Scudetto Aniene, parla Santopadre: "Al Canottieri c'è sempre più tennis"

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Scudetto Aniene, parla Santopadre: “Al Canottieri c’è sempre più tennis”

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TENNIS – Al Canottieri Aniene di Roma abbiamo intervistato Vincenzo Santopadre, uno degli artefici dello scudetto 2014 del circolo di Giovanni Malagò. Santopadre ci ha raccontato il segreto di un successo inaspettato

L’Aniene è casa mia”. “Conosciamo tutti i soci perché viviamo il circolo ogni giorno”. “Qui l’atleta è al centro di tutto”. Se alla fine di una chiacchierata il centro di gravità permanente è il Canottieri Aniene, circolo fra i più prestigiosi di Roma e un tempo noto solo per i suoi successi sull’acqua, allora forse bisogna dare retta a Vincenzo Santopadre, da dieci anni nel circolo di Giovanni Malagò e recentemente campione per la seconda volta nel campionato a squadre maschile di serie A1.

 

Vincenzo Santopadre è romano. Cresciuto nel Parioli, uno dei pochi circoli nobili di Roma a non stare sul fiume, è approdato all’Aniene una decina di anni fa, da giocatore, per poi diventare più recentemente responsabile della scuola tennis. La sua nomina era indicativa della volontà del circolo di primeggiare anche nel tennis oltre che nelle attività remiere. Ex numero 100 della classifica ATP, si è preso belle soddisfazioni nella sua vita da professionista. A trent’anni, a Roma nel 2001, batté Magnus Norman (uno che è stato numero 2 del mondo) il campione in carica del Foro Italico anno 2000. L’eccitazione fu tale che saltò la rete per stringere la mano allo svedese, oggi allenatore di Wawrinka. Santopadre ha giocato anche in Coppa Davis. Dopo aver abbandonato gli studi in scienze politiche per i sopraggiunti impegni sportivi, si è sposato con con Karolina Boniek, figlia di Zibì, ex calciatore della Juventus e della Roma del dopo Falcao. Hanno due figli, tennisti in erba. Per ora.

Lo incontriamo al Canottieri Aniene, dove sono in programma le premiazioni degli atleti del circolo per i successi del 2014. Il presidente Malagò è in leggero ritardo, impegnato al Coni nella consegna dei Collari d’oro al merito sportivo. Santopadre arriva, vestito molto elegante, e assieme cerchiamo riparo dal vociare indistinto dei soci rifugiandoci nel piano di sotto, dove sono i campi da tennis bagnati dalla pioggia copiosa.

Vincenzo è praticamente all’Aniene da sempre, avendo passato i dieci anni di permanenza che darebbero diritto alla cittadinanza praticamente ovunque. Giocatore più rappresentativo e, quindi, più felice? “Quello che è sicuro è che sono molto legato a questo circolo, dove sono arrivato come giocatore e dove sono stato accolto benissimo, sebbene avessi completato la mia carriera professionistica. Questo fattore mi ha dato un supplemento di energie che mi ha consentito di fare ciò che facevo con molta leggerezza, intesa come divertimento. Poi con il passare degli anni sono stato nominato responsabile della scuola tennis, un ruolo pesante in un circolo che, per usare le parole del presidente, non era nato come circolo del tennis ma che anche nel tennis voleva trovare i successi. C’era, quindi, un carico di responsabilità che a mio parere ha visto nella finale vinta il completamento di questo lavoro. Che deve andare avanti perché la soddisfazione più grande per me è stata quella di vedere in tribuna durante la finale di Genova tanti allievi della scuola tennis, tanti soci e tanti genitori. C’è stato molto interesse attorno alla squadra e il merito è di tutti quanti, nessuno escluso. Il vero segreto di questo successo è stato quello di aver trovato un gruppo nel quale ogni problema non è mai stato un problema”.

Fu proprio il Presidente Giovanni Malagò a dichiarare che per il Canottieri sarebbe stato importante allargare i successi del club al tennis. Domando quindi se dopo questo scudetto la dimensione interna dei tennisti è più grande. “Sento di sì perché vedo che c’è più interesse; lo vedo da come è stata seguita la finale, ma anche dalla tantissima gente assiepata sulle tribune che ha seguito la semifinale in casa con il Park Genova qui a Roma. Per i soci era semplice e bello venirci a tifare. E poi gran parte di questa squadra è composta – ed è un vanto del circolo – da giocatori cresciuti qui. Io sono cresciuto altrove ma oramai questa è casa mia. Abbiamo due giovani come Matteo e Jacopo Berrettini qui da cinque anni, e un altro giovane, Ludovico Scerrati, che si allena qui da tre”.

Sopraggiunge Flavio Cipolla, anche lui molto elegante che vuole guadagnare l’accesso al primo piano del circolo salendo dal piano meno nobile ma che forse sente più suo, quello dei campi da tennis. “E poi c’è Flavio, eccolo, che è stato fatto socio per meriti sportivi. Da quanto Flavio?”. “Era fine del 2010, dopo lo scudetto vinto”. “Vero – aggiunge Santopadre – avevi vinto singolo, doppio e doppio di spareggio in finale”. Carica guadagnata sul campo quindi. “Anche Simone Bolelli è stato fatto socio per meriti sportivi, mi pare nel 2009. C’è anche Vagnozzi che è qui da due anni e si è integrato benissimo”.

Paragonare i successi è difficile e lascia il tempo che trova, ne siamo consapevoli. Però può esserci qualche differenza dal vincere il primo scudetto per un circolo, nel 2010, e vincerne un altro solamente quattro anni dopo. “Il successo del 2010 ci poteva stare perché eravamo i favoriti. La nostra era una squadra fatta per vincere. Adesso il gruppo è più maturo, come sono più maturi anche il capitano Stefano Cobolli (ex 236 ATP nel 2003 ndR) che è anche lui da dieci anni qui all’Aniene, e ancora di più il grande maestro storico del circolo, Mario Fiorini, un monumento tennistico che ha collezionato cinquanta anni di attività circolo, vero e proprio collante della squadra. Questo successo è inaspettato. C’è sempre speranza di vincere quando competi, ma siamo partiti senza il favore del pronostico e, quindi, man mano che vincevamo gli incontri facevamo la bocca alla vittoria. Abbiamo sovvertito molte situazioni difficili: Bolelli c’è stato poco, Panfil (340 ATP ndR) ha badato alla sua carriera – e il circolo è stato bravo in questo – e ha saltato anche la finale”.

Vincenzo è famoso per la sua umiltà e calma. Se si deve togliere qualche sassolino dalla scarpa lo fa con estrema eleganza, e pacatezza. “Qualche anno fa qualcuno diceva che l’Aniene faceva campagna acquisti fra i giocatori ma in realtà così non è stato perché non abbiamo cambiato giocatori. Sono cambiate le regole, e il circolo ha lasciato libero Potito Starace. Però io, Bolelli e Cipolla c’eravamo nel 2010”.

Gli chiedo com’è vincere a quarantatré anni, giocando assieme (e contro) a tennisti con vent’anni di meno, nel pieno della maturazione atletica. “È un’emozione particolare; io sono un ex giocatore anche se non bisognerebbe mai definirsi così, almeno così mi hanno detto. Ho cercato di compensare il fattore età e la mancanza di allenamento con energia ed entusiasmo, mettendomi al servizio della squadra. Credo che la squadra abbia apprezzato. Giocare poi con Cipolla e Bolelli è semplice; quello che ho detto loro –  perché lo penso, e perché è così – è stato di condurmi alla vittoria. Li ho responsabilizzati perché era giusto farlo. Io ho fatto la spalla”.

Battere Starace, un ex del Canottieri, ha aggiunto un po’ di soddisfazione ulteriore? “No, perché non c’è rivalità. Una cosa importantissima che cerco di trasferire ai giovani è che il tennis è uno sport individuale. Il campionato a squadre è bello giocarlo, viverlo, è un’esperienza unica dove però l’avversario non lo devi neanche guardare. Dev’essere solo un mezzo per farti rendere al meglio. Certo poi non nego che battere grandi campioni come mi è accaduto con Cipolla, quando per esempio battemmo nel 2010 Starace e Seppi in doppio, o come quest’anno quando abbiamo sconfitto Fognini e Andujar, è una grande soddisfazione. Ma quello che conta è vivere queste emozioni, dare il massimo, poi se al di là della rete ci sono due campioni la soddisfazione è doppia ma non per questo c’è maggiore rivalità”.

Sette incontri per nove ore di finale: vince sempre il più forte con questa formula? “Nella partita secca c’è il rischio che non vinca il più forte, specie su un campo veloce come quello della finale. Nella partita di andata e ritorno secondo me emergono i veri valori delle squadre. In semifinale noi non partivamo favoriti. Io ero ottimista e assieme a Cobolli e Fiorini abbiamo ripetuto che quella era una partita dove dove potevamo dimostrare che avevamo fatto bene fin lì, visto che eravamo usciti vincitori da un girone molto duro, forse il più competitivo. Contro Fognini e compagni era il momento di far vedere che valevamo qualcosa in più. In finale sentivo che potevamo farcela. Potevamo vincere anche in maniera più facile analizzando l’incontro col senno del poi, ma è vero altrettanto che avremmo anche potuto perdere quel match”.

Facciamo un parallelo fra la Coppa Davis e la serie A1. Pensi che la formula della serie A1, possa essere applicata alla Davis, dove, se non giocano i più forti, la competizione è un po’ falsata? “Queste sono le regole. Una cosa del genere è difficile da realizzare considerato il calendario ATP. Per il campionato italiano alcune regole rendono anomalo il fatto che non possano giocare gli atleti più forti, costringendo a schierarne di meno forti in campo. Mi metto in testa a quest’ultima categoria: noi avevamo Vagnozzi in squadra che non poteva giocare per le regole, che non facciamo noi e che quest’anno ci hanno aiutato se vogliamo, anche se in passato ci hanno penalizzato”.

Discorso pubblico. Ce n’è sempre poco, anche in finale a Genova era così. Perché l’appassionato medio non segue la serie A1? “Perché forse – e aggiungerei per fortuna – c’è tanto tennis in TV. Si parla di tanto tennis di altissimo livello, per cui magari molti appassionati, ma poi in realtà non così tanto, si fermano a seguire questo livello di competizioni non interessandosi della serie A, cosa che da vero appassionato a mio giudizio dovresti fare. Se vivi a Roma e giocano contro Cipolla e Fognini, come non seguirli a tre metri dal campo? Questa formula di gioco poi consente di vedere all’opera qualche giovane interessante. Se giocassero tutti i più forti in circolazione certi emergenti non troverebbero spazio”.

Santopadre ha iniziato a giocare con le racchette di legno. La maniera classica di giocare a tennis era l’unica per lui quindi. Ricordo – l’ho visto molte volte in campo in tornei Open quando già aveva smesso l’attività professionistica – la sua grande abilità nel giocare di fino. In particolare c’è un punto che non dimenticherò mai messo a segno dal romano. Si giocava la finale dei campionati assoluti regionali del Lazio, era il 2006 ed ero al Canottieri Roma, dove un Santopadre trentacinquenne sfidò Matteo Fago, giovane diciannovenne rivelazione di quella edizione. Primo punto del match: Fago servì una prima in slice verso destra, fortissima. Santopadre si allungò e con il rovescio – è mancino – tagliò la palla in maniera assurda, giocando una smorzata incrociata che Fago non riuscì a recuperare. Lo sguardo un po’ sfiduciato di Fago dopo quel punto preannunciò l’esito del match. “Forse proprio questa maniera di giocare a tennis è uno dei segreti della mia longevità. Ho dovuto per forza affinare doti di sensibilità e l’ho fatto con un grande maestro: il muro, che oggi nei circoli si vede sempre meno. La vera difficoltà è stata quella di dover modificare il gioco col passare degli anni. Il tennis cambia continuamente. Già cinque, sei anni fa, era diverso”.

Magari i più non lo sanno ma Santopadre è anche capitano della squadra, assieme proprio a Stefano Cobolli. “Siamo capitani assieme di fatto, solo che in questa edizione del campionato sono dovuto scendere in campo più di  quello che pensavo inizialmente. Diciamo, quindi, che di base dovevamo essere noi due i capitani per cui va bene cosi. Stefano è un amico e non abbiamo problemi a condividere questo ruolo”.

La cultura sportiva dell’Aniene, un circolo nato nel 1892 come le felpe dei soci testimoniano con la grande scritta sul davanti ostentata durante i match casalinghi, è grande, enorme. “Un grande merito di questo successo va a chi ha contribuito a creare questa cultura sportiva. Al Canottieri l’atleta è al centro del tutto, una cosa non semplice da attuare in altri circoli”.

L’ultima domanda è banale quanto obbligata: da dove si riparte? Santopadre sorride: “Da dove si è finito ed è un bel partire. Ora c’è molto entusiasmo, godiamoci questo successo, un ricordo bellissimo dal quale ripartire. C’è un bellissimo gruppo, la vittoria è stata la ciliegina sulla torta ma la nostra coesione è l’elemento più importante. Da qui si riparte, da questo senso di appartenenza e dal seguito che abbiamo avuto, un altro successo oltre a quello sul campo che ci ha spinto sicuramente a dare un qualcosa in più proprio giocando”.

Ci stringiamo la mano. Sorride e raggiunge di corsa la sala dove ritirerà il premio. Ha vinto un altro scudetto sul campo a quarantatré anni: non è cosa da tutti, o no?

 

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Il nuovo inizio di Marco Cecchinato: “A luglio diventerò papà, è la mia vittoria più bella”

Con l’aiuto di coach Sartori il palermitano vuole ripartire da zero, ma con la famiglia allargata. “Ho perso tante partite ma qualcosa di buono l’ho fatto, è in arrivo Baby Ceck!”, rivela Marco alla Gazzetta dello Sport

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Marco Cecchinato - Queen's 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Ha tanta voglia di ripartire Marco Cecchinato. Non solo riprendere a giocare dopo lo stop causato dal Coronavirus, ma soprattutto riprendere in mano la sua carriera, che da circa un anno sembra aver preso una brutta piega. Appena due stagioni fa raggiungeva la storica semifinale al Roland Garros, ora nella classifica ATP congelata è fermo al numero 113, il risultato di dodici mesi in cui ha racimolato solo otto vittorie nel Tour principale dopo il titolo vinto a Buenos Aires.

Come annunciato qualche settimana fa, si affiderà alla guida esperta di Massimo Sartori, con cui ha già iniziato a programmare la ripartenza: “Siamo al reset, a un nuovo inizio” ha detto Marco alla Gazzetta dello Sport. “Per me con Sartori è stato quasi un ritorno alle origini. Quando avevo 17 anni ero stato da lui per due anni a Caldaro, ci conosciamo bene e di lui mi fido ciecamente. Prima di tutto mi ha ridato fiducia. Mi ha ricordato che Seppi ha vinto il primo titolo ATP a 27 anni, mentre io alla stessa età ne ho tre, quindi non devo avere fretta. Mi massacra. Mi sono trasferito da lui a Vicenza e mi fa allenare mattina e sera tutti i giorni. Avevo bisogno di essere rassicurato e dimostrare a me stesso che non avevo ‘disimparato’. E infatti dopo un mese di lavoro intenso ho già visto che molte cose che non mi riuscivano più nemmeno in allenamento, ora sono tornate. Questo mi fa venire ancora più voglia di faticare”.

“Si è adagiato troppo” aveva detto Sartori nell’intervista rilasciata al Corriere dello Sport in cui si annunciava la ripresa della collaborazione con Cecchinato. E ora anche lo stesso Ceck conferma le stesse parole del suo allenatore sulle cause della sua crisi: “Credo che sia stato un mix di fattori. Forse una paio d’anni fa sono state gestite male alcune situazioni, sicuramente ho pagato anche la pressione di difendere tanti punti importanti, ma soprattutto non mi sentivo bene fisicamente. Non ero mai a posto, perciò pian piano ho iniziato a perdere fiducia e anche le partite. Adesso punto a tornare nella top 50. Voglio dimostrare che quello che ho conquistato negli anni scorsi non è stato frutto del caso. Però bisogna procedere per gradi”.

 

Ma ora Marco avrà una spinta in più. Diventerà papà: “Ho perso tante partite negli ultimi mesi, ma qualcosa di buono l’ho comunque fatto… A fine luglio diventeremo genitori. È in arrivo baby-Ceck, un maschietto. Una famiglia, sarà questa la vittoria più bella della mia vita“. In un periodo in cui non si riesce a sfuggire ai discorsi su malattie e ospedali, non c’è nulla che dia più speranza dello sbocciare di una nuova vita, che speriamo coincida anche con la rinascita del vero Marco Cecchinato. Auguri!

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Ons Jabeur: “La gente mi derideva. Ora vogliono fare le foto con me”

La 25enne tunisina parla al The Guardian: “Qui a New York ci è permesso correre, quindi corro. Ma la casa è piccola”. Il futuro: “Sono confusa sul resto della stagione”. I suoi colpi: “A volte è difficile scegliere perché posso fare tutto”

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Ons Jabeur - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

L’assenza di tennis in questo periodo dà la possibilità agli appassionati di approfondire alcune storie di tennisti che di solito fanno apparizioni solo fugaci in prima pagina. Un esempio è quello della tunisina Ons Jabeur, prima tennista araba a entrare nella top 50, frenata dalla sospensione nel momento migliore della sua carriera: a gennaio aveva infatti raggiunto i quarti di finale dell’Australian Open.

Durante lo Slam australiano si era scatenata la Ons-mania, specie in Tunisia dove i bar sono rimasti aperti tutta la notte per trasmettere i suoi match. Ons è tornata sull’argomento descrivendo il suo tennis eclettico in un’intervista telefonica con il The Guardian: “Ho iniziato a giocare colpi folli fin da giovane, non giocavo piatto o in topspin bensì giocavo dei colpi folli che forse riflettono la mia personalità. Mi piacciono le cose divertenti, pazze, mi piacciono le cose originali. Ho così tanti colpi nel mio arsenale che a volte è difficile scegliere quello giusto poiché posso fare tutto. Faccio sempre quello che mi sembra migliore. A volte un allenatore mi dice che faccio troppe palle corte. Io gli dico: ‘Sì, certo!‘. Ma non ascolto mai. Sono contenta di esprimere la mia personalità perché alla fine sono io quella che gioca sul campo, sono io a colpire la palla“.

Attenzione però a farsi un’idea sbagliata di lei: Jabeur è tutt’altro che presuntuosa e la strada che l’ha portata a raggiungere la posizione n.39 a 25 anni è stata tortuosa. Nel suo paese, all’inizio della carriera, veniva spesso derisa. “Trovi queste persone ovunque, ti sottovalutano. Io ero una che parlava troppo e dissi che volevo vincere Slam, e la gente rideva e non credeva in me. Alcune persone però lo hanno fatto. Una volta ho subito un intervento chirurgico al polso e quando sono tornata dopo cinque mesi, i primi giorni non riuscivo a giocare a tennis. Le palle volavano dappertutto, non avevo feeling. La gente mi guardava, mi prendeva in giro e diceva: ‘Sì, deve smettere di giocare a tennis’. Ma queste parole mi hanno resa più forte“.

 

Attualmente però le notizie che arrivano dal mondo del tennis non sono confortanti. Mi sento piuttosto triste per la cancellazione di Wimbledon, insomma si tratta di uno dei miei tornei preferiti e l’erba è una buona superficie per il mio gioco”, ha detto Jabeur a BBC Sport Africa. “Onestamente mi dispiace che abbiano preso questa decisione e sono piuttosto confusa su cosa succederà nel resto della stagione adesso che non va più tenuto conto di Wimbledon. Come sarà possibile giocare solo uno o due Slam ora? Non so come funzionerà. Speriamo che gli altri Slam non vengano cancellati“.

Restare in salute, e per un atleta restare in forma, è la massima priorità ma per lei la situazione non è tanto semplice. Sono a New York in questo momento, diciamo che sono rimasta bloccata qui”, ha detto. Ci è permesso andare a correre, quindi io corro. Faccio principalmente molti esercizi a casa ma è molto piccola, non è facile. Sto solo facendo del mio meglio. Sfortunatamente non posso giocare a tennis adesso. Vediamo come andrà”. In questo momento di distacco forzato, il pensiero si rivolge d’istinto alla sua numerosa famiglia: Parlo con i miei genitori quasi ogni giorno. Sono al sicuro: stanno a casa e fanno quello che deve essere fatto. Mio fratello e mia sorella sono a Parigi e in Germania, quindi sono praticamente bloccati dal momento che le restrizioni sono molto severe in Europa”.

La sensibilità di Jabeur, come si può intuire, non la si ammira solo quando tiene in mano una racchetta. Ons sembra essere perfettamente consapevole del suo ruolo e della sua influenza. Prima donna africana e araba a raggiungere questi risultati nel tennis professionistico, era prevedibile che in molti iniziassero a cercare ispirazione nelle sue imprese sportive, e lei non ha certo intenzione di deluderli. “Per tutti quelli che mi seguono in Africa, in Tunisia o nel mondo arabo, è un peccato che questa stagione si sia per ora fermata dopo la mia prestazione all’Australian Open. Non ho idea di quando torneremo, ma sono davvero contenta che i tifosi mi stiano seguendo. Voglio ringraziarli di cuore per essere con me e per i messaggi che mi mandano. Sono davvero orgogliosa delle mie origini africane e spero di poter fare di più per ispirare le nuove generazioni, inviando loro un messaggio positivo ha detto alla BBC.

Nella succitata intervista al The Guardian, Ons ha aggiunto qualcosa sull’argomento: “A volte quando giochiamo in Fed Cup le avversarie di alcune squadre africane vogliono fare delle foto con me e mi chiedono del mio gioco. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che li sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere più di un esempio. Spero di poter vedere nel Tour più giocatori nati in Africa”.

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Mats Wilander: “Lo stop? Chi ci rimette è Djokovic. Non credo si giocherà lo US Open”

L’Equipe ha intervistato Mats Wilander: “Questa pausa un momento di sollievo per il pianeta. Il Roland Garros non è stato egoista”

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il quotidiano d’Oltralpe L’Equipe ha intervistato Mats Wilander all’indomani della cancellazione dell’edizione 2020 dei Championships. Lo svedese, ex n. 1 del mondo e voce autorevole di Eurosport, vive attualmente negli Stati Uniti, nello stato dell’Idaho, nel quale non è stato ancora messo in vigore il confinamento a causa dell’epidemia da COVID-19.

“Se posso ancora giocare a tennis? Cerco di palleggiare più volte alla settimana” dichiara Mats, “con una macchina lanciapalle o con un amico, perché in fondo un campo da tennis è abbastanza grande per mantenere una certa distanza di sicurezza. E siccome c’è ancora la neve, scio ogni giorno“.

Le manca il circuito? “Oh sì! I momenti che trascorro davanti alla televisione a mezzogiorno e poi la sera, mi mancano tantissimo. Mi manca il tennis dal vivo, è il momento più interessante della stagione. Dall’inizio di marzo alla metà di luglio è un tennis continuo. Indian Wells, Miami, la terra rossa, Roland Garros, Wimbledon di seguito… In questo momento stiamo perdendo il meglio. È orribile per i tifosi del tennis!”.

 

Anche per i giocatori… “Certo. Per loro è un’occasione per allenarsi di più, se ne hanno la possibilità. Ma la cosa più complicata è mantenere la motivazione perché non si sa esattamente per cosa ci si stia allenando e con quale obiettivo. È un po’ come guardare la semifinale tra Isner e Anderson a Wimbledon, non sai quando finirà! Credo sia positivo solo per i giocatori che avevano terminato la tournée australiana con un infortunio e quando si riprenderà tutti ripartiranno da zero”.

Come vive Mats la notizia della cancellazione di Wimbledon quest’anno? Per un tennista è anche un modo per realizzare quanto siamo fortunati a disputare un torneo come questo ogni anno. Può essere l’occasione per rendersi conto quanto Wimbledon o il Roland Garros siano importanti per il gioco. E quanto siamo fortunati. Il mondo occidentale è privilegiato, almeno un terzo della popolazione mondiale lotta ogni giorno semplicemente per poter mangiare. Questa è la realtà del mondo. Con questa pausa, viene concesso alla Terra un anno di riposo. Nel dramma che stiamo vivendo, è l’unico elemento davvero positivo“.

Chi ci sta rimettendo di più in questo momento? “Il grande perdente è Djokovic. Non ha ancora perso un match e ovviamente questo virus ha interrotto la sua corsa. Ci rimettono anche gli altri ragazzi che incalzano i Big3. Certo, hanno fatto molti progressi ma giocatori come Shapovalov, Tsitsipas, o Auger-Aliassime crescono soprattutto durante i tornei. Ad ogni modo, quando si è giovani, l’allenamento non ti interessa poi così tanto, non hai voglia di fare quattro ore di rovesci! Vuoi giocare le partite”.

Novak Djokovic – Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

Come ha reagito alla decisione de Roland Garros di spostare le date all’autunno?All’inizio ho ritenuto la cosa straordinaria perché avremmo ritrovato uno stadio nuovo di zecca, come se cominciasse un torneo nuovo. Dal punto di vista logistico, è una cosa buona per il torneo. Il Roland Rarros normalmente subentra dopo una successione di grandi tornei storici come Montecarlo, Barcellona, Madrid, Roma, è una sorta di apoteosi. Mentre Wimbledon è sempre stato un po’ da solo, in mezzo al nulla. Ma è anche questo che ne determina la grandezza“.

La Federazione francese egoista? Asolutamente no. Era l’unica soluzione possibile, credo. Chi è davvero egoista è il comportamento del genere umano nei confronti del pianeta, tutto questo inquinamento senza limiti“.

La decisione unilaterale del Roland Garros solleva ancora una volta il problema della dirigenza. Non crede sia giunto il momento di ricorrere ad una dirigenza unica o ad un team di “commissioners“?Non credo al potere nelle mani di un solo uomo. La cosa chiara è che i quattro tornei dello Slam sono i quattro presidenti del mondo del tennis. La Federazione francese ha deciso, ok. Ma per quanto ne sappia, anche il torneo di Indian Wells ha deciso di annullare l’evento senza consultare chicchessia! I francesi non sono stati i primi. Credo nel dialogo e nella democrazia; penso che questo dramma sia l’occasione per far sì che tutti si riuniscano attorno ad un tavolo per risolvere i grandi problemi del tennis, a cominciare dal calendario”.

E lo US Open? Non penso che lo US Open possa svolgersi nelle date previste perché non credo che in America la situazione sia davvero sotto controllo. New York è molto colpita dal virus, nessuno si aspettava che accadesse una cosa del genere. Questo virus è un segnale d’allarme per il mondo occidentale, privilegiato e non sempre consapevole della propria fortuna”.

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