Nadal e Federer: dieci anni di sfide tra forza ed eleganza (Azzolini); “Non sarà un tennis per baby” (Mancuso); Il grande fascino del Lemon Bowl (Paoletti, Nizegorodcew)

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Nadal e Federer: dieci anni di sfide tra forza ed eleganza (Azzolini); “Non sarà un tennis per baby” (Mancuso); Il grande fascino del Lemon Bowl (Paoletti, Nizegorodcew)

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A cura di Davide Uccella

L’eterno dualismo tra Nadal e Federer: dieci anni di sfide tra forza ed eleganza (Daniele Azzolini, Avvenire, 28-12-2014)

Ora che la rivalità sportiva sta svaporando, consumata dall’età dell’uno e dai troppi affanni dell’altro, sbrecciata da infinite battaglie, mitridatizzata dalla ricorrente assunzione di velenose polemiche. Ora che la disputa agonistica concede solo pochi altri appuntamenti, e l’albo dei record lascia spazio appena agli ultimi ritocchi, prima di essere sigillato e consegnato alla Storia, restano le opposte fazioni, a celebrare quell’inno alla diversità dell’essere che l’ultimo decennio di sport ha posto come ineludibile. Dieci anni di tennis per diventare “federeriani” o “nadaliani”… Non lo siamo tutti, ora? E non continueremo a esserlo dopo che i duellanti avranno riposto, con gli attrezzi del mestiere, anche la loro inesausta voglia di combattersi? Fatto salvo l’obbligo della scelta. Ragionata o istintiva, non ha importanza. Ma che sia netta, come netta è stata la loro opposizione. Non Federer e Nadal, bensì Federer o Nadal. “Solo Uno”, come titola il bel libro di Rossana Capobianco e Riccardo Nuziale (Absolutely Free Editore, 186 pp, 15 euro), il primo che non si soffermi sulle vittorie dell’uno o sulla carriera dell’altro, su chi fra Roger e Rafa, alla fine, abbia prevalso, ma sui contenuti di una rivalità alla quale abbiamo finito tutti per prendere parte, dividendoci come sempre si è fatto nella storia dell’umanità, eppure conservando, per una volta, una simpatia dichiarata per l’altra parte. La parte mancante di noi stessi. Il bianco yang che non può esistere privo della sua controparte, il nero yin. Il tutto che rappresentiamo diviso in due metà, non esatte ma collimanti. Non era mai successo prima, in un mondo carico di rivalità e in uno sport che già più volte si è diviso fra contendenti, che la contrapposizione di due assumesse i contorni di una disputa esistenziale cui molti nel mondo si sono sentiti in dovere di partecipare. Ben oltre il tennis… Che «non è una questione di vita o di morte, è molto di più», diceva Dave Dinkins, sindaco di NewYork quando le racchette americane erano vive e vegete e Jimbo Connors veniva onorato come “newyorker”, ché si sa, solo i più duri possono affermarsi nella city più tosta del mondo. Frase doverosamente raccolta dal libro, perché a darne dimostrazione di veridicità non sono stati né gli americani né i newyorkers, bensì loro due, Roger Fe-derer e Rafael Nadal, capostipiti delle due fazioni delle nostre anime, di due categorie aggiuntive (e forse superiori) alle dieci in cui Aristotele aveva costretto l’umanità. L’una regale nella convinzione che niente sia impossibile, tracimante talento e contraddizioni, nata furiosa e modellatasi nel tempo fino a diventare distaccata al punto da cadere con disinvoltura negli errori di sempre, eppure grandiosa per il suo senso estetico e per la sua pretesa di perfezione. L’altra invece gladiatoria, più costruita nei gesti e nelle geometrie, e per quanto possa apparire paradossale, meno  stintiva, ma capace di risorgere sempre, di non lasciare mai nulla di intentato. «O sei Federer o sei Nadal. O sei la purezza del gesto, l’eleganza del tocco, il gioco propositivo e la coordinazione precisa o sei la forza, la resistenza, il gesto gladiatorio, la forza mentale. O sei “fighetto” o sei “tamarro”. O sei talento o sei tattica. O sei destro o sei mancino. Non ci sono vie di mezzo tra i due e la loro rivalità si basa su questa netta distanza», scrivono nel loro libro Capobianco e Nuziale. La prima vera rivalità dello sport moderno. Il match d’avvio fra i due prese forma nel 2004, a marzo, torneo di Miami. Fu subito battaglia. Un mese prima aveva fatto la sua comparsa Facebook. L’anno dopo fu la volta di YouTube. Twitter entra in scena nel 2006. Sono riferimenti essenziali, che gli autori propongono ai disattenti. La rivalità fra Roger e Rafa si è nutrita del combustile comunicativo più ampio e popolare che sia possibile immaginare. Le loro imprese non sono rimaste relegate nei circoli, non si sono rifugiate negli occhi di chi le ha godute in diretta. Sono diventate oggetto di disputa, soggetto di libri, rovello per statistici, sofferenza per impensabili suivers. Ho conosciuto appassionati rifugiarsi nelle toilette, incapaci di guardare le fasi più calde della disputa federo-nadaliana, e da lì telefonare ogni due secondi per farsi snocciolare il punteggio. Lo confesso, sono federeriano. Ma Nadal mi ha sempre “fatto simpatia”. Penso che ogni discussione in atto, su chi sia stato il più forte, il più grande, sia destinata a restare tale. I record di Federer (17 Slam), contro le vittorie di Nadal nelle sfide dirette (23-10). Non se ne uscirà mai e non penso che sia giusto cercare a tutti i costi una via d’uscita. I due hanno inconsapevolmente creato nuove categorie dell’anima. Quando il loro lungo ciclo tennistico sarà esaurito, e non manca molto, continueremo dolenti a seguire gli altri. Ma è certo, lo faremo da federe-riani e nadaliani.

 

Intervista ad Ivan Ljubicic – «Non sarà un tennis per baby» (Angelo Mancuso, Il Messaggero, 28-12-2014)

C’è un bel pezzo d’Italia nella carriera di Ivan Ljubicic. Padre croato e mamma bosniaca, ha vissuto dal 1992 al 1995 in Piemonte e si è allenato con Riccardo Piatti. Ha lottato per ritagliarsi un posto nell’elite tennistica e ci è riuscito grazie ad un’intelligenza tattica fuori dal comune. N.3 mondiale nel 2006, ha vinto 10 titoli tra cui, a 31 anni, Indian Wells. Si è ritirato nel 2012 ed ora, oltre che arguto commentatore tv, è uno dei coach più stimati del circuito. Con “Ljubo” il gigante canadese Milos Raonic è entrato stabilmente tra i top ten.

Nel 2014 Wawrinka agli Australian Open e Cilic agli US Open hanno spezzato il dominio dei “Fab Four”. L’inizio di una nuova era? «Anche nel 2015 i favoriti nei tornei dello Slam saranno Djokovic, Federer e Nadal. Quello che è accaduto quest’anno è una via di mezzo tra casualità e segno del tempo che passa. Non è la prima volta che Nadal salta una parte della stagione, Federer non è un ragazzino, restano Djokovic e Murray. E Andy non è al livello degli altri».

Tanto rumore per nulla? «Per i prossimi due anni Djokovic resterà il punto di riferimento, ma non vuol dire che vincerà tutti i tornei dello Slam. Con lui metto Nadal e Federer, però non vedo più semifinali tra i soliti 4. La classifica non mente mai: Nishikori, che ha 24 anni, ha chiuso il 2014 al n.5 e può dare fastidio ai più forti».

C’è anche il “suo” Raonic, un “bombardiere” di quasi 2 metri. «Milos a 24 anni deve fare quel passo in più che lo porterebbe al vertice. Se ci riesce, nel 2016 potrà accadere di tutto».

E “Baby Fed” Dimitrov? «Lo paragonano a Federer per lo stile di gioco, ma da qui a vincere quanto Roger il passo è lungo. Migliorerà, può valere un paio di titoli dello Slam nei prossimi 5-6 anni, ma non lo vedo capace di dominare il tour. Lo paragonerei a un Safin o a uno Hewitt. E non ha più 18 anni…».

A proposito di 18enni o giù di lì: il 2014 ha lanciato Kyrgios, Coric e Zverev in attesa dell’esplosione di Quinzi. «I primi 2 sono già nei top 100, il tedesco è molto vicino. Sono curioso di seguire la loro crescita. Coric mi sembra il più pronto. Kyrgios è una mina vangante: come il mio connazionale ha battuto Nadal e per di più lo ha fatto a Wimbledon, poi è scomparso. Quinzi ha avuto problemi fisici».

Erano anni che il circuito non proponeva giovani così interessanti… «Oggi il tennis di vertice è uno sport per atleti più maturi e i fenomeni come Becker o Nadal, capaci di trionfare a Wimbledon o al Roland Garros a 17 anni, sono irripetibili. Ora i tennisti seguono allenamenti e programmi nutrizionali personalizzati e le carriere si sono allungate. I giovani fanno più fatica ad emergere».

Torniamo ai big. Nadal risorgerà ancora dopo il lungo stop? «Rafa ogni volta che è stato fermo non è mai sceso di livello. Le sue difficoltà sono fisiche. Resta da capire se riuscirà a giocare una stagione intera. Quando sta bene è tra i migliori».

Intanto è tornato grande Federer. «Sì, nel 2013 lo aveva tradito la schiena. Appena ha ripreso ad allenarsi ha riacquistato il suo livello».

Cosa pensa di Fognini, croce e delizia del tennis italiano? «E’ difficile valutare da fuori. Dopo una prima parte di stagione molto buona in cui si è avvicinato ai primi 10, ha perso motivazioni e si è lasciato andare. Fabio ha talento: ad agosto l’ho visto perdere nettamente da Raonic a Cincinnati, ma ha mostrato potenzialità fuori dalla norma. Qualità che sperpera quando in campo si distrae».

Il grande fascino del Lemon Bowl (Francesca Paoletti, Gazzetta dello Sport Roma, 28-12-2014)

Con il suo profumo avvolge il periodo natalizio dei migliori baby-tennisti di mezza Europa; con il suo appeal, immutato malgrado il passare degli anni, nutre i loro sogni di gloria e professionismo. Il Lemon Bowl, storico torneo internazionale giovanile, è giunto alla 31′ edizione e come nella migliore delle tradizioni lo ha fatto con numeri record: sono 1436 i giovani tennisti che hanno deciso di passare un Natale diverso, tra racchette e palline, sfidando il freddo pungente e avversari altrettanto agguerriti. Il torneo è riservato alle categorie Under 8, 10, 12 e 14 maschili e femminili. È in programma fino al giorno della Befana sui campi di 4 circoli della zona sud-ovest di Roma: oltre al New Penta 2000, sede centrale del torneo, i match sono ospitati da Polisportiva Palocco, Eschilo 1 e Eschilo 2 per un totale di 36 campi (7 al coperto).

UNA STORIA LUNGA 31 ANNI Inaugurato con ben altri numeri e ambizioni nel 1985, è così denominato per rendere omaggio allo storico Orange Bowl di Miami e per la tradizione di riempire i trofei riservati ai vincitori con succosi limoni. Nella prima edizione si contavano solo 488 iscritti, da Roma e dintorni, oggi, oltre a tennisti di ogni regione italiana, ci sono ben 40 giovani provenienti da tre diversi continenti: se la rappresentanza più nutrita è britannica (13), da segnalare la presenza di portacolori di Cina, Egitto, Giordania, Francia, Polonia, Russia, Bielorussia, Repubblica Ceca, Cipro, Croazia, Portogallo, Svizzera e Bulgaria. Nell’albo d’oro figurano i nomi della ex numero 1 del mondo Jelena Jankovic, della regina del Roland Garros 2004 Anastasia Myskina, della celebre tennista-modella Anna Kournikova, dell’ex re di Coppa Davis Ivan Ljubicic, di ex top 10 del calibro di Mario Ancic e Janko Tipsarevic, fino ad arrivare alla stella azzurra Camila Giorgi (attuale numero 34 del ranking Wta e tra le protagoniste del Lemon nel 2001) e alle promesse del futuro Gianluigi Quinzi, Borna Coric e Ana Konjuh.

Lemon Bowl, si fa sul serio (Alessandro Nizegorodcew, Il Tempo, 28-12-2014)

Il Lemon Bowl 2015 entra nel vivo. La carica dei 1436 iscritti è pronta a inseguire le agognate coppe ricolme di limoni. Il livello medio è piuttosto buono, l’organizzazione impeccabile, ma a risaltare più di ogni altra cosa è l’aria di cultura sportiva che si respira passeggiando tra i campi di New Penta 2000 (sede centrale della manifestazione), Eschilo 2 e Polisportiva Palocco. Nella giornata di ieri hanno preso il viale qualificazioni del torneo capitolino che termineranno il primo gennaio. I tabelloni principali inizieranno il giorno successivo, mentre le finali si disputeranno, come di consueto, nel giorno dell’Epifania. Presenti tantissimi maestri e coach internazionali, come Simone Ercoli, ex allenatore di tennisti quali Simone Bolelli e Federico Gaio. «È sempre molto bello tornare al Lemon Bowl – ha spiegato – ed è decisamente importante per i ragazzi alle prime armi fare esperienza in manifestazioni di questo tipo». Simone Ercoli gestisce dallo scorso luglio la Polisportiva Palocco insieme al fratello Francesco, vincitore di ben due edizioni del Lemon Bowl. «Abbiamo anche creato l’Ercoli Tennis Team e iscritto al torneo un buon numero di giovani tennisti, sperando possano divertirsi e confrontarsi con altri coetanei di livello». Sui campi del New Penata 2000 è semprepresente anche Stefano Panatta, presidente del Tennis Club Pomezia, che si è soffermato sull’amarcord. «In tutti questi anni, sin dal 1985, sono sempre passato al Lemon Bowl – ha racMatch Oggi in programma oltre 200 incontri contato Panatta – e ho visto in campo tanti giovanissimi poi divenuti grandi campioni. Il ricordo più nitido è la vittoria di Anna Kournikova nel torneo under 12 del 1992: era impressionante, una macchina, si capiva che sarebbe divenuta una grande giocatrice. Cosa noto oggi in un ragazzo per ritenerlo “futuribile”? Sicuramente l’atteggiamento in campo, la testa, la capacità di gestire il match». La russa, ex numero 4 del mondo, è solamente una delle tante stelle del tennis internazionale che da giovanissime hanno calcato i campi del Lemon Bowl. Sono stati protagonisti del torneo capitolino giocatori del calibro di Ivan Ljubicic, Janko Tipsarevic, Camila Giorgi, Jelenalankovic, MarioAncic epiù recentemente Borna Coric, Gianluigi Quinzi e Ana Konjuh. Una nutrita presenza di giovanissimi stranieri sarà al via anche nella 318 edizione della manifestazione romana, considerata la più grande al mondo per campo di partecipazione. Arriveranno tennisti da ben tre continenti, con presenze da Giordania, Egitto e Cina, ma anche da Montenegro, Cipro, Polonia, Gran Bretagna, Blugaria, Russia, Bielorussia, Repubblica Ceca, Croazia, Portogallo, Francia, Irlanda e Svizzera. Nonostante la pioggia, la prima giornata di qualificazioni ha visto in scena molti match di buon livello. Si riparte quest’oggi alle ore 9 con oltre duecento incontri in programma che verranno disputati nei tre circoli che ospitano l’evento, alla presenza di tecnici, coach, genitori e semplici appassionati curiosi.

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Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Querusti)

La rassegna stampa di venerdì 17 settembre 2021

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Camila: l’amore per Firenze, il gioco, la moda (Francesco Querusti, La Nazione)

Circolo Tennis Firenze in festa per la presenza di Camila Giorgi, numero 1 in Italia e al 36° posto nel ranking mondiale. Camila, nata a Macerata ma fiorentina d’adozione, ha portato freschezza, classe, simpatia, femminilità e moda nel tennis. Tra i suoi sogni quello di scalare posizioni nella classifica delle big, di insegnare ai giovani per trasmettere i suoi segreti e di non lasciare mai Firenze città che le ha preso il cuore. Camila, sui campi del Ct Firenze, è scesa in campo con gli allievi della scuola agonistica del circolo delle Cascine, in due ore divertenti, di grande fascino e colpi spettacolari. Oltre al tennis è stata protagonista la moda con sfilata sul bordo piscina con i capi dell’azienda Giomila disegnati dalla mamma di Camila. Poi si è raccontata, con accanto tutta la sua famiglia. «Sono più che soddisfatta – afferma Camila – ma non mi accontento mai. Adoro il tennis: ho detto che è il mio lavoro, ma lo amo. Una volta finito però ho altre cose a cui pensare, come la mia famiglia, e non ho rimpianti. Fra due settimane partirò per Chicago e poi parteciperò al torneo di Indian Wells. Mancano quattro tornei e poi è finita la stagione. Arrivare fra le prime 32 del ranking, per poter essere testa di serie negli Slam, è il mio obiettivo ma spero di fare ancora meglio». E in futuro quali obiettivi? «Mi piacerebbe insegnare alle bambine e ai bambini questo sport, che è incredibile, perché’ in parte è anche stile di vita. La scelta di seguire la passione di mia madre e di non scegliere altri brand è dettata dal fatto che mi ha insegnato tutto ed è una vera artista. Giomila è un progetto di moda che è diventato realtà e che seguirò con impegno». E il suo amore per Firenze e la Toscana. «Viviamo a Calenzano e quando sono a casa, insieme a mia madre e alla mia famiglia, andiamo in giro per la Toscana che è bellissima».

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