Kvitova a Wimbledon: le ragioni del bis

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Kvitova a Wimbledon: le ragioni del bis

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TENNIS AL FEMMINILE – Campionessa di Wimbledon 2011, dopo quel torneo Petra Kvitova si era persa ad alti livelli negli Slam. Il ritorno al successo dopo tre anni ha sorpreso molti osservatori: cosa è accaduto nell’ultimo periodo e come ha fatto a tornare al vertice?

Quando sabato Petra Kvitova ha alzato per la seconda volta in carriera il Rosewater Dish dopo una partita giocata al limite della perfezione, la domanda più frequente è stata questa: “Perché una tennista capace di simili prestazioni ha dovuto aspettare tre anni per rivincere uno Slam?”

Prima di provare a rispondere vorrei fare una premessa. Questa rubrica esce alcuni giorni dopo gli articoli che si occupano dei tornei a caldo, con immediatezza. Da una parte è uno svantaggio perché non si può competere in termini di tempestività; dall’altra però si ha l’opportunità di conoscere le interpretazioni che vengono proposte dai media. Per quanto riguarda la vicenda di Petra Kvitova, ho notato la tendenza a spiegare il suo ritorno ai vertici in modo un po’ schematico: spesso evidenziando un unico, determinante intervento che sarebbe stato decisivo per farle recuperare il miglior tennis.

 

Avete presente il meccanismo delle fiabe in cui la bella addormentata viene risvegliata magicamente da un solo bacio? Ecco, direi che c’è chi ha provato a raccontare la vicenda di Petra in questi termini. Cito un paio di esempi.
C’è chi ha parlato dell’aiuto di uno psicologo dello sport che avrebbe finalmente rimesso a posto il delicato equilibrio della ritrovata campionessa. Peccato che Kvitova abbia dichiarato che si consulta con lui fin dal 2010.
C’è chi ha parlato di una dieta pre-Wimbledon che avrebbe consentito di recuperare la condizione fisica perduta: ma i progressi vanno datati all’inverno scorso, come si deduce da un qualsiasi filmato di inizio 2014.

Individuare un solo tema e farne il perno della questione è un modo di affrontarla molto accattivante. Il meccanismo della fiaba è antico ma sempre seducente: un bacio salvifico (un unico, decisivo intervento), e il risveglio è compiuto. Ma corrisponde alla vita reale? In realtà nella maggior parte dei casi i miglioramenti sono frutto di processi a lungo termine; e la maturazione, o il recupero, sono determinati da tanti elementi che si sommano in tempi diversi.

Nel 2011 Wimbledon era stato per Kvitova l’apice di una prima parte di stagione condotta ad altissimi livelli e le sette partite di Londra avevano rappresentato lo zenit di uno stile di gioco estremo, in cui l’eccezionale numero di vincenti era determinato da un tennis difficilissimo. Potenza, precisione, reattività, convinzione, tenute mentale: per giocare così, tutto doveva essere al massimo.
Di quel meccanismo straordinario, la parte che per prima si era inceppata era stata quella mentale. Dopo quel successo Petra non era più l’outsider spensierata, a cui nessuno chiedeva nulla, e per la quale tutto quello che veniva era in più. Dopo Wimbledon si era cominciato a parlare di lei come della futura numero uno, era improvvisamente diventata un soggetto da prima pagina, ambita dai media. Con il senno di poi possiamo dire che Kvitova non era pronta per quella nuova condizione.
Già la vittoria del Masters a fine anno venne ottenuta con modalità diverse: frammenti di partita straordinari alternati ad altri deficitari. Alti e bassi costituiti da game vinti e persi in serie, in modo sconcertante.

Poi c’è stato anche il calo fisico: piccoli infortuni, malattie frequenti, l’asma, la difficoltà a giocare nelle giornate calde. In parte questi limiti si conoscevano già, altri sono diventati evidenti allora.
Nel 2012 è arrivato anche il sovrappeso, che per due stagioni è risultato un handicap ulteriore. O meglio: è tornato il sovrappeso, perché la Kvitova teen-ager del 2009 (capace di sconfiggere a Flushing Meadows la numero uno del mondo Safina) non era certo filiforme.
Infine ci sono stati anche i problemi tecnici, legati probabilmente alle cattive condizioni generali e forse determinati anche dal tentativo di “strafare”, cercando di ovviare con il solo braccio alle altre mancanze. Si è innescato un circolo vizioso, e così i risultati successivi non sono più stati all’altezza del 2011.
Ma Kvitova negli ultimi mesi è stata capace di invertire il trend negativo e di ritrovare il suo tennis migliore.
Provo ad elencare alcuni punti significativi del suo rilancio.

1) Il recupero della forma fisica
Nell’ambito di un team che non ha mai cambiato la guida tecnica (David Kotyza la segue come coach da quando è entrata nel circuito WTA) Kvitova ha fatto ricorso a diversi preparatori atletici.
Il conto preciso l’ho perso: credo abbia cambiato tre, o forse quattro, trainer. Anche comprensibilmente, visto che in alcuni momenti la sua forma era gravemente deficitaria.
Finalmente all’inizio del 2014 Petra si è presentata in buone condizioni: dimagrita, di nuovo rapida e veloce (per i suoi standard). A gennaio alla prima partita ufficiale a Sydney ha lasciato un solo game ad una giocatrice  ostica e tenace come Christina McHale, e poi ha vinto un match davvero convincente contro Lucie Safarova.
Tutto risolto? No, perché a Kvitova mancava una autentica sicurezza sul piano mentale e tecnico. Le incertezze sono emerse agli Australian Open, con la sconfitta subita da Kumkhum in un match in cui, di tutti i progressi mostrati la settimana prima, l’unico confermato era la buona condizione fisica di base. Per avere una reale solidità anche negli altri aspetti ci sarebbe voluto ancora tempo.

2) La risalita tecnica

– I progressi al servizio
Il servizio è il colpo fondamentale del gioco di Kvitova. Per poter condurre una partita con i ritmi adeguati al suo fisico, ha assolutamente bisogno di servire bene, in modo da ottenere un sufficiente numero di cheap point che le consentano di tirare il fiato durante il match ed essere così pronta e reattiva quando gli scambi si prolungano. Se invece dal servizio ottiene poco, ed è obbligata a lottare su ogni quindici, a lungo andare la sua lucidità ne risente.
La Kvitova di Wimbledon 2010 – 2011 serviva in modo più veloce e più efficace rispetto alle due edizioni successive (2012 – 2013). Nel 2014 in battuta è tornata quella di tre anni fa, se non perfino meglio. Questa tabella relativa alle partite londinesi lo dimostra:

Tab 1 servizio Kvitova

Per recuperare il miglior servizio, il percorso nel 2014 è stato lungo e non lineare: partite buone alternate a cattive. Nei momenti peggiori degli anni passati, a Petra era venuto a mancare perfino lo slice ad uscire da sinistra. C’è stato un periodo in cui i rari ace li otteneva soprattutto con il servizio da destra ad uscire, ed erano più il frutto della sorpresa dell’avversaria che della qualità del colpo in sé.
Quest’anno ha cominciato a giocare sempre meglio lo slice, e a limitare i doppi falli nei momenti importanti (ad esempio sulle palle break). Poi ha aumentato l’incisività della seconda palla e, da ultimo, ha ritrovato efficacia nei servizi centrali. Può sembrare strano perché per altre giocatrici il colpo centrale risulta la soluzione più semplice, ma a mio avviso è il contrario per Kvitova. A quel punto, Petra è tornata ad avere tutte le armi a disposizione: servizi potenti, lavorati, angolati, al corpo; e una ottima seconda palla: un arsenale degno di una vera giocatrice.

– I colpi in movimento
Una buona condizione atletica non significa ancora giocare bene; è indispensabile, ma non è sufficiente. Formidabile colpitrice da ferma, negli ultimi tempi Petra ha cominciato a ritrovare la coordinazione tecnica ideale anche per colpire bene in corsa; sono ritornati i back difensivi di rovescio (che negli anni di crisi funzionavano pochissimo), eseguiti con sempre maggiore reattività. E se purtroppo nel suo Wimbledon 2014 abbiamo visto meno volèe rispetto a tre anni fa, due cose della Kvitova di quest’anno secondo me sono superiori a quella del 2011:

a) la rapidità nel back di rovescio
Considerate le sue possibilità, è stata fulminea in alcune difese contro Mona Barthel, come in due rovesci slice nel più bello scambio della finale contro Bouchard.

b) i colpi al rimbalzo in avanzamento.
Questo era un suo limite “storico”: nella cavalcata del 2011 alcuni clamorosi errori erano venuti nel colpire al rimbalzo correndo in avanti. Nel torneo appena concluso, invece, ha sbagliato raramente; credo sia da una parte l’effetto della maggiore capacità nell’abbassare il baricentro sul rovescio; e dall’altra il frutto   dell’aggiunta di più topspin al dritto. Il tutto riuscendo mantenere una sufficiente compostezza nell’esecuzione.

3) La tenuta mentale
Ricordate la Kvitova ondivaga che aveva stabilito il record di partite giocate in tre set nel 2013? Era arrivata a livelli tali, che aveva cominciato a circolare la definizione di “P3tra” a sottolinearne graficamente la tendenza.
La solidità mentale è stato l’ultimo aspetto recuperato per tornare al massimo.
Dopo l’eliminazione choc di gennaio in Australia, Kvitova ha passato un periodo di estrema fragilità mentale nei momenti chiave dei match. Nelle ultime settimane prima di Wimbledon il gioco era chiaramente progredito, eppure  mancava sempre il killer instinct.
Al Roland Garros in occasione della sconfitta contro Kuznetsova, nel terzo set Petra era arrivata a servire per il match, ma si era fatta brekkare (a zero, se non ricordo male). Ad Eastbourne contro Safarova conduceva per 6-1 5-4 e servizio: aveva mancato match point e invece di chiudere con un tranquillo 6-1, 6-4 aveva finito per perdere il game e poi anche il set per 5-7 (avrebbe vinto al tiebreak del terzo).
Ritrovarsi ad un passo dalla vittoria testimoniava che il gioco era cresciuto, ma la convinzione andava rafforzata.

Un primo importante salto di qualità si è avuto nella partita di esordio di Wimbledon contro Andrea Hlavackova. Avanti 5-3 con il servizio a disposizione, sono “puntualmente” arrivati i primi break point sulla sua battuta. Ma al contrario che nei match dei tornei precedenti, Petra ha saputo servire al meglio e vincere il set. Il secondo si sarebbe concluso 6-0. Tenuta sui punti chiave del primo set e massima concentrazione anche nel secondo: un bel progresso rispetto alla “P3tra” distratta e inaffidabile del 2013.
Idem contro Mona Barthel. Risultato: nessun turno di servizio perso nelle prime due partite. Non ho la certezza assoluta, ma mi pare che due partite di fila senza cedere il servizio non fosse mai riuscita a metterle insieme nel 2012 o nel 2013.

Probabilmente nel terzo incontro contro Venus Williams si è avuta la svolta definitiva. Un match da erba con una tale prevalenza dei servizi da farlo apparire più maschile che femminile: un solo break per parte per il 5-7, 7-6, 7-5. Petra si è trovata anche a due punti dalla sconfitta, ma ne è uscita servendo alla grande.
Una partita che ha elettrizzato il centrale e in cui il “testa a testa” così equilibrato ha finito per tirare fuori da ciascuna delle due contendenti risorse che forse neppure loro pensavano di possedere; un match davvero degno di due passate campionesse di Wimbledon.
Magari sbaglio, ma visto come sono andate le cose, credo che non solo sia stata la miglior partita del torneo femminile, ma forse anche quella che ha stabilito chi il torneo lo avrebbe vinto.

Tutto quello che è venuto dopo è stato in discesa; senza però dimenticare la difficile partita disputata in uno stadio distratto e svuotato di energie (subito dopo l’eccitazione di Kyrgios vs Nadal) contro una giocatrice anomala ed estremamente combattiva coma Zahlavova Strychova. Per una volta meno efficace in battuta, Petra si è letteralmente rifiutata di andare al terzo set a colpi di controbreak nel momento decisivo: 6-1, 7-5. A mio avviso Kvitova si è presentata all’atto conclusivo contro Bouchard avendo complessivamente giocato il miglior tennis. A quel punto, quindi, la vera incognita era proprio mentale: la pressione della finale le avrebbe giocato qualche brutto scherzo?
Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

Conclusione fuori tema
Oggi mi prendo la libertà di una conclusione fuori tema. Spero che mi perdonerete, ma penso che farei male a non parlarne. Kvitova ha vinto il torneo, Bouchard ha raggiunto la sua prima finale, Safarova finalmente una semifinale Slam. Ma secondo me c’è stata un’altra protagonista che è uscita ingigantita da Wimbledon. Mi riferisco a Venus Williams: a 34 anni ha fatto vedere cosa è ancora in grado di fare una giocatrice della sua classe.
Ha dato una risposta a tutti quelli che, quando non era ancora riuscita a convivere al meglio con la sua malattia (e giocava brutti match), scrivevano articoli accorati suggerendole che forse era venuto il momento di ritirarsi, evitando così di sciupare la sua immagine. A chi voleva farle il “funerale sportivo” prima del tempo, Venus ha dimostrato che le capacità e l’orgoglio di una grande campionessa non vanno mai sottovalutati.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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