Scudetto Aniene, parla Santopadre: "Al Canottieri c'è sempre più tennis"

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Scudetto Aniene, parla Santopadre: “Al Canottieri c’è sempre più tennis”

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TENNIS – Al Canottieri Aniene di Roma abbiamo intervistato Vincenzo Santopadre, uno degli artefici dello scudetto 2014 del circolo di Giovanni Malagò. Santopadre ci ha raccontato il segreto di un successo inaspettato

L’Aniene è casa mia”. “Conosciamo tutti i soci perché viviamo il circolo ogni giorno”. “Qui l’atleta è al centro di tutto”. Se alla fine di una chiacchierata il centro di gravità permanente è il Canottieri Aniene, circolo fra i più prestigiosi di Roma e un tempo noto solo per i suoi successi sull’acqua, allora forse bisogna dare retta a Vincenzo Santopadre, da dieci anni nel circolo di Giovanni Malagò e recentemente campione per la seconda volta nel campionato a squadre maschile di serie A1.

 

Vincenzo Santopadre è romano. Cresciuto nel Parioli, uno dei pochi circoli nobili di Roma a non stare sul fiume, è approdato all’Aniene una decina di anni fa, da giocatore, per poi diventare più recentemente responsabile della scuola tennis. La sua nomina era indicativa della volontà del circolo di primeggiare anche nel tennis oltre che nelle attività remiere. Ex numero 100 della classifica ATP, si è preso belle soddisfazioni nella sua vita da professionista. A trent’anni, a Roma nel 2001, batté Magnus Norman (uno che è stato numero 2 del mondo) il campione in carica del Foro Italico anno 2000. L’eccitazione fu tale che saltò la rete per stringere la mano allo svedese, oggi allenatore di Wawrinka. Santopadre ha giocato anche in Coppa Davis. Dopo aver abbandonato gli studi in scienze politiche per i sopraggiunti impegni sportivi, si è sposato con con Karolina Boniek, figlia di Zibì, ex calciatore della Juventus e della Roma del dopo Falcao. Hanno due figli, tennisti in erba. Per ora.

Lo incontriamo al Canottieri Aniene, dove sono in programma le premiazioni degli atleti del circolo per i successi del 2014. Il presidente Malagò è in leggero ritardo, impegnato al Coni nella consegna dei Collari d’oro al merito sportivo. Santopadre arriva, vestito molto elegante, e assieme cerchiamo riparo dal vociare indistinto dei soci rifugiandoci nel piano di sotto, dove sono i campi da tennis bagnati dalla pioggia copiosa.

Vincenzo è praticamente all’Aniene da sempre, avendo passato i dieci anni di permanenza che darebbero diritto alla cittadinanza praticamente ovunque. Giocatore più rappresentativo e, quindi, più felice? “Quello che è sicuro è che sono molto legato a questo circolo, dove sono arrivato come giocatore e dove sono stato accolto benissimo, sebbene avessi completato la mia carriera professionistica. Questo fattore mi ha dato un supplemento di energie che mi ha consentito di fare ciò che facevo con molta leggerezza, intesa come divertimento. Poi con il passare degli anni sono stato nominato responsabile della scuola tennis, un ruolo pesante in un circolo che, per usare le parole del presidente, non era nato come circolo del tennis ma che anche nel tennis voleva trovare i successi. C’era, quindi, un carico di responsabilità che a mio parere ha visto nella finale vinta il completamento di questo lavoro. Che deve andare avanti perché la soddisfazione più grande per me è stata quella di vedere in tribuna durante la finale di Genova tanti allievi della scuola tennis, tanti soci e tanti genitori. C’è stato molto interesse attorno alla squadra e il merito è di tutti quanti, nessuno escluso. Il vero segreto di questo successo è stato quello di aver trovato un gruppo nel quale ogni problema non è mai stato un problema”.

Fu proprio il Presidente Giovanni Malagò a dichiarare che per il Canottieri sarebbe stato importante allargare i successi del club al tennis. Domando quindi se dopo questo scudetto la dimensione interna dei tennisti è più grande. “Sento di sì perché vedo che c’è più interesse; lo vedo da come è stata seguita la finale, ma anche dalla tantissima gente assiepata sulle tribune che ha seguito la semifinale in casa con il Park Genova qui a Roma. Per i soci era semplice e bello venirci a tifare. E poi gran parte di questa squadra è composta – ed è un vanto del circolo – da giocatori cresciuti qui. Io sono cresciuto altrove ma oramai questa è casa mia. Abbiamo due giovani come Matteo e Jacopo Berrettini qui da cinque anni, e un altro giovane, Ludovico Scerrati, che si allena qui da tre”.

Sopraggiunge Flavio Cipolla, anche lui molto elegante che vuole guadagnare l’accesso al primo piano del circolo salendo dal piano meno nobile ma che forse sente più suo, quello dei campi da tennis. “E poi c’è Flavio, eccolo, che è stato fatto socio per meriti sportivi. Da quanto Flavio?”. “Era fine del 2010, dopo lo scudetto vinto”. “Vero – aggiunge Santopadre – avevi vinto singolo, doppio e doppio di spareggio in finale”. Carica guadagnata sul campo quindi. “Anche Simone Bolelli è stato fatto socio per meriti sportivi, mi pare nel 2009. C’è anche Vagnozzi che è qui da due anni e si è integrato benissimo”.

Paragonare i successi è difficile e lascia il tempo che trova, ne siamo consapevoli. Però può esserci qualche differenza dal vincere il primo scudetto per un circolo, nel 2010, e vincerne un altro solamente quattro anni dopo. “Il successo del 2010 ci poteva stare perché eravamo i favoriti. La nostra era una squadra fatta per vincere. Adesso il gruppo è più maturo, come sono più maturi anche il capitano Stefano Cobolli (ex 236 ATP nel 2003 ndR) che è anche lui da dieci anni qui all’Aniene, e ancora di più il grande maestro storico del circolo, Mario Fiorini, un monumento tennistico che ha collezionato cinquanta anni di attività circolo, vero e proprio collante della squadra. Questo successo è inaspettato. C’è sempre speranza di vincere quando competi, ma siamo partiti senza il favore del pronostico e, quindi, man mano che vincevamo gli incontri facevamo la bocca alla vittoria. Abbiamo sovvertito molte situazioni difficili: Bolelli c’è stato poco, Panfil (340 ATP ndR) ha badato alla sua carriera – e il circolo è stato bravo in questo – e ha saltato anche la finale”.

Vincenzo è famoso per la sua umiltà e calma. Se si deve togliere qualche sassolino dalla scarpa lo fa con estrema eleganza, e pacatezza. “Qualche anno fa qualcuno diceva che l’Aniene faceva campagna acquisti fra i giocatori ma in realtà così non è stato perché non abbiamo cambiato giocatori. Sono cambiate le regole, e il circolo ha lasciato libero Potito Starace. Però io, Bolelli e Cipolla c’eravamo nel 2010”.

Gli chiedo com’è vincere a quarantatré anni, giocando assieme (e contro) a tennisti con vent’anni di meno, nel pieno della maturazione atletica. “È un’emozione particolare; io sono un ex giocatore anche se non bisognerebbe mai definirsi così, almeno così mi hanno detto. Ho cercato di compensare il fattore età e la mancanza di allenamento con energia ed entusiasmo, mettendomi al servizio della squadra. Credo che la squadra abbia apprezzato. Giocare poi con Cipolla e Bolelli è semplice; quello che ho detto loro –  perché lo penso, e perché è così – è stato di condurmi alla vittoria. Li ho responsabilizzati perché era giusto farlo. Io ho fatto la spalla”.

Battere Starace, un ex del Canottieri, ha aggiunto un po’ di soddisfazione ulteriore? “No, perché non c’è rivalità. Una cosa importantissima che cerco di trasferire ai giovani è che il tennis è uno sport individuale. Il campionato a squadre è bello giocarlo, viverlo, è un’esperienza unica dove però l’avversario non lo devi neanche guardare. Dev’essere solo un mezzo per farti rendere al meglio. Certo poi non nego che battere grandi campioni come mi è accaduto con Cipolla, quando per esempio battemmo nel 2010 Starace e Seppi in doppio, o come quest’anno quando abbiamo sconfitto Fognini e Andujar, è una grande soddisfazione. Ma quello che conta è vivere queste emozioni, dare il massimo, poi se al di là della rete ci sono due campioni la soddisfazione è doppia ma non per questo c’è maggiore rivalità”.

Sette incontri per nove ore di finale: vince sempre il più forte con questa formula? “Nella partita secca c’è il rischio che non vinca il più forte, specie su un campo veloce come quello della finale. Nella partita di andata e ritorno secondo me emergono i veri valori delle squadre. In semifinale noi non partivamo favoriti. Io ero ottimista e assieme a Cobolli e Fiorini abbiamo ripetuto che quella era una partita dove dove potevamo dimostrare che avevamo fatto bene fin lì, visto che eravamo usciti vincitori da un girone molto duro, forse il più competitivo. Contro Fognini e compagni era il momento di far vedere che valevamo qualcosa in più. In finale sentivo che potevamo farcela. Potevamo vincere anche in maniera più facile analizzando l’incontro col senno del poi, ma è vero altrettanto che avremmo anche potuto perdere quel match”.

Facciamo un parallelo fra la Coppa Davis e la serie A1. Pensi che la formula della serie A1, possa essere applicata alla Davis, dove, se non giocano i più forti, la competizione è un po’ falsata? “Queste sono le regole. Una cosa del genere è difficile da realizzare considerato il calendario ATP. Per il campionato italiano alcune regole rendono anomalo il fatto che non possano giocare gli atleti più forti, costringendo a schierarne di meno forti in campo. Mi metto in testa a quest’ultima categoria: noi avevamo Vagnozzi in squadra che non poteva giocare per le regole, che non facciamo noi e che quest’anno ci hanno aiutato se vogliamo, anche se in passato ci hanno penalizzato”.

Discorso pubblico. Ce n’è sempre poco, anche in finale a Genova era così. Perché l’appassionato medio non segue la serie A1? “Perché forse – e aggiungerei per fortuna – c’è tanto tennis in TV. Si parla di tanto tennis di altissimo livello, per cui magari molti appassionati, ma poi in realtà non così tanto, si fermano a seguire questo livello di competizioni non interessandosi della serie A, cosa che da vero appassionato a mio giudizio dovresti fare. Se vivi a Roma e giocano contro Cipolla e Fognini, come non seguirli a tre metri dal campo? Questa formula di gioco poi consente di vedere all’opera qualche giovane interessante. Se giocassero tutti i più forti in circolazione certi emergenti non troverebbero spazio”.

Santopadre ha iniziato a giocare con le racchette di legno. La maniera classica di giocare a tennis era l’unica per lui quindi. Ricordo – l’ho visto molte volte in campo in tornei Open quando già aveva smesso l’attività professionistica – la sua grande abilità nel giocare di fino. In particolare c’è un punto che non dimenticherò mai messo a segno dal romano. Si giocava la finale dei campionati assoluti regionali del Lazio, era il 2006 ed ero al Canottieri Roma, dove un Santopadre trentacinquenne sfidò Matteo Fago, giovane diciannovenne rivelazione di quella edizione. Primo punto del match: Fago servì una prima in slice verso destra, fortissima. Santopadre si allungò e con il rovescio – è mancino – tagliò la palla in maniera assurda, giocando una smorzata incrociata che Fago non riuscì a recuperare. Lo sguardo un po’ sfiduciato di Fago dopo quel punto preannunciò l’esito del match. “Forse proprio questa maniera di giocare a tennis è uno dei segreti della mia longevità. Ho dovuto per forza affinare doti di sensibilità e l’ho fatto con un grande maestro: il muro, che oggi nei circoli si vede sempre meno. La vera difficoltà è stata quella di dover modificare il gioco col passare degli anni. Il tennis cambia continuamente. Già cinque, sei anni fa, era diverso”.

Magari i più non lo sanno ma Santopadre è anche capitano della squadra, assieme proprio a Stefano Cobolli. “Siamo capitani assieme di fatto, solo che in questa edizione del campionato sono dovuto scendere in campo più di  quello che pensavo inizialmente. Diciamo, quindi, che di base dovevamo essere noi due i capitani per cui va bene cosi. Stefano è un amico e non abbiamo problemi a condividere questo ruolo”.

La cultura sportiva dell’Aniene, un circolo nato nel 1892 come le felpe dei soci testimoniano con la grande scritta sul davanti ostentata durante i match casalinghi, è grande, enorme. “Un grande merito di questo successo va a chi ha contribuito a creare questa cultura sportiva. Al Canottieri l’atleta è al centro del tutto, una cosa non semplice da attuare in altri circoli”.

L’ultima domanda è banale quanto obbligata: da dove si riparte? Santopadre sorride: “Da dove si è finito ed è un bel partire. Ora c’è molto entusiasmo, godiamoci questo successo, un ricordo bellissimo dal quale ripartire. C’è un bellissimo gruppo, la vittoria è stata la ciliegina sulla torta ma la nostra coesione è l’elemento più importante. Da qui si riparte, da questo senso di appartenenza e dal seguito che abbiamo avuto, un altro successo oltre a quello sul campo che ci ha spinto sicuramente a dare un qualcosa in più proprio giocando”.

Ci stringiamo la mano. Sorride e raggiunge di corsa la sala dove ritirerà il premio. Ha vinto un altro scudetto sul campo a quarantatré anni: non è cosa da tutti, o no?

 

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Mariano Puerta confessa: “Ho mentito sul doping”

A 15 anni dalla positività all’antidoping durante il Roland Garros, Mariano Puerta ammette a ‘La Nacion’: “Sono stato irresponsabile. Ma non ho avuto alcun vantaggio, non voglio essere considerato come un imbroglione”

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo pubblicato su ‘La Nacion’. In questa prima parte, l’intervista esclusiva di Sebastian Torok con Mariano Puerta. Nella seconda parte, che pubblicheremo nei prossimi giorni, le versioni dell’allenatore, del preparatore atletico e del manager dello stesso Puerta


Mariano Puerta risultò positivo all’antidoping nella finale del Roland Garros 2005, dopo aver perso contro lo spagnolo Rafael Nadal, diventando il caso di doping più scandaloso nella storia degli sport argentini dopo Diego Maradona ai Mondiali di USA ‘94. 15 anni dopo il processo e la sanzione, l’ex tennista ha rivelato a “La Naciòn” che la teoria usata nel suo appello per ridurre la pena era “una bugia”, ma la sua nuova spiegazione, lungi dal chiarire lo scenario, genera più controversie e ipotesi in una storia per nulla trasparente. Il quotidiano argentino ha contattato tre delle persone più influenti del suo team in quel momento (l’allenatore Andrés Schneiter, il preparatore atletico Darío Lecman e l’allora manager Jorge Brasero), e le loro versioni differiscono da quelle di Puerta.

Puerta è nato in una località della provincia di Cordoba di 62.000 abitanti, San Francisco, nel settembre 1978. Mancino e maratoneta nel gioco, era un talento eccezionale della “Legione”, un gruppo di tennisti argentini nati tra il 1975 e il 1982 che, dal 2000, si era distinto nel circuito rendendo il tennis popolare nel Paese per la prima volta dai tempi di Guillermo Vilas e Batata Clerc. Quella ‘cucciolata’ di giocatori aveva un conto in sospeso: la Coppa Davis. E un lato oscuro: i casi di doping. In totale si registrarono sette casi di positivi, e Puerta fu coinvolto in due di essi. È il primo recidivo nella storia del tennis.

 

Il 5 giugno 2005, Puerta giocò la finale del Roland Garros e perse 6-7(6) 6-3 6-1 7-5, in quella che sarebbe stata la prima delle dodici vittorie di Nadal a Parigi. 48 ore dopo aver lasciato il Bois de Boulogne, tornato a Buenos Aires, andò con la sua famiglia in un ristorante a Costanera e i presenti, dai cuochi ai commensali di turno, lo applaudirono in piedi. Solo quattro mesi dopo, quando si rese noto pubblicamente che era risultato positivo al doping in quella finale del Grande Slam, Puerta disse che si sentiva osservato, giudicato e trattato come un “imbroglione”.

Puerta entrò nella Top 10 il 9 agosto 2005, un privilegio per pochi. Ma tra il ragazzo formato dal padre, Rubén, e quello che smise di passare inosservato sotto occhi stranieri e dovette camminare con la security per i corridoi del Roland Garros nella prima settimana di giugno 2005, intercorse una carriera sconnessa e instabile, fra grandi istantanee e varie tempeste. Fra queste ultime, un intervento chirurgico al polso nel 2001, un rapido ritorno e la depressione; un primo caso di doping, nel 2003, e nove mesi di sospensione per aver consumato un farmaco per l’asma con clenbuterolo, una sostanza proibita considerata “anabolizzante”. Fra le prime, invece, tre titoli ATP e una performance magnifica nel tie di Coppa Davis contro l’Australia a Sydney nel 2005. Soprattutto, però, ci fu quel secondo caso di doping, nella finale contro Nadal, per etilefrina, che produsse ammende economiche e sportive. Ricevette una pena di otto anni ridotta a due (quando è stato stabilito che la quantità che aveva nel suo corpo era 50 volte inferiore a quello di cui avrebbe avuto bisogno per avere un effetto sulla sua prestazione) e dovette restituire i premi in denaro guadagnati per quel semestre, circa 887.000 dollari USA.

Nella sua deposizione davanti ai diversi tribunali (e in seguito davanti ai media), Puerta spiegò che, pochi minuti prima della finale a Parigi, si era seduto nel ristorante dei giocatori insieme all’attrice Sol Estevanez, che poi divenne sua moglie, per poi andare a cambiarsi per giocare la finale. Durante quel periodo, sua moglie beve dell’acqua con alcune gocce di Effortil, un farmaco usato per i dolori mestruali che contiene etilefrina. Poi, mentre la donna si era recata al bagno, Puerta tornò al tavolo e versò dell’acqua da una bottiglia che portava con sé nello stesso bicchiere. Ed è così che, secondo lui, gli entrò in corpo la sostanza in questione, prescritta per trattare la bassa pressione sanguigna ma che ha anche l’effetto di essere un potente stimolante cardiorespiratorio e, per questo motivo, è inclusa nell’elenco delle sostanze proibite.


L’INTERVISTA COMPLETA A PUERTA

Un decennio e mezzo dopo il fatto, Puerta ha confermato che la spiegazione data era falsa e che si trattò di una strategia dei suoi rappresentanti legali, guidata dal compianto Eduardo Moliné O’Connor, ex-vicepresidente della Corte suprema di giustizia, dirigente dell’Associazione argentina di tennis, membro dell’International Tennis Federation e del tribunale arbitrale per lo sport (TAS), tra il 1998 e il 2006.

Undici anni dopo aver dichiarato bancarotta in un tribunale di Buenos Aires, Puerta si è trasferito dal 2014 negli Stati Uniti, dove afferma di essere stato in grado di rialzarsi “finanziariamente”, dividendo le sue giornate tra l’insegnamento del tennis e l’attività nel settore immobiliare, e ha deciso di raccontare una versione sconosciuta. E la sua storia inizia riconoscendo che quella dichiarazione resa davanti al TAS, a Losanna, sul bicchiere della sua (ex) moglie, fu “una bugia” e che fu “irresponsabile” nell’uso delle sue vitamine. La spiegazione che abbiamo usato allora come strategia era una bugia. Ma non ho avuto un vantaggio sportivo e non voglio essere considerato come un imbroglione, ha detto l’ex tennista da Miami, dove ora risiede.

La nuova spiegazione di Puerta sul motivo che avrebbe finito per causare il test positivo al Roland Garros inizia nel dicembre 2004, quando terminò la stagione vincendo il Guadalajara Challenger e chiuse al 133° posto del ranking mondiale.

“Finii il torneo a Guadalajara e cominciai le vacanze viaggiando da lì con mia moglie a Puerto Vallarta – narra Puerta. – Poi andammo a Miami e prima di tornare andai in un locale GNC [General Nutrition Centers; un’azienda di integratori alimentari, ndr] per acquistare le vitamine da usare durante l’anno, come di consueto. Arrivai a Buenos Aires per la pre-season. Prima di andare a un challenger in Cile, dissi a Darío [Lecman, ndr]: ‘Ho dimenticato di comprare o non riesco a trovare la bottiglia di caffeina e ginseng’. Lui mi disse che aveva un amico che lavorava in un laboratorio, al quale poteva chiedere di farle, dato che rimaneva oltre l’orario di lavoro e ci risultava più economico. Dissi di sì e mi sembrava tutto normale. Prima del viaggio in Cile prendo quella bottiglia e parto per iniziare l’anno. Era una pillola che non usavo sempre, dipendeva da come mi sentivo. Se stavo bene e giocavo contro qualcuno che mi dava un po’ di tempo nello scambio, non la prendevo. Non era la stessa cosa giocare contro Agassi o contro Corretja. Contro Agassi mentre stavo terminando il mio swing, ricevevo di nuovo la palla. Contro Corretja avevo più tempo, perché colpiva la pallina in fase discendente”.

Quando Lecman ti ha informato che aveva un amico che produceva integratori vitaminici, ti sei fidato?
Sì, mi fidavo al cento per cento.

Ai Giochi Olimpici di Atene del 2004, Lecman tornò a Buenos Aires poco prima del torneo sostenendo di aver avuto un problema personale, ma si scoprì che l’aveva fatto per eludere un controllo antidoping dopo che un funzionario l’aveva convocato per prelevare un campione. Nonostante ciò, ti fidavi sempre di lui?
Sì, ho sempre avuto fiducia in lui e riponevo una fiducia cieca nella mia squadra. Non avrei mai pensato che potesse qualcosa che mi avrebbe compromesso, perché tutto ciò che fosse risultato nocivo per me sarebbe stato nocivo anche per lui. Non si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Dunque, inizio a gareggiare. Perdo la finale a Buenos Aires e mi fanno un primo controllo antidoping. Arrivo in semifinale ad Acapulco ed ecco un altro controllo. Vinco a Casablanca e mi convocano per un altro controllo. Gioco un grande torneo a Montecarlo e mi controllano. Ad Amburgo ancora un altro controllo antidoping. Decido di dormire a Parigi il mercoledì prima dell’inizio del torneo. Avevo un gioco molto solido, dato che avevo vinto buone partite nel corso della stagione di terra battuta. Siamo andati con anticipo a Parigi. Partecipo al Roland Garros essendo, credo numero N.35 del mondo [37, ndr] e non avevo quella posizione di classifica da anni. Ero tornato! Dopo quello che avevo vissuto, potevo fare qualcosa di proposito? Impossibile!

Dopo il Roland Garros sei tornato a Buenos Aires e pochi giorni dopo sei tornato a viaggiare e competere. Ancora non avevi ricevuto nessuna notizia del doping?
Nulla! I tornei e i controlli si succedevano e niente. Andai in Australia per disputare la Davis, volai in Olanda per giocare ad Amersfoort, poi Kitzbühel, Sopot, Montreal, Cincinnati e tornai alla fine a Buenos Aires. Mi riposai qualche giorno, mi allenai, decisi di rompere con Schneiter e assumere Guillermo Pérez Roldán. Ero N.9 ATP. Firmai un precontratto milionario con Lotto. Era tutto perfetto con mia moglie e la famiglia. Parlai con il “Gringo” [Schneiter], con Guillermo, e chiudemmo, ma il venerdì di quella settimana [NdR: 8/19] mi chiamò mia madre per dirmi: ‘Hai tante lettere, vuoi che te le mandi?’ Risposi: ‘Sì mamma, mandamele’. Quando ricevetti le lettere, scesi le scale, cominciai ad aprirle, finché non ne vidi una un po’ strana. E quando la aprii… la mia pressione si abbassò di colpo. Cos’è questo!? Presi l’ascensore, entrai nell’appartamento con mia moglie che si stava preparando perché stavamo per partire. Mancavano solo pochi giorni all’inizio del torneo di New York. La lettera diceva che ero risultato positivo al Roland Garros. È stata una grande sorpresa e ha cambiato di nuovo la mia vita. Non avevo idea di cosa stessero parlando. Da lì è stato il caos. Non potevo più sbagliare perché ero recidivo. È iniziato un processo per scoprire da dove proveniva quella sostanza. Dovevo andare agli US Open, il mio manager chiamò Guillermo per informarlo. Gli avevamo dato la possibilità di non partecipare, ma è rimasto con me fino all’ultimo torneo di quell’anno. Caos!

Segue a pagina 2: le pillole contaminate, la strategia difensiva, la squalifica

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Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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