Elogio di Gilles Simon, il pifferaio magico del campo da tennis

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Elogio di Gilles Simon, il pifferaio magico del campo da tennis

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Gilles Simon
 
 

TENNIS PERSONAGGI –  Gilles Simon è uno di quei tennisti che polarizza i tifosi per la sua maniera di giocare: o lo si ama o lo si odia. Si è ripreso da numerosi infortuni e sta risalendo ancora una volta la classifica perché è convinto di valere di più. È rappresentante dei giocatori nel council ATP e le sue parole non sono mai banali

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Qualcuno magari non lo saprà ma molti lo chiamano “Gillou”. Un soprannome più gestibile a livello fonetico di Gilles per chi non è di madrelingua francese. Tutti conoscono però il valore di Simon come tennista e come uomo, un duro sia se c’è da resistere da fondo campo che se c’è da esprimere un’opinione su un tema importante. Questo francese dal fisico esile e dai capelli disordinati è un bel personaggio del circuito. Ha iniziato a giocare a tennis a sei anni, ispirandosi successivamente a Michael Chang. Subito attratto dall’intelligenza del tennista americano, anche Simon si è presto iscritto al partito dei Davide contro Golia sul campo, lui che non ha propriamente un fisico mostruoso. Fattosi conoscere nel circuito per la sua maniera atipica di giocare e ristabilitosi da numerosi infortuni che l’hanno tenuto lontano dal campo per diverso tempo, il tennista di Nizza ha deciso di mettere su famiglia nella fase più importante della sua carriera. Nel 2010 infatti è diventato padre per la prima volta, con la nascita di Timothé.  Valentin è il nome del secondo figlio, avuto sempre dalla compagna Carine Lauret.

 

Simon è classe 1984 e parlare di lui vuol dire parlare del tennis francese contemporaneo, considerando che Tsonga è del 1985 mentre Gasquet e Monfils sono del 1986. Sono cresciuti tutti assieme e sicuramente Gilles era il meno dotato del gruppo. Almeno così pensava la Federazione locale che si accorse di lui oramai diciannovenne. Dice dei suoi esordi: “Sono stato per molti anni sottovalutato, senza molte persone che credevano in me e quindi ho potuto muovermi sotto traccia. Non ho avvertito molta pressione all’inizio, adesso ne ho di più”. Intanto però i tanti che l’avevano affrontato nei tornei juniores erano già a conoscenza della sua forza. La prima volta che Richard Gasquet si trovò ad affrontarlo in torneo, proprio in età junior, finì per vincere, ma a caro prezzo. “Giocammo per tre ore, alla fine ero distrutto. Fui costretto a ritirarmi dall’incontro del giorno dopo” ricorda Richard. Roger-Vasselin ebbe a dire qualche anno fa di lui in una intervista: “Non ottiene le copertine come Tsonga, Monfils o Gasquet, ma lui rimane uno dei più forti. Gioca da fondocampo e non ha colpi spettacolari come il servizio di Jo, o il rovescio di Gasquet, ma ogni volta che giochi contro di lui sai che sarà un match duro da affrontare”.

Diventato professionista nel 2002, è dal 2006 che comincia a mettersi in luce, entrando nei primi 100 ATP. L’anno seguente arriva il primo titolo ma è nel 2008 che compie il grande balzo, vincendo 3 titoli e centrando la semifinale al Master di Shanghai perdendo da Djokovic, diventando il numero 6 ATP. Riesce inoltre a battere sia Nadal che Federer, uno dei pochi a riuscirci nello stesso anno. Si è infortunato molte volte. Al ginocchio, per uno stop molto lungo e poi anche alla schiena quest’anno; ha addirittura preso la pertosse dal figlio e ha avuto inoltre un problema alla costola. Si è sempre ripreso, tornando a giocare sempre in maniera competitiva, risalendo posizioni nel ranking come in questa ultima parte di stagione, quando è tornato fra i migliori 20 dopo la finale di Shanghai persa lottando contro Federer. Attualmente è allenato da Jan De Witt, coach che condivide con il finlandese Jarkko Nieminen, dopo molti anni spesi assieme a Thierry Tuslasne.

Parlare di Simon tennisticamente si riduce spesso a parlare di un giocatore che non sembra dotato. La pensano in questa maniera i tanti spettatori che lo giudicano come un pallettaro con una gran corsa, considerandolo noioso. Il suo gioco è basato tutto sui fondamentali, mancando di incisività al servizio e non sentendosi a suo agio nei pressi della rete. Alto e magro (183 cm per 70 kg appena), fisico al limite del rachitismo (ma riesce anche a sollevare 100 kg su panca piana), Simon è un concentrato di tenacia che dispensa puntualmente sulla lunga distanza. Fra i giocatori più intelligenti del circuito, è bravo nel tessere la tela nella quale imbriglia giocatori anche più forti di lui, convinti di tenere in mano le sorti del match mentre in realtà è Simon che li porta dove vuole lui, illudendoli di avere il controllo. Il timing pressoché perfetto gli permette di anticipare tantissimo i colpi, con quelle aperture molto pulite da ambo i lati. Specie dal lato del rovescio, che tira praticamente piatto,  viene esaltata la sua compostezza nel colpire.

Giocare contro di lui consuma energie mentali ben prima di scendere in campo. Sono molti i giocatori che una volta sorteggiato il tabellone guardano in quale zona è capitato il francese. In campo i suoi match difficilmente hanno picchi. Simon ama addormentare gli avversari con il suono ossessivo dei suoi tic-toc, il rumore dei suoi colpi che arrivano sempre alla stessa velocità e sempre negli stessi angoli. Lui descrive così il suo gioco: “Non mi piace sbagliare. Ecco perché delle volte gioco piano”. E poi: “Posso perdere da uno più forte, ma posso giocare in diverse maniere, anche giocando pazientemente l’inizio delle partite. Gli avversari sanno che sarà dura battermi. Non sono il tipo che affronta ogni match come una sfida per poter affermare la propria superiorità”.

Ma Simon non è famoso solo per la sua maniera di giocare, un po’ in controtendenza in questo tennis moderno fatto tutto di attaccanti da fondo campo con servizio e diritto e scambi brevi. Fa parlare di sé anche quando rilascia dichiarazioni su temi che altri tennisti affrontano in maniera molto più politicamente corretta. Ad esempio non ha preso bene alcuni commenti da parte di ex tennisti francesi passati a commentare per la televisione. “Sono i peggiori, gli ex giocatori che tirano merda addosso senza essere stati necessariamente meglio di te”.

Ma fra la sue polemiche più famose come non ricordare quella sulla equiparazione del montepremi degli Slam fra uomini e donne. “L’equiparazione del montepremi non funziona nello sport”, dichiarò all’Huffington Post francese nel 2012. “Facciamo più spettacolo delle donne, non trovo giusto dividere quindi il montepremi a metà con loro”. D’altronde, a rafforzare la tesi di Simon, basterebbe dare un’occhiata ai numeri del tennis, sia come spettatori allo stadio ma anche in TV.  Stuzzicato sull’argomento, Simon non ebbe problemi ad ammettere nuovamente: “Penso che il livello del tennis maschile sia più alto di quello femminile. Siamo sul campo il doppio del tempo rispetto alle donne quando giochiamo 3 su 5. Roma è diventato un evento combined per salvare il torneo femminile, di cui ricordo una finale con una ventina di spettatori”. Il francese non è l’unico a pensare queste cose, è però uno dei pochissimi a dirle in pubblico.

Anche sul vertice del tennis ha le idee chiare: “Nadal, Djokovic e Federer avrebbero vinto la metà dei loro titoli se le superfici fossero state differenti. Lui è uno di quelli che è sempre stato contro l’uniformazione delle superfici che consente di giocare oggi alla stessa maniera sia sull’erba di Wimbledon che sulla terra di Parigi. Anche Federer non ha gradito questa uniformazione e Simon ha così commentato: “Roger ritiene di adattarsi meglio rispetto a Nadal o Djokovic. Io sono perché esistano superfici molto diverse, dalla terra lenta all’indoor super veloce, anche se ci sono giocatori che spingono per la ‘superficie unica’. Uno in particolare, molto influente, ma non ne posso fare il nome”.

Della sua carriera ricorda fra i match più belli quello vinto contro Nadal a Madrid nel 2008. Ma anche quello di quest’anno a Roma, sempre contro lo spagnolo con il quale ha un feeling particolare. Ha detto di Rafa infatti: “Mi piacerebbe giocare il doppio con Nadal perché sento che mentre io potrei reggere lo scambio da fondo campo lui potrebbe distruggere gli avversari a rete”. Simon ha sempre difeso Nadal dalle accuse di doping che circolano puntualmente. “Invece di parlare di lui come un tennista che userebbe prodotti dopanti, sarebbe solo da ammettere che è migliore di noi”.

Tennista amabile anche fuori dal campo, va molto d’accordo con i francesi con i quali è cresciuto giocando, ovvero Gael, Jo e Richard, ma anche con Jeremy Chardy. Ama Usain Bolt e andare sui Rollerblade, ascolta i Radiohead e considera casa sua Neuchatel, in Svizzera. È convinto di non aver ancora raggiunto il picco della sua carriera, altro segno della sua straordinaria voglia mentale. “Non è vero che sono al picco delle mie abilità” dice al riguardo. Forse potrebbe aiutarlo a scalare ancora la classifica una modifica al regolamento, di cui lui è ideatore. Simon sogna infatti di cambiare la regola del servizio del tennis con uno stratagemma: “Ho una battuta orribile quindi farei battere una sola palla ma con una modifica: ci si posizionerebbe vicino alla riga di fondo a seconda della propria altezza. Ad esempio: se Karlovic servisse sulla linea di fondocampo, allora io dovrei servire due metri dentro il campo, giusto per fare match pari”. Con questa regola di sicuro salirebbe in classifica ma Simon sa già che non ne ha bisogno. A lui basta tessere la tela e annoiare i suoi avversari, prendendoli per lo sfinimento. Se non è forza questa…

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Talentuosi, appassionati, sotto i riflettori, l’incredibile vita di due precoci fratelli giapponesi: gli Owaki

Yunosuke e Koujirou Owaki sono dei veri fenomeni con le loro racchette: li abbiamo incontrati in occasione del loro primo viaggio in Europa, dove sono stati invitati dai loro idoli Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic.

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Pubblicato da Tennis Majors il 3 maggio 2022

I fratelli Owaki sono esattamente come tutti gli altri bambini: si abbuffano di dolci e bevande alla merenda, regalano enormi sorrisi ai genitori con la medesima facilità con cui respirano e litigano per chi debba usare per primo il tal gioco… Hanno solo un problema di concentrazione quando viene chiesto loro qualcosa di diverso… come un servizio fotografico.

 

Dicevamo che sono come tutti i bambini, ma con un “piccolo” particolare che li porta vicino ad avere lo status di baby star: giocano a tennis con un’incredibile bravura.

Il primo viaggio della famiglia Owaki

I fratelli giocano a tennis nel vero senso della parola: si divertono con palline e racchette, trasportati dall’inesauribile energia dei loro anni – sei e otto – e questo, ci hanno detto, senza risentire del fuso orario.

Yunosuke e Koujirou hanno dunque appena viaggiato fuori dal Giappone per la prima volta, insieme ai loro genitori, Kosuke Owaki, che fa il venditore in un’azienda che produce metalli e la madre Minako Owaki, segretaria in un’azienda di pompe subacquee. Entrambi hanno 35 anni.

Nel momento in cui state leggendo questo articolo, la famiglia Owaki è già tornata a casa, a Mizumaki nel nord dell’isola più meridionale del Giappone, Kyuchu, dopo 20 giorni passati in Europa: 3 settimane da sogno per Yunosuke e Koujirou, così composte: 2 settimane sulla costa francese, prima alla Mouratoglou Academy per una settimana di allenamenti, poi ad assistere al Master 1000 di Monte-Carlo, poi a Belgrado per vedere l’ATP 250 nella Capitale serba.

Come in un sogno, erano stati invitati dai loro idoli: Stefanos Tsitsipas, il giocatore preferito di Yunosuke, e Novak Djokovic, quello di Koujirou.

I fratelli cominciano a essere famosi su Instagram

Il rovescio ad una mano di Yunosuke (e Tsitsipas) e quello a due mani di Koujirou (e Djokovic): questi gesti tecnici, inauditi in termini di precisione e impegno per giocatori così giovani, hanno reso famosi i fratelli Owaki durante il lockdown della primavera del 2020.

“Tutti li conoscono in Giappone – i genitori si sono sorpresi che la gente li conoscesse anche in Europa. Non ci potevano credere”. Così ha detto Magashi Ogawa, l’agente che adesso li accompagna vista l’attenzione crescente che ha già fruttato 25 interviste nel loro paese.

La gente chiede di fare foto con loro e i genitori sono davvero stupiti di quanto i fratelli vengano riconosciuti”.

Ecco il miracolo dei social media. Il loro account Instagram, dove il padre posta regolarmente i loro esercizi, allenamenti e, occasionalmente, partite, dà l’impressione distorta di una vita dedita al tennis, ma i due fratelli non giocano proprio molto…

“Due volte alla settimana e solo due ore al mese con un maestro”, così ci dicono i genitori.

Mizumaki è una città medio-piccola (30.000 abitanti) con una tradizione mineraria, dove il tennis è quasi sconosciuto. Questo spiega perché la maggior parte dei video sono girati in un parcheggio locale oppure in casa: il J Struct Tennis Club, dove si allenano, e il Tagawa Tennis Club, dove la famigli si reca nel tempo libero, sono a un’ora di distanza.

Vedremo presto i fratelli Owaki iniziare a competere?

Yunosuke, il più grande, ha già l’età per fare attività a livello agonistico e ha giocato il primo torneo nell’estate del 2021 ma è l’eccezione che conferma la regola.

“In Giappone gli unici tornei aperti a giocatori della sua età sono nell’area di Osaka o Tokyo” dice la famiglia; per entrambe le città bisogna prendere l’aereo.

“Se ne avranno le capacità e se lo vorranno, potremo certamente pensare a una carriera tennistica, ma adesso vogliamo che i ragazzi si divertano. Al momento il tennis non è preso molto serio, ci giocano e basta” dice la madre.

“Li portai ad una lezione in un club vicino e i ragazzi si divertirono. Tutti dissero che erano molto bravi, lo dicevano i maestri. I ragazzi erano davvero contenti e così hanno cominciato…”.

Una cosa è sicura: se i loro movimenti sembrano assolutamente precisi e promettenti per la loro età, vedendo i video in circolazione, non ti stai ingannando: quello che i ragazzi stanno facendo è davvero eccezionale.

“A questa età non ho mai visto niente di simile”, dice Patrick Mouratoglou, fondatore dell’accademia che porta il suo nome, attuale allenatore di Simona Halep, co-fondatore di Tennis Majors e fondatore della ChampSeed Foundation, che finanzia i sogni dei giovani giocatori a partire dai dieci anni di età. “Il loro livello, me lo spiego con il molto lavoro, soprattutto mimato. I loro genitori mi hanno detto che si esercitavano facendo molti gesti a vuoto (esercitando i movimenti dei colpi), come un pianista si esercita con la sequenza di note della scala. Penso che abbiano anche molto talento naturale. C’è un tempismo eccezionale nei loro movimenti. Sanno giocare la demi volée, sanno giocare palle alte, c’era molto vento durante la nostra sessione e si sono adattati senza alcun problema”.

Alcuni incredibili dritti corti incrociati o passanti di rovescio lungolinea confermano tale osservazione.

Tuttavia, Yonosuke e Koujiro sono ancora lontani anni luce dal diventare campioni. “La cosa più importante per progredire è giocare molte partite”, spiega Mouratoglou. “Vincere è ciò che conta per un tennista e si impara facendolo. Ma giocano poche o nessuna partita. In questa fase adorano giocare, puoi vederlo, ed è la cosa più importante. Se gli piace, progrediranno. Hanno la tecnica, ma è solo uno strumento, che non basta. Il successo ai massimi livelli è una questione di motivazione e personalità. Ci vogliono anni per formare un agonista”.

Wilson, Adidas e altro

Hanno il gusto della competizione? Yunosuke ha esultato facendo il pugnetto parecchie volte durante i suoi primi incontri, ci dice la famiglia. Come reagiranno ai giovani avversari che, senza dubbio, vorranno aggiungere il nome dei piccoli talenti di Instagram alla loro lista di successi? A questo punto dobbiamo accontentarci di supposizioni.

“Sono il loro unico partner”, sorride il padre, Kosuke Owaki. “Vogliono giocare di più. Non escludo di trasferirmi per rendere le cose più facili, e perché non all’estero, perché non qui?” dice, nella caffetteria dell’Accademia Mouratoglou. “Stiamo esaminando come farlo”.

Quando hanno partite di allenamento, non ci sono litigi. Il ragazzo più grande di solito vince con un margine ristretto, nonostante parta in svantaggio con il sistema di punteggio a handicap.

La celebrità dei due ragazzi ha portato loro qualche sponsorizzazione locale, flessibilità da parte del datore di lavoro dei genitori, supporto, di cui non si conoscono i dettagli, da Wilson (ora nella biografia dell’account) e Adidas (che non ha il diritto di farlo). È comprensibile che la famiglia Owaki non debba più preoccuparsi dell’attrezzatura, ma l’esperienza europea che Tsitsipas e Djokovic hanno appena offerto loro non può diventare uno stile di vita.

Per ora i due ragazzi si stanno godendo i primi trofei: polo e racchette autografate dai loro idoli, abbracci e selfie con le loro star preferite, l’amicizia del primogenito di Djokovic, Stefan, con cui stanno giocando, e i posti in prima fila allo stadio. Monte-Carlo e Belgrado sono state le prime partite di alto livello viste dagli spalti.

La loro attenzione nel seguire le partite senza distrarsi, anche se così giovani – hanno una perfetta padronanza delle regole – è un’altra affascinante manifestazione del loro amore per il tennis.

Patrick Mouratoglou ha dovuto rispondere recentemente alle domande del canale televisivo Canal+ sulla possibile sovraesposizione di questi bambini che hanno appena iniziato la scuola.

“C’è il rischio di esporli troppo, sì, ma i genitori non hanno molta scelta”, ha risposto l’allenatore. “Nel tennis il fabbisogno finanziario è enorme. Hai bisogno di un allenatore, di un preparatore atletico, devi pagare le trasferte ai tornei. Quasi nessun genitore ha questi mezzi. Pubblicizzare i tuoi figli quando sono dei fenomeni può aiutare a trovare questi mezzi necessari”. I genitori giurano che se i ragazzi vorranno smettere di giocare a tennis domani, non ci saranno problemi.

I fratelli Owaki sembrano lontani anni luce da tali considerazioni, lontani da essere grandi giocatori come i nostri occhi adulti vogliono spontaneamente vedere nel talento precoce. Sono ragazzi abbastanza fortunati, con le loro capacità naturali e le conoscenze che Instagram ha permesso loro di fare, per vivere al meglio il loro sogno.

Vivere in un territorio privo di tennis, dove giocare su un campo normale è impossibile, in questa fase sembra più un’opportunità. Non puoi sognare qualcosa che trovi ogni giorno sotto casa tua.

Traduzione di Luca Gori e Massimo Volpati

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Boris Becker nel carcere “fatiscente, sovraffollato e infestato dai topi”

La prigione che ospita l’ex campione tedesco è una delle peggiori del Regno. Secondo Andy Murray, “ha infranto la legge, nessun trattamento speciale”

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La notizia della condanna di Boris Becker ha fatto il giro del mondo e ora torna con l’aggiornamento sul luogo di detenzione dove è stato al momento condotto. Descritta come “fatiscente, sovraffollata e infestata dai topi”, la prigione di Wandsworth si trova a una decina di minuti di macchina da quei campi di Wimbledon dove l’ex campione tedesco ha trionfato tre volte, la prima nel 1985 da diciassettenne. Dall’età delle vittorie all’età vittoriana, trattandosi di edificio (il carcere) costruito 170 anni fa. La struttura detentiva appartiene alla categoria B, in una classificazione dove A significa “di massima sicurezza” e D minima.

Ai sensi della Legge Fallimentare britannica, Becker è stato condannato a una pena di due anni e mezzo per il primo dei quattro capi d’accusa di cui è stato riconosciuto colpevole (in sintesi, “il fallito è colpevole di un reato se distrae qualsiasi bene che avrebbe dovuto consegnare al curatore”). Per gli altri tre capi d’accusa, il giudice Deborah Taylor era partita da una base di diciotto mesi per ognuno, decretando poi in relazione a essi sentenze concorrenti, con l’effetto di cucirgli addosso una sentenza appunto di 2 anni e 6 mesi. L’effetto è che Boris sconterà in carcere metà della pena per poi essere rilasciato in libertà vigilata soggetto alle cosiddette “license conditions”, prescrizioni normalmente individuate nella buona condotta, rimanere in contatto con l’ufficiale addetto alla sorveglianza, risiedere permanentemente a un indirizzo e nel divieto di lasciare il Regno Unito senza apposito permesso. Ma torniamo alla prigione di Wandsworth.

Sul sito governativo dell’Ispettorato della Giustizia, apprendiamo da un report dello scorso settembre che il 91% dei detenuti disponeva di meno di due ore al giorno fuori dalla propria cella, a volte solo 5 minuti. Alcuni prigionieri hanno dichiarato di non poter uscire all’aria aperta per giorni se non per settimane. Inadeguati sono anche risultati l’accesso all’esercizio fisico e all’istruzione, o a un’attività lavorativa rilevante. Inoltre, a dispetto della diminuzione della popolazione del carcere a 1.364 unità, si legge nel rapporto, Wandsworth è rimasta una delle più sovraffollate prigioni di Inghilterra e Galles, con quasi tre quarti dei prigionieri che in due occupano una cella progettata per uno.

 

In aumento la violenza contro altri detenuti e lo staff, con le guardie che spesso non attivano le telecamere indossate sull’uniforme così da evitare ripercussioni; 1.398 incidenti negli ultimi mesi che riguardano l’uso della forza, un numero sorprendentemente alto considerato il pochissimo tempo trascorso fuori dalle celle. Ratti, topi e piccioni che infestano, celle e pianerottoli in cattivo stato, alcune docce orrende. Rispetto alla precedente ispezione ci sono stati anche notevoli miglioramenti: visite e videochiamate hanno luogo in una struttura eccellente con i muri decorati dagli stessi detenuti. E anche l’accoglienza è buona, con celle per la prima notte pulite; se non sempre c’è la possibilità per i nuovi arrivati di farsi una doccia il giorno stesso, la loro sicurezza è garantita. Il cibo non è male secondo buona parte degli intervistati, ma la cena, servita in cella, è trasportata in contenitori termici sudici.

In sintesi, sovraffollamento, violenza, sporcizia, topi: quello che ci si aspetta da una prigione e tuttavia come non dovrebbe assolutamente essere, che ci mettano dentro un famoso ex tennista o meno. Un po’ come l’hotel australiano dove in gennaio Novak Djokovic ha atteso la chiusura del suo iter giudiziario – non era un paradiso fino al giorno prima nè è diventato all’improvviso un posto indegno, ma di certo è tornato nell’oblio generale una volta che la star di turno ha fatto i bagagli. Lasciamo però i commenti a un altro dei Fab 4, Andy Murray che, riporta la stampa britannica, non prova molta compassione per il cinquantaquattrenne di Leimen: Ha infranto la legge e, se lo fai, non penso che dovresti ricevere un trattamento speciale per via di chi sei o per quello che hai realizzato. Mi dispiace che sia in quella situazione, ma mi dispiace anche per le persone che ha colpito con le sue decisioni e per quello che è successo loro”. E aggiunge, “spero che stia bene e che impari dai suoi errori, ma non provo particolari sentimenti al riguardo”.

La domanda, tuttavia, è cosa ci faccia in un carcere di categoria B una persona riconosciuta colpevole di quattro capi d’accusa relativi all’Insolvency Act, un luogo che per alcuni mesi ha ospitato nientemeno che… Oscar Wilde (sì, essere lui era reato all’epoca). A fornirci la risposta è il tabloid britannico Daily Mail che, citando alcune fonti all’interno di “Wanno”, scrive che Becker vi trascorrerà probabilmente una quindicina di giorni prima di essere trasferito in una struttura di categoria C, vale a dire per detenuti meno pericolosi. Intanto, Becker sosterrà un colloquio per valutare il rischio di suicidio (ce ne sono stati nove dalla precedente ispezione del 2018) e trascorrerà le prime tre notti nell’Ala E come ogni nuovo arrivo.

Era stato un ex detenuto, Chris Atkins, a rivelare la brutale realtà di Wandsworth in un libro, riprodotto a puntate dal Mail on Sunday. Condannato a cinque anni per frode fiscale, Atkins scrive occasionalmente per il Guardian ed è apprezzato autore di documentari. Secondo la sua esperienza, “Becker sarà terrorizzato”. Ma aggiunge che, “pur essendo un luogo violento, non è così pericoloso se voli basso e non vieni coinvolto in droga o debiti”. Addirittura, dice che “lo sport è molto importante sia per i detenuti sia per le guardie. Tutti lo vedranno un po’ come un eroe e probabilmente sarà inondato da richieste di autografi”.

Lo scenario migliore prevede quindi tenere a bada i fan per un paio di settimane, essere trasferito in una prigione meno dura e, stando ad altri tabloid britannici, tra cui il Mirror, diventare preparatore atletico dei detenuti, oltre che una riduzione della pena detentiva a dieci mesi, trascorrendo il resto con un braccialetto elettronico. Chi vuole bene a “Bum Bum” non potrà che augurargli un’evoluzione del suo prossimo futuro simile a quella del presente articolo, passato dall’iniziale studio di leggi, sentenze e report alla conclusione sfogliando i tabloid.

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Tanti auguri a Gianluigi Quinzi: da ex “Messia del tennis” al futuro dall’altra parte della rete

Compie oggi ventisei anni l’ex promessa del tennis azzurro, che adesso sta studiando per vivere il mondo dello sport da un’altra prospettiva

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Gianluigi Quinzi a Wimbledon juniores, 7 luglio 2013 - credits to: ANSA/RAY GIUBILO

Sono passati esattamente sette mesi da quando Gianluigi Quinzi ha appeso la racchetta al chiodo. Era proprio il 1° luglio dell’anno scorso quando, attraverso un post sul proprio profilo Facebook, quello che era stato etichettato come “Messia del tennis” (per citare le sue stesse parole di un’intervista a OA Sport) aveva annunciato il ritiro dal tennis giocato. “Lascio con la serenità di chi sa di aver dato sempre il massimo e la consapevolezza che giocare era diventato un peso più che un piacere“, aveva scritto Quinzi. Sette mesi dopo, nel giorno del suo 26° compleanno, ripercorriamo la carriera, interrotta probabilmente troppo presto, di una delle più grandi promesse mancate del tennis azzurro degli ultimi anni.

Una carriera che da subito ha portato ai primi successi a livello juniores. Entrato a otto anni nell’accademia di Nick Bollettieri, dopo il successo al prestigioso Little Mo in Florida, portò nel 2012 la prima Coppa Davis Junior della storia per l’Italia contro l’Australia (battendo tra gli altri Kokkinakis). Un anno più tardi, la consacrazione a livello giovanile con la conquista di Wimbledon contro Hyeon Chung, che lo porta a fine anno al numero uno del ranking di categoria. Il salto tra i professionisti non è dei più semplici e, complici anche vari infortuni, alla fine il bilancio recita tre finali Challenger (due vinte, una persa) e 12 successi Futures. A livello ATP, Quinzi ha giocato cinque incontri in un main draw vincendo una sola volta nel 2017 a Marrakech, prima di perdere al secondo turno contro Paolo Lorenzi.

Ma lo stress e la pressione di dover soddisfare determinate aspettative non sono facili da sopportare per tutti. E così, a venticinque anni Gianluigi Quinzi ha deciso che il tennis giocato non era più una parte della vita che gli donava serenità. Senza grossi rimpianti. Adesso, il ragazzo di Cittadella può alzarsi la mattina e fare ciò che gli piace fare. Da qualche mese sta allenando il sedicenne Federico Vita e, nel frattempo, studia Economia e Management dello Sport per studiare in futuro in una magistrale, magari in Business Sport e Management. Oggi, giorno del suo ventiseiesimo compleanno non possiamo che dire: tanti auguri Gianluigi, e in bocca al lupo per la tua vita futura!

 

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