nonostante la pesante assenza di Bautista Agut dovuta alla morte del padre. Fervono le discussioni anche in casa ITF sui vari loghi. Inglesi e americani ne vorrebbero uno unico, Davis Cup, ma spagnoli e argentini premono perché – nel rispetto di 119 anni di storia – la si possa chiamare Copa Davis nei Paesi di lingua spagnola, e così naturalmente i francesi che non sopportano tutti gli anglicismi, vorrebbero continuare a chiamarla Coupe Davis. Insomma, ogni occasione per azzuffarsi sembra buona.

 

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