PREMIUM Roland Garros, qui due soli trionfi francesi in 80 anni, Bernard e Noah. Ora il sogno Kouamè

Triste giornata azzurra: Paolini, Cinà e Sonego, tre KO. Ma giovedì cinque duelli con i “nostri”: Sinner e Cobolli favoriti, Berrettini e Arnaldi no, Darderi forse

Di Ubaldo Scanagatta
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I giornali e anche i siti sono fatti così. Nei primi giorni di uno Slam si occupano principalmente dei connazionali dei loro lettori. Accade in ogni Paese. Per parlare di tennis internazionale, negli Slam, c’è tutta una seconda settimana. Così è stato per noi italiani che alla seconda settimana non avevamo quasi mai superstiti di lungo corso. Insomma, nella prima – tutto il mondo è Paese – si indulge nei bilanci nazionali. Ad esempio io potrei scrivere che dei 12 italiani in tabellone al Roland Garros, 9 uomini e tre donne, 8 hanno passato il primo turno e 4 no. E stasera aggiungere che purtroppo il tennis italiano in gonnella ha perso – e in lacrime! Addirittura si è presentata in conferenza stampa piangendo, se ne è andata e poi è tornata – la sua unica superstite, Jasmine Paolini, appiedata (è il caso di dire) dall’estremità inferiore sinistra più che dalla tenace argentina Solana Sierra, che si allena all’accademia di Rafa Nadal.

Jasmine aveva vinto il primo set ed era avanti di un break nel secondo set, prima 3-2 poi 4-3, quando non è proprio più riuscita a correre sul lato destro dovendosi spingere con il piede sinistro che le faceva troppo male (e già da Roma quado aveva deciso di dare forfait nel doppio).

Un vero peccato perché, a parte che anche con la rumena Cirstea (semifinalista a Roma) al prossimo turno non sarebbe stato un turno agevole, la sconfitta di Rybakina con l’ucraina Starodubtseva aveva aperto un interessante corridoio in cui la Jasmine di due anni fa si sarebbe certamente potuta infilare. Ma, doloroso infortunio a parte, Jasmine è ancora una tennista sui livelli di due anni fa? Il dubbio sussiste, anche se non è davvero questo il momento di sollevarlo.

Alla vigilia della giornata di giovedì che preannuncia sospensioni piovose e presenta ben cinque sfide con protagonisti italiani, Cobolli-Wu, Sinner-Juan Manuel Cerundolo, Arnaldi-Tsitsipas, Berrettini-Rinderknech e Darderi-Comesana – direi ampiamente favoriti Cobolli e Sinner, un po’ meno Darderi per via di due duelli persi con l’ex connazionale vicino di casa, e molto a rischio sia Berrettini sia Arnaldi – mi tocca dire che oggi la giornata azzurra non è stata infelice solo per Jasmine Paolini.

Lo è stata anche per Federico Cinà che ha fatto solo 7 game con il lucky loser olandese De Jong. Federico si può consolare per aver vinto 4 match in uno slam, tre nelle quali e il primo della carriera in un tabellone principale. E non è stata bella neppure per Lorenzo Sonego alle prese con l’americano Tommy Paul (63 62 64), troppo forte per lui.

Oggi tutti i giornali francesi dedicano articoli su articoli, e anche più pagine entusiaste al diciassettenne Moise Kouamé, figlio di una madre camerunese e di un padre della Costa d’Avorio. Jannick Noah invece era figlio di Zacharias, ex calciatore del Camerun, e di una bionda signora francese. Kouamè ha battuto il trentasettenne Marin Cilic. E qui lo stanno celebrando nemmeno avesse battuto un top-ten. Cilic lo è stato, ma non lo è più. La stampa francese ha dedicato un po’ meno pagine, ma tuttavia tanti articoli, alla catastrofica apparizione di Boisson, sorprendente semifinalista qui un anno fa, ma sconfitta soprattutto da tanti infortuni che non le hanno consentito di giocare più di 5 partite quest’anno ma di arrivare del tutto impreparata al torneo del 2026. Al punto di perdere seccamente, 62 62, con la russa Kalinskaya di cui non c’è troppo più da ricordare che non i trascorsi amorosi con Jannik Sinner.

Pochi possono capire la frustrazione degli appassionati francesi più del sottoscritto che ha dovuto aspettare una quarantina d’anni per ritrovare in semifinale al Roland Garros un giocatore italiano: dopo aver visto Corrado Barazzutti fare un solo game contro Bjorn Borg nella semifinale del 1978, ho dovuto aspettare Marco Cecchinato nel 2018. E dopo il biennio trionfale 1959-1960 di Nicola Pietrangeli c’era stato solo il memorabile 1976 di Adriano Panatta (50 anni fa) fino a… Sinner che però c’è andato solo vicino un anno fa, quando non è riuscito a trasformare quei maledetti 3 match point.

In 80 anni, fra il 1946 e il 2026, i francesi hanno visto trionfare qui nei pressi del Bois de Boulogne due soli compatrioti: Marcel Bernard nel 1946 e Yannick Noah nel 1983. Due in 80 anni, vi rendete conto? Proprio come i miei primi 40 anni (avrebbe scritto qualcuno).

Tutte le loro grandi speranze, ottimi tennisti per carità, anche davvero talentuosi, come Forget, Leconte, Monfils, Gasquet, Tsonga, Simon si sono fermati a “zero tituli” – così avrebbe detto l’impietoso Mourinho considerando solo gli Slam – e fra il quarto e il settimo posto nel ranking ATP (che è tanta roba, intendiamoci), ma niente di più.

Per una Federazione ben sponsorizzata per quanto riguarda il Roland Garros da BNP Paribas dal 1973 – l’accordo è stato rinnovato fino al 2032 – con un milione e 231 mila tesserati e un fatturato annuo di un miliardo e 228 milioni di euro – procurato anche da circa 7.000 circoli affiliati – beh, diciamolo pure (e Angelo Binaghi se non lo dirà lo penserà, sognando di strappar loro quello Slam che non avrà mai) i risultati sportivi potevano anche essere migliori. Al presidente FITP che ama chiamarsi Robin Hood (“Prendo i soldi ai ricchi per darli ai poveri”) segnalo tuttavia che fra Federazione francese e BNP Paribas i ragazzi con meno di 25 anni possono acquistare fino a 40 mila biglietti al 50% del costo di facciata. Una bella promozione.  

I sopracitati top-ten d’Oltralpe non avrebbero mai potuto essere all’altezza dell’Epoque d’Or dei quattro Moschettieri che negli anni 20 conquistarono ripetutamente Parigi e grazie ai cui successi sorse nel 1927 il Roland Garros. Dal 1922 al 1932 in 11 anni Cochet vinse 5 volte il torneo, Lacoste 3, Borotra 2. Il quarto moschettiere, Brugnon, vinceva solo doppi, L’unico “imbucato” fu tal Blanchy, campione del 1923. Quella sì che fu vera “Grandeur” certificata anche da 6 successi consecutivi a Wimbledon fra il 1924 e il 1929 con 5 finali su 6 tutte giocate dai celeberrimi mousquetaires.

Su questo Kouame, 17 anni 2 mesi e 20 giorni, ci sono quindi grandi attese, grande pressione, ma servirà comunque grande pazienza. Eh sì, perché l’epoca in cui i diciassettenni vincevano le prove del Grande Slam è tramontata da un pezzo.

Qui c’ero quando Michelino Chang trionfò a 17 anni e tre mesi nell’89 su Stefan Edberg, dopo l’epica battaglia in ottavi su Ivan Lendl che al ricordo schiuma ancora rabbia. Chang battè in precocità Mats Wilander. C’ero anche allora, 7 anni prima, e ricordo una partita noiosissima con il pubblico che dopo i 30-40 scambi lentissimi con la palla che viaggiava un metro e mezzo sopra la rete, arrivò a protestare e contestare i due “pallettari”. Wilander battè in finale Vilas a 17 anni e 10 mesi. Anni dopo Wilander sarebbe riuscito però a modificare notevolmente il proprio gioco, fino a vincere la finale dell’US Open 1988 contro Lendl, andando a rete più di un Sampras e un Rafter.

Anche altrove avrebbero vinto in quegli anni enfant-prodiges: Boris Becker a Wimbledon a 17 anni 10 mesi nel 1985 per la prima delle sue tre vittorie in sei finali. Quello stesso 1985, a dicembre, Stefan Edberg vinse a 19 anni l’Australian Open sull’erba di Kooyong. E nel 1990 Pete Sampras vinse lo US Open anche lui da teenager. Dopo quel 1990 a New York soltanto altri due teenagers, Rafa Nadal 15 anni e Carlos Alcaraz 25 anni dopo Sweet Pete Sampras, sono riusciti a conquistare il primo Slam da teenager. Ma stiamo parlando di due veri fenomeni.

Prima di poter chiamare fenomeno Kouamè, i francesi non me ne vogliano, occorrerà che batta tennisti più forti dell’attuale Cilic. Già il prossimo aavversario, il paraguaiano Vallejo, uno dei tre top100 della storia del tennis paraguagio (con Victor Pecci e Ramon Delgado), sarà probabilmente ostacolo più difficile rispetto a Cilic. Altrimenti anche venerdì i giornali francesi parleranno solo di lui. Perché di donne transalpine in gara sono rimaste solo due, Parry (che affronta Ann Li) e Jacquemot (che incontra la Sabalenka e… bonne nuit).

Giovedì, accennavo, dovrebbe piovere. Lunedì sul campo 7 una raccattapalle è quasi svenuta mentre giocavano Rublev e Buse. E vittima di un colpo di calore era stato Casper Ruud che ha detto di essere stato vicino a ritirarsi. “Avevo le vertigini, camminavo come uno zombie”. Per gli spettatori è stato spesso una sorta di calvario. Tutti alla ricerca di zone d’ombra. Le poche fontane venivano prese d’assalto. E anche gli “spargitori” automatici di aria bagnata. Come si alzava uno spettatore in un angolo riparato dal sole, c’era la corsa a prenderne il posto. Ma oggi staremo meglio.

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