Napoli, il Foro e poi il tempio di Wimbledon

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Napoli, il Foro e poi il tempio di Wimbledon

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TENNIS – Racconto di 3 “mission” speciali come inviato per Ubitennis nella prima metà del 2014. La Davis sul mare partenopeo, lo spettacolo degli Internazionali, l’atmosfera magica dello Slam londinese.

Il primo semestre del 2014 mi ha riservato 3 “mission” come inviato di Ubitennis, una più bella dell’altra, ognuna con le sue emozioni e i suoi ricordi che per chi fa queste cose per passione difficilmente spariranno mai dalla propria memoria.

 

Di seguito il loro racconto in ordine cronologico, ma mi preme innanzitutto sottolineare che per tutti gli inviati di Ubitennis sarebbe impossibile fare il proprio lavoro (se lo vogliamo chiamare lavoro, io preferisco più definirlo un divertimento) “sul campo” senza l’aiuto di tutti i ragazzi della redazione che da casa ci supportano, perché no anche sopportano e cercano di non farci mai mancare nulla, costituendo un importantissimo collante tra noi che siamo presenti all’evento e raccogliamo cronache, interviste, foto, e voi lettori che visitate il nostro sito ogni giorno.

Quindi a loro va il mio più sentito ringraziamento, senza di loro proprio non saprei come fare nelle mie avventure per Ubitennis.
Così come è alquanto scontato che senza il grosso sacrificio di mia moglie (abbiamo due bimbi e si può immaginare che sforzo comporti l’organizzazione familiare) queste esperienza da inviato sarebbero impossibili.

COPPA DAVIS ITALIA-GRAN BRETAGNA, NAPOLI

L’acquisizione del tesserino da giornalista pubblicista avvenuta a dicembre 2013 a seguito della collaborazione con Ubitennis mi ha sbloccato la possibilità di richiedere gli accrediti per le competizioni organizzate dalla nostra Federazione in Italia.
Perché paradossalmente mentre per la FIT il possesso del tesserino è condizione essenziale per poter chiedere l’accredito, all’estero lo stesso non è un requisito fondamentale.
Così l’occasione si presenta ghiotta ad aprile, quando per i quarti di finale di Coppa Davis l’Italia sfida la Gran Bretagna di Andy Murray a Napoli, la mia città.
Vuoi mettere la possibilità di seguire la Davis a casa tua, sul mare, dove conosci tutti gli angoli a menadito e sai come muoverti più di chiunque altro?

Una volta avuta la conferma dell’accredito inizia lo “sporco” lavoro pre-Davis, con la conferenza di presentazione dell’evento, qualche foto della splendida Arena costruita sul mare e poi la visita all’interno del Tennis Club Napoli (che organizza la manifestazione) la domenica prima della sfida.
Mio compagno di avventura nella 3 giorni sarà il Direttore, che scende appositamente da Firenze con moglie e figlia al seguito anche per festeggiare i suoi 25 anni di matrimonio.
Così gli faccio anche da “Cicerone” per le indicazioni stradali e nel suggerirgli qualche locale simpatico e affidabile.
Il giovedì, all’atto del sorteggio degli incontri, lo vado a prendere direttamente sotto l’albergo (io lavoro a circa 15 minuti a piedi dalla Villa Comunale dove per l’appunto c’è il Tennis Club Napoli) e prendiamo in compagnia del mitico Gianni Clerici il pullman che si occupa di trasportare i giornalisti al campo.
Ubaldo subito mi dice:”Te lo presento dopo Clerici, sul pullman sembra brutto..:”, gli rispondo:”Non ti preoccupare, ci mancherebbe”….ma siccome con Clerici scambiamo qualche battuta subito, non appena scendiamo dal pullman con la suo inconfondibile voce e con il suo stile mi fa:”Mi pare non ci abbiano presentati, Clerici Giovanni”…..insomma un mito, senza se e senza ma.
Con Clerici ci saranno un paio di scenette da ricordare, in quanto con la tecnologia non proprio ha confidenza e quindi con grandissima umiltà mi viene a chiedere ogni tanto di dargli una mano con il pc, cosa della quale ne vado fiero.
In cambio (si fa per dire) del mio aiuto tecnologico gli chiederò una dedica sul suo libro “Wimbledon” che mi avevano regalato a Natale, cosa che farà con la solita grandissima signorilità.

Cosa mi resta dei 3 giorni di Davis?

Innanzitutto una buona organizzazione, cosa non da poco per la mia città. Ma è risaputo, quando si tratta di fare le cose per bene, Napoli e i napoletani si fanno sempre trovare pronti.
Poi ho negli occhi lo sforzo inimmaginabile di Ubaldo, che ha la verve e la passione di un ragazzino, che non si ferma mai, che fa interviste su interviste e non si perde nulla, dall’inizio alla fine.
Fa 3000 cose.
Si è vero, è esigente, ma talvolta fa notare delle cose che noi che scimmiottiamo il suo mestiere dovremmo a ragion veduta sapere e capire, perché talvolta proprio in esse si nascondono i segreti del giornalismo, che in un modo o nell’altro vanno carpiti.
E poi, resta l’incredibile boato del pubblico napoletano quando Fabio Fognini batte Andy Murray in tre perfetti ed esemplari set, dandoci quel 2-2 insperato che poi Andreas Seppi capitalizzerà battendo il nr.2 britannico Ward e consentendoci dopo 16 lunghissimi anni di tornare in semifinale di Davis.
E’ tale l’atmosfera magica dopo la vittoria di Fognini che il sottoscritto, in preda all’euforia più assoluta, si dimenticherà completamente di mangiare, ma poco importa, siamo in semifinale, è questo quello che conta di più.

 

INTERNAZIONALI D’ITALIA, ROMA

Visto che c’ero, che per l’accredito in Italia non c’erano più problemi e che a Roma ci sono i miei cognati (quindi almeno l’alloggio è assicurato), perché non andare agli Internazionali?
Detto, fatto, sempre con la sacrosanta pazienza di mia moglie che rende possibile ciò, anche perché non potendomi prendere una settimana intera di ferie a lavoro (ce la siamo riservata per la seguente avventura per Ubitennis) tocca stilare un vero e proprio piano di battaglia, che coinvolgono non solo la famiglia ma anche Ubaldo e gli altri ragazzi che saranno con noi al Foro, nell’ordine il “romanaccio” che fa il burbero (ma alla fine è un simpaticone) Claudio Giuliani, Alberto Giorni e Daniele Flavi, con il quale ho esordito a Praga due anni prima come inviato.
Sarò così a Roma il sabato per le qualificazioni e per ritirare l’accredito, il lunedì (in entrambe le giornate con arrivo la mattina e ritorno la sera a Napoli), e poi dal giovedì sino alla domenica (con pernottamento dai miei cognati).
L’atmosfera del Foro è magica, soprattutto la sera, quando nonostante cali una forte umidità, vedere il Centrale stracolmo è un vero e proprio spettacolo.
E’ il mio primo torneo, perché fin qui ho seguito solo match di Davis e le differenze sono sostanziali.

In Davis è tutto concentrato in 3 giorni ed hai tutto sotto controllo, a Roma è un continuo correre dietro a questo e a quello, devi avere tanto di occhi aperti per non farti sfuggire nessuna conferenza stampa, non si respira un attimo, priorità assoluta (ed è ovvio) seguire gli italiani.
Ubi come al solito è impagabile, Clerici onnipresente e lucido come non mai, si vede anche Tommasi.
La cosa simpatica è che come postazione siamo vicini ai colleghi di Sky, e così ad esempio con Angelo Mangiante che sei abituato a vedere in televisione, ti vai a prendere un panino al bar e ci scambi 4 chiacchiere come se lo conoscessi da sempre.
Elena Pero è li davanti a te e subito dibattiamo su questo o quell’aspetto tecnico, l’ultimo giorno conosco anche Stefano Meloccaro, al quale faccio i complimenti per il suo libro su Paolo Bertolucci.

Sportivamente mi infiamma Sara Errani, che in finale si arrende tra le lacrime a Serena Williams ma anche ad un infortunio.
Peccato, perché il suo approdo all’atto conclusivo era stato davvero meritato, grazie ad alcune prestazioni davvero superbe.
Mi occupo io della cronaca della finale femminile e poi durante il primo set di quella maschile torno a casa, non voglio fare tardi, mia moglie ha già consentito troppo (il lunedì di ritorno da Roma ero arrivato a casa oltre le 2 di notte), va benissimo così.

 

WIMBLEDON, LONDRA (1° SETTIMANA)

Credo che per ogni appassionato di tennis avere la possibilità di entrare all’ALL ENGLAND TENNIS CLUB sia il sogno di una vita, sia l’essenza del tennis stesso.
Ubi per gli Slam preferirebbe avere i collaboratori presenti entrambe le settimane, ma laddove ciò non è possibile, in mancanza di disponibilità, si accontenta anche di una sola settimana.
Così, mi avventuro in quella che potremmo definire “la mission” per eccellenza, Wimbledon.

Sarò a Londra la prima settimana del torneo, oltre ad Ubi ci sarà anche il mitico Gibertini, infaticabile collaboratore di Ubitennis e grandissimo organizzatore dei viaggi di tutti gli inviati, e Roberto Salerno, che si definisce un poeta, uno che più stravagante di così si fa fatica a trovare, ma che è molto pratico e ci sa fare.

Arrivo a Londra il sabato prima della partenza del torneo e con Vanni ci rechiamo prima a casa delle persone che ci ospiteranno (una coppia di inglesi che Vanni definisce eccentrici, io direi invece “very British”) e poi andiamo subito a Wimbledon, per ritirare gli accrediti.
Beh…..l’entrata nel circolo mi lascia senza fiato…..tra l’incredulo e l’emozionato…..tutto fantastico, bellissimo, resto senza parole.
Vanni mi spiega un po’ il tutto, all’atto del ritiro del pass ci regalano una borsa porta computer con il logo ed i colori di Wimbledon, insomma, ci siamo.
Il lunedì si inizia, atmosfera magica, ambiente davvero incredibile, organizzazione che non lascia nulla al caso.
Purtroppo a metà settimana perdiamo sia Vanni che Roberto.
Il primo è costretto a far ritorno in Canada (dove risiede e lavora) per problemi di salute, il secondo invece ha dei piccoli problemi familiari ma sabato sarà di ritorno.

Permettetemi di fare un grosso in bocca al lupo con questo articolo a Vanni, che come ho già detto quando si tratta di organizzare viaggi per gli inviati di Ubitennis è insuperabile.
Sa sempre darti la dritta giusta, il volo più conveniente, il consiglio fondamentale per qualsiasi cosa.
Senza di lui davvero io non saprei come fare e per questo il suo ritorno in Canada mi ha lasciato oltre che solo nella casa di Londra anche un pizzico di malinconia.

Ma siccome per due giorni c’era da stare soli con Ubaldo con buona parte degli italiani ancora in gara e con molte partite (e relative conferenze, ed interviste e tutto il resto) da seguire, non c’è stato il tempo di rattristarsi più di tanto.
Bel gruppo quello degli altri giornalisti italiani presenti, Crivelli e Marianantoni della Gazzetta dello Sport dei perfetti toscanacci simpaticissimi, ma anche gli altri non sono da meno.

La mia giornata tipo si svolge così: Esco di casa verso le 9, tappa obbligata dal “Caffé Torelli”, un bar italiano dove ti fanno un cappuccino da sogno e dove faccio una colazione abbondante, perché di tempo per mangiare ce ne è sempre poco e quindi è meglio crearti le dovute riserve.
Poi destinazione Metro, con un paio di cambi che ti portano a Southsfield, dove entri nell’atmosfera di Wimbledon.
Perché appena esci dalla stazione ti si presenta davanti a te un lungo rettilineo che dopo dieci minuti di camminata ti porta davanti al Gate 1 di Wimbledon.
Durante il tragitto respiri a pieni polmoni l’essenza di Wimbledon, con la gente accampata nelle tende per fare la fila per i biglietti (con attese che vanno oltre le 6 ore), i bagarini (tutto il mondo è paese), gli steward che sono disseminati lungo il tragitto e che sono di una cortesia e di un’educazione fuori dalla norma.
Poi, una volta arrivato al campo, inizia la battaglia. Ore e ore di match da seguire, di tweet da postare sul’account di Ubitennis, di “dirette” da aggiornare dai campi, di conferenze da tradurre e da sentire, interventi in radio e così via. Di solito fino alle 23, quando davvero esausto (ma pieno di soddisfazione) si fa rientro a casa, dove una volta sul letto crolli dal sonno.
Anche a Londra c’è Gianni Clerici, che ormai mi ha preso come suo consulente tecnologico e che quando va in difficoltà non esita (e fa bene) a chiamarmi.
Il sabato Bolelli non chiude il suo match con il giapponese Nishikori, è l’ultimo match che vedrò sul campo.
L’indomani si torna in Italia, l’avventura è finita, ma non ci avrei mai rinunciato per nulla al mondo. Un’esperienza indimenticabile.

 

 

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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