Dimitrov si libera di Murray, domani attacca Djokovic (Crivelli). Murray si arrende a Dimitrov, la rivoluzione avanza (Imarisio). Dimitrov manda a casa Murray, a Federer il derby con Wawrinka (Semeraro). Finalmente arrivano i giorni dei ragazzi degli anni Novanta (Giua)

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Dimitrov si libera di Murray, domani attacca Djokovic (Crivelli). Murray si arrende a Dimitrov, la rivoluzione avanza (Imarisio). Dimitrov manda a casa Murray, a Federer il derby con Wawrinka (Semeraro). Finalmente arrivano i giorni dei ragazzi degli anni Novanta (Giua)

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Dimitrov si libera di Murray, domani attacca Djokovic (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Di qui la tradizione, i mille trionfi, gli artigli dei vecchi leoni. Di là l’esuberanza della giovinezza, la fragrante esplosione di fresco talento, lo scalpitante ingresso nel tempio di nuovi adepti. Wimbledon scherza con il tempo e la storia, accostando ai monumenti dell’ultima decade le icone delle star di un futuro assai prossimo. Di qui, ci sono Federer e Djokovic, 27 Slam in due, di là irrompono Dimitrov e Raonic, la nouvelle vague tanto attesa. E Roger, da padre nobilissimo, benedice gli eventi: «E’ bello vedere che altre facce bussano alla nostra porta». Basta ombra Sono le semifinali dello scontro generazionale, del possibile stravolgimento o della conservazione dello status quo, del consolidamento delle certezze o dell’apoteosi della novità. I Fab Four, se mai sono esistiti da un anno a questa parte, si aggrappano all’eleganza erbivora dello svizzero e alla ferocia agonistica del guerriero serbo, ma perdono il campione in carica, l’uomo che aveva riportato un suddito di Sua Maestà sul trono di Londra 77 anni dopo Fred Perry. Addio a Andy Murray sotto lo sguardo raggelato del principe William e della consorte Kate, questo è il giorno di Dimitrov, che in un pomeriggio si scrolla di dosso l’ombra dell’eterno parallelo con Federer e il ruolo scomodo di fidanzato della tennista più glamour, quella Sharapova che non era in tribuna ma prima del match lo ha guardato negli occhi: «Vai e vinci». La sorpresa non è nell’epilogo, ma nel modo in cui matura. Tre set, in cui Grigor comanda sempre lo scambio da fondo e non dà mai possibilità allo scozzese di trasformare la difesa in offesa, il marchio di fabbrica. «Muzza» di suo ci mette 37 gratuiti, ma i colpi del bulgaro, in cui molti in tribuna sono convinti di avvertire lo stesso schiocco delle frustate di Re Roger, disegnano traiettorie luccicanti.

Prima semifinale Slam, ed è solo l’inizio: «Perché dovrei essere sorpreso da un successo così largo — sbotta Dimitrov a una domanda non gradita — io sono qui per vincere: sono stato paziente, concentrato su ogni punto, è una bella sensazione. Ora c’è Djokovic? Sarà una battaglia, ma posso battere anche lui». Scarpe nuove Griga non ha ancora perso quest’anno sull’erba, nove successi iniziati con il primo turno del Queen’s, ma Nole non è certo il tipo da sottrarsi alla sfida: «E’ giusto che i più giovani pensino di sostituirci ed è bello per il nostro sport, ma noi siamo ancora qui». Il numero due del mondo d’improvviso si trova a dover rimontare dopo un primo set da 27 minuti in cui in pratica Cilic non la vede mai, frustrato dal 46% di prime. Ma non appena il pupillo di Ivanisevic mette a posto la battuta, il match cambia vento e il pupillo di Becker (che affascinante sfida tra coach) non trova più la forza di imporre il ritmo da fondo, fino al dritto spacca tiebreak che manda il croato sul 2-1. Scivola, Nole, e non solo metaforicamente: al decimo volo sul prato ormai liso del Campo Uno, cambia scarpe e pure marcia. Gli ultimi due set sono senza storia, Novak torna padrone rimanendo un metro dentro il campo: «Nei primi tre set ho giocato male, poi ho chiuso gli occhi e mi sono detto che l’emozione di un quarto a Wimbledon è qualcosa di impagabile. E’ stata la scossa».

 

Trema la terra sotto le saette a duecento e passa all’ora dei giovani giganti Raonic e Kyrgios, ma non è soltanto un’esibizione di potenza fine a se stessa. Il canadese, sotto le cure di Piatti e Ljubicic, ha imparato ad usare il rovescio tagliato ed è molto più reattivo con i piedi. Certo, poi ci aggiunge 39 ace che dopo un primo set di pura adrenalina spengono gli ardori di Kyrgios, l’eroe greco d’Australia che ha fermato Nadal. Nick è stanco, di testa e di gambe, ma il suo torneo è l’illustrazione di una stella luminosissima: «Sono state le 24 ore più eccitanti della mia vita, anche il Primo Ministro mi ha fatto i complimenti sulla sua pagina Facebook». Milos, il montenegrino del Canada, altro notevole esempio di melting pot vincente, ora incrocerà le spade con Federer, il padrone del giardino, e qualcuno ci vede la replica di quella sfida del 2001 che segnò lo spartiacque tra l’epopea di Sampras e il sorgere dell’astro svizzero. Roger si impone nel derby con Wawrinka, che certo è appesantito dalla terza partita in tre giorni eppure si rende capace, nel primo set, di compilare 11 punti su 11 con la prima e di punire con il rovescio da fondo ogni tentativo di accelerazione del sette volte vincitore all’All England Club. Poi però è solo Federer (…)

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Murray si arrende a Dimitrov, la rivoluzione avanza (Marco Imarisio, Corriere della Sera)

Le rivoluzioni sono come i temporali d’estate. Non le vedi arrivare, non sono annunciate da nessun segno premonitore. Semplicemente appaiono. Il primo set giocato da Grigor Dimitrov contro Andy Murray è stato proprio questo, una epifania. Quel preciso momento in cui gli astri si allineano, e la combinazione di talento, fisico e testa trova una sintesi perfetta. Al cambio di campo dopo il 6-1 iniziale non c’è stato il consueto ruggito del Centre Court a favore del beniamino scozzese, campione uscente e ultima speranza locale di una estate sportivamente decente dopo i disastri del Mondiale di calcio. L’applauso di incoraggiamento è risultato timido, quasi spaesato. Non tirava aria di restaurazione, non questa volta. Si vedeva, e si sentiva. Troppo umilianti quei 25 minuti iniziali, troppo marcata la superiorità di «Grisha». Dopo molta vana attesa e altrettante prove di immaturità, il momento del piccolo Federer bulgaro, 23 anni, ormai più noto alle cronache per il fidanzamento con Maria Sharapova che per la sua classe sopraffina, era questo. Murray ha tentato di remare dal fondo nel secondo set, ma a ogni scambio, anche sulla sua prediletta diagonale di rovescio, perdeva terreno. L’ultima trincea è stata un tie-break perso di nervi. C’era ancora un set da giocare, ma la partita era ormai finita. Cambio della guardia, da lunedì lo scozzese retrocede allo posto della classifica mondiale. Se si ferma qui Dimitrov sarà numero 9, ma il futuro gli appartiene. La sconfitta di Rafa Nadal contro Nick Kyrgios non è stata il solito tributo pagato dallo spagnolo alle fatiche della terra rossa. Nel 2012 fu il bombardiere Lucas Rosol, nel 2013 addirittura Steve Darcis, un belga di retroguardia

Nel 2014 la beneficiata è andata in sorte al 19enne australiano di padre greco e madre malese, 9 mesi appena in meno di Gianluigi Quinzi, che esattamente un anno fa, come passa veloce il tempo e come cambiano le cose, lo aveva eliminato nei quarti di Wimbledon juniores lasciandogli solo 4 game. La sorpresa di lunedì sarà ricordata come la prima crepa nel muro dei Fab Four del tennis, che hanno rappresentato la più lunga dittatura del tennis moderno. Dal Roland Garros 2005 fino a oggi, Roger Federer, Nadal, Nole Djokovic e Murray, il Ringo Starr del quartetto, si sono spartiti 35 titoli del Grande Slam su 37, riducendo i loro coetanei al ruolo di vassalli. Poco importa se ieri l’estroverso Kyrgios non ha concesso la replica, perdendo in 4 set di tennis robotico contro Milos Raonic. Il canadese, classe 1990, alla prima semifinale Slam, sembra il più pronto del nuovo che avanza. Quel che conta davvero è la sua convinzione. E il modo in cui Nick e Grisha hanno preso a pallate i due mostri sacri. Con l’arroganza di chi sa che è giunto il tempo. Non hanno più paura. Non scendono in campo già battuti, come accadeva alla generazione precedente. Wimbledon 2014 rappresenta uno spartiacque. Anche a prescindere dal vincitore, che potrebbe ancora essere Federer, uscito bene dallo scontro fratricida con uno Stan Wawrinka durato solo un set, il primo, dove è stato reso migliore del suo attuale stato di forma dalla consueta e misteriosa pervicacia con la quale Sua Maestà gli ha giocato sul rovescio, il colpo migliore dell’altro svizzero. Oppure Djokovic, che ci ha messo 5 set per venire a capo del croato Marin Cilic, ex promessa del 1988 (…)

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Dimitrov manda a casa Murray, a Federer il derby con Wawrinka (Stefano Semeraro, La Stampa)

E’ proprio un’estate amara per i british, che dopo le umiliazioni nel calcio, nel rugby e nel cricket da ieri soffrono anche di Mal di Murray nel tennis: lo scozzese, campione uscente a Wimbledon, sotto gli occhi del principe William e della sua sposa Kate è stato superato nei quarti da Grigor Dimitrov (6-1 7-6 6-2), il fidanzato di Maria Sharapova che da lunedì diventerà il primo bulgaro ad entrare fra i top-10. In semifinale incontrerà Novak Djokovic, il numero 2 del mondo che ha rischiato di scivolare (anche per colpa delle scarpe) contro il croato Marin Cilic ma è uscito alla distanza (6-1 3-6 6-7 6-2 6-2) e se vincerà il torneo sorpasserà Nadal in vetta alla classifica. Torna in semifinale, la sua nona a Wimbledon, la 36esima nello Slam, anche Roger Federer che l’anno scorso era stato eliminato malamente al 2 turno dall’ucraino Stakhovsky: nel derby svizzero ha superato un esausto Wawrinka (3-6 7-6 6-4 6-4) e domani tenterà di domare il bombardiere canadese Milos Raonic, che ha avuto ragione (6-7 6-2 6-4 7-6) del killer di Nadal, il 19 enne australiano Kyrgios. Sara Errani e Roberta Vinci sono nei quarti in doppio, oggi dalle 14 le semifinali donne: Bouchard-Halep e Kvitova-Safarova.

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Finalmente arrivano i giorni dei ragazzi degli anni Novanta (Claudio Giua, repubblica.it)

Cambio della guardia. Due ragazzi degli anni ’90 venerdì in campo a Wimbledon nelle semifinali degli Championships: sono Grigor Dimitrov, classe 1991, e Milos Raonic, 1990. Tenteranno di fermare la loro corsa al titolo i fratelli maggiori Novak Djokovic, 1987, che affronterà il bulgaro, e Roger Federer, 1981, opposto al canadese. Se i Fab Four fossero i quattro amici al bar di Gino Paoli, potremmo cantare con lui che ai quarti di finale di Wimbledon erano rimasti in tre (fuori Nadal), alle semifinali in due (fuori Murray) e alla finale chissà. Non metto nemmeno in conto che né lo svizzero né il serbo venerdì passino il turno: sarebbe la prima volta dal 2003 che la prima domenica di luglio nella Centre Court non c’è uno del quartetto di protagonisti del tennis d’inizio Millennio. Non sono ancora pronto a tanto.

Non sapremo mai se i quotisti londinesi che 24 ore su 24 “valorizzano” i risultati sportivi (e non solo) siano tutti al pub a festeggiare o a casa loro, depressi. Dipende da quanti scommettitori alla vigilia dei quarti di finale avevano preferito non rischiare: i maggiori bookmaker quotavano alla pari o quasi i successi di oggi di Novak Djokovic su Marin Cilic e di Andy Murray su Grigor Dimitrov. Per ogni sterlina puntata, si sarebbero riscossi una sterlina e pochi penny. La davvero inimmaginabile eventualità che il croato, numero 29 al mondo, eliminasse il numero 2 avrebbe fruttato più di sei volte la posta. La vittoria del bulgaro, ATP 13, era quotata poco meno di 4 e, poiché si scommette su tutto, un suo successo addirittura in tre set era considerato ipotesi talmente peregrina da essere dato a 12. Invece Grigor, il più atteso e finora non pervenuto campione della generazione post-Djokovic e pre-Kyrgios, il ragazzo cresciuto nella Bulgaria meridionale che fa strage dei cuori più ambiti del circuito femminile e il cui gioco tanto somiglia a quello di Federer, è riuscito con un match perfetto a raggiungere per la prima volta in carriera la semifinale di uno Slam. Ha dominato fisicamente e tatticamente Murray, incapace di reagire nonostante la rassicurante presenza in tribuna del nuovo coach Amelie Mauresmo, infliggendogli una sconfitta memorabile: 6-1 7-6 6-2 in due ore precise.

Roger Federer e Novak Djokovic hanno sì faticato ad aver ragione di Stan Wawrinka e Marin Cilic, seppure meno di quanto i rispettivi risultati lasciano intuire. Ho seguito con molta attenzione il match di Roger, che venerdì giocherà la nona semifinale a Wimbledon in carriera. Mi sono un po’ allarmato quando ha lasciato il primo set (3-6) all’amico e compagno di Davis e nel secondo set non è riuscito fino al tie break ad averne ragione. Per 23 game Stan ha espresso un tennis al livello di quello che gli ha consentito di vincere lo Slam australiano in gennaio e di eliminare proprio Federer a Monte Carlo in aprile. Rovesci a tutto braccio. Servizi piazzati e potenti. Cross di diritto imprendibili. Roger si è limitato a contenere i danni. Poi lo svizzero numero 3 al mondo (il sette volte campione a Wimbledon è numero 4) s’è afflosciato, probabilmente per un malessere, pur continuando a ribattere palla su palla. Federer è invece andato via via rinfrancandosi, fino al 3-6 7-6 6-4 6-4 arrivato dopo due ore e 32 minuti.

Sul Court no. 1 Djokovic ha sofferto per due set – il secondo (3-6) e il terzo (6-7) – la buona forma del croato allenato da Goran Ivanisevic e le suole inadatte alla terra con poche tracce di erba a ridosso della linea di fondo. Con le scarpe nuove, ha lasciato le briciole a Cilic negli altri tre set, il primo (6-1) e gli ultimi due (6-2 6-2). Anche a Parigi un mese fa aveva impiegato 3 ore e 11 minuti per chiudere il match, a riprova che Marin è per lui un osso durissimo. Il serbo resta il mio favorito degli Championships 2014 per quanto ho visto sinora in campo, ma l’andamento peristaltico della prestazione di oggi sarà studiato nei particolari dal team di Dimitrov, che al contrario appare molto costante.

Inopinatamente “giocata” e tattica la partita tra Raonic e Kyrgios, l’altra che ho seguito tutt’intera. Come tutti, dall’australiano e dal montenegrino naturalizzato canadese mi aspettavo soprattutto servizi devastanti – la carta migliore di entrambi (e non sono mancati: 39 gli ace di Milos, 15 quelli di Nick) – e game brevissimi. Invece è stato un match con frequenti scambi prolungati e qualche tocco prezioso. Per esempio Raonic ha usato con costanza lo slice di rovescio, mentre Kyrgios ha spesso tentato – con meno fortuna di ieri con Nadal – di piazzare la palla di fino sia lungolinea sia incrociandola. Più volte il canadese ha chiuso sotto rete con deliziosi stop volley frutto del lavoro certosino di Ivan Ljubicic e Riccardo Piatti.

Il ragazzo di Canberra m’è sembrato a tratti più nervoso e meno convinto di ieri di potercela fare. Come dice Rod Laver, la pressione mediatica ha effetti anche sui più coriacei, se poco abituati ad attenzioni e richieste. Il montenegrino trapiantato in Canada ha invece la maturità necessaria per scalare il ranking e entrare nei primi cinque (di fatto, da stasera è già il numero 6). Ha giocato con grande sicurezza il tie break decisivo, una sorta di bigino del match. E’ finita 6-7 6-2 6-4 7-6. Per Federer non sarà facile trovare le contromisure.

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Djokovic, Melbourne in forse? (Pierelli, Bertellino, Rossi, Martucci). Giorgi vince a nervi tesi (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 20 ottobre 2021

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Djokovic, sì a Torino, Australia in forse «E’ ingiusto dirvi se sono vaccinato» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

 Il re ha parlato e ha fatto chiarezza. Sul suo futuro che, a cascata, coinvolge anche altri colleghi. Come per esempio il nostro Jannik Sinner che – era prevedibile, adesso è ufficiale – non potrà beneficiare dell’assenza del campione serbo nella corsa alle Atp Finals di Torino (14-21 novembre), dove è già qualificato invece Matteo Berrettini. Il 2021 del numero 1 del mondo, dunque, non si concluderà con la sconfitta più cocente della carriera. Le lacrime di New York, in premiazione a fianco di quel Daniil Medvedev che allo Us Open gli ha impedito di realizzare il Grande Slam che non si verificava dal 1969 (Rod Laver), non saranno l’ultima sua immagine di questo anno comunque strepitoso, in cui ha conquistato tre Major, raggiungendo a quota 20 Roger Federer e Rafa Nadal. Djokovic, parlando con il quotidiano serbo Blic, è stato chiaro sul suo finale di stagione: «Giocherò Parigi-Bercy, le Atp Finals di Torino e la coppa Davis. Ho appena ripreso in mano la racchetta, starò ancora a Belgrado questa settimana, poi lascerò la Serbia per dedicarmi più intensamente agli allenamenti». Non altrettanto chiaro, invece, il programma per l’anno prossimo. Lui è il Signore di Melbourne dall’alto dei suoi nove titoli (record), ma l’Australlan Open quest’anno rischia di non vedere l’uomo che più di ogni altro ha lasciato il segno nel down-under. I suoi dubbi sono legati alla vaccinazione contro il Covid e alla politica molto stringente del governo australiano per prevenire i contagi. Lo Stato del Victoria al momento ha reso obbligatoria la vaccinazione per tutti gli atleti australiani e non è ancora chiaro se gli sportivi stranieri dovranno presentare il “green pass” oppure no. «Non so se sarò a Melbourne. Al momento la situazione non è affatto favorevole. Stante così le cose, penso che saranno in tanti a pensarci bene prima di decidere se andare o meno agli Australian Open. Io vorrei esserci, è lo Slam in cui ho ottenuto più successi, amo questo sport e sono motivato. Sto monitorando la situazione assieme al mio manager. Se ho capito bene, Tennis Australia prenderà una decisione tra un paio di settimane. Nella scorsa edizione ci sono state tante restrizioni e stanno cercando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non. Vedremo cosa succederà». Nole ha anche affrontato un altro tema scottante, quello del vaccini. Non ha rivelato se si e sottoposto all’inoculazione oppure no. E poi si è sfogato. «Non ho intenzione di rendere pubblica una questione così privata come quella della mia vaccinazione. Credo che non sia neanche giusto chiederlo, è una domanda inappropriata, non solo a me, ma a chiunque. Poi qualunque sia la mia risposta, la gente ne farebbe l’uso che vuole: da parte dei media ci sono troppe speculazioni su di me che mi danno fastidio. Non solo nello sport, ma in generale. E io non voglio essere coinvolto in questa sorta di guerra dei vaccini. Siamo arrivati a discriminare le persone, se decidono in autonomia in un senso o nell’altro». 

Djokovic: «Australia? Dipende dalle condizioni» (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Novak Djokovic non vuole alimentare polemiche circa la questione vaccini ma intanto lo fa non svelando l’arcano. Vaccinato o meno? Al quotidiano serbo “Blic” ha detto di non avere ancora deciso se partecipare o meno al prossimi Australian Open: «Se ho capito bene, il governo e Tennis Australia prenderanno le decisioni definitive tra due settimane. Quest’anno ci sono state tante restrizioni e so che Tennis Australia sta tentando di migliorare le condizioni di tutti i giocatori, vaccinati e non – ha precisato – per questo, non so ancora se giocherò in Australia. Ci sono troppe speculazioni da parte dei media. Per questo ultimamente non ho parlato molto, perché ognuno poi fa delle interpretazioni legate a ciò che avevo detto un anno fa. Non solo nello sport, ma in generale, sono molto deluso della discordia che si è creata tra vaccinati e non vaccinati. Trovo sia orribile discriminare qualcuno per il fatto che voglia vaccinarsi o meno». Ha poi svelato i suoi piani di fine stagione: «Starò ancora a Belgrado per qualche settimana, poi mi concentrerò sugli allenamenti in vista di Parigi Bercy, delle Finals e della Coppa Davis».

Nole, il vaccino non vale uno Slam: “Non so se andrò a Melbourne” (Paolo Rossi, La Repubblica)

Lui apre le acque. O fa da spartiacque. Quando parla Novak Djokovic non si rimane mai indifferenti. Con lui non esiste il grigio: è nero, o è bianco. L’ultimo caso riguarda gli Australian Open 2022: saranno ammessi solo i vaccinati e lui, che sul tema ha avuto posizioni a dir poco controverse, ha già fatto sapere che se queste sono le condizioni non andrà a difendere il titolo. Era in silenzio da New York. Bisognoso di sbollire, decantare, digerire la sconfitta più amara della sua carriera. Sacrosanto. Intanto, ci si chiedeva che programmi avesse. L’altro ieri ha ripreso la racchetta, e ha preso la parola. In un’intervista al quotidiano serbo Blic ha detto che giocherà Bercy, le Atp Finals a Torino e la Coppa Davis. E ha anche scavallato l’anno. «Per il 2022 i miei obiettivi rimangono i tornei del Grande Slam e le competizioni con la Serbia. Sono questi gli eventi che mi interessano di più». Fin qui tutto prevedibile, poi il contropiede. «Non so se giocherò gli Australian Open, il mio manager è in contatto con Melbourne. Vediamo cosa decidono come protocolli di sicurezza». Il Covid. Il problema che fa impazzire il n. 1 del tennis mondiale. «Vengono fatte speculazioni su cose che ho detto oltre un anno fa. Mi sembra che stiamo discriminando, troppa divisione tra vaccinati e non. E non si può, solo perché qualcuno decide in un senso o nell’altro. Sono deluso dalla società, dal modo in cui si parla della pandemia. E circolano parecchie notizie che poi non sono vere». Vi starete chiedendo: Djokovic è vaccinato? Guai a domandarglielo. «È una questione privata, secondo la legge si può perseguire chi pone la questione. Se uno risponde “Non l’ho ancora fatto, non so, ci sto pensando”, i media ne abusano». Gli Australian Open lo porranno comunque di fronte a un bivio. Se parteciperà senza quarantena vorrà dire che è vaccinato. Se sarà concessa una deroga, i non vaccinati dovranno fare comunque la quarantena e dunque la loro condizione sarà palese. Se sceglierà di non andare lascerà dubbi e polemiche.

Nole no vax, l’Australia non lo vuole (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Controcorrente o rivoluzionario, viziato o testardo, cattivo maestro o paladino della libertà, coerente o irresponsabile? Camminando come un equilibrista sul filo sospeso nel vuoto delle misure anti-Covid, Novak Djokovic si candida agli aggettivi più disparati appena dichiara ai media della sua Serbia: «Per come stanno oggi le cose non so ancora se andrò a Melbourne». È un attacco diretto al governo australiano che, per bocca del premier dello stato del Victoria, Daniel Andrews, ha dichiarato: «Non credo che un tennista non vaccinato otterrà un visto per entrare nel paese, e se lo ottenesse probabilmente dovrebbe essere messo in quarantena per almeno due settimane». È un doppio segnale che il numero del tennis, a voce alta, lancia al mondo: con una reazione tanto dura e perentoria vuole dimostrare di aver assorbito la batosta degli Us Open, e nello stesso tempo apre la strada a un compromesso da definire dietro le quinte da qui a due settimane. «Il mio manager, che è in contatto con la Tennis Australia, mi dice che stanno cercando di migliorare le condizioni per tutti, vaccinati e no». Perché Nole l’imposizione del vaccino proprio non l’accetta e la quarantena nemmeno, l’ha sperimentata: «Dopo la quarantena è più facile infortunarsi, ci sono tanti esempi che lo confermano». Sogna una scappatoia come agli Us Open, dov’è rimasto fuori dalla bolla che protegge tutti i colleghi. Ma insiste: «Non rivelerò se sono stato vaccinato o meno. È una questione privata e un’indagine inappropriata. La gente si spinge troppo oltre nel prendersi la libertà di fare domande e giudicare una persona. Se ne approfittano sia se rispondi sì o no, o forse o ci sto pensando». Del resto, se facciamo un passo indietro, il 20 aprile dell’anno scorso Djokovic lanciava la crociata no-vax: «Personalmente sono contrario alla vaccinazione e non vorrei essere costretto da qualcuno a prendere un vaccino per poter viaggiare per i tornei». Stroncato dai social, il 6 giugno s’è schierato nettamente contro la bolla degli US Open: «Dovremmo dormire in hotel vicini all’aeroporto ed essere testati due o tre volte alla settimana. Potremo essere accompagnati da una sola persona. È semplicemente impossibile, è un protocollo estremo». L’8 giugno insieme al fratello Djordje ha organizzato fra Belgrado e Zara il torneo di beneficenza Adria Tour, ha fatto baldoria in discoteca a torso nudo insieme a diversi colleghi e ha dovuto chiudere l’evento anzitempo, con le positività di 8 persone, fra cui Dimitrov, Coric e Troicki, lui stesso e la moglie Jelena.

Giorgi vince a nervi tesi. Sinner-Musetti, il derby (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Penso che una partita così Camila Giorgi non la giochi mai più. A Tenerife, nonostante un warning, un penalty point e due penalty game, la numero 1 italiana è riuscita a battere 7-6(4) 3-6 6-4 Aliona Bolsova, moldava naturalizzata spagnola che si è presentata in campo con i capelli tinti d’azzurro. Giorgi si innervosisce subito, riceve un’ammonizione dopo una discussione con papà Sergio, ma comunque vince il primo set. In controllo del secondo, sul 3-0, le chiamate del giudice di linea e di sedia, che si possono definire discutibili, fanno infuriare Camila. L’azzurra perde un punto come penalità per un’altra protesta poi, su un’altra palla data buona all’avversaria ma apparsa fuori, lancia la racchetta verso la rete rischiando di colpire un ballboy. Essendo la terza infrazione al regolamento, Giorgi perde il game. Cederà anche il set. Nel terzo, la scena si ripete sul 5-3 15-30. Il giudice di sedia non giudica fuori un colpo di Bolsova, che sembra decisamente out, Giorgi chiama il supervisor, ritarda la ripresa del gioco e per la seconda volta perde un game come forma di penalità Al prossimo turno affronterà la montenegrina Danka Kovinic. Ad Anversa, invece, c’è grande attesa per il derby tra Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Due anni fa i due giovani azzurri disputavano l’incontro più atteso delle prequalificazioni per gli Internazionali BNL d’Italia 2019. Il carrarino arrivò a un punto dal successo e dal main draw, ma alla fine vinse Sinner. Oggi si sfideranno per la prima volta in un torneo ATP.

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Crivelli). Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Piccardi). Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Guerrini)

La rassegna stampa di martedì 19 ottobre 2021

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Berrettini qualificato alle Finals. Sinner rischia, opzione Milano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Quando, nell’aprile 2019, Torino venne scelta come 15a città della storia a ospitare le Atp Finals di fine anno, il mantra recitato fino allo sfinimento riguardava la possibilità che, realizzata la favola di portare in Italia il più importante torneo dopo gli Slam, si potesse pure avverare il desiderio di veder qualificato un italiano. In quel momento, il nostro miglior giocatore era Fognini, fresco vincitore a Montecarlo e numero 12 del ranking, quindi una carta più che concreta. Ma prevedere che due anni e mezzo dopo Matteo Berrettini, un giovane di belle speranze allora 55′ del mondo, sarebbe diventato il primo finalista azzurro di sempre a Wimbledon, un solidissimo top ten, il volto iconico del nostro tennis e dunque uno dei protagonisti più attesi del Masters, attraversava forse i confini dell’immaginazione.

 

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La classifica che somma i risultati stagionali e qualifica per le Finals, lo rendono inattaccabile da qualunque rientro da dietro e quindi il suo nome si aggiunge a quelli di Djokovic, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev, che il biglietto lo avevano già strappato. Un approdo che rappresenta il degno coronamento di un’annata fantastica per Berrettini, certamente illuminata dal meraviglioso cammino ai Championships ma ancorata a una continuità di risultati solo graffiata da un paio di fastidiosi infortuni: vittoria a Belgrado e al Queen’s, su un prato che ci aveva sempre respinto, finale al Masters 1000 di Madrid, quarti al Roland Garros e agli Us Open dove ha sempre incrociato Djokovic.

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Adesso potrà dedicarsi a Vienna (dove rientrerà la prossima settimana dopo la precoce eliminazione di Indian Wells) e a Parigi Bercy proprio nell’ottica di rodare la condizione tecnica e fisica in vista di Torino, senza ovviamente perdere d’occhio l’opportunità di consolidare la classifica Atp (è a meno di 1000 punti dal quinto posto) e confermare lo status ormai acclamato di superstella del circuito. I tornei a venire, invece, rivestiranno un’importanza capitale per le ambizioni di qualificazione di Sinner, con la premessa che in quei giorni di aprile di due anni fa l’altoatesino era numero 314 del mondo e quindi vederlo adesso lottare per le Finals ne certifica lo straordinario valore. La sua rincorsa si è complicata dopo il successo di Norrie a Indian Wells, perché il britannico lo ha scavalcato e l’attuale 11′ posto non gli garantirebbe il pass nemmeno con la rinuncia, peraltro sempre più improbabile, di Djokovic. Jannik è testa di serie numero uno ad Anversa, un torneo 250 fac-simile per tabellone a quello di Sofia vinto a inizio ottobre, dove dopo il bye attende al secondo turno il vincitore tra Musetti e Mager. Andare più avanti possibile in Belgio è un imperativo, prima dello snodo probabilmente decisivo di Vienna, che per qualità degli iscritti più che un 500 assomiglia a un 1000 in formato ridotto vista la presenza di Tsitsipas, Zverev, Berrettini e dei rivali più pericolosi nella Race, Ruud e Hurkacz, nonché dell’arrembante Norrie. Ma i tifosi italiani potranno comunque emozionarsi per Sinner, che ha già confermato di voler giocare le Next Gen Finals a Milano, di cui è formalmente ancora campione in carica, se non si qualificherà per Torino.

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Sorpresa Norrie, si complica la rincorsa di Sinner alle Finals (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Dalle porte girevoli dell’attico dei tennis entra Hubert Hurkacz (n. 10) ed esce, dopo 968 settimane, Roger Federer (una prece). Il Master 1000 di Indian Wells, con i suoi campi lenti e una stanchezza diffusa che ha favorito outsider e sorprese, è stato un piccolo terremoto. Ha vinto il britannico Cameron Norrie, 26 anni, inglese alla larga come Emma Raducanu: è nato in Sudafrica da papà scozzese e mamma gallese, è cresciuto in Nuova Zelanda- (una violenta rapina a Johannesburg, quando Cameron aveva 3 anni, convinse i genitori a traslocare a Auckland), ha studiato all’Università del Texas, tiene casa e-residenza a Putney, non lontano da Wimbledon, Londra sudovest, e tanto basta per considerarlo un suddito di sua maestà la regina. Da ieri Norrie è il nuovo numero 16 del ranking e, grazie ai mille punti intascati nel deserto californiano, ha scavalcato Jannik Sinner (che a Indian Wells è uscito agli ottavi con Taylor Fritz, killer pure di Matteo Berrettini) nella Race verso le Atp Finals di Torino: l’inglese si e installato al decimo posto davanti all’altoatesino, che nella foga di inseguire Ruud e Hurkacz non si e accorto che Norrie lo stava superando a destra, senza mettere la freccia. Con i primi cinque della classifica già qualificati — Djokovic che ha confermato la presenza a Torino sia per il Master che per la Davis, Medvedev, Tsitsipas, Zverev e Rublev —, Berrettini che dovrà blindare la settimana prossima all’Atp 500 di Vienna il biglietto per le Finals e Nadal fuori gara (ha già detto che tornerà nel 2022), restano quattro giocatori in un fazzoletto di 420 punti.

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Il titolo di Anversa, ampiamente alla sua portata, non basterà a Sinner per salire sul treno per Torino: dopo Vienna sarà l’ultimo Master 1000 della stagione, Parigi Bercy, a decidere la grande rincorsa per le Atp Finals. Per Jannik, con quattro titoli stagionali e una classifica stellare alle soglie del paradiso del tennis, comunque andrà sarà stato un successo (rimane da decidere tra Next Gen a Milano e l’Atp 25o di Stoccolma, ma son dettagli).

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Intervista ad Adriano Panatta- Le Finals di Panatta- “E fatevi una risata!” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Adriano Panatta non può restare fermo. Non riesce. Magari haun problema con la noia Ma non può ferrmarsi. L’ultima idea, presentata ieri, è “Adriano Panatta Racquet Club” a Treviso, dove ormai si è stabilito e si è sposato ll tennis resta nella sua vita, è la sua vita. Anche per questo motivo commenterà le Alp Finals di Torino su Tuttosport. Panatta, ci racconti questa sua nuora avventura. Perché Racquet Club, nome aubb e che rimanda al A CHIAMARSI MASTER «I Io visto una foto e mi è piaciuto, suonava bene, poi c’è anche il padel e non soltanto il tennis. C’era questo vecchio circolo da rimettere a posta Ne ho parlato con il mio amico Philippe Donnet e con Marco Bonamigo e abbiamo pensato potesse venirne fuori qualcosa di bello Abbiamo comprato il circolo all’asta e abbiamo effettuato un lavoro di ricostruzione completa, più che di ristrutturazione. L’idea è che un circolo debba fare il circolo. Niente di più. Un luogo con una grande missione da svolgere. Deve offrire occasioni di incontro e mettere tutti a proprio agio. Un circolo in cui socializzare, condividere, stare bene. Non ci sono solo campi, ma due palestre, una spa, il bar, il ristorante dove scoprire l’offerta enogastronimica del territorio, piscina. Un posto diverso comodo ed elegante». Perché adesso, nella sua vita? «Perché dopo la pandemia si avverte la necessità di fare, ripartire. E a me piace molto lavorare, ne sono stato assorbito. Mi piace la competizione. Poi vivo a Treviso, mi sono sposato, qui ho trovato la mia dimensione. E’ il mio modo di dire grazie a tutta la comunità per avermi fatto sentire a casa in questi anni. Direi che sono un trevigiano de Roma o un romano de Treviso.

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Che rapporto ha con la memoria? È il momento i parlare dells Atp Finals, delle sue Atp Finals, 1975. «Io non ricordo nemmeno i risultati delle mie partite. Spesso mi sbaglio, a volte telefono a Paolo Bertolucci o ad altri amici perché colmino certi buchi. Davvero, ho un rapporto pessimo con la memoria. Del Master a Stoccolma ricordo però che stavo male, avevo un problema fisico per il quale subito dopo mi sono fatto operare. Ricordo il dolore. E penso del resto che avrei meritato di più di giocarlo nel 1976. Avevo vinto Roma, il Roland Garros… Ma per la Davis avevo giocato meno tornei. Le regole erano bizzarre, ora sono cambiate, mal’Atp è sempre bizzarra».

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Senza Federar e Nadal, cos voci che si susseguono sulla presenza o meno di Djokovic, a Torino sarà l’inizio di una nuova? «Adesso può vincere chiunque. E il corso della stagione lo sta dimostrando. Io dico che Torino merita di vedere Djokovic. Tsitsipas forse è il più dotato della nuova generazione, ma nemmeno lui riesce a vincere con continuità. Sarà difficilissimo si ripeta un’era simile a quella di Nadal e Federer. Non è come loro, Djokovic. E lo dimostra il seguito di pubblico, il pubblico è sensibile. Roger e Rafa sono straordinari anche fuori dal campo, non hanno mai sbagliato neppure una dichiarazione». Siamo in presenza del rinascimento dell’ltalia con la racchetta. Le sue impressioni? «Penso che il mondo sia bizzarro. C’è stato un momento in cui avevamo 3-4 tenniste al top mondiale, Pennetta, Schiavone Vinci, Errani. Ora c’è solo la Giorgi, ma abbiamo una serie di grandi giocatori. Mi spiace, piuttosto, che Fognini abbia vinto meno di quanto avrebbe potuto con quel suo tennis di talento e fantasia. Berrettini se sta bene può battere tutti e vincere ovunque. Ma deve essere al 100% fisico, non ha margini Mi ricorda qualcuno… Sinner ha vent’anni sta maturando, bisogna concedergli tempo, ma ha qualità notevolissime. Sonego è un lottatore con mentalità senza pari. Musetti ha bisogno di tempo. F unmondo strano, uno sarebbe potuto diventare anche un grande sciatore, uno è di Roma, un altroè di Torino. Non è che siano emersi per una scuola, ma grazie a maestri che li hanno seguiti fin dai primi passi o quasi. Del resto è ovunque così.

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Lei ha sempre catturato l’attenzione. In campo, in tv, al cinema. Come le è venuto in mente il cameo nel films “La profezia dell’armadillo quells frase sul suono del colpo piatto? L’ormai famoso pof pof? «Non è mia, ma del mio amico Domenico Procacci, titolare di Fandango. Io non avevo voglia, sono andato a girare a Fiumicino senza avere un’idea. ïl “pof pof “è suo, poi ci ho messo le considerazioni, l’idea del mio tennis, legato alla vita. Io non recito, faccio me stesso. Sempre».

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II suo tennis eri ricco di personaggi. Adesso latitano sin po’. Perché? «Si è persa del tutto l’ironia Nel tennis, poi, sono tutti parte di un sistema. Tantissimi giocano molto bene e tirano fortissimo. Fortunatamente adesso è tornata un po’ la palla corta, è tornato il back, i giocatori hanno capito finalmente la necessità di variare. Però, io resto sempre colpito quando vedo l’angolo del giocatore. Una squadra intera: coach, preparatore, psicologo, fisioterapista. Tutti seri, spesso in apprensione E mi dico: “e fatevela una risata”. Ci resto male, non mi diverto»

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Rassegna stampa

Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex Carlos Moya per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Piccardi)

La rassegna stampa di lunedì 18 ottobre 2021

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Intervista a Flavia Pennetta: “Contro Ivanovic e il mio ex per la Hall of Fame. Temevo una bufala invece la merito” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

All’eterna ragazza di Brindisi è sempre piaciuto mettere il naso davanti alle altre. Prima tennista italiana della storia a entrare nelle top lo della classifica mondiale (agosto 2009), prima n.1 del ranking in doppio (febbraio 2011), unica ad aver conquistato un titolo Slam sia in singolare (Us Open 2015) che in coppia (Australian Open 2011 insieme all’argentina Dulko).

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Flavia, comincia la campagna elettorale per farsi votare dal tifosi (vote.tennisfame.com) e dal comitato della Hall of Fame presieduto da Stan Smith. «E qui iniziano i guai: mio padre Oronzo dice che sono una pessima politica, e ha ragione. Io sto mandando messaggi agli amici, userò Instagram, vedo tanti appassionati di tennis italiani entusiasti, mi colpisce l’attenzione mediatica data alla notizia. Va bene, tutto fa brodo per mantenere alta la visibilità rispetto agli altri candidati».

Passiamo in rassegna rivali. Cara Black e Lisa Raymond non sembrano pericolose. Molto di più lo è Ana Ivanovic, sposata con l’ex calciatore tedesco Schweinsteiger, attivissima sui social.

«Insieme a Serena Williams, la mia bestia nera, peraltro. Non riuscivo a capire dove tirasse, mi mandava ai matti. Cinque confronti, tra singolare e doppio, e cinque sconfitte da Wimbledon 2005 a Miami 2014. Che rabbia…».

E poi i due uomini da battere: gli spagnoli Carlos Moya, suo ex oggi coach di Rafa Nadal, e Juan Carlos Ferrero. «Scontrarmi con Moya è buffo, mi fa ridere: sarà un osso duro perché con Rafa è rimasto nel circuito e gode di grande visibilità. Ferrero mi impensierisce di meno».

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Qualcuno le aveva messo una pulce nell’orecchio? «Macché. È stata una sorpresa totale. Ricevo una mail da Stan Smith: ciao Flavia, mi dai Il tuo numero di telefono? Penso a una bufala, ma dopo un controllo scopro che è tutto vero!».

Perché i membri della Hall of Fame dovrebbero votarla (short list entro fine anno, ammissione nel 2022)? «Ho dato anima e corpo al tennis, mi sono divertita rispettando sempre le avversarie, ho avuto una carriera bellissima, terminata con una vittoria Slam a 33 anni. Penso di aver regalato qualcosa, in termini di risultati ed emozioni, al mio sport».

Le piace il suo sport, oggi? Per la quinta stagione consecutiva i quattro Slam hanno avuto quattro regine diverse: «A me non piace. Quello che sta succedendo, questa fortissima discontinuità, a mio parere non è un bene per il tennis. Ai miei tempi non sarebbe mai potuto succedere che una ragazzina partita dalle qualificazioni, come Emma Raducanu a New York, vincesse uno Slam. Le atlete al top facevano troppa differenza. C’è qualcosa che non va. Manca il carisma, così il tennis femminile è più difficile da vendere».

Il declino dello strapotere di Serena Williams ha aperto la porta a chi è più in forma. «Le giovanissime, Raducanu e Fernandez, è tutto da dimostrare che si confermino. Una regina Slam non può sparire nel nulla. Io non sono mai stata tra le superstar però sono durata ad alto livello quindici anni, e Francesca Schiavone idem».

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Kim Cljisters, 38 anni e tre figli, è tornata a giocare. In questo tennis così fluido non cl sarebbe spazio anche per Flavia Pennetta?

«Noooo. Capisco la voglia di riprovarci, perché l’adrenalina del match non la ritrovi più da nessuna parte. Io non avrei più la forza mentale per stare in campo. Sta per arrivare il terzo figlio, che è l’ultimo. Mi ha fatto sorridere il tweet di Andy Roddick: nella Hall of Fame deve entrare la Pennetta perché resiste al fianco di suo marito Fabio Fognini, un risultato straordinario!».

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