Che brutto Masters fin qui! 8 match durati solo 8h e 26m

Editoriali del Direttore

Che brutto Masters fin qui! 8 match durati solo 8h e 26m

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TENNIS ATP FINALS – L’illusione di Stan Wawrinka e…mia! Novak Djokovic mostruoso. Roger Federer il più preparato? L’inviato di USA Today indaga su scommesse e combines dopo le intercettazioni di Bracciali e soci. Il contagio italiano al servizio dei top. Da Londra Ubaldo Scanagatta

Quando ho visto Stan Wawrinka strappare la battuta a Novak Djokovic all’ingresso del match e poi salire sul 2-0, mi sono detto “E vai!, finalmente assisteremo a un vero match!”.
E anche se poi Stan the Man è incredibilmente precipitato in un abisso, con 17 punti persi sui successivi 18 dal 2-0 per lui al 4-2 per Djokovic (avanti anche 0-15 sul servizio dello svizzero), per quasi tutto il primo set ero abbastanza soddisfatto del match. Molto migliore di tutti gli altri 7 di questo fin qui deludentissimo Masters.

Mi chiedevo in quei frangenti iniziali, anzi, come mai due giocatori come Djokovic e Wawrinka riuscissero spessissimo, quando si trovano uno di fronte all’altro, a dare vita a un bello spettacolo.
È facile spiegarsi con il lampante contrasto di stili che caratterizza un Federer di fronte ad un Nadal, uno destro e tennista che gioca fluido con il rovescio ad una mano e va sempre di più a rete, l’altro che gioca di potenza, è mancino, ha il rovescio a due mani e a rete non va quasi mai altro che per la benedizione finale…perché i loro duelli siano quasi sempre stati affascinanti, interessanti, emozionanti (salvo pochissime eccezioni).

 

Ma Wawrinka e Djokovic non hanno stili altrettanto fortemente contrastanti – anche se certo non giocano allo stesso modo – eppure le loro partite offrono sempre punti oggettivamente straordinari. Qualcuno sono riusciti a mostrarlo anche oggi, nonostante questa partita sia finita in 1h e 5 minuti e il secondo set, durato appena 24 minuti, non sia praticamente esistito.
Dopo quell’iniziale entusiasmo però tutto è sfumato fino a diventare amara constatazione di un torneo che fin qui non è certamente decollato.

E così, mentre tutti i colleghi si impegnano nei soliti calcoli da ragioniere per capire quanti games debba fare Federer contro Murray per finire primo nel suo gruppo (e cosa Murray per qualificarsi…) e cosa possa accadere fra Nishikori e Raonic se il canadese dovesse vincere il suo primo match e portarsi a pari merito con una vittoria con Murray se lo scozzese perderà con Federer…, io mi butto su altri calcoli, quello dei minuti giocati per questi 8 match conclusi tutti in due set (per 16 set che sono stati così distribuiti: un 6-0, sei 6-1, un 6-2, quattro 6-3, due 6-4, un 7-5, un 7-6): 506 minuti complessivi!
Significa 8 ore e 26 minuti per 8 incontri, una media di 63,25 min a partita.
Pazzesco, assolutamente imprevedibile se si pensa che ad affrontarsi sono 8 dei primi 9 tennisti del mondo. Giocatori che insomma dovrebbero garantire grande equilibrio in quasi tutti i loro match.

Ho parlato dei primi 9 perché come ben sapete qui mancava Rafa Nadal, anche se lo spagnolo è venuto oggi all’O2 Arena per far fronte ai suoi impegni nei confronti degli sponsor della finali (come accade anche per i Masters 1000 quando un giocatore non scende in campo).

Il mio collega portoghese Miguel Seabra mi ha detto oggi una battuta che mi ha fatto sorridere: “Rafa Nadal con ancora l’appendice in fiamme, si sarebbe difeso meglio di tutti quelli che hanno perso qui in due set!!!”.

Difficile dargli torto. Nadal può prendere una batosta dal miglior Federer o dal miglior Djokovic, ma in genere è uno che non molla. E qui invece troppi sono i giocatori che una volta perso il primo set danno proprio la sensazione di non provarci neppure fino in fondo. Si può subire un break o due perché demoralizzati, ma quando se ne subiscono tre in un set c’è qualcosa che non va. Capirei se fossero giocatori con il servizio di Volandri o della Errani, ma insomma, qui c’è gente alta quasi due metri abituata a tirar giù noci di cocco sopra i 220 chilometri orari che improvvisamente non mette più dentro una battuta che è una!
Cos’è un’epidemia? Un contagio collettivo procurato da qualche tennista italiano?
Il mondo sa che dalle nostre parti per qualche misterioso motivo nessuno sa servire come si deve, e soprattutto la seconda palla fa quasi sempre ridere, si chiami uno Fognini, Seppi, Lorenzi, Bolelli, Starace, Volandri e…non fatemi tornare indietro nel tempo che non ne ho voglia.

Fatto sta che uno dei miei formidabili collaboratori, Roberto Salerno, mi ha segnalato che soltanto nel 2010 e nel 1978 accadde che nel girone eliminatorio tutti gli incontri salvo uno finirono in due set.
Nel 2010 Nadal battè Roddick in 3 set, ma tutti gli altri match finirono in due set. Nel 1978 l’unico che finì in tre set lo giocò – ma perdendolo, ci mancherebbe… – Corrado Barazzutti, sconfitto dal messicano Raul Ramirez. Vedete? Riusciamo sempre a distinguerci in qualche modo.
Non c’è mai stato, insomma, un intero Round Robin senza neppure un incontro finito al terzo. Ci sono ancora 4 match da giocare però. Vedremo almeno un terzo set da qui a venerdì sera?

Vabbè, Roger Federer l’altro giorno è stato il solo a cercare di dare una spiegazione intelligente a questi risultati così netti. Agli altri è stata rivolta, da me e da altri, la stessa domanda, ma tutti gli altri (da Djokovic a Wawrinka, a Berdych) hanno alzato i sopraccigli quasi come Ancelotti e si sono limitati a dire quel che potrebbe dire chiunque di noi: “Incredibile! Inspiegabile”.
Anche in questo caso, dunque, Roger è riuscito a distinguersi. Number one anche nelle (possibili) spiegazioni tecniche. Già che ci sono vi dirò anche che dei tennisti tra i top Roger è quello che conosce meglio la storia, anche antica, del tennis. Può essere che sia anche perché nessuno ha battuto tutti i suoi record e ha dovuto documentarsi, ma in realtà mi diceva Vittorio Selmi, anziano road-manager dell’ATP, che Federer ha sempre amato la storia del tennis, sapeva tutto sui suoi miti australiani, i leggendari Laver, Rosewall, Sedgman, Hoad, Newcombe e soci. Andate a chiedere le stesse cose a Wawrinka e vi farà scena muta.

Vabbè la chiudo qui. Ma leggete le interviste, e vedrete un po’ tante domande di un certo interesse. Segnalo che da giorni Doug Robson, inviato di USA Today recentemente insignito del premio Atp Ron Bookman Award per il giornalista dell’anno, sta domandando a tutti i giocatori se sono informati dello scandalo scommesse e combines emerso in Italia recentemente con le varie intercettazioni che hanno visto coinvolto Daniele Bracciali. Mi ha chiesto di poter vedere gli articoli comparsi su Ubitennis, gli ho mandato quello uscito nella home page inglese, ma vorrebbe anche la traduzione di vari articoli usciti in Italia, intercettazioni incluse. Wawrinka stasera gli ha risposto: “Il problema non riguarda me e non riguarda, credo, i top-players. Ma a livello dei challenger si è più esposti. Lì è più facile scommettere, più facile trovare dove scommettere, è meno importante vincere o perdere (questo ha detto anche se chi ha ascoltato le sue parole, come me, le ha trascritte male).

Vabbè, per oggi basta, a giovedì! Sperando di vedere finalmente un bel match. Fra Federer e Murray in particolare ci sarebbe da aspettarselo. Ma oramai…chi si illude più?

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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