Wimbledon, (s)punti tecnici del giorno: day 1

(S)punti Tecnici

Wimbledon, (s)punti tecnici del giorno: day 1

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TENNIS – Prima puntata della rubrica tecnica a Wimbledon. Oggi analizziamo come cambia la tattica e il gioco sul verde: istruzioni per l’uso sull’erba londinese.

I match di primo turno andati in scena ieri sui campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, per gli amici Wimbledon, hanno avuto un andamento estremamente regolare, con la stragrande maggioranza dei favoriti che hanno vinto le loro partite secondo pronostico. Tecnicamente, quindi, non c’è stato granchè da approfondire, e in attesa dell’esordio dei big della parte bassa del tabellone maschile, e di quella alta del tabellone femminile, proviamo ad analizzare da un punto di vista più generale ciò che ci aspetta in queste due settimane di tennis sui prati.

Che il gioco su erba sia differente e peculiare rispetto a quello che si svolge su tutte le altre superfici è cosa nota, ma negli ultimi dieci anni la faccenda si è decisamente evoluta e modificata riguardo agli aspetti puramente tecnici ed esecutivi. Dividiamo, per esemplificare, quello che avviene prima dell’impatto con il colpo da quello che avviene dopo: la fase uno è costituita dalla ricerca della palla, dal footwork, dal backswing di preparazione; la fase due concerne quello che esce dalla racchetta, quindi la traiettoria, la rotazione e la velocità della palla, e il conseguente rimbalzo sul campo.

 

Fino all’inizio degli anni 2000, l’aspetto più importante, che faceva la differenza maggiore sui campi di erba, era la fase 2: grandi servizi, volée incisive con il taglio sotto, tutti i colpi con rotazione all’indietro e laterale (le esecuzioni slice, sia con i rimbalzi che con il servizio), e in generale una grande reattività e capacità di produrre colpi anticipati e poco liftati consentivano anche a giocatori relativamente pesanti e non mobilissimi di ottenere grandi risultati nei tornei sul “verde”. Questo avveniva per l’estrema rapidità, e bassissima restituzione dei rimbalzi, tipici dell’erba “classica”. Abbiamo quindi potuto vedere giocatori certamente esplosivi ed estremamente agili, oltre che chiaramente dotatissimi di manualità specialmente nel gioco di volo, vincere molto applicando la strategia del serve&volley, pur apparendo deficitari nel footwork da fondocampo. L’esempio più evidente di questo tipo di tennista è Boris Becker (così come Richard Krajicek, o Mark Philippoussis).

Ovviamente unire all’efficacia della combinazione servizio-volée anche la rapidità di piedi e l’esplosività e la coordinazione degli scatti brevi è ancora meglio, e qui l’esempio di campione da erba completo è Pete Sampras, ma si riusciva a specializzarsi e ad essere competitivi sui prati anche essendo degli “armadi” che basavano tutto sul talento nel tocco e sulla potenza muscolare, senza essere delle lepri nella copertura del campo, come appunto era Becker (il quale, aggiungendo il bonus di un’agilità da portiere di pallamano a rete, è stato per anni uno dei migliori a Londra).

Per i cosiddetti “arrotini” dell’epoca, che potevano anche essere “speedy gonzales” in difesa da fondocampo, nessuna speranza di eccellere su tale superficie: la loro fase 2, che produceva liftoni carichi di top-spin letali sulla terra rossa, non riusciva a “far male” agli avversari in nessun modo, la presa western era un autentico handicap sulle palle basse e sfuggenti rendendo impossibile passare e difendere in modo incisivo, e la disabitudine al gioco di volo era un “buco” tecnico incolmabile. Abbiamo così visto campioni del Roland Garros come Thomas Muster e Sergi Bruguera totalmente incapaci di esprimersi nello Slam londinese, incappando in sconfitte precoci, e arrivando perfino a disertare il torneo.

Come detto, dopo la “rivoluzione” dei manti erbosi di Wimbledon, che ha portato la superficie a una restituzione del rimbalzo molto maggiore, e a una conseguente ridotta efficacia dei colpi tirati con poca rotazione in top-spin, la fase 2 ha iniziato ad avere sempre minore peso nell’economia del gioco, perchè si è cominciato a riuscire a colpire bene anche con prese western, e ad essere efficaci anche con la pressione da fondocampo senza essere necessariamente costretti alla ricerca della rete il prima possibile.

A questo punto, e siamo arrivati ai giorni d’oggi, la vera differenza la fa la fase 1: in particolare, il footwork e la tecnica di approccio alla palla. Certamente l’erba rimane la superficie più rapida, dopo la scomparsa dei carpet indoor anni ’90, e aperture veloci e contenute, così come l’efficacia del servizio specialmente in slice, e la manualità nelle variazioni in back e nei tocchi a rete, sono qualità importanti e spesso decisive, vedi Roger Federer. Ma se si è capaci di arrivare ben coordinati sulla palla anche un gioco standard di potenza e top-spin da fondo, magari con qualche aggiustamento di ritmo e anticipo più che di esecuzioni vere e proprie, è tranquillamente sufficiente per vincere, come hanno dimostrato Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray.

Non a caso, i quattro giocatori appena citati, che si sono spartiti le ultime undici edizioni del torneo (7 Federer, 2 Nadal, 1 Djokovic e Murray), oltre a essere i campionissimi che sono, hanno in comune una perfetta tecnica degli spostamenti. Anche sull’erba, facilitati (o costretti) dalle caratteristiche che i campi hanno oggi, interpretano un tennis prevalentemente di spinta da fondocampo, più vario e propositivo di tutti Roger, ottimo nelle variazioni anche Andy, meno diversi rispetto al gioco abituale da terra e cemento Rafa e Nole: ma ognuno di loro è un esempio magnifico di coordinazione e rapidità di piedi.

Perchè l’erba potrà anche essere rallentata, e i rimbalzi più alti, quanto si vuole: rimangono comunque campi dove azzardare una scivolata significa nel migliore dei casi finire a gambe all’aria, e nel peggiore farsi male, dove il baricentro basso è imprescindibile, dove per chi si muove con falcate ampie ogni traiettoria subìta in contropiede è letale, e i baby-step (passetti numerosi e velocissimi) nell’approccio al colpo sono l’unica possibilità di rimanere coordinati e trasferire correttamente il peso sulla palla. Il migliore in assoluto da questo punto di vista è Andy Murray, anche Roger Federer è ottimo come coordinazione, i “maestri” del contrattacco e della tenuta da fondo Nadal e Djokovic rimangono eccellenti ma un piccolo gradino sotto, basando molto del gioco di gambe su potenza ed elasticità piuttosto che sulla rapidità e leggerezza dei passi.

Non è facile fare pronostici, quest’anno potrebbe vincere un giocatore a tutto campo, un attaccante, un muro da fondocampo: ma certamente, chi arriverà in fondo sarà uno che si sa muovere davvero bene, a prescindere da come e con quanta e quale rotazione colpisca la palla.

One-Handed Backhand appreciation corner

Ed è giunto il Tempo degli Eroi: dopo alterne fortune nella prima parte della stagione, nobilitata comunque dalla vittoria di Stan-The-Man in Australia, ma deficitaria sulla terra rossa – tolta la perla della one-handed final di Montecarlo, i Guerrieri della Luce si preparano a difendere il Santuario del Talento.

La speranza è che gli Illuminati della presa Eastern, che tanto bene si sono comportati nelle scaramuccie precedenti alla Grande Battaglia (l’Apprendista Bulgaro Grigor ha sconfitto lo Scudiero Iberico Feliciano al Queens, Feliciano che si è poi rifatto contro il Talento Transalpino Richard ad Easbourne, e il Vecchio Jedi Roger si è ripreso Halle) continuino a scatenare vincenti a tutto braccio lasciando andare il finale a una mano, libero ed elegante.

Oltre a loro attendiamo con ottimismo anche il Folletto Bavarese Philipp e il Soldatino Sovietico Mikhail, ci aspettiamo una prestazione degna del suo nome da Stan-The-Man, e crediamo che l’Airone Balcanico Ivo possa fare danni con il suo servizio.

Tra le donne, purtroppo l’erba non è adatta alla nostra Giovanna D’Arco della presa monomane Carla Suarez Navarro, ma nazionalisticamente confidiamo che lo slice di Roberta Vinci possa farsi valere sui prati.

Nelle prossime due settimane si farà la Storia: che la Forza accompagni e sostenga il polso d’acciaio di coloro che con coraggio si oppongono al dilagare della Barbarie Bimane, per loro stessi, e per tutti quelli che ostinatamente continuano a credere nella Luce della Redenzione per un tennis migliore.

 

 

 

 

 

 

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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