Quello che i biografi non dicono (Clerici); Federer “Sono io il bello del tennis” (Quino)

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Quello che i biografi non dicono (Clerici); Federer “Sono io il bello del tennis” (Quino)

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A cura di Davide Uccella

Quello che i biografi non dicono (Gianni Clerici, La Repubblica, 24-08-2014)

QUANDO UNO DEI TRE maggiori editori italiani mi propose di scrivere una biografia di Federer, rimasi in forse per non più di trenta secondi. Lo stesso mi era accaduto con Pelè, ai tempi in cui sciaguratamente mi occupavo di calcio, e con Pietrangeli, uno dei modelli della religione detta tennis. Sospetto che le migliori biografie vadano dedicate ai defunti. Se si parla con il biografato, entrano in gioco altri elementi disadatti all’oggettività: simpatia o antipatia, umano rispetto per l’intimità, comprensione dei difetti, o eccesso di ammirazione per l’attività del ‘personaggio’, molto raramente simile alla ‘persona’.

 

Così, per comporre qualcosa che riguardasse Federer, non mi sono limitato a tutte le partite in cui, a partire dal Torneo di Milano 2001, Roger mi aveva incantato con i suoi gesti sublimi, non meno sublimi di un Nurejev o, per rimanere nel tennis, di un Hoad o di un Laver, che hanno vinto molto meno di Federer soltanto perché, ai loro tempi, ancora vigeva la distinzione di casta tra i signori dilettanti, che giocavano a Wimbledon, e i professionisti, che intascavano quattro dollari. Sono invece salito sullo sgabello della mia libreria, e ne ho tratto sei libri scritti su Federer. Di queste biografie avevo chiesto una volta a Roger, con cui non ho mai avuto l’onore di conversare, al di fuori delle pubbliche conferenze stampa, sempre in inglese, la lingua di sua mamma sudafricana. E Federer mi aveva risposto, a proposito di una di esse: «Più che leggerla, l’ho sfogliata. Non ho molto tempo». Simile risposta mi aveva causato qualche dubbio. Capivo che non si pile) più essere un campione se non si inizia ad allenarsi intorno ai quattro anni, e si continua, poi, dai dieci, a restare in campo cinque o sei ore al giorno. Mi dicevo tuttavia, delle due l’una: o la biografia doveva essere infedele o mal scritta, oppure la lettura non faceva parte delle abitudini del campione.

La biografia, del 2004, era stata scritta da un mio collega e amico, Roger Jaunin, del Journal de Genève che, per la verità, più che i tennisti ama i cavalli. Ma Roger è un buon giornalista, e la sua biografia meritava quantomeno un cenno, era preceduta da prefazione di Marc Rosset, l’unico tennista svizzero segnalatosi nella storia prima di Federer con la vittoria alle Olimpiadi di Barcellona; dalla quale si apprendeva che, non fosse stato tennista e fin troppo dedito alla playstation, Roger sarebbe divenuto un buonissimo sciatore, guarda caso per uno svizzero. Dal libro, venivo a sapere che Roger sarebbe stato anche un ottimo diplomatico: «Devo sempre dare di me l’immagine di qualcuno dabbene», affermava infatti dopo la vittoria a Wimbledon del 2003. La seconda delle biografie sarebbe stata composta da René Stauffer, altro amico del Tages Anzeiger, intitolata in Germania 11 Genio del Tennis, e tradotta in inglese, come tutti i libri di interesse mondiale. Dalle ben 252 pagine emerge nuovamente un aspetto, diciamo cosa, “ufficiale”, nel quale ammiriamo Roger nella sua attività di ambasciatore dell’Unicef, ma non solo tale. Infatti, sua mamma Linette diceva: «II primato ha fatto di mio figlio un perfezionista. Prima non prendeva niente sul serio e era sempre in ritardo. Ora prende il suo ruolo con molta serietà». Ma passiamo a Federer come esperienza religiosa, scritto dal famoso David Foster Wallace dopo ben una settimana passata a Wimbledon nel 2006. «Ci sono ben tre spiegazioni valide per l’ascesa di Federer», ci dice il Grande Scrittore mentre noi attendiamo in ginocchio. «La prima ha a che vedere col mistero e la metafisica, ed è, a mio avviso, la più vicina alla realtà. Le altre sono più tecniche, e funzionano meglio come giornalismo.

Ricordo di essermi permesso di chiedere a quel Maestro se, dopo aver visto 50 volte il torneo di Wimbledon e scritto 20 libri, potessi ritenermi in grado di accedere all’illuminazione. Non capì. Non meno misterioso I silenzi di Federer, del francese André Scala che, a proposito del Nostro Eroe, cita addirittura Epitteto. «I bravi giocatori di palla, come gli attori e i saggi, giungono a fare questa cosa difficilissima: porre un’attenzione immensa in ciò che non dà pensiero, ciò che è indifferente». Mi pare a questo punto di poter sorvolare su altri due immortali testi: Quello che imparo da Federer, di Marc Aebersold, e Comment j’ai couché avec Roger Federer? ( che in italiano suona ‘Come sono finito a letto con Federer?’ ) di Philippe Roi. Temo che, da tutto quanto ho scritto, non emergano maggiori informazioni private sulla natura di un grande campione, e continuo a ritenere agiografie quelle che sono spacciate per biografie. Federer, chi sarà costui? 

Intervista a Roger Federer – Federer “Sono io il bello del tennis” (Petit Quino, La Repubblica, 24-08-2014)

Sei luglio scorso, il tennista serbo Novak Djokovic sollevava tra i singhiozzi lo splendente trofeo da vincitore di Wimbledon e al microfono diceva, tra il serio e il faceto: «Grazie per avermi permesso di vincere, oggi». II destinatario del messaggio, un sorridente Roger Federer, era a pochi metri da lui e teneva tra le mani il trofeo del finalista. Indossava un completo bianco immacolato, quasi nessuna traccia di sudore, dopo ore estenuanti di gioco in cui aveva dato un’esibizione di classicismo che aveva costretto il suo avversario a giocare un combattutissimo quinto set nell’ultima finale del torneo di tennis più prestigioso del mondo. «Per questo vanta diciassette vittorie nei tornei Grand Slam, e per questo è stato il miglior giocatore di tutti i tempi», proseguiva Djokovic rendendo onore al suo avversario, sette volte vincitore di Wimbledon. Federer annuiva. Aveva appena dimostrato al mondo, con una sconfitta di stretta misura all’ultimo set, perché a trentatré anni appena compiuti e dopo sedici da professionista, continua a essere uno dei re di questo sport. E probabilmente l’ultimo esponente dell’eleganza nel tennis. Un ottimo modo per verificarlo di persona è stato recarmi nella località francese di Épernay, che ospita le cantine del più famoso produttore di champagne, una marca di cui Federer è l’ambasciatore. Il genio di Basilea si è presentato, dopo aver aperto lui stesso le porte a specchi in stile Versailles che danno accesso a un maestoso salone della residenza del Trianon, la palazzina fatta costruire da Jean-Rémy Moët, nipote del fondatore della casa Moët Er Chandon. Fisico slanciato di un metro e ottantasei, è entrato in abito blu scuro Dior e camicia Louis Vuitton bianca con pois bordeaux. I suoi modi da principe e la sua bonarietà sembrano confermare la qualifica attribuitagli tre anni fa da un sondaggio del Reputation Institute di “uomo che suscitava più fiducia’ al mondo dopo Nelson Mandela.

Non si stanca di sembrare così perfetto? «La cosa non mi tocca, io sono quello che sono. La gente può pensare che io sia perfetto, ma non lo sono affatto. Ho i miei problemi, faccio tanti sbagli, grazie ad essi imparo. Sono fiero di rappresentare bene il tennis e di prestare la mia immagine a grandi marchi. Se non mi divertissi a farlo, giuro che mollerei. A questo punto della mia vita, ho bisogno di fare cose che mi piacciano davvero. E’ vero che sono educato e rispettoso, e cerco di essere un esempio per i bambini. Ma se questo fa pensare che io finga o che sia perfetto, beh non è affatto così».

La nascita dei gemelli Leo e Lenny gli ha regalato altri pensieri, di recente. Ma allo stesso tempo Wimbledon gli ha ricordato l’ avanzata di un nuovo stereotipo che cerca di farsi largo in classifica. Raonic, Dimitrov, Kyrgios… Alti ( oltre il metro e novanta ) , robusti, una potenza nella battuta difficile da contenere. Di fronte a questo cambiamento di paradigma e alla pressione dei giovani, continua a brillare l’anzianità di Federer, attuale numero tre del mondo, il tennista che è rimasto numero uno della disciplina più a lungo di tutti: 302 settimane. Il segreto del suo successo sta ancora nel suo impegno nel mantenere la forza della battuta e nel dosare i passi per avanzare come una gazzella a rete, dimostrando chi comanda sul campo e imponendo il suo gioco di alta precisione che cerca l’avversario in contropiede con colpi vincenti e angoli impossibili di estrema bellezza, sia se eseguito con il suo diritto implacabile che con il suo rovescio. Colpi che David Foster Wallace, in un articolo del 2006, considerava così sublimi che nel vederli “rimani a bocca aperta e con gli occhi spalancati e cominci a fare dei rumori tanto che tua moglie viene di corsa dalla stanza accanto per vedere se stai bene”. Li definiva i “momenti Federer”.

Si sente l’ultimo esponente dell’eleganza nel mondo del tennis? «Non direi. Ma è vero che guardandomi indietro, a quello che era questo sport cinquanta o venticinque anni fa, quando arrivai a giocare contro Sampras, mi sento più vicino a quelli che giocavano in un modo molto classico. Oggi sono tutti ugualmente forti. Nella battuta, a rete, da fondo campo, nei movimenti… II tennis è diventato uno sport più di movimento che di tiri e di talento. E più il lavoro che la bravura che ti porta al vertice oggi. In questo senso, mi trovo svantaggiato rispetto allo stile attuale. Ho dovuto correggere molte cose nella mia carriera, ma sono fiero di averlo fatto in un modo che mi ha permesso di mantenere la mia eleganza».

Pensa che questo modo di giocare che lei rappresenta si tornerà a vedere ad altissimo livello? «Mi sembra difficile. Non mi pare che questo sport stia tornando a quello che era. Oggi tutti si muovono molto bene, battono con grande potenza… Forse accadrà tra vent’ anni, ma non oggi».

Oltre ad essere il giocatore che ha intascato più soldi grazie ai titoli vinti ( sessanta milioni di euro) , Forbesha stimato che i suoi sponsor gli facciano guadagnare più di trenta milioni di euro l’anno. Nonostante la tentazione di continuare a vivere solo dei proventi della sua immagine, lei è convinto di avere ancora molto da dire sul campo. «Non vedo ancora la fine della mia carriera. Ho dei figli, sono loro la mia priorità, ma amo il tennis e spero di continuare ancora a lungo. Poi, chissà cosa accadrà fra uno, tre o cinque anni? Non so quando andrò in pensione, ma vivo la cosa serenamente e spero di continuare a giocare il più a lungo possibile. Tutto dipende da come ti senti fisicamente e mentalmente. Molti si stancano, sono tentati di fare altro. Per me l’importante è rimanere il più a lungo possibile vincente sul campo e continuare a divertirmi nel farlo; finora, lo sforzo vale ancora la pena. Amo questo gioco, e amo vincere. Oggi più che mai posso scegliere i tornei che voglio, non mi sento in dovere di partecipare a quelli dove non mi va di andare. È tutto più rilassato. Così voglio giocare: senza la sensazione di doverlo fare».

Una questione di principio che la conduce al punto di vantarsi di non guardare più le partite di un torneo, quando viene eliminato. «Durante la finale degli ultimi Internazionali d’Italia a Roma stavo passeggiando con i miei figli in un bosco svizzero. Qualcuno mi ha detto: “Ha vinto Djokovic”. E io ho risposto: “Bene, bene”. Non mi suscita niente, nessuna sensazione. Mentre partecipo a un torneo, vedo tutte le partite. Studio i miei rivali, il terreno di gioco, il clima… Tutti gli elementi che contano. Ma quando la mia partecipazione a un campionato giunge al termine, spengo l’interruttore. Smetto di vedere le partite. Non mi interessa chi arriva alla finale, né chi la vince».

Sua moglie, Mirka Vavrinec, è stata una tennista come lui e, dopo essersi ritirata per un infortunio al piede, è diventata la sua ferrea rappresentante. Le sue figlie gemelle, Myla Rose e Charlene Riva, stanno per compiere cinque anni e hanno da poco avuto dei fratellini, gemelli anche loro, Leo e Lenny. Cosa vede oggi, quando si guarda allo specchio? «Semplice: un giocatore di tennis professionista, un marito, il padre di quattro figli».

E chi vuole essere dopo il tennis? «Un uomo dedito alla famiglia. Come lo sono adesso, ma forse dopo potrò godere di più momenti intimi con le persone a me più care, in Svizzera. E voglio dedicare più tempo a cose che non ho potuto fare. Oggi il più delle volte non posso decidere se voglio andare a sciare o partire per un weekend a sorpresa con mia moglie. O trascorrere una serata romantica con lei. Forse questo è il tipo di cose che spero di poter fare quando andrò in pensione».

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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