Kvitova a Wimbledon: le ragioni del bis

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Kvitova a Wimbledon: le ragioni del bis

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TENNIS AL FEMMINILE – Campionessa di Wimbledon 2011, dopo quel torneo Petra Kvitova si era persa ad alti livelli negli Slam. Il ritorno al successo dopo tre anni ha sorpreso molti osservatori: cosa è accaduto nell’ultimo periodo e come ha fatto a tornare al vertice?

Quando sabato Petra Kvitova ha alzato per la seconda volta in carriera il Rosewater Dish dopo una partita giocata al limite della perfezione, la domanda più frequente è stata questa: “Perché una tennista capace di simili prestazioni ha dovuto aspettare tre anni per rivincere uno Slam?”

Prima di provare a rispondere vorrei fare una premessa. Questa rubrica esce alcuni giorni dopo gli articoli che si occupano dei tornei a caldo, con immediatezza. Da una parte è uno svantaggio perché non si può competere in termini di tempestività; dall’altra però si ha l’opportunità di conoscere le interpretazioni che vengono proposte dai media. Per quanto riguarda la vicenda di Petra Kvitova, ho notato la tendenza a spiegare il suo ritorno ai vertici in modo un po’ schematico: spesso evidenziando un unico, determinante intervento che sarebbe stato decisivo per farle recuperare il miglior tennis.

 

Avete presente il meccanismo delle fiabe in cui la bella addormentata viene risvegliata magicamente da un solo bacio? Ecco, direi che c’è chi ha provato a raccontare la vicenda di Petra in questi termini. Cito un paio di esempi.
C’è chi ha parlato dell’aiuto di uno psicologo dello sport che avrebbe finalmente rimesso a posto il delicato equilibrio della ritrovata campionessa. Peccato che Kvitova abbia dichiarato che si consulta con lui fin dal 2010.
C’è chi ha parlato di una dieta pre-Wimbledon che avrebbe consentito di recuperare la condizione fisica perduta: ma i progressi vanno datati all’inverno scorso, come si deduce da un qualsiasi filmato di inizio 2014.

Individuare un solo tema e farne il perno della questione è un modo di affrontarla molto accattivante. Il meccanismo della fiaba è antico ma sempre seducente: un bacio salvifico (un unico, decisivo intervento), e il risveglio è compiuto. Ma corrisponde alla vita reale? In realtà nella maggior parte dei casi i miglioramenti sono frutto di processi a lungo termine; e la maturazione, o il recupero, sono determinati da tanti elementi che si sommano in tempi diversi.

Nel 2011 Wimbledon era stato per Kvitova l’apice di una prima parte di stagione condotta ad altissimi livelli e le sette partite di Londra avevano rappresentato lo zenit di uno stile di gioco estremo, in cui l’eccezionale numero di vincenti era determinato da un tennis difficilissimo. Potenza, precisione, reattività, convinzione, tenute mentale: per giocare così, tutto doveva essere al massimo.
Di quel meccanismo straordinario, la parte che per prima si era inceppata era stata quella mentale. Dopo quel successo Petra non era più l’outsider spensierata, a cui nessuno chiedeva nulla, e per la quale tutto quello che veniva era in più. Dopo Wimbledon si era cominciato a parlare di lei come della futura numero uno, era improvvisamente diventata un soggetto da prima pagina, ambita dai media. Con il senno di poi possiamo dire che Kvitova non era pronta per quella nuova condizione.
Già la vittoria del Masters a fine anno venne ottenuta con modalità diverse: frammenti di partita straordinari alternati ad altri deficitari. Alti e bassi costituiti da game vinti e persi in serie, in modo sconcertante.

Poi c’è stato anche il calo fisico: piccoli infortuni, malattie frequenti, l’asma, la difficoltà a giocare nelle giornate calde. In parte questi limiti si conoscevano già, altri sono diventati evidenti allora.
Nel 2012 è arrivato anche il sovrappeso, che per due stagioni è risultato un handicap ulteriore. O meglio: è tornato il sovrappeso, perché la Kvitova teen-ager del 2009 (capace di sconfiggere a Flushing Meadows la numero uno del mondo Safina) non era certo filiforme.
Infine ci sono stati anche i problemi tecnici, legati probabilmente alle cattive condizioni generali e forse determinati anche dal tentativo di “strafare”, cercando di ovviare con il solo braccio alle altre mancanze. Si è innescato un circolo vizioso, e così i risultati successivi non sono più stati all’altezza del 2011.
Ma Kvitova negli ultimi mesi è stata capace di invertire il trend negativo e di ritrovare il suo tennis migliore.
Provo ad elencare alcuni punti significativi del suo rilancio.

1) Il recupero della forma fisica
Nell’ambito di un team che non ha mai cambiato la guida tecnica (David Kotyza la segue come coach da quando è entrata nel circuito WTA) Kvitova ha fatto ricorso a diversi preparatori atletici.
Il conto preciso l’ho perso: credo abbia cambiato tre, o forse quattro, trainer. Anche comprensibilmente, visto che in alcuni momenti la sua forma era gravemente deficitaria.
Finalmente all’inizio del 2014 Petra si è presentata in buone condizioni: dimagrita, di nuovo rapida e veloce (per i suoi standard). A gennaio alla prima partita ufficiale a Sydney ha lasciato un solo game ad una giocatrice  ostica e tenace come Christina McHale, e poi ha vinto un match davvero convincente contro Lucie Safarova.
Tutto risolto? No, perché a Kvitova mancava una autentica sicurezza sul piano mentale e tecnico. Le incertezze sono emerse agli Australian Open, con la sconfitta subita da Kumkhum in un match in cui, di tutti i progressi mostrati la settimana prima, l’unico confermato era la buona condizione fisica di base. Per avere una reale solidità anche negli altri aspetti ci sarebbe voluto ancora tempo.

2) La risalita tecnica

– I progressi al servizio
Il servizio è il colpo fondamentale del gioco di Kvitova. Per poter condurre una partita con i ritmi adeguati al suo fisico, ha assolutamente bisogno di servire bene, in modo da ottenere un sufficiente numero di cheap point che le consentano di tirare il fiato durante il match ed essere così pronta e reattiva quando gli scambi si prolungano. Se invece dal servizio ottiene poco, ed è obbligata a lottare su ogni quindici, a lungo andare la sua lucidità ne risente.
La Kvitova di Wimbledon 2010 – 2011 serviva in modo più veloce e più efficace rispetto alle due edizioni successive (2012 – 2013). Nel 2014 in battuta è tornata quella di tre anni fa, se non perfino meglio. Questa tabella relativa alle partite londinesi lo dimostra:

Tab 1 servizio Kvitova

Per recuperare il miglior servizio, il percorso nel 2014 è stato lungo e non lineare: partite buone alternate a cattive. Nei momenti peggiori degli anni passati, a Petra era venuto a mancare perfino lo slice ad uscire da sinistra. C’è stato un periodo in cui i rari ace li otteneva soprattutto con il servizio da destra ad uscire, ed erano più il frutto della sorpresa dell’avversaria che della qualità del colpo in sé.
Quest’anno ha cominciato a giocare sempre meglio lo slice, e a limitare i doppi falli nei momenti importanti (ad esempio sulle palle break). Poi ha aumentato l’incisività della seconda palla e, da ultimo, ha ritrovato efficacia nei servizi centrali. Può sembrare strano perché per altre giocatrici il colpo centrale risulta la soluzione più semplice, ma a mio avviso è il contrario per Kvitova. A quel punto, Petra è tornata ad avere tutte le armi a disposizione: servizi potenti, lavorati, angolati, al corpo; e una ottima seconda palla: un arsenale degno di una vera giocatrice.

– I colpi in movimento
Una buona condizione atletica non significa ancora giocare bene; è indispensabile, ma non è sufficiente. Formidabile colpitrice da ferma, negli ultimi tempi Petra ha cominciato a ritrovare la coordinazione tecnica ideale anche per colpire bene in corsa; sono ritornati i back difensivi di rovescio (che negli anni di crisi funzionavano pochissimo), eseguiti con sempre maggiore reattività. E se purtroppo nel suo Wimbledon 2014 abbiamo visto meno volèe rispetto a tre anni fa, due cose della Kvitova di quest’anno secondo me sono superiori a quella del 2011:

a) la rapidità nel back di rovescio
Considerate le sue possibilità, è stata fulminea in alcune difese contro Mona Barthel, come in due rovesci slice nel più bello scambio della finale contro Bouchard.

b) i colpi al rimbalzo in avanzamento.
Questo era un suo limite “storico”: nella cavalcata del 2011 alcuni clamorosi errori erano venuti nel colpire al rimbalzo correndo in avanti. Nel torneo appena concluso, invece, ha sbagliato raramente; credo sia da una parte l’effetto della maggiore capacità nell’abbassare il baricentro sul rovescio; e dall’altra il frutto   dell’aggiunta di più topspin al dritto. Il tutto riuscendo mantenere una sufficiente compostezza nell’esecuzione.

3) La tenuta mentale
Ricordate la Kvitova ondivaga che aveva stabilito il record di partite giocate in tre set nel 2013? Era arrivata a livelli tali, che aveva cominciato a circolare la definizione di “P3tra” a sottolinearne graficamente la tendenza.
La solidità mentale è stato l’ultimo aspetto recuperato per tornare al massimo.
Dopo l’eliminazione choc di gennaio in Australia, Kvitova ha passato un periodo di estrema fragilità mentale nei momenti chiave dei match. Nelle ultime settimane prima di Wimbledon il gioco era chiaramente progredito, eppure  mancava sempre il killer instinct.
Al Roland Garros in occasione della sconfitta contro Kuznetsova, nel terzo set Petra era arrivata a servire per il match, ma si era fatta brekkare (a zero, se non ricordo male). Ad Eastbourne contro Safarova conduceva per 6-1 5-4 e servizio: aveva mancato match point e invece di chiudere con un tranquillo 6-1, 6-4 aveva finito per perdere il game e poi anche il set per 5-7 (avrebbe vinto al tiebreak del terzo).
Ritrovarsi ad un passo dalla vittoria testimoniava che il gioco era cresciuto, ma la convinzione andava rafforzata.

Un primo importante salto di qualità si è avuto nella partita di esordio di Wimbledon contro Andrea Hlavackova. Avanti 5-3 con il servizio a disposizione, sono “puntualmente” arrivati i primi break point sulla sua battuta. Ma al contrario che nei match dei tornei precedenti, Petra ha saputo servire al meglio e vincere il set. Il secondo si sarebbe concluso 6-0. Tenuta sui punti chiave del primo set e massima concentrazione anche nel secondo: un bel progresso rispetto alla “P3tra” distratta e inaffidabile del 2013.
Idem contro Mona Barthel. Risultato: nessun turno di servizio perso nelle prime due partite. Non ho la certezza assoluta, ma mi pare che due partite di fila senza cedere il servizio non fosse mai riuscita a metterle insieme nel 2012 o nel 2013.

Probabilmente nel terzo incontro contro Venus Williams si è avuta la svolta definitiva. Un match da erba con una tale prevalenza dei servizi da farlo apparire più maschile che femminile: un solo break per parte per il 5-7, 7-6, 7-5. Petra si è trovata anche a due punti dalla sconfitta, ma ne è uscita servendo alla grande.
Una partita che ha elettrizzato il centrale e in cui il “testa a testa” così equilibrato ha finito per tirare fuori da ciascuna delle due contendenti risorse che forse neppure loro pensavano di possedere; un match davvero degno di due passate campionesse di Wimbledon.
Magari sbaglio, ma visto come sono andate le cose, credo che non solo sia stata la miglior partita del torneo femminile, ma forse anche quella che ha stabilito chi il torneo lo avrebbe vinto.

Tutto quello che è venuto dopo è stato in discesa; senza però dimenticare la difficile partita disputata in uno stadio distratto e svuotato di energie (subito dopo l’eccitazione di Kyrgios vs Nadal) contro una giocatrice anomala ed estremamente combattiva coma Zahlavova Strychova. Per una volta meno efficace in battuta, Petra si è letteralmente rifiutata di andare al terzo set a colpi di controbreak nel momento decisivo: 6-1, 7-5. A mio avviso Kvitova si è presentata all’atto conclusivo contro Bouchard avendo complessivamente giocato il miglior tennis. A quel punto, quindi, la vera incognita era proprio mentale: la pressione della finale le avrebbe giocato qualche brutto scherzo?
Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

Conclusione fuori tema
Oggi mi prendo la libertà di una conclusione fuori tema. Spero che mi perdonerete, ma penso che farei male a non parlarne. Kvitova ha vinto il torneo, Bouchard ha raggiunto la sua prima finale, Safarova finalmente una semifinale Slam. Ma secondo me c’è stata un’altra protagonista che è uscita ingigantita da Wimbledon. Mi riferisco a Venus Williams: a 34 anni ha fatto vedere cosa è ancora in grado di fare una giocatrice della sua classe.
Ha dato una risposta a tutti quelli che, quando non era ancora riuscita a convivere al meglio con la sua malattia (e giocava brutti match), scrivevano articoli accorati suggerendole che forse era venuto il momento di ritirarsi, evitando così di sciupare la sua immagine. A chi voleva farle il “funerale sportivo” prima del tempo, Venus ha dimostrato che le capacità e l’orgoglio di una grande campionessa non vanno mai sottovalutati.

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WTA, protagoniste del 2021: Barty, Kenin e Muguruza

Primo articolo di riepilogo della stagione appena conclusa attraverso le vicende di alcune delle principali protagoniste. In positivo, ma anche in negativo

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Ashleigh Barty, conferma al vertice
Nelle ultime stagioni WTA i nomi e le protagoniste si sono succeduti con grande varietà: titoli e successi sono stati appannaggio di un notevole numero di giocatrici, in un quadro di insieme in cui a regnare sovrani sono stati incertezza ed equilibrio. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di altre fasi storiche nelle quali poche giocatrici svettavano quasi incontrastate.

Pensiamo per esempio all’epoca di Navratilova ed Evert. Martina e Chris davano vita a una rivalità che caratterizzava la gran parte dei tornei disputati ed egemonizzava il vertice del tennis mondiale con la solidità di una roccia. Oggi no, le cose vanno diversamente, e dalla solidità della roccia si è passati a un contesto liquido e sfuggente, così sfuggente che a volte più che liquido rischia di diventare gassoso.

Nelle ultime stagioni, però, una costante ha iniziato a delinearsi, ed è rappresentata da Ashleigh Barty. La 25enne australiana (è nata il 24 aprile 1996), si sta costruendo un curriculum di rilievo ed è per questo che, se si ragiona sulle protagoniste della stagione appena conclusa, il primo nome che viene in mente è il suo.

 

Barty è diventata numero 1 della classifica WTA per la prima volta nel giugno del 2019, succedendo a Naomi Osaka. E da quel momento solo lei e Naomi hanno occupato il vertice del ranking mondiale, anche se in parte a causa delle nuove regole introdotte con la pandemia (su questo tema torneremo più avanti).

Con il passare del tempo, però, in classifica Barty ha preso il sopravvento su Osaka: non tanto per i picchi di rendimento, quanto per la maggiore continuità e adattabilità alle diverse superfici. Allo stato attuale, Ashleigh “regna” sulla WTA dal settembre 2019, e nel 2021 nessuna giocatrice è mai arrivata davvero vicina a scalzarla dal primato.

Ecco perché, pur nello scenario liquido delle ultime stagioni WTA, Barty rappresenta l’unico vero punto di riferimento, il più credibile “ubi consistam” che il tennis femminile possa offrire. E se ripercorriamo rapidamente i risultati del 2021 ne abbiamo la conferma.

Ashleigh ha cominciato la stagione vincendo uno dei tre tornei di preparazione allo Slam australiano, lo Yarra Valley Classic, e si è presentata tra le favorite allo Slam di casa. Primi quattro turni di Melbourne superati senza lasciare set, ma poi eliminazione inaspettata contro Karolina Muchova, al termine di una partita sconcertante.

Una partita dominata nella prima parte, sino al 6-1 2-1 a suo favore, e poi giocata malamente nella seconda, cominciata dopo il Medical Time Out chiamato da Muchova. Risultato finale: successo di Muchova per 1-6, 6-3, 6-2. Il titolo della cronaca di Ubitennis recitava: “L’MTO più decisivo dell’Australian Open: una grande Muchova elimina la numero 1 Barty”

Senza voler togliere i meriti a una giocatrice di notevole talento come Muchova, la sensazione rimasta di quel match è che Barty abbia faticato a gestire la tensione dell’impegno di casa, lasciandosi sopraffare dallo stress improvvisamente cresciuto durante la pausa determinata dall’intervento medico. Una sconfitta quindi più nata da cause mentali che tecniche.

Una sconfitta dai contorni anomali, per la quale però è la stessa Ashleigh a non cercare scuse o indulgenza. Queste le sue parole di allora: “Anche io in passato ho chiamato dei medical time-out, quindi non dovrebbe essere un momento così decisivo in un match. Sono insoddisfatta perché sono stata io a farlo diventare decisivo. (…) È una sconfitta che mi spezza il cuore, ovviamente. Ma o si vince o si impara, e oggi credo ci sia moltissimo da imparare“.

Archiviata la delusione di Melbourne, Barty riprende il suo percorso con ottimi risultati, specie nei tornei di prima fascia: vittoria a Miami, quarti di finale sulla terra verde di Charleston (sconfitta dall’emergente Badosa), vittoria a Stoccarda e finale a Madrid (sconfitta 6-0 3-6 6-4 da Sabalenka).

A questo punto della stagione nessuna giocatrice può vantare una tale continuità di risultati. Poi però a Roma ci si mette un infortunio al braccio destro a fermarla (si ritira durante il match dei quarti di finale contro Gauff). E siccome il dolore persiste, finisce per compromettere anche il Roland Garros: Ashleigh si ritira durante il match di secondo turno contro Linette.

Il problema al braccio la obbliga a saltare i tornei sull’erba di preparazione a Wimbledon, ma per fortuna durante i Championships, il guaio rientra. Di nuovo a posto fisicamente, conquista il torneo superando in finale Karolina Pliskova. Dopo molto tempo in WTA la giocatrice prima nel ranking, prima nella race, testa di serie numero 1, tiene fede alle aspettative, e conquista il titolo di un Major da favorita.

La vittoria a Wimbledon (secondo Slam dopo il Roland Garros 2019), non rappresenta solo uno dei culmini della sua carriera, ma anche la definitiva legittimazione del suo primato nella attuale WTA. Ormai non ci sono più dubbi.

Il passaggio dall’erba al cemento comincia con una grande delusione: la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo per mano di Sorribes Tormo, per 6-4, 6-3. A mio avviso la peggiore prestazione in stagione di Barty, che durante la partita non riesce proprio a registrare i colpi, compiendo una quantità industriale di errori non forzati: situazione non usuale per le sue caratteristiche.

Poi però Barty torna a primeggiare a Cincinnati, dove si afferma in modo straordinariamente autorevole: cinque match disputati, dieci set vinti e zero persi. La vittoria in Ohio rafforza la sua posizione di prima favorita allo US Open.

Ma a New York accade qualcosa di simile a quanto vissuto a Melbourne: Barty perde un match contro Shelby Rogers nel quale sembrava avere in pugno la vittoria. Partita male, Ashleigh raddrizza la partita e si spinge sino al 2-6, 6-1, 5-2. Ma a questo punto diventa incapace di chiudere il match: una crisi di “braccino” le fa perdere la sicurezza e la misura dei colpi, sino alla sconfitta nel tiebreak decisivo.

E così nei due Slam sul cemento, Barty ha lasciato strada ad avversarie che a un certo punto del match si vedevano già pronte a rientrare negli spogliatoi da sconfitte. E se a Melbourne probabilmente aveva influito il peso della responsabilità di giocare nel torneo di casa, a New York la sensazione è che sia arrivata logora fisicamente e ancor di più mentalmente, al termine un lungo tour de force affrontato senza mai potersi fermare per tornare a casa.

A causa delle regole della pandemia, infatti, per Ashleigh è risultato impossibile tornare in patria, visto che dovrebbe sottoporsi a un periodo di quarantena al rientro in Australia. E i lunghi mesi della tournée senza mai staccare, alla fine hanno presentato il conto.

Tenendo presente tutto questo, non sorprende che Barty abbia deciso di chiudere la stagione in anticipo, rinunciando a competere sia a Indian Wells che alle Finals di Guadalajara, dove si sarebbe presentata da numero 1. Due rinunce che non hanno comunque scalfito il suo primato nel ranking WTA, che oggi comanda con oltre mille punti di vantaggio sulla numero 2 Sabalenka.

Barty ha terminato il 2021 con un bilancio di 42 vittorie e 8 sconfitte (84,0% di partite vinte), ma di queste 8 sconfitte 2 sono arrivate per ritiro in seguito a infortunio (a Roma e Parigi). E nei confronti diretti con le giocatrici Top 20 ha chiuso con un bilancio di 14 vittorie e 1 sola partita persa (in tre set contro Sabalenka nella finale di Madrid). Cinque i tornei vinti su tre superfici diverse (tre su cemento, uno su terra rossa, uno su erba). Tutti dati che dimostrano che allo stato attuale nessuna giocatrice appare più credibile di lei quale numero 1 della classifica WTA.

a pagina 2: Sofia Kenin

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Garbiñe Muguruza e le prime WTA Finals messicane

La giocatrice più titolata fra le otto partecipanti ha vinto la prima edizione delle Finals disputata in America latina. A conti fatti, che torneo è stato?

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Garbiñe Muguruza, WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Insider)

Con la disputa delle WTA Finals di Guadalajara si è concluso il calendario WTA ufficiale: le giocatrici più forti hanno terminato in Messico i loro impegni, e comincia dunque il periodo di offseason (prima le vacanze, poi la preparazione), in vista della apertura del 2022 orientata all’Australian Open. Si annunciava un torneo di difficile decifrazione, senza una chiara favorita, e così è stato: i valori si sono delineati progressivamente, match dopo match. E alla fine, in un evento con al via sei esordienti su otto, ha prevalso la giocatrice più titolata di tutte.

Garbiñe Muguruza, infatti, era l’unica tennista “pluri-Slam” presente, con due Major vinti in carriera (Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017), oltre ad altre due finali Slam disputate (Wimbledon 2015, Australian Open 2020). Grazie al successo di Guadalajara ha ulteriormente impreziosito il palmarès, che non è ricchissimo in termini quantitativi (10 titoli complessivi) ma con un peso specifico da non trascurare. Insomma, forse Muguruza non vince molto spesso, ma è capace di farlo quando le occasioni sono importanti.

Garbiñe Muguruza
Con il successo a Guadalajara, Muguruza conferma di essere una giocatrice capace di accendersi all’improvviso, e di offrire il rendimento migliore senza preavviso. Avete presente le atlete che crescono poco a poco, torneo dopo torneo, sino a raggiungere il picco di condizione? Ecco, tutto il contrario di Garbiñe. Dopo il successo a Chicago in settembre, Muguruza aveva deluso sia a Indian Wells che a Mosca, e si era presentata in Messico con un ultimo risultato preoccupante: sconfitta in Russia da Anett Kontaveit addirittura per 6-1, 6-1.

 

Ma non è una novità. Ricordo che in occasione del successo a Wimbledon 2017, Garbiñe era reduce da un primo turno disastroso a Eastbourne, dove contro Strycova aveva raccolto un solo game: 6-1, 6-0. Poi però qualcosa era scattato nel suo rendimento, e dopo il “clic” aveva vinto i Championships lasciando per strada un solo set.

A Guadalajara Muguruza ha ritrovato Kontaveit, autrice della “stesa” subita a Mosca, ma in Messico ha raccolto ben più di due game: l’ha affrontata per due volte e per due volte ha prevalso. E se nel primo caso Anett non aveva le stesse motivazioni (scendeva in campo con la certezza di essere già semifinalista), in finale non c’erano più fattori esterni a mettere in dubbio il valore del match.

Eppure anche alle Finals Muguruza aveva aperto con una sconfitta, battuta di misura da Karolina Pliskova per 4-6, 6-2, 7-6. Poi nel secondo impegno contro Krejcikova si era trovata vicina alla eliminazione: perso il primo set per 2-6, occorreva un cambio di passo per tenere vive le speranze di qualificazione. Ebbene, Garbiñe ha rovesciato le sorti del match vincendo i due set successivi (2-6, 6-3, 6-4) e da quel momento ha compiuto percorso netto, vincendo tutti i parziali sino ad alzare la coppa. Otto set consecutivi.

Il set conquistato in occasione della sconfitta contro Pliskova le ha permesso di superare il girone: con tre giocatrici sulla stessa linea (Kontaveit, Muguruza e Pliskova tutte con due vittorie e una sconfitta) è stato il quoziente set a condannare Karolina.

Come ha giocato in Messico Muguruza? Sinceramente non mi è sembrato di avere visto particolari novità nel suo tennis. In fondo sono diverse stagioni che collabora con Conchita Martinez, e ormai abbiamo capito che il termometro del gioco di Garbiñe è il dritto. Perché il rovescio è sempre un colpo di qualità superiore, ma invece il dritto è molto meno stabile.

Per questo quando riesce a evitare gli errori gratuiti dalla parte destra e a spingere con una certa costanza sulla diagonale, diventa automaticamente una avversaria tosta. E se poi la fiducia sale ancora, e anche con il dritto comincia a cambiare con una certa disinvoltura le geometrie dello scambio, cercando il lungolinea, allora siamo di fronte alla migliore versione di Muguruza; e a quel punto sono dolori per tutte.

Quando Garbiñe è nelle giornate in cui manovra senza timori con il dritto, tutto il suo tennis decolla: il servizio non raccoglie più solo vincenti al centro (la T rimane la sua direzione più stabile) ma anche a uscire. E se a questo si aggiunge la qualità superba del rovescio e la aggressività in risposta, ci troviamo di fronte a una giocatrice capace di soffocare l’avversaria attraverso l’avanzamento del baricentro di gioco.

Garbiñe infatti, è in grado di colpire con i piedi attaccati alla linea di fondo (ma a volte addirittura dentro il campo) sottraendo istanti decisivi alla avversaria, che di conseguenza fatica a sviluppare i propri schemi: ecco perché in questa condizione le sue avversarie diventano più fallose del solito. Si tratta di frazioni di secondo, ma che possono incidere in modo determinante sul rendimento complessivo.

In sintesi, direi che è ciò che è accaduto sia in semifinale contro Badosa (6-3, 6-3) che in finale contro Kontaveit (6-2, 7-5): l’alto ritmo sviluppato da Muguruza ha finito per mandare Paula e Anett in difficoltà nella “velocità di crociera” dello scambio, e questo ha fatto aumentare il numero dei loro errori non forzati. Insomma, per battere la migliore Muguruza occorre davvero esprimersi ai massimi, senza flessioni o pause di rendimento. Altrimenti si finisce per essere sopraffatte.

Magari sbaglio, ma in semifinale Badosa mi è parsa anche un po’ intimorita sul piano della personalità. Timore anche comprensibile: aveva pur sempre di fronte una connazionale che aveva fatto da guida al movimento tennistico spagnolo negli ultimi anni. Sul piano tattico, Paula mi ha dato l’impressione di non riuscire a trovare soluzioni di gioco alternative; in pratica proponeva un tipo di tennis simile a quello di Muguruza, ma di un livello leggermente inferiore. A partire dalla posizione di gioco, un po’ meno aggressiva, che finiva per costringerla a subire più spesso le iniziative di Garbiñe. Detto questo, la prestazione di Badosa alle Finals è stata comunque rimarchevole, con il passaggio del girone raggiunto prima del tempo, grazie ai due successi ottenuti contro avversarie molto toste come Sakkari e Sabalenka.

Anche nella finale tra Muguruza e Kontaveit la mia sensazione è che gli aspetti mentali abbiano inciso, seppure per ragioni differenti: Garbiñe è apparsa più fresca e meno logora rispetto a una avversaria reduce da un tour de force eccezionale, necessario per conquistare i punti indispensabili per essere presente alle Finals.

Muguruza è scesa in campo con la convinzione e la forza di chi non ha intenzione di mollare nemmeno un quindici, anche in situazioni di punteggio molto complicate. E così nel secondo set, quando si è trovata sotto 3-5, non ha pensato che in fondo poteva sempre vincere al terzo. No, non ha lasciato nulla di intentato: ha alzato la qualità della risposta finendo per conquistare quattro game consecutivi che le hanno permesso di chiudere la partita in due set. E diventare la prima campionessa spagnola nella storia del Masters femminile.

a pagina 2: Anett Kontaveit

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WTA Finals: a Guadalajara con l’incognita dell’altura

Dopo la cancellazione del torneo 2020 e la rinuncia della Cina, in Messico si torna a disputare il Masters, con al via sei debuttanti su otto contendenti

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Le otto partecipanti alle WTA Finals 2021 (via Twitter @WTA Finals)

Questo mercoledì sera cominciano in Messico, a Guadalajara, le WTA Finals 2021. Le Finals sono il torneo più importante di fine stagione, l’evento che, Slam a parte, regala alla giocatrice che lo vince più punti e prestigio. E si tratta di un torneo controllato direttamente da WTA: per questo rappresenta anche una importante fonte di guadagno per l’organizzazione e le giocatrici.

La decisione di ospitare il torneo in Messico rappresenta un ripiego rispetto ai programmi definiti in passato. Infatti a partire dal 2019 WTA aveva deciso di fissare la sede delle Finals in Cina, a Shenzhen, città con la quale era stato firmato un contratto pluriennale. Il contratto prevedeva non solo di approntare un torneo ricchissimo (con il montepremi più alto della storia del tennis, maschile incluso), ma anche di ospitare la manifestazione in un nuovo stadio costruito ad hoc, che si sarebbe dovuto inaugurare nel 2020.

 

Poi però la pandemia ha stravolto ogni progetto. Nel 2020 il torneo non si è disputato: cancellato per cause di forza maggiore (la stagione monca, la difficoltà di far viaggiare le protagoniste, l’impossibilità di trovare una soluzione alternativa a quella cinese); mentre per il 2021 ci si è dovuti accontentare di una sede temporanea con strutture e montepremi molto meno faraonici e ambiziosi rispetto a quelli asiatici.

Al momento non abbiamo la certezza che nel 2022 il Masters (come veniva storicamente denominato) si torni a disputare in Cina, visto che ai tempi del Covid si naviga a vista, con i grandi eventi internazionali di sport costantemente a rischio cancellazione o ridimensionamento.

Sta di fatto che oggi la situazione è questa: in Messico si giocherà all’aperto e con una capienza delle tribune ridotta al 50% per le norme anti Covid. E dato che l’impianto è provvisorio e senza copertura, potrebbe anche capitare qualche ritardo nel programma a causa dalle condizioni meteo. Per tornare a un Masters disputato all’aperto, si deve risalire al 2010, anno della ultima edizione tenuta a Doha (vinta da Clijsters in finale su Wozniacki).

Questo per quanto riguarda gli aspetti logistici. Sul piano tecnico l’elemento più importante da sottolineare riguarda la condizione di gioco della sede scelta. Guadalajara si trova a 1566 metri sul livello del mare, e la fisica applicata al tennis ha dimostrato che l’altitudine influisce in modo drastico sulla velocità della palla; influisce molto più di altri fattori come, per esempio, la temperatura o l’umidità (rimando a questo articolo per un approfondimento dettagliato: “Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá”).

L’altura incide così tanto che nei tornei disputati in altitudine si utilizzano palle differenti, in modo da compensare le condizioni eccezionali rispetto al tennis “normale”, delle quote vicine al livello del mare. A questo proposito merita di essere segnalata la dichiarazione di metà settembre di Craig Tyzzer, coach di Ashleigh Barty: “Abbiamo appena scoperto che verranno usate palle senza pressione. Le palle senza pressione volano letteralmente. È una palla che, se la usi in condizioni normali, non rimbalza. Non è la più grande pubblicità per le migliori ragazze del mondo giocare con qualcosa che non hanno mai usato prima”.

Forse l’asprezza delle parole di Tyzzer è in parte determinata dal fatto che Barty aveva già in mente di rinunciare alle Finals, dopo essere stata molti mesi lontano da casa, senza la possibilità di tornare in patria a causa delle regole australiane sulla quarantena. Ma resta il fatto che la combinazione tra altura, palline e superficie del campo sarà tutta da scoprire e presenta delle incognite. E siccome non sarebbe la prima volta che alle Finals emergono problemi con le condizioni di gioco (vedi QUI), si spera che a Guadalajara la qualità del tennis non risulti penalizzata da fattori esterni mal gestiti.

Detto del contesto, qualche osservazione di insieme dedicata alle protagoniste. La prima: assisteremo a un Masters tutto europeo. Le giocatrici provengono da queste nazioni: due dalla Repubblica Ceca, due dalla Spagna, e una ciascuna da Bielorussa, Grecia, Polonia ed Estonia. Credo però che sarebbe sbagliato considerare questo campo di partecipazione come lo specchio della attuale WTA, che invece è molto più internazionalizzata e “intercontinentale” di quanto risulterà a Guadalajara. Intanto perché al numero 1 della classifica c’è una tennista australiana (Barty, appunto) e poi perché subito dopo le otto partecipanti alle Finals troviamo una tennista africana (Jabeur, numero 10 nella Race) e una asiatica (Osaka, numero 11). Mentre la prima americana, è Pegula (che ha chiuso 14ma nella Race).

Seconda osservazione. Dopo il forfait di Ashleigh Barty, vincitrice dell’ultima edizione disputata (Shenzhen 2019), sappiamo già che l’albo d’oro si arricchirà di un nome nuovo. Nessuna delle otto partecipanti infatti, ha mai vinto il Masters, e solo due non sono alla prima partecipazione: Pliskova e Muguruza. E questo malgrado l’età media non sia poi così bassa, visto che non avremo teenager al via. Questa è la data di nascita delle otto partecipanti, in ordine decrescente:

Pliskova, marzo 1992
Muguruza, ottobre 1993
Sakkari, luglio 1995
Krejcikova, dicembre 1995
Kontaveit, dicembre 1995
Badosa, novembre 1997
Sabalenka, maggio 1998
Swiatek, maggio 2001

Nel torneo mancheranno tre delle quattro campionesse Slam in carica. Infatti, dopo il forfait di Barty (titolata a Wimbledon) l’unica vincitrice di Major 2021 presente sarà la “regina di Francia” Krejcikova. Non avremo la campionessa dell’Australia (Naomi Osaka) e nemmeno quella degli Stati Uniti (Emma Raducanu). Naomi paga la stagione difficile, con il forfait a Parigi e la rinuncia a Wimbledon, mentre Emma ha vinto a New York quasi sbucando dal nulla, e di conseguenza non è riuscita ad aggiungere altri punti sufficienti a quelli conquistati a Flushing Meadows per entrare fra le prime otto.

Ma non vorrei sembrare troppo critico o pessimista; come si dice in questi casi, ”non fasciamoci la testa prima di averla rotta” perché, se saranno in buone condizioni, le otto giocatrici presenti sono comunque in grado di offrire dei bei match.

Come è noto, la formula del Masters prevede una prima fase a gironi all’italiana (round robin) e una seconda fase a eliminazione diretta, con semifinali e finale. I due gironi sono definiti attraverso una procedura che prevede quattro sorteggi: il primo sorteggio è fra la numero 1 e a 2, il secondo fra la 3 e la 4, poi fra la 5 e la 6 e infine tra la 7 e la 8. In caso di arrivo a pari vittorie nel girone, trovate QUI i criteri utilizzati per definire le classifiche.

Il sorteggio tenuto lunedì ha deciso che nella prima fase ci sarà il derby ceco, fra Krejcikova e Pliskova, ma non quello spagnolo, visto che Muguruza e Badosa non sono nello stesso girone. Ecco la composizione dei gruppi:

Gruppo Chichén Itzá
1. Aryna Sabalenka
4. Maria Sakkari
5. Iga Swiatek
7. Paula Badosa

Gruppo Teotihuacán
2. Barbora Krejcikova
3. Karolina Pliskova
6. Garbiñe Muguruza
8. Anett Kontaveit

Ultima nota: questioni di varia natura hanno condizionato la definizione delle due riserve, pronte a subentrare in caso di infortuni (ricordo che nel 2019 erano entrambe scese in campo). La prima avente diritto, Ons Jabeur ha rinunciato; probabilmente a causa del guaio al gomito patito a Mosca, che già l’aveva costretta al forfait a Courmayeur. La seconda in ordine di classifica sarebbe Naomi Osaka, che però ha già annunciato di avere chiuso la stagione agonistica. E così, con Pavlyuchenkova uscita acciaccata dalla Billie Jean King Cup, si è andati a scalare nella Race; le prime giocatrici che si sono rese disponibili sono Jessica Pegula ed Elise Mertens, rispettivamente numero 14 e 15 della classifica.

a pagina 2: Le giocatrici del Gruppo Chichén Itzá

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