Gli auguri di Ubaldo ai lettori con dati e novità

Editoriali del Direttore

Gli auguri di Ubaldo ai lettori con dati e novità

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TENNIS – Nell’augurarvi ogni bene e felicità per il 2015 consentiteci di informarvi su Ubitennis anche se a qualcuno parrà autocelebrazione. Siamo il sito leader nazionale. Per il Google Rank Ubitennis ha grado 6, cioè 2 punti in più rispetto al Google Rank del sito Fit, 4 punti in più degli altri siti di tennis. Quest’anno pubblicati quasi 7.000 fra articoli, video, audio. 200.000 commenti di voi lettori. L’aiuto che vi chiediamo non è di soldi ma…

 

Cari lettori di Ubitennis,

 

Un milione di auguri per un più felice Anno Nuovo. Con tanti ringraziamenti per quanti ci seguono con affetto e ci aiutano, con i loro social network, a farci conoscere ai loro amici segnalando a volte il sito e qualche nostro articolo. Non abbiamo mai chiesto contributi a nessuno, tranne questo, il vostro “passaparola internettiano” che non dovrebbe costarvi molto. Ma potrebbe aiutare moltissimo se ai vostri amici foste in grado di chiedere altrettanto.

E’ stato un anno ricco di soddisfazioni con tutti i dati di Ubitennis.com in costante aumento grazie ad un lavoro incessante di tutta la redazione fissa (nove ragazzi, fondamentali che ringrazio di cuore) con oltre 5.100 inserimenti editoriali fra articoli, video, audio, fotogallery, pubblicati dal 1° aprile ad oggi, cioè da quando (il 1° aprile 2014 e non è stato uno scherzo!) ci siamo trasferiti da una prima piattaforma all’attuale, una WordPress con un “template”che a breve verrà ancora modificato per renderlo graficamente più moderno e leggibile. 

Così come per il massacrante lavoro della redazione devo ringraziare principalmente i 9 redattori, dal mio vice vicario Stefano Pentagallo a (ladies first) Laura Guidobaldi, Chiara Bracco, Francesca Moscatelli, ai “big boys” Daniele Vallotto, Claudio Giuliani, Danilo Princiotto, Luca De Gaspari, Giulio Fedele, per tutto quello che è stato il lavoro di emigrazione di server e implementazione template e grafica non mi sarei mai salvato senza l’apporto di Michele Lucchetti e Claudio Giuliani. E per gli accrediti Vanni Gibertini. Ci sarebbero almeno altri dieci collaboratori da ringraziare fortemente, fotografi italiani e stranieri, rassegna stampa, columnist, saggi, detentori di rubriche importantissime ed apprezzate (anche per la continuità e la puntualità) ma l’elenco vi diventerebbe forse insopportabile. Ma il nostro è stato un grande lavoro di squadra.  

Un lavoro enorme di cui probabilmente i nostri censori più critici forse non si rendono tanto conto. Altrimenti sarebbero certo più teneri. Spesso non riesco a rendermene conto appieno nemmeno io, che pure dedico al sito giorno dopo giorno, Capodanno, Pasqua, Ferragosto, Natale e feste comandate comprese, un numero di ore impressionante (tale da far dire ai miei familiari, con toni che sfiorano il rimprovero: “Ubitennis è più di un figlio per te!”. Mi sono preso recentemente 5 giorni di vacanza per stare con la famiglia…e mi sono sentito in colpa nei confronti dei miei redattori e di voi lettori, tanto per dire l’affetto quasi morboso che mi lega ormai indissolubilmente a questa creatura!) perchè il mondo Web, e il tennis che si gioca ovunque a tutti i livelli e a tutti i fusi orari, non ti dà tregua e respiro se vuoi far sempre più e meglio.

Ma più che il lavoro redazionale, sempre da ispirare, costruire, migliorare, limare, sono stati proprio questi complessi passaggi tecnici e non solo grafici, con tante modifiche grafiche (e non) da discutere, approvare, modificare, a pesare molto su chi, come il sottoscritto, non appartiene alla generazione della civiltà (?) internettiana e si è trovato ad interagire con troppe componenti allo stesso tempo, a cominciare dalle tre diverse home page che hanno reso Ubitennis unico sito trilingue di tennis al mondo...ma sulle home inglese e spagnola ci sarebbe un lavoro enorme di adeguamento da fare e io non sono stato in grado di farlo come avrei voluto. In Italia l’appello rivolto alla ricerca di nuovi collaboratori ha procurato oltre un centinaio di risposte e un conseguente enorme lavoro per visionare i curricula e capire le richieste e le qualità di ognuno (che andranno pian piano testate, ma non sarà un lavoro che si sbriga alla svelta: chi ci ha scritto dandoci la sua disponibilità abbia quindi tanta pazienza; intanto lo ringraziamo calorosamente). Ma alle home page straniere invece mancano collaboratori e non riusciremo mai a trovarne con la stessa facilità, finché queste non decolleranno. L’uovo e la gallina insomma.

Ho segnalato gli oltre 5.000 inserimenti editoriali di vario tipo dal 1° aprile in poi – curioso, rifletto ora, che il 1° aprile sia anche l’anniversario del mio matrimonio, risalente al 1989, 25 anni fa – perchè oggi dovrei entrare sull’ormai abbandonata piattaforma ONE per risalire a tutti quelli inseriti nei primi 3 mesi del 2014.

Presumendo che la media sia stata più o meno costante, anche se a gennaio con l’Australian Open facciamo sempre uno sforzo straordinario – e nel 2015 con 5 inviati in loco a Melbourne sarà ancora più straordinaria del solito la messe di servizi che pubblicheremo – nel 2014 abbiamo dunque pubblicato fra i 6.800 e i 7.000 servizi. Uno sforzo pazzesco se ci pensate, per un servizio gratuito!

Con la nuova piattaforma dei commenti Disqus, sempre dal 1° aprile in poi, posso dirvi che a stasera avevamo ricevuto 163.227 commenti dei lettori. Insomma nell’anno sono stati più di 200.000. Quasi incredibile. Su 200.000 commenti è inevitabile che qualcuno sia…ahinoi, insultante nei nostri confronti, o anche nei confronti di qualche lettore.

Riguardo ai post dei lettori abbiamo volutamente utilizzato due policies: a giorni li abbiamo lasciati liberi – come quando ne siamo stati travolti nei giorni finali degli Slam: nel solo weekend di Wimbledon ne abbiamo ricevuti 7.491! sarebbe stato un lavoro impossibile controllarli con attenzione tutti – ma in genere abbiamo cercato di moderarli per evitare che se ne impadronissero chi è portato a trascendere (i cafoni, purtroppo, ci sono dappertutto) e a dequalificare Ubitennis.com.

Ma il controllo è sempre soggettivo, chi modera non è mai la stessa persona, è inevitabile scontentare qualcuno.

Grazie al cambio di template, che potrete vedere fra non molto, arriveremo – anche attraverso l’invio di una newsletter ben calibrata ed esclusiva per chi vorrà riceverla – ad una registrazione almeno parziale dei lettori, onde sottrarsi sempre più al dilagare degli “incappucciati informatici”.

Abbiamo abbandonato la piattaforma che ci ospitava e quindi finalmente potremo affrontare e realizzare progetti da tempo messi in cantiere.

Ogni anno, riguardo ai numeri di Ubitennis, mi trovo a scrivere cose simili. Potrei fare addirittura un copia e incolla…perchè per me anche i numeri fatti da Ubitennis nel 2014 sono numeri incredibili sebbene i risultati dei nostri tennisti italiani, maschi soprattutto, non siano stati purtroppo eccezionali. Inserirò quindi come post scriptum alcuni stralci di quanto scrissi un anno fa..

Di nuovo tantissimi auguri di cuore a tutti ebuon tennis a tutti, restateci fedeli, scriveteci i vostri suggerimenti, mandateci i vostri commenti che apprezziamo di più...cioè quelli che rappresentano approfondimenti intelligenti di temi svolti o da svolgere, insomma di quelli che fanno riflettere, risparmiandoci invece i commenti da ultrà dei tifosi di questo o quello…quando lasciano il tempo che trovano (cioè la maggior parte delle volte!)

Ubaldo Scanagatta

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POST SCRIPTUM (copia di stralci degli auguri di un anno fa per chi non li avesse letti)

Ubitennis, nato nel maggio 2008 sulla scia di un blog “Servizi Vincenti” che avevo aperto nel novembe 2006 (esordendo con un’intervista a Federer in quel di Shanghai), grazie all’aiuto di tanti giovani desiderosi di affacciarsi al mondo del giornalismo, è stato per tutti, me compreso, una meravigliosa palestra.

Sono onesto con voi e me stesso nel dire che un Masters di giornalismo non avrebbe potuto far crescere nessuno quanto questa esperienza dai mille risvolti organizzativi e redazionali.

Un conto è avere 100 giornalisti a busta paga, un altro è nascere come una community di amici disponibili a lavorare in equipe con lo spirito di chi non chiede ma dà secondo i propri tempi, le proprie attitudini e disponibilità. Con l’inevitabile massiccio turn-over che comporta come conseguenza il dover reclutare ed istruire sempre nuove persone a fare nuove cose nel minor tempo possibile.

Ho già scritto troppe volte di quanti “allievi/e” – permettetemi di chiamarli così – hanno trovato uno sbocco professionale grazie a Ubitennis, quanti sono diventati giornalisti con tanto di tesserino, quanti hanno avuto accesso da accreditati – sono centinaia! – in vari tornei sparsi per il mondo imparando così a comportarsi come gli inviati dell grandi testate internazionali (non dico di quelle nazionali perchè ormai nessun giornale italiano, salvo di tanto in tanto la Gazzetta, manda un inviato per un intero torneo). Posso garantirvi che tutti quelli che sono stati con noi hanno imparato qualcosa. Molto o poco è dipeso anche dal loro impegno. Ma hanno potuto inserirlo nei loro CV.

Diversi ragazzi che hanno lavorato per Ubitennis, e imparato a fare ricerche sul web e sui giornali, articoli, brevi e lunghi, titoli, editing, i giornalisti insomma, hanno conquistato il tesserino pubblicisti, collaborazioni (da me stesso incoraggiate e favorite in maniera quasi…autolesionista) presso giornali, radio, federazioni, altri siti web …e questa per me è stata una grandissima soddisfazione, un grandissimo motivo di orgoglio.

Sono tutte persone, giovani e meno giovani, che contribuiscono, con la loro passione e con l’esperienza che hanno maturato, a promuovere il tennis, lo sport che io amo da sempre e al quale ho dedicato tutta una vita lavorativa, ricavandone soddisfazioni personali. Sì, proprio tante. Invece purtroppo tranquillità economica e serenità proprio no, con tutte le battaglie che ho dovuto combattere per la mia infinita testardaggine nel voler tenere la schiena dritta.

Un primo giudice ha dato ragione a me e non alla Fit che voleva bloccare il vostro diritto di critica – molto prima che il mio dal momento che mi erano stati chiesti 300.000 euro di risarcimento per via di alcuni vostri commenti e mai per quanto avevo scritto io – ma questa vicenda giudiziaria, durata 3 anni e mezzo e risolta brillantemente dall’avvocato Massimo Rossi che non finirò mai di ringraziare, ha fatto perdere un sacco di energie e tempo a tanti che avrebbero avuto ben altro da fare, incluso il sottoscritto che anzichè dover stare a ribattere assurde accuse avrebbe preferito impegnarsi a far crescere sempre più e meglio questo sito. Forse, ripensandoci, è proprio quello che qualcuno non voleva.

N.B. Nel 2014 a quella sentenza la FIT non si è appellata. A breve dovrebbe arrivare un’altra sentenza per un’altra azione giudiziaria promossa dalla FIT. Vi terrò informati sugli sviluppi.

Fin qui ho privilegiato sempre lo sviluppo giornalistico rispetto a quello economico. Avessi privilegiato il secondo mi sarei potuto “vendere” a chi voleva condizionarmi. Condizionamenti subiti anche da molti potenziali sponsor di Ubitennis che temono di inimicarsi i potenti del momento finanziando Ubitennis. E preferiscono astenersi, quando potrebbero avere invece tutto l’interesse a promuoversi in un sito così verticale dal target ben individuato. Io mi astengo, qui, dal citare i casi più clamorosi di “asservimento” pro bono pacis.

Oggi posso permettermi di compensare solo pochi collaboratori, i più fedeli e i più assidui, i più entusiasti e più disinteressati. Pochi, troppo pochi e non quanto vorrei. Ma non è stato possibile muoversi diversamente per sopravvivere. La storia del giovanissimo Ubitennis dice però che solo 3 anni fa nemmeno questi piccoli passi potevano considerarsi sicuri. Io sono profondamente persuaso oggi più che mai, sia pur senza nascondermi difficoltà obiettive, che ci siano concreti fondamenti per poterlo fare con un numero sempre maggiore di persone perfino in questi tempi di crisi generale, in cui tantissime aziende incluse quelle a capo delle testate editoriali più importanti (Corsera, Repubblica, tutte o quasi i magazines) stanno licenziando o prepensionando gente a tutto spiano.

E questo mi basta per andare avanti, anche se internet è una sanguisuga che ti prosciuga, che non ti dà tregua...tant’è che sono le quattro e mezzo del mattino di Natale quando sto scrivendo queste righe di auguri dedicate a voi, o almeno a chi ci segue e, facendolo, dimostra di apprezzare quel che faccio e che tutti insieme noi di Ubitennis facciamo.

Sono talmente tante le iniziative cui stiamo mettendo mano – anche in relazione al nostro gioco Tennis Virtual Tour che secondo me è geniale e non a caso nel frattempo ha raggiunto circa 3.000 giocatori (raddoppiandoli in pochi mesi; N.B. A fine 2014 sono quasi 6.000!) – che non avrebbe senso adesso farne l’elenco. Le vedrete e se vi piaceranno, e coinvolgeranno, vi capiterà di parlarne con gli amici sui social network o al circolo del tennis, e sempre più gente ci scoprirà.

Ci siamo resi conto che sempre più gente si diverte a fare pronostici per mettere a prova la propria competenza, sia che giochi senza investire soldi sia che scommetta, che quel settore pronostici lo rafforzeremo fortemente con un team ad hoc. Di più non voglio anticipare.

Oggi mi limito a ringraziare calorosamente tutti i collaboratori di Ubitennis, quelli vecchi, i presenti, quelli nuovi che subentreranno e che cercheremo di formare per aiutarli un domani anche a volare con le proprie ali. Molti sono diventati veri amici. Con molti abbiamo condiviso momenti bellissimi che io non dimenticherò. E spero anche loro.

Ubitennis sarà sempre, vi garantisco, un sito indipendente dal potere, da qualunque sigla rappresentato (ATP, WTA, ITF, FIT, CONI), perchè il modo di fare autentico giornalismo è uno solo: libero.

Il che non significa che non prenderemo posizioni sbagliate, granchi, buchi giornalistici. Cercheremo soltanto di limitare tutte le nostre carenze nei limiti delle nostre capacità. Ma lavorando cercheremo anche di divertirci e possibilmente divertirvi, pur sapendo di avere a che fare con una concorrenza sempre più agguerrita (e non sempre leale, non sempre non agevolata da rendite di posizione).

Di nuovo tantissimi auguri di cuore a tutti e …buon tennis a tutti (saluto non originalissimo, ma di cui vanto il copyright fin dalle primissime mie telecronache per Tele+).

Ubaldo Scanagatta

P.S: Se vi pare che a Ubitennis manchi qualche rubrica in particolare, scrivete, suggerite e vedremo se riusciremo a realizzarla. Con o senza il vostro aiuto.

 

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Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Australian Open

Australian Open: a quasi 36 anni un exploit di Rafa Nadal stupiva. Di Novak Djokovic no. Tre obiettivi per il serbo, due per Tsitsipas

Curiosità per il caso Srdjan Djokovic: autoconfinato in hotel, domiciliari imposti o nel box di Novak? Mi piace più Rybakina di Sabalenka

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Che dire dopo due semifinali scontate che non sono mai state incerte ma sono state più lunghe soltanto perché i due vincitori si sono distratti un po’?

Tsitsipas poteva vincere 7-6 6-4 6-4 quella che era stata preannunciata come la semifinale probabilmente più equilibrata (lo è stata) e invece nei momenti in cui poteva chiudere due set su tre – ha servito sul 5-3 nel primo, sul 5-4 nel terzo, quando poi ha avuto anche due matchpoint nel tiebreak – è stato meno deciso e così ha avuto bisogno del quarto set. Nel quale, a scanso di equivoci, è salito subito sul 3-0 e non si è fatto più riacchiappare.

 

Quanto a Djokovic beh… se avesse vinto 6-1 6-1 6-2 nessuno si sarebbe sorpreso, perché nel primo set vinto invece soltanto 7-5 Djokovic era avanti 5-1 con setpoint. Lo avesse trasformato, e non si fosse messo a discutere con l’arbitro che gli aveva inflitto un time-warning, avrebbe perso solo 5 game in tre set dopo averne persi 6 con de Minaur e 7 con Rublev.

Contando gli ultimi due punti del primo set Djokovic ha conquistato nei successivi 95 punti… la bellezza di 62 punti lasciandone appena 33 al suo malcapitato avversario che però, secondo me, era già stracontento di aver raggiunto una semifinale di uno Slam e non gli è detto che gli ricapiti.

Quello di Djokovic nelle fasi finali di questo torneo (con un unico set perso per colpa della gamba con il francesino Couacaud) è stato un dominio così schiacciante che impressiona noi e, forse, anche i suoi rivali.

Forse l’unico che non si lascia impressionare troppo è proprio Stefanos Tsitsipas, anche se con Djokovic ha perso 10 volte su 12.

Però c’è quella finale di Parigi che Djokovic aveva dimenticato (non credo l’avesse fatto apposta…) nella quale Tsitsipas aveva vinto i primi due set, a dare fiducia al tennista ateniese che oggi è certo più forte di allora.

Semmai viene da chiedersi se anche Djokovic col passare degli anni, anziché diventare più vulnerabile, non sia invece diventato più forte sulla soglia dei 36 anni. Per la verità io avrei quasi quest’ultima impressione. Oltre che gli avversari Nole sembra infatti in grado di sconfiggere l’anagrafe.

Per esser più chiari: la rimonta del quasi trentaseienne Rafa Nadal con Daniil Medvedev un anno fa ebbe del miracoloso, dell’assolutamente sorprendente. Tant’è che tutti sottolinearono quell’impresa come una straordinaria riprova del grande carattere del guerriero Nadal.

Per carità, quel Medvedev, che pochi mesi prima aveva stoppato Djokovic in finale all’US Open, impedendogli la conquista del Grande Slam, era un giocatore ben più forte di de Minaur, Rublev e Paul, tuttavia la vittoria di Nadal fu celebrata – certo anche per il modo in cui era avvenuta – come una clamorosa e sorprendente impresa.

Invece quel che sta facendo Djokovic, che ha perso una sola partita (con Rune a Bercy) da un pezzo a questa parte – e a prescindere dalle 27 vittorie consecutive all’open d’Australia – sembra perfettamente normale, tutt’altro che una impresa straordinaria.

Dei quasi 36 anni di Nadal un anno fa parlavano tutti, si preoccupavano i suoi fan. Dei quasi 36 anni di Djokovic nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa, tranne qualche volta lui stesso appena avverte un dolorino…perché è chiaramente un ipocondriaco cui se sente male a un dito pensa sia dolorante tutto il braccio.

Certamente Novak ha preso cura del proprio corpo come nessun altro, con una determinazione e una attenzione straordinaria, quasi ossessiva e assolutamente non comune.

Vedremo che cosa succederà domenica mattina con Tsitsipas. Che timori reverenziali non ne ha. E questa è la sua forza. I giocatori più… presuntuosi, e non solo ambiziosi, alla fine sono quelli che vincono più spesso degli altri. E Tsitsipas, che spesso appare quasi arrogantello e non sempre simpaticissimo, è uno che crede molto in se stesso. È una condizione ideale per vincere davvero.

E vedremo anche – sebbene ciò sia argomento molto più marginale – se Djokovic senior tornerà sul campo a seguire il figlio o resterà confinato davanti alla tv nella sua camera d’hotel. Autoconfinato o “fermato” come fosse incastrato in qualcosa di simile agli arresti domiciliari?

Non è ancora chiaro, qui UP-ABOVE, se sia stata una sua decisione (o di Novak) quella di non venire a vedere Nole contro Tommy Paul o se invece Tennis Australia, sollecitata dal sindaco di Melbourne e/o da altri politici Governativi, abbia ritirato l’accredito a papà Srdjan.

A Wimbledon – ho saputo -il finalista del torneo può disporre di 35 biglietti, 10 nel suo box, 25 in ottime posizioni, ma il giocatore è tenuto a dichiarare a chi vanno i biglietti.

Come funzioni a Melbourne non so. Papà Djokovic l’altro giorno è stato ingenuo protagonista di una gaffe e nelle risposte ad alcuni lettori, in calce all’articolo che riguardava la sua vicenda, ho cercato di spiegare perché non si trattava tanto di discutere del diritto a una libertà di pensiero, di espressione e di azione, ma semmai era – almeno secondo me – una questione di rispetto nei confronti di chi aveva invitato tutta una famiglia in un luogo dove erano state stabilite certe regole.

Non è questione di impedire a qualcuno la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questione semmai di educazione, stile, rispetto nei confronti di chi ti ospita e – a torto o a ragione (non è il caso di discuterne quando si è ospiti) – desidera imporre certe regole, certi comportamenti.

Ripeto: magari sono regole e obblighi comportamentali sbagliati – sapeste quante volte mi sono trovato io stesso costretto in certi tornei a dover sopportare regole che non condividevo affatto, e talvolta mi sono trovato in buona fede a non rispettarle, tanto mi parevano inconcepibili e inimmaginabili – ma una volta che accetti di trovarti in certe situazioni non puoi permetterti di dire e fare quello che ti pare.

Clicca qui per leggere il seguito a pagina 2: “Srdjan in una specie di libertà condizionata per per non aver immaginato il casino che avrebbe sollevato? Il pensiero di Nole, le presunte responsabilità della sicurezza dell’Australian Open e le TV down under. E la finale femminile, con favorita…

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