Napoli, il Foro e poi il tempio di Wimbledon

Racconti

Napoli, il Foro e poi il tempio di Wimbledon

Pubblicato

il

 
 

TENNIS – Racconto di 3 “mission” speciali come inviato per Ubitennis nella prima metà del 2014. La Davis sul mare partenopeo, lo spettacolo degli Internazionali, l’atmosfera magica dello Slam londinese.

Il primo semestre del 2014 mi ha riservato 3 “mission” come inviato di Ubitennis, una più bella dell’altra, ognuna con le sue emozioni e i suoi ricordi che per chi fa queste cose per passione difficilmente spariranno mai dalla propria memoria.

 

Di seguito il loro racconto in ordine cronologico, ma mi preme innanzitutto sottolineare che per tutti gli inviati di Ubitennis sarebbe impossibile fare il proprio lavoro (se lo vogliamo chiamare lavoro, io preferisco più definirlo un divertimento) “sul campo” senza l’aiuto di tutti i ragazzi della redazione che da casa ci supportano, perché no anche sopportano e cercano di non farci mai mancare nulla, costituendo un importantissimo collante tra noi che siamo presenti all’evento e raccogliamo cronache, interviste, foto, e voi lettori che visitate il nostro sito ogni giorno.

Quindi a loro va il mio più sentito ringraziamento, senza di loro proprio non saprei come fare nelle mie avventure per Ubitennis.
Così come è alquanto scontato che senza il grosso sacrificio di mia moglie (abbiamo due bimbi e si può immaginare che sforzo comporti l’organizzazione familiare) queste esperienza da inviato sarebbero impossibili.

COPPA DAVIS ITALIA-GRAN BRETAGNA, NAPOLI

L’acquisizione del tesserino da giornalista pubblicista avvenuta a dicembre 2013 a seguito della collaborazione con Ubitennis mi ha sbloccato la possibilità di richiedere gli accrediti per le competizioni organizzate dalla nostra Federazione in Italia.
Perché paradossalmente mentre per la FIT il possesso del tesserino è condizione essenziale per poter chiedere l’accredito, all’estero lo stesso non è un requisito fondamentale.
Così l’occasione si presenta ghiotta ad aprile, quando per i quarti di finale di Coppa Davis l’Italia sfida la Gran Bretagna di Andy Murray a Napoli, la mia città.
Vuoi mettere la possibilità di seguire la Davis a casa tua, sul mare, dove conosci tutti gli angoli a menadito e sai come muoverti più di chiunque altro?

Una volta avuta la conferma dell’accredito inizia lo “sporco” lavoro pre-Davis, con la conferenza di presentazione dell’evento, qualche foto della splendida Arena costruita sul mare e poi la visita all’interno del Tennis Club Napoli (che organizza la manifestazione) la domenica prima della sfida.
Mio compagno di avventura nella 3 giorni sarà il Direttore, che scende appositamente da Firenze con moglie e figlia al seguito anche per festeggiare i suoi 25 anni di matrimonio.
Così gli faccio anche da “Cicerone” per le indicazioni stradali e nel suggerirgli qualche locale simpatico e affidabile.
Il giovedì, all’atto del sorteggio degli incontri, lo vado a prendere direttamente sotto l’albergo (io lavoro a circa 15 minuti a piedi dalla Villa Comunale dove per l’appunto c’è il Tennis Club Napoli) e prendiamo in compagnia del mitico Gianni Clerici il pullman che si occupa di trasportare i giornalisti al campo.
Ubaldo subito mi dice:”Te lo presento dopo Clerici, sul pullman sembra brutto..:”, gli rispondo:”Non ti preoccupare, ci mancherebbe”….ma siccome con Clerici scambiamo qualche battuta subito, non appena scendiamo dal pullman con la suo inconfondibile voce e con il suo stile mi fa:”Mi pare non ci abbiano presentati, Clerici Giovanni”…..insomma un mito, senza se e senza ma.
Con Clerici ci saranno un paio di scenette da ricordare, in quanto con la tecnologia non proprio ha confidenza e quindi con grandissima umiltà mi viene a chiedere ogni tanto di dargli una mano con il pc, cosa della quale ne vado fiero.
In cambio (si fa per dire) del mio aiuto tecnologico gli chiederò una dedica sul suo libro “Wimbledon” che mi avevano regalato a Natale, cosa che farà con la solita grandissima signorilità.

Cosa mi resta dei 3 giorni di Davis?

Innanzitutto una buona organizzazione, cosa non da poco per la mia città. Ma è risaputo, quando si tratta di fare le cose per bene, Napoli e i napoletani si fanno sempre trovare pronti.
Poi ho negli occhi lo sforzo inimmaginabile di Ubaldo, che ha la verve e la passione di un ragazzino, che non si ferma mai, che fa interviste su interviste e non si perde nulla, dall’inizio alla fine.
Fa 3000 cose.
Si è vero, è esigente, ma talvolta fa notare delle cose che noi che scimmiottiamo il suo mestiere dovremmo a ragion veduta sapere e capire, perché talvolta proprio in esse si nascondono i segreti del giornalismo, che in un modo o nell’altro vanno carpiti.
E poi, resta l’incredibile boato del pubblico napoletano quando Fabio Fognini batte Andy Murray in tre perfetti ed esemplari set, dandoci quel 2-2 insperato che poi Andreas Seppi capitalizzerà battendo il nr.2 britannico Ward e consentendoci dopo 16 lunghissimi anni di tornare in semifinale di Davis.
E’ tale l’atmosfera magica dopo la vittoria di Fognini che il sottoscritto, in preda all’euforia più assoluta, si dimenticherà completamente di mangiare, ma poco importa, siamo in semifinale, è questo quello che conta di più.

 

INTERNAZIONALI D’ITALIA, ROMA

Visto che c’ero, che per l’accredito in Italia non c’erano più problemi e che a Roma ci sono i miei cognati (quindi almeno l’alloggio è assicurato), perché non andare agli Internazionali?
Detto, fatto, sempre con la sacrosanta pazienza di mia moglie che rende possibile ciò, anche perché non potendomi prendere una settimana intera di ferie a lavoro (ce la siamo riservata per la seguente avventura per Ubitennis) tocca stilare un vero e proprio piano di battaglia, che coinvolgono non solo la famiglia ma anche Ubaldo e gli altri ragazzi che saranno con noi al Foro, nell’ordine il “romanaccio” che fa il burbero (ma alla fine è un simpaticone) Claudio Giuliani, Alberto Giorni e Daniele Flavi, con il quale ho esordito a Praga due anni prima come inviato.
Sarò così a Roma il sabato per le qualificazioni e per ritirare l’accredito, il lunedì (in entrambe le giornate con arrivo la mattina e ritorno la sera a Napoli), e poi dal giovedì sino alla domenica (con pernottamento dai miei cognati).
L’atmosfera del Foro è magica, soprattutto la sera, quando nonostante cali una forte umidità, vedere il Centrale stracolmo è un vero e proprio spettacolo.
E’ il mio primo torneo, perché fin qui ho seguito solo match di Davis e le differenze sono sostanziali.

In Davis è tutto concentrato in 3 giorni ed hai tutto sotto controllo, a Roma è un continuo correre dietro a questo e a quello, devi avere tanto di occhi aperti per non farti sfuggire nessuna conferenza stampa, non si respira un attimo, priorità assoluta (ed è ovvio) seguire gli italiani.
Ubi come al solito è impagabile, Clerici onnipresente e lucido come non mai, si vede anche Tommasi.
La cosa simpatica è che come postazione siamo vicini ai colleghi di Sky, e così ad esempio con Angelo Mangiante che sei abituato a vedere in televisione, ti vai a prendere un panino al bar e ci scambi 4 chiacchiere come se lo conoscessi da sempre.
Elena Pero è li davanti a te e subito dibattiamo su questo o quell’aspetto tecnico, l’ultimo giorno conosco anche Stefano Meloccaro, al quale faccio i complimenti per il suo libro su Paolo Bertolucci.

Sportivamente mi infiamma Sara Errani, che in finale si arrende tra le lacrime a Serena Williams ma anche ad un infortunio.
Peccato, perché il suo approdo all’atto conclusivo era stato davvero meritato, grazie ad alcune prestazioni davvero superbe.
Mi occupo io della cronaca della finale femminile e poi durante il primo set di quella maschile torno a casa, non voglio fare tardi, mia moglie ha già consentito troppo (il lunedì di ritorno da Roma ero arrivato a casa oltre le 2 di notte), va benissimo così.

 

WIMBLEDON, LONDRA (1° SETTIMANA)

Credo che per ogni appassionato di tennis avere la possibilità di entrare all’ALL ENGLAND TENNIS CLUB sia il sogno di una vita, sia l’essenza del tennis stesso.
Ubi per gli Slam preferirebbe avere i collaboratori presenti entrambe le settimane, ma laddove ciò non è possibile, in mancanza di disponibilità, si accontenta anche di una sola settimana.
Così, mi avventuro in quella che potremmo definire “la mission” per eccellenza, Wimbledon.

Sarò a Londra la prima settimana del torneo, oltre ad Ubi ci sarà anche il mitico Gibertini, infaticabile collaboratore di Ubitennis e grandissimo organizzatore dei viaggi di tutti gli inviati, e Roberto Salerno, che si definisce un poeta, uno che più stravagante di così si fa fatica a trovare, ma che è molto pratico e ci sa fare.

Arrivo a Londra il sabato prima della partenza del torneo e con Vanni ci rechiamo prima a casa delle persone che ci ospiteranno (una coppia di inglesi che Vanni definisce eccentrici, io direi invece “very British”) e poi andiamo subito a Wimbledon, per ritirare gli accrediti.
Beh…..l’entrata nel circolo mi lascia senza fiato…..tra l’incredulo e l’emozionato…..tutto fantastico, bellissimo, resto senza parole.
Vanni mi spiega un po’ il tutto, all’atto del ritiro del pass ci regalano una borsa porta computer con il logo ed i colori di Wimbledon, insomma, ci siamo.
Il lunedì si inizia, atmosfera magica, ambiente davvero incredibile, organizzazione che non lascia nulla al caso.
Purtroppo a metà settimana perdiamo sia Vanni che Roberto.
Il primo è costretto a far ritorno in Canada (dove risiede e lavora) per problemi di salute, il secondo invece ha dei piccoli problemi familiari ma sabato sarà di ritorno.

Permettetemi di fare un grosso in bocca al lupo con questo articolo a Vanni, che come ho già detto quando si tratta di organizzare viaggi per gli inviati di Ubitennis è insuperabile.
Sa sempre darti la dritta giusta, il volo più conveniente, il consiglio fondamentale per qualsiasi cosa.
Senza di lui davvero io non saprei come fare e per questo il suo ritorno in Canada mi ha lasciato oltre che solo nella casa di Londra anche un pizzico di malinconia.

Ma siccome per due giorni c’era da stare soli con Ubaldo con buona parte degli italiani ancora in gara e con molte partite (e relative conferenze, ed interviste e tutto il resto) da seguire, non c’è stato il tempo di rattristarsi più di tanto.
Bel gruppo quello degli altri giornalisti italiani presenti, Crivelli e Marianantoni della Gazzetta dello Sport dei perfetti toscanacci simpaticissimi, ma anche gli altri non sono da meno.

La mia giornata tipo si svolge così: Esco di casa verso le 9, tappa obbligata dal “Caffé Torelli”, un bar italiano dove ti fanno un cappuccino da sogno e dove faccio una colazione abbondante, perché di tempo per mangiare ce ne è sempre poco e quindi è meglio crearti le dovute riserve.
Poi destinazione Metro, con un paio di cambi che ti portano a Southsfield, dove entri nell’atmosfera di Wimbledon.
Perché appena esci dalla stazione ti si presenta davanti a te un lungo rettilineo che dopo dieci minuti di camminata ti porta davanti al Gate 1 di Wimbledon.
Durante il tragitto respiri a pieni polmoni l’essenza di Wimbledon, con la gente accampata nelle tende per fare la fila per i biglietti (con attese che vanno oltre le 6 ore), i bagarini (tutto il mondo è paese), gli steward che sono disseminati lungo il tragitto e che sono di una cortesia e di un’educazione fuori dalla norma.
Poi, una volta arrivato al campo, inizia la battaglia. Ore e ore di match da seguire, di tweet da postare sul’account di Ubitennis, di “dirette” da aggiornare dai campi, di conferenze da tradurre e da sentire, interventi in radio e così via. Di solito fino alle 23, quando davvero esausto (ma pieno di soddisfazione) si fa rientro a casa, dove una volta sul letto crolli dal sonno.
Anche a Londra c’è Gianni Clerici, che ormai mi ha preso come suo consulente tecnologico e che quando va in difficoltà non esita (e fa bene) a chiamarmi.
Il sabato Bolelli non chiude il suo match con il giapponese Nishikori, è l’ultimo match che vedrò sul campo.
L’indomani si torna in Italia, l’avventura è finita, ma non ci avrei mai rinunciato per nulla al mondo. Un’esperienza indimenticabile.

 

 

Continua a leggere
Commenti

evidenza

Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

Pubblicato

il

Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

Continua a leggere

evidenza

Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

Pubblicato

il

Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

Continua a leggere

evidenza

Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

Pubblicato

il

ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement