Wimbledon, (s)punti tecnici del giorno: day 1

(S)punti Tecnici

Wimbledon, (s)punti tecnici del giorno: day 1

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TENNIS – Prima puntata della rubrica tecnica a Wimbledon. Oggi analizziamo come cambia la tattica e il gioco sul verde: istruzioni per l’uso sull’erba londinese.

I match di primo turno andati in scena ieri sui campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, per gli amici Wimbledon, hanno avuto un andamento estremamente regolare, con la stragrande maggioranza dei favoriti che hanno vinto le loro partite secondo pronostico. Tecnicamente, quindi, non c’è stato granchè da approfondire, e in attesa dell’esordio dei big della parte bassa del tabellone maschile, e di quella alta del tabellone femminile, proviamo ad analizzare da un punto di vista più generale ciò che ci aspetta in queste due settimane di tennis sui prati.

Che il gioco su erba sia differente e peculiare rispetto a quello che si svolge su tutte le altre superfici è cosa nota, ma negli ultimi dieci anni la faccenda si è decisamente evoluta e modificata riguardo agli aspetti puramente tecnici ed esecutivi. Dividiamo, per esemplificare, quello che avviene prima dell’impatto con il colpo da quello che avviene dopo: la fase uno è costituita dalla ricerca della palla, dal footwork, dal backswing di preparazione; la fase due concerne quello che esce dalla racchetta, quindi la traiettoria, la rotazione e la velocità della palla, e il conseguente rimbalzo sul campo.

 

Fino all’inizio degli anni 2000, l’aspetto più importante, che faceva la differenza maggiore sui campi di erba, era la fase 2: grandi servizi, volée incisive con il taglio sotto, tutti i colpi con rotazione all’indietro e laterale (le esecuzioni slice, sia con i rimbalzi che con il servizio), e in generale una grande reattività e capacità di produrre colpi anticipati e poco liftati consentivano anche a giocatori relativamente pesanti e non mobilissimi di ottenere grandi risultati nei tornei sul “verde”. Questo avveniva per l’estrema rapidità, e bassissima restituzione dei rimbalzi, tipici dell’erba “classica”. Abbiamo quindi potuto vedere giocatori certamente esplosivi ed estremamente agili, oltre che chiaramente dotatissimi di manualità specialmente nel gioco di volo, vincere molto applicando la strategia del serve&volley, pur apparendo deficitari nel footwork da fondocampo. L’esempio più evidente di questo tipo di tennista è Boris Becker (così come Richard Krajicek, o Mark Philippoussis).

Ovviamente unire all’efficacia della combinazione servizio-volée anche la rapidità di piedi e l’esplosività e la coordinazione degli scatti brevi è ancora meglio, e qui l’esempio di campione da erba completo è Pete Sampras, ma si riusciva a specializzarsi e ad essere competitivi sui prati anche essendo degli “armadi” che basavano tutto sul talento nel tocco e sulla potenza muscolare, senza essere delle lepri nella copertura del campo, come appunto era Becker (il quale, aggiungendo il bonus di un’agilità da portiere di pallamano a rete, è stato per anni uno dei migliori a Londra).

Per i cosiddetti “arrotini” dell’epoca, che potevano anche essere “speedy gonzales” in difesa da fondocampo, nessuna speranza di eccellere su tale superficie: la loro fase 2, che produceva liftoni carichi di top-spin letali sulla terra rossa, non riusciva a “far male” agli avversari in nessun modo, la presa western era un autentico handicap sulle palle basse e sfuggenti rendendo impossibile passare e difendere in modo incisivo, e la disabitudine al gioco di volo era un “buco” tecnico incolmabile. Abbiamo così visto campioni del Roland Garros come Thomas Muster e Sergi Bruguera totalmente incapaci di esprimersi nello Slam londinese, incappando in sconfitte precoci, e arrivando perfino a disertare il torneo.

Come detto, dopo la “rivoluzione” dei manti erbosi di Wimbledon, che ha portato la superficie a una restituzione del rimbalzo molto maggiore, e a una conseguente ridotta efficacia dei colpi tirati con poca rotazione in top-spin, la fase 2 ha iniziato ad avere sempre minore peso nell’economia del gioco, perchè si è cominciato a riuscire a colpire bene anche con prese western, e ad essere efficaci anche con la pressione da fondocampo senza essere necessariamente costretti alla ricerca della rete il prima possibile.

A questo punto, e siamo arrivati ai giorni d’oggi, la vera differenza la fa la fase 1: in particolare, il footwork e la tecnica di approccio alla palla. Certamente l’erba rimane la superficie più rapida, dopo la scomparsa dei carpet indoor anni ’90, e aperture veloci e contenute, così come l’efficacia del servizio specialmente in slice, e la manualità nelle variazioni in back e nei tocchi a rete, sono qualità importanti e spesso decisive, vedi Roger Federer. Ma se si è capaci di arrivare ben coordinati sulla palla anche un gioco standard di potenza e top-spin da fondo, magari con qualche aggiustamento di ritmo e anticipo più che di esecuzioni vere e proprie, è tranquillamente sufficiente per vincere, come hanno dimostrato Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray.

Non a caso, i quattro giocatori appena citati, che si sono spartiti le ultime undici edizioni del torneo (7 Federer, 2 Nadal, 1 Djokovic e Murray), oltre a essere i campionissimi che sono, hanno in comune una perfetta tecnica degli spostamenti. Anche sull’erba, facilitati (o costretti) dalle caratteristiche che i campi hanno oggi, interpretano un tennis prevalentemente di spinta da fondocampo, più vario e propositivo di tutti Roger, ottimo nelle variazioni anche Andy, meno diversi rispetto al gioco abituale da terra e cemento Rafa e Nole: ma ognuno di loro è un esempio magnifico di coordinazione e rapidità di piedi.

Perchè l’erba potrà anche essere rallentata, e i rimbalzi più alti, quanto si vuole: rimangono comunque campi dove azzardare una scivolata significa nel migliore dei casi finire a gambe all’aria, e nel peggiore farsi male, dove il baricentro basso è imprescindibile, dove per chi si muove con falcate ampie ogni traiettoria subìta in contropiede è letale, e i baby-step (passetti numerosi e velocissimi) nell’approccio al colpo sono l’unica possibilità di rimanere coordinati e trasferire correttamente il peso sulla palla. Il migliore in assoluto da questo punto di vista è Andy Murray, anche Roger Federer è ottimo come coordinazione, i “maestri” del contrattacco e della tenuta da fondo Nadal e Djokovic rimangono eccellenti ma un piccolo gradino sotto, basando molto del gioco di gambe su potenza ed elasticità piuttosto che sulla rapidità e leggerezza dei passi.

Non è facile fare pronostici, quest’anno potrebbe vincere un giocatore a tutto campo, un attaccante, un muro da fondocampo: ma certamente, chi arriverà in fondo sarà uno che si sa muovere davvero bene, a prescindere da come e con quanta e quale rotazione colpisca la palla.

One-Handed Backhand appreciation corner

Ed è giunto il Tempo degli Eroi: dopo alterne fortune nella prima parte della stagione, nobilitata comunque dalla vittoria di Stan-The-Man in Australia, ma deficitaria sulla terra rossa – tolta la perla della one-handed final di Montecarlo, i Guerrieri della Luce si preparano a difendere il Santuario del Talento.

La speranza è che gli Illuminati della presa Eastern, che tanto bene si sono comportati nelle scaramuccie precedenti alla Grande Battaglia (l’Apprendista Bulgaro Grigor ha sconfitto lo Scudiero Iberico Feliciano al Queens, Feliciano che si è poi rifatto contro il Talento Transalpino Richard ad Easbourne, e il Vecchio Jedi Roger si è ripreso Halle) continuino a scatenare vincenti a tutto braccio lasciando andare il finale a una mano, libero ed elegante.

Oltre a loro attendiamo con ottimismo anche il Folletto Bavarese Philipp e il Soldatino Sovietico Mikhail, ci aspettiamo una prestazione degna del suo nome da Stan-The-Man, e crediamo che l’Airone Balcanico Ivo possa fare danni con il suo servizio.

Tra le donne, purtroppo l’erba non è adatta alla nostra Giovanna D’Arco della presa monomane Carla Suarez Navarro, ma nazionalisticamente confidiamo che lo slice di Roberta Vinci possa farsi valere sui prati.

Nelle prossime due settimane si farà la Storia: che la Forza accompagni e sostenga il polso d’acciaio di coloro che con coraggio si oppongono al dilagare della Barbarie Bimane, per loro stessi, e per tutti quelli che ostinatamente continuano a credere nella Luce della Redenzione per un tennis migliore.

 

 

 

 

 

 

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(S)punti Tecnici

Alta intensità a Indian Wells: Berrettini e Tsitsipas a tutto braccio [VIDEO]

Due ore di pallate tra Matteo e Stefanos, spettacolo di potenza sul campo di allenamento

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Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas, Indian Wells 2022 (foto Ubitennis)

da Indian Wells, il nostro inviato

Poche parole, tante immagini: il modo migliore di apprezzare il tennis, visto da vicinissimo, di due top-player. Nel primo pomeriggio californiano, Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas sono andati in campo sul “practice court 1” di Indian Wells, e hanno fatto divertire gli spettatori assiepati sulle tribune.
Vi documentiamo l’allenamento dei ragazzi con una serie di video esclusivi, da pochi metri: andiamo a goderceli in compagnia.

Palleggio dal centro, è sempre incredibile vedere come si muove un omone come Berrettini:

 

Sale il ritmo:

La palla schiocca, le scarpe fischiano:

Open stance piena, pallate una dietro l’altra:

Dall’altra parte della rete, non scherza nemmeno Stefanos:

Si comincia coi diagonaloni di dritto:

Matteo non si fa pregare, e in quattro botte costringe Tsitsipas alla steccata:

Si provano i colpi in chiusura, siamo verso la fine della sessione:

Per finire la carrellata, prima le cose belle di Stefanos col rovescio a una mano:

E poi la specialità di casa Berrettini, servizio e due drittoni:

Un gran bel pomeriggio di sport al massimo livello, tra il numero 5 e il numero 6 del mondo: la competizione sta appena iniziando, ma nel “Paradiso del tennis” le cose sono già interessantissime e appassionanti.
Per quello che abbiamo potuto vedere, anche parlandone un attimo con Matteo e Vincenzo Santopadre, il nostro miglior giocatore sembra stare bene, ha tirato senza paura, speriamo che possa disputare un buon torneo.

Spunti tecnici: il segreto del dritto di Berrettini
Spunti tecnici: Tsitsipas, forse abbiamo trovato un nuovo Airone

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Spunti tecnici: Sinner, decontrazione e scioltezza

Jannik è forse il miglior colpitore puro che il tennis italiano abbia mai visto. Velocità di palla altissima, fluidità totale

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Non era mai successo che il tennis azzurro contasse due giocatori contemporaneamente tra i primi 10 della classifica mondiale come accaduto fino alla settimana scorsa. Così come non era mai successo, tra gli italiani, quello che ha realizzato nel 2021 Jannik Sinner, 20 anni, ovvero vincere ben 4 tornei ATP in una stagione (i “250” di Melbourne, Sofia e Anversa, e il “500” di Washinghton, più una finale Masters 1000 persa a Miami). Il giovane ex sciatore della Val Pusteria sta vivendo, da ormai un paio d’anni, un percorso di progresso tecnico e tattico a tratti esaltante, meritatamente condito da vittorie di peso e una conseguente scalata verso i piani alti del nostro sport, dove ha raggiunto Matteo Berrettini, che sta facendo sognare i tifosi non solo nostrani.

La cifra del gioco di Sinner, tennista modernissimo come impostazione tecnico tattica, è la qualità del palleggio aggressivo da fondocampo. Dritto e rovescio di Jannik sono fucilate in costante accelerazione, con una capacità fenomenale di creare velocità di palla da ogni angolo del campo. Come ci riesce il nostro campione? Andiamo ad analizzarlo, ringraziando l’imprescindibile Vanni Gibertini per i video e le immagini originali ed esclusive di Ubitennis direttamente realizzate da Indian Wells nell’ottobre 2021. Iniziamo con un video rallentato, dove possiamo apprezzare due dritti e un rovescio.

Quello che salta subito all’occhio, oltre alla generale compostezza della postura e dell’equilibrio, è la facilità con cui Jannik fa scorrere la testa della racchetta attraverso la palla, senza perderne minimamente il controllo. Andando a osservare con attenzione alcuni “frame” tratti dallo stesso filmato, possiamo notare la caratteristica speciale degli swing di Sinner: il giocatore è talmente decontratto da far finire l’attrezzo praticamente nello stesso punto, ben alto e dietro le spalle, da cui ha iniziato il movimento a colpire.

 

Questa ampiezza dell’ovalizzazione non è un dettaglio peculiare di Jannik, è tecnica abbastanza standard, quello che risulta straordinario nel caso dell’azzurro è che di norma uno swing così sciolto, in gergo si direbbe “a tutto braccio”, viene “lasciato andare” così tanto nel momento in cui si vuole produrre un’accelerazione vincente, alla massima velocità possibile, con tutti i rischi di errore annessi. Sinner, invece, lo fa in ogni singolo colpo, botta dopo botta, mantenendo percentuali altissime di successo, ed è da questo che deriva la sensazione di ritmo impossibile da reggere che tanti dei suoi avversari hanno provato e poi raccontato dopo averlo affrontato.
Andando a vedere i frame, la stessa cosa avviene dal lato del rovescio.

Rovescio che è il colpo più naturale di Jannik, anche se a ben vedere i progressi degli ultimi tempi hanno portato anche il dritto a essere un’arma di pari efficacia. La caratteristica principale del colpo bimane di Sinner è l’estrema semplicità della preparazione, un “backswing” eseguito praticamente in linea, un po’ come nel caso di Daniil Medvedev. Molto differente rispetto, per esempio, all’ovalizzazione più “rotonda” di uno come Alexander Zverev, nessuna delle due tecniche esecutive è migliore o peggiore dell’altra, sono solo personalismi coordinativi. Vediamo il confronto qui sotto, con un’immagine di Sascha sempre da Indian Wells, la differenza di altezza della testa della racchetta all’apice del backswing è chiarissima.

La preparazione con ovalizzazione facilita un minimo l’accelerazione della testa della racchetta, che viene “aiutata” dal percorso bello tondeggiante che va a effettuare (come nel caso di praticamente tutti i dritti standard), mentre quella in linea, a patto di avere la scioltezza di braccia necessaria per far viaggiare l’attezzo, rende più semplice andare a impattare “attraversando la palla”, con poca rotazione, e altissima rapidità del colpo. Lo vediamo dall’inizio alla fine qui sotto.

L’intero movimento, dal backswing fino all’impatto, vede la testa della racchetta di Jannik che non va più in alto rispetto alla linea delle spalle, e non viene portata più in basso dei fianchi, rimanendo in un “binario” di poche decine di centimetri in verticale. L’accompagnamento finale, sempre composto e con la racchetta che segue la direzione della palla prima del già commentato, scioltissimo “wrap” (avvolgimento delle braccia) sopra la spalla opposta, conclude un’esecuzione a dir poco spettacolare.

Dal binario di cui sopra partono gli autentici treni, lungolinea e incrociati, con cui il rovescio di Sinner fa a fette il campo e di conseguenza gli avversari.
Riassumendo, con i fondamentali al rimbalzo, siamo davanti a una macchina lanciamissili che ha pochi eguali nel circuito, paragonabile a quello che era Tomas Berdych (ma con maggiori margini a mio avviso), e per quanto riguarda il rovescio, l’eccellenza è assoluta, al livello dei migliori di tutti, come i citati Zverev e Medvedev. Forse solo il bimane del grande Novak Djokovic, attualmente, potrebbe farsi preferire a quello di Sinner, ma per una questione di varietà tattica di soluzioni che deriva dall’esperienza del fuoriclasse, non certo per qualità tecnica in senso stretto.
A partire dallo scorso anno Jannik sta lavorando molto per migliorare il servizio, che è un colpo ben eseguito e che produce bella velocità, ma a volte tende a non ottenere sufficienti percentuali e angoli efficaci. Il problema (relativo, parlando di livelli simili) appare in gran parte risolto, certo Sinner è difficile che si trasformi in un bombardiere alla Berrettini, ma se riesce ad ottenere un congruo bottino di punti diretti, e negli altri casi a comandare lo scambio scatenando il pazzesco ritmo da fondo analizzato prima, va benissimo così. Lo vediamo qui sotto:

Esecuzione assolutamente corretta, ottimo impatto, si può notare che Sinner tende a rimanere molto verticale con relativa minore uscita dell’anca in avanti, e di conseguenza azione del piano delle spalle meno accentuata, ma anche qui siamo davanti a caratteristiche coordinative personali, quello che conta è la sensazione e la sicurezza nel colpo che può sentire solo il giocatore stesso. Nel corso dell’ultimo anno Jannik è passato dalla tecnica foot-up, cioè con il piede posteriore che fa un passo in avanti a raggiungere quello anteriore, a quella foot-back, con i piedi entrambi a terra in fase di caricamento. Di solito in questo modo si può regolarizzare il lancio di palla, e pare che per Sinner la cosa funzioni. Ormai le prime palle vanno spesso a 200 kmh e anche di più, le seconde non sono facili da aggredire, e oltre a questo ricordiamo che la fase di evoluzione tecnica del giocatore non è ancora conclusa. In ogni caso, è stata raggiunta l’elite del tennis mondiale, se poi immaginiamo ulteriori margini di miglioramento anche tattici, come la capacità di chiudere a rete con angoli e soprattutto tempi di esecuzione sempre più efficaci, il futuro non potrà che riservarci soddisfazioni che attendevamo tutti da una vita.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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