Australian Open interviste, Federer: "Il colpo più rischioso della mia carriera? Il match point contro Sampras "

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Australian Open interviste, Federer: “Il colpo più rischioso della mia carriera? Il match point contro Sampras “

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Australian Open: Federer b. Lu 6-4 6-2 7-5. L’intervista del dopo partita a Roger Federer

Vittoria numero 1001. Hai mai pensato che ci saresti arrivato dopo la vittoria n° 1000?
Sì, speravo accadesse qui in Australia, mi fa molto piacere sia successo stasera. Vincere il primo turno è sempre un po’ un sollievo. Penso di aver giocato bene. Per cui è bello aver ottenuto la 1001esima vittoria stasera, ma non parleremo di questo ad ogni match vero? Finiamola qui (sorride).

Un anno fa hai detto nella conferenza stampa pre torneo che avevi dei problemi alla schiena. L’anno scorso hai avuto problemi alla schiena alle World Tour Finals. Come siete riusciti a tenere a bada il dolore da un punto di vista medico, che trattamento hai ricevuto?
Dopo Londra?

 


E dopo la Davis Cup?


Il dottore ha preso il treno da Lilla sabato sera dopo il match con Stan. L’ho chiamato per chiedergli se poteva venire a vedermi. Quando mi sono svegliato era lì, il che è fantastico. Potevo a malapena uscire dal letto. Lui mi ha guardato e ha detto che non potevo giocare. Io ho detto sei sicuro? Non possiamo aspettare? E lui ha detto, non so. Non puoi correre quindi non puoi giocare. Quindi per prima cosa quello che abbiamo fatto è stato innanzitutto lasciarla guarire, non facendo niente di particolare a parte alcuni piccoli trattamenti rilassanti. Mi ci sono voluti due, tre giorni prima di correre di nuovo. E poi ovviamente ho preso medicinali, abbastanza pesanti. Mercoledì sera quando sono andato ad allenarmi a Lille è stata la prima volta in cui ho sentito di poter correre. Lì ho deciso, se puoi correre puoi giocare. Quella era la mia sensazione e sono felice di come ho gestito la cosa.

Puoi raccontarci il match di stasera? Sembravi abbastanza a tuo agio a tenere il servizio e poi nel terzo è sembrato che tu abbia alzato il livello e l’hai brekkato sul 6-5. Parlaci di questo.
Penso di aver giocato molto bene i primi due set. Come hai detto, penso di aver servito molto bene. Tenevo il servizio in scioltezza. Fino credo al 5-2 nel secondo lui non ha avuto chance sul mio servizio. Ero molto contento. Rispondevo bene e comandavo il gioco da fondo. Lui ha iniziato a servire bene nel terzo. Le condizioni di gioco si sono un po’ rallentate per il raffreddamento dell’aria e ho sentito che facevo più fatica a fare gioco. È stato un terzo set molto interessante, mi ha dato molte informazioni utili. Lui me l’ha resa difficile, non dico che sono stato fortunato a non perdere il servizio ma lui stava giocando veramente bene. Ho iniziato a variare il gioco e cercare diverse soluzioni perché ho sentito che dovevo fare così. Ho servito di nuovo bene verso la fine del match. Mi sono adattato alle condizioni, perché giocare alle 7:00 è diverso che giocare alle 8:30. Un cambiamento radicale, secondo me.

In febbraio in Brasile ci sarà un Carnival Day della Svizzera. C’erano voci che cercassero di invitarti. Hanno detto che giocherai a Dubai e non hai ricevuto l’invito.
Questo febbraio?

Sì.
Che vado in Brasile?

Sì.
Wow.

Ti piacerebbe tornare in Brasile nel 2016 per le Olimpiadi?
Certo. Andrò nel 2016, ma nel 2015 probabilmente no.

Quindi non vai il mese prossimo?
No, non penso. Siamo dall’altra parte del mondo.

Hai ricevuto l’invito?
No. Devo controllare, ve lo farò sapere alla prossima conferenza stampa. Ho un sacco di roba nella mail. Ma è bello che ci sia un qualcosa per la Svizzera, sono sicuro sarà divertente ma sfortunatamente non ci sarò.

Parlaci del prendere rischi nel tennis. Pensi sia una caratteristica particolare, il sapere quanto rischiare? Ti piace prendere rischi? Non diventa noioso quando non ci sono sfide o rischi da prendere?
Credo che la cosa più importante nel prendere rischi sia che tu creda in quello che stai facendo, che ti impegni al 100%. Un impegno dell’80% non è sufficiente. Se stai correndo verso la palla o cercando di colpire in anticipo, se hai un attimo di dubbio quello non è il modo giusto di giocare, sbaglieresti ogni volta. Devi solo crederci e visualizzare prima cosa sta per succedere. Vedi il colpo nella tua mente prima di farlo e così hai più chance di farlo nella maniera giusta. Penso sia il modo giusto di prendere rischi. In più devi anche sapere su quale punteggio li prendi. 0-30? 30-30? 0-30? 40-0? 0-40? Sono situazioni completamente diverse. Quelle che di solito fanno i migliori è giocare bene col punteggio. È qualcosa che viene con l’esperienza ma allo stesso tempo a volte giochi più in sicurezza. Quello può diventare un po’ noioso. Cerco sempre di mantenere la testa giovane perché sento che il mio gioco ha bisogno di rischi, di impegno. Ovviamente quando sono in fiducia posso farlo molto più facilmente.

Il dritto di Novak sul MP contro di te (US Open 2010, ndr) è stato forse il più grande rischio che qualcuno ha preso contro di te. Quali sono stati uno o due dei tuoi migliori colpi ad alto rischio?
Non ne ho idea. Zero. Ho giocato troppi punti e tante volte ho dovuto sfruttare un’opportunità e l’ho fatto. Forse il MP contro Sampras (Wimbledon 2001, ndr). Ho avuto la sensazione che avrebbe servito esterno e l’ho aspettato lì. Ho pensato che avrebbe servito un ace al centro così gli ho lasciato quell’opzione e mi sono buttato sull’altra. Forse quello è il rischio più grande.

Forse ricordi l’articolo di David Foster Wallace sul NYT di qualche anno fa in cui ti descrisse come un’esperienza religiosa, una riconciliazione dell’essere umano col fatto di avere un corpo. Cosa ne pensi? Ti ci riconosci? È un’esagerazione?
Solo un po’ esagerato (ride). Sai, a volte è proprio così incredibile, qualcosa che non si è mai visto prima. Così ho passato tutta questa fase in cui ho avuto tanti complimenti e ho pensato, wow, questa è la sensazione più bella del mondo. Ma molto rapidamente hai anche la sensazione che non tutto è così grande a volte quando non si gioca bene. Le ho vissute entrambe. Ecco perché non ho alcun problema ad accettare le critiche, perché ho ricevuto così tanti complimenti nel corso degli anni. Fa parte del gioco. Ma è chiaro che alcuni pezzi incredibili sono stati scritti su di me, sul tennis, su altri giocatori. È interessante leggerli. A volte sono solo un po’ esagerati.

 

Traduzione di Paolo Valente

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Interviste

Ljubicic ha un nuovo progetto, ma Federer è la priorità. “Chi gioca come primo torneo uno Slam rischia la catastrofe”

Intervistato in patria, Ljubicic ha parlato della sua nuova società di management sportivo (LJ Sports Group), della ripresa post pandemia (“Attenzione agli infortuni”) e, ovviamente, di Roger Federer: “Il mio primo, secondo e terzo lavoro”

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Ivan Ljubicic - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Da quando è diventato il coach di Roger Federer, ormai quattro anni e mezzo fa, Ivan Ljubicic non concede moltissime interviste, l’ultima un paio di mesi fa a Stefano Semeraro. Ecco perché non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di tradurre le dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa al giornalista Zlatko Horvat per il quotidiano croato Novi List.

Tra l’operazione al ginocchio di Federer subito dopo l’Australian Open, la sospensione del circuito da marzo a causa della pandemia di coronavirus e il successivo lockdown, in molti potrebbero pensare che per Ljubicic questi siano stati mesi di relax. E che in questo momento, complice il secondo intervento al ginocchio di Federer e la decisione del fuoriclasse di Basilea di ripartire dalla prossima stagione, il suo coach sia in Croazia semplicemente per passare le ferie con la famiglia. Niente di più lontano dalla realtà: Ivan Ljubicic in questo periodo è impegnato in tutta una serie di incontri e di riunioni, connesse alle attività della sua nuova società di management sportivo, la “LJ Sport Group”.

Ma quale relax … C’è sempre del lavoro da fare. Facciamo altre cose. LJ Sports Group è qualcosa di nuovo, con cui siamo partiti all’inizio dell’anno. Con il lockdown abbiamo avuto la possibilità di sviluppare il tutto più velocemente di quanto avevamo previsto inizialmente. Il nostro obiettivo è realizzare qualcosa di importante, un’organizzazione che si occupi di tutto ciò di cui gli atleti hanno bisognoNaturalmente partiamo dal tennis perché è lo sport comune a tutti noi, ma ci allargheremo: siamo già in Formula 1 e stiamo continuando in questa direzione. Vogliamo allargarci ad altri sport perché vediamo che c’è spazio. In poche parole, vogliamo che gli atleti si occupino solo del loro sport, mentre noi, con le nostre conoscenze, la nostra organizzazione, i professionisti che abbiamo e che avremo nel team, ci occuperemo di tutto il resto”.

 

A proposito di professionisti che si uniscono al team, proprio pochi giorni fa Ljubicic ha annunciato “l’acquisto” di Richard Evans, l’ex direttore dell’ATP, che sarà il Responsabile Marketing della società. “Evans era uno dei responsabili del settore marketing e sponsorizzazioni dell’ATP. Abbiamo parlato, era molto interessato al progetto e a quelle che sono le nostre ambizioni, è quindi è passato da noi come responsabile del marketing e delle sponsorizzazioni. È il primo di una serie di persone che intendiamo coinvolgere per espandere e rafforzare il team che si occuperà di tutto questo. Il progetto è partito insieme a un partner finlandese: tra le loro sei-sette persone e le nostre, ora siamo circa una quindicina, ma contiamo di ampliarci molto velocemente. E quando dico molto velocemente, intendo dire nelle prossime settimane. In una prima fase, sarà il numero di persone che ci servirà fino alla fine dell’anno, ma non vogliamo porre dei limiti. Ci espanderemo quando riterremo sarà naturale e avrà un senso farlo. Non ci espanderemo per espanderci, ma perché potremo e dovremo farlo”.

Ljubicic già in precedenza aveva un’agenzia di management, la S.A.M. (Sporting Advantage Monaco). Ora ha deciso di scrivere un nuovo capitolo della sua attività manageriale. “Tutti i clienti della S.A.M. sono passati alla nuova società, che di fatto è una versione avanzata e più sviluppata di quella precedente, che si occupava esclusivamente di tennis.” Tra le persone che “Ljubo” ha coinvolto in questa nuova iniziativa, ci sono amici e professionisti fidati, come gli ex tennisti croati Dino Marcan e Luka Kutanjac, suo cognato Fadi Shalabi, il suo vecchio preparatore fisico Dalibor Sirola (storico preparatore del team di Riccardo Piatti). Tra i loro clienti ci sono giovani di talento come Borna Coric, l’ucraina Marta Kostjuk, il cinese Zhizhen Zhang e diversi promettenti giocatori e giocatrici croati. E Ivan sottolinea che questo è solo è solo l’inizio…

“Il mio motto è “aiuta le persone se puoi”. Ma non per compassione o pietà: quando vedo una persona e un professionista di qualità, voglio aiutarlo. È qualcosa di positivo. Non capisco perché non sia così per tutti e dappertutto, secondo me uno desidera avere attorno a sé persone di qualità. Perché non dovrebbe essere così? Anche se non ne trai vantaggio direttamente. Sono tutti ottimi professionisti e ottime persone e voglio sempre dare a persone così l’opportunità di dimostrare quanto valgono”.

L’obiettivo di allargare l’attività di management ad altre discipline sportive non cambia la mission a livello tennistico. “Ogni sport –  tennis, calcio, formula1, tutti gli altri sport – ha le sue peculiarità e non pretenderò mai di sapere tutto. Anzi. Mentre ci espandiamo in altri sport, assumeremo persone che sono esperte in quell’ambito. Per quanto riguarda il tennis, tutto rimane invariato. Cerchiamo di aiutare nel modo che pensiamo sia il migliore, cioè un approccio individuale per ogni giocatore. Non credo ai metodi standard, non credo ci sia un modello che vada bene per tutti. Ci avviciniamo a tutti i nostri clienti nel modo che riteniamo sia quello migliore per lui e la sua carriera. Qualcuno ha bisogno di più aiuto, qualcuno si trova meglio se c’è una grande squadra intorno a lui, altri se hanno attorno a sé meno persone. Ognuno ha le sue caratteristiche e “funziona” a modo suo. C’è un legame stretto con i nostri giocatori, praticamente ad ognuno “cuciamo” attorno il team di persone che riteniamo possa essere il migliore per ognuno di loro”.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Madrid 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Tuttavia l’ex n. 3 del mondo mette in chiaro che la sua occupazione principale (“il mio primo, secondo e terzo lavoro”) è sempre lui: Roger Federer. “È tutto sotto controllo. Stiamo programmando la prossima stagione … È un desiderio e un sogno che tutto vada come nel 2017, ma è chiaro che ogni situazione è nuova. Ad ogni modo, abbiamo alle spalle un’esperienza positiva, quindi restiamo tutti positivi”.

Federer ha 20 titoli Slam in bacheca, Nadal 19, Djokovic 17. Ma a sentire il suo 41enne allenatore, lo svizzero non è così ossessionato dal record come sembrano essere i suoi tifosi. “Ho letto l’altro giorno che John McEnroe ha affermato di aver persino ricevuto garanzie sulla sua partecipazione all’Australian Open. Tutti sono un po’ troppo concentrati sui titoli del Grande Slam. Certo, sono i tornei più importanti del nostro sport, anche più di prima, ma non sono l’unica cosa che conta. Possiamo misurare tutto in base ad essi, ma non è che siamo tutti impazziti dietro gli Slam. Nel caso di Federer, lui ama questo sport e giocherà fino a quando potrà. Faremo di tutto per ottenere risultati, ma non è l’unica ragione per cui gioca e vuole continuare a giocare. Ma mi è chiaro che ci sono persone che non riescono a capirlo”.

Parlando dei clienti della LJ Sport Group, era stato fatto il nome di Borna Coric, Il n. 1 del tennis croato è stato uno dei giocatori contagiati nella tappa dell’Adria Tour di Zara, anche se proprio poche ore fa ha confermato di essere risultato negativo all’ultimo tampone. “Borna sta bene. All’inizio era sotto shock, era preoccupato per le persone intorno a lui, i suoi genitori, le persone più anziane che erano maggiormente a rischio. Non ha avuto sintomi. Gli abbiamo procurato un tapis roulant, una cyclette, si è allenato in casa per quanto poteva. Non so esattamente quale siano la regole, ma è vicino alla “libertà””.

Logico chiedere a Ljubicic un commento su quanto accaduto all’Adria Tour. “L’Adria Tour non è stata una cattiva idea. Tuttavia, è chiaro a tutti che alcune cose dovevano essere fatte diversamente. La scarsa attenzione e l’indisciplina, l’aver ignorato indicazioni e fatti, si è rilevato determinante in senso negativo. Alla fine sono stati più i danni dei benefici, anche se non avrebbe dovuto essere così. Dopotutto, e questo servirà a qualcosa, abbiamo capito che dobbiamo stare più attenti, indipendentemente dal fatto che ad un certo punto ci fossero solo una decina di contagiati in ​​Croazia. Oggi sono molti di più. Il virus è un avversario non dorme…”.

E non dormendo, il virus purtroppo continua ad essere la spada di Damocle sulla ripartenza della stagione agonistica. La situazione negli Stati Uniti, dove si dovrebbe giocare tra un mese, è critica. “Eh sì, anche Tiafoe è risultato positivo … Sarà molto difficile. Non abbiamo mai pensato che sarebbe stato facile, ma penso che ora sia chiaro a tutti che sarà più difficile di quanto pensassimo. Sappiamo ancora molto poco di questo virus, di come si comporti, se muta o no. Ci sono un milione di cose che non sappiamo ed è per questo che dobbiamo essere molto attenti e disciplinati. Come ripartirà il tennis? Non lo so. Non posso dire di essere sereno, negli Stati Uniti che la prima ondata non è nemmeno passata e sarà estremamente rischioso andare lì per i giocatori e il loro staff. Ognuno dovrà decidere singolarmente se correre il rischio”.

Parlando della pandemia, giusto tornare indietro di qualche mese, per chiedere a Ljubicic – che era a Montecarlo con la famiglia – come ha vissuto il lockdown. “Non è stato così spiacevole. Ciò che ho avuto sono stati quattro mesi con i miei figli, ventiquattro ore al giorno, cosa che non avevo mai avuto in vita mia. Ci siamo assolutamente concentrati sulle cose positive. Ho preso lezioni di francese, concentrandomi sul progetto LJ Sports Group. È stato un po’ spiacevole solo perché non era permesso andare da nessuna parte, e a Montecarlo era tutto strettamente regolamentato e disciplinato, ma senza panico. Non ero preoccupato, ma sono preoccupato per il mondo, per l’economia, per le perdite collaterali che ne deriveranno. Non sarà né il primo né l’ultimo virus: controlli le cose che puoi controllare, la preoccupazione non è produttiva”.

Durante i mesi di stop si è parlato molto degli interventi destinati a supportare economicamente i giocatori, ma c’è stata anche un’iniziativa a supporto degli allenatori alla quale ha contributo in prima persona proprio Ljubicic. “Prima di tutto ci tengo a dire che con la LJ Sports Group finanziamo tutti i nostri clienti in questo periodo. Non sono grandi cifre, ma vogliamo mostrare loro che siamo di supporto anche in questo momento di difficoltà. Per quanto riguarda i coach, l’ideatore dell’iniziativa è stato Dani Vallverdu. Mi ha chiesto se ero disposto a dedicare un po’ del mio tempo per raccogliere fondi a favore degli allenatori meno fortunati dal punto di vista finanziario. Tutti gli allenatori contattati hanno accettato. Penso si tratti di una bella iniziativa, anche se non risolverà i grossi problemi a monte: ci sono cose che devono cambiare nel tennis”

La maggior parte degli allenatori viene pagata a settimana, quella in cui lavora, o con una percentuale sui guadagni del giocatore. Questa situazione ha dimostrato quanto questo sistema non vada bene. Lo sapevamo già prima, ma ora sono emersi del tutto i problemi di questa impostazione. Noi come azienda cercheremo di cambiare alcuni standard. Gli allenatori, non solo quelli del tennis, ma anche i preparatori fisici ed i fisioterapisti, meritano di avere una certa sicurezza. Dopotutto si tratta di vero e proprio lavoro a tempo pieno, e come tale deve venir trattato anche finanziariamente. Non puoi permettere che le persone rimangano per strada perché un giocatore non gioca e non guadagna. Qualcosa deve cambiare. In questo periodo non c’è stato niente di tutto questo, ed è per questo che è stata lanciata questa iniziativa, perché ci sono molti allenatori che non hanno guadagnato un solo euro in tutto questo intero periodo”.

Ivan Ljubicic – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Restando in tema di allenatori, una piccola digressione su una notizia di attualità: David Ferrer inizierà la sua carriera di coach con Alexander Zverev, con un periodo di prova di due settimane. “Non è inusuale. Dopotutto, quando ho iniziato a lavorare con Raonic il mio periodo di prova è stato il Roland Garros e poi è stato esteso alla stagione sull’erba. Successivamente, abbiamo concordato un periodo di collaborazione più lungo. Oggi sappiamo subito tutti questi dettagli attraverso i social. Questo può sembrare strano per qualcuno, ma è il modo più normale per iniziare a collaborare per due persone che non si conoscono. Non ho avuto un periodo di prova con Roger perché ci conoscevamo, sapevamo entrambi cosa aspettarci. Altrimenti è normale avere un periodo di prova. Sia per David, perché è il suo primo lavoro da coach, sia per Zverev, che porta nel team qualcuno che non conosce”.

Ivan e il suo team si fermeranno ad Abbazia ancora per un po’, poi la famiglia Ljubičić si sposterà più sulle coste meridionali della Croazia. Virus permettendo. “Il coronavirus ci ha insegnato che non possiamo pianificare nulla. Andremo un po’ più a sud in vacanza, e poi rimarrò “in stand-by”. Quest’estate girerò un po’, cercando di vedere le persone che non sono riuscito a vedere negli ultimi tempo. Ma saremo qui in Croazia, sia questo che il mese prossimo, fino all’inizio delle scuole”.

Quest’anno con l’autunno non inizieranno solo le scuole, ma anche il Roland Garros. “Ho intenzione di muovermi, di andare ai tornei, se il virus sarà relativamente sotto controllo. Certo, Federer è la priorità assoluta, se avrà bisogno di me sarò con lui, in caso contrario, parteciperò al Tour. Il tennis dopo il coronavirus? O forse il tennis ai tempi del coronavirus… spero sarà lo stesso anche dopo la pandemia. I giocatori saranno gli stessi, ma nessuno ha esperienza di un periodo così lungo senza giocare. Queste esibizioni sono le benvenute per mantenere i giocatori nell’adrenalina competitiva, ma sarà dura, soprattutto a causa della programmazione”.

Ljubo mette in guardia gli ex colleghi: “Non puoi giocare tutto di fila, Washington, Cincinnati, US Open, Roma, Madrid, Roland Garros … È impossibile. Guardo gli altri sport, ci sono molti infortuni, rischia di essere così anche nel tennis. I giocatori dovranno stare attenti, “ascoltare con quattro orecchie e guardare con quattro occhi” tutto quello che succederà. Mi ricordo che dopo la prima settimana della stagione, a Doha, ti ritrovavi con un’infiammazione alla spalla, fastidi dappertutto, nonostante ti fossi preparato bene in pre-season. Il corpo funziona in modo diverso quando giochi nei match ufficiali. Sarò così anche stavolta. Soprattutto se il primo torneo fosse uno Slam, rischierebbe di essere una catastrofe”.

A Ljubicic è stato anche chiesto di commentare la nomina – un po’ a sorpresa – di Andrea Gaudenzi a presidente dell’ATP. “Gaudenzi era uno dei candidati. Ha esperienza nel tennis, nel mondo degli affari, faceva già parte dell’ATP. Il suo punto di forza sono i diritti televisivi. Purtroppo non è stato un inizio facile per lui”. Forse al posto di Gaudenzi avrebbe potuto esserci lui , se nel 2012 lo avessero scelto al posto di Giorgio Di Palermo come rappresentante dei giocatori nel Board dei Directors dell’ATP. Ma per Ljubicic quello è un capitolo chiuso della sua vita. “Non mi dispiace assolutamente. All’epoca ero politicamente attivo nell’ATP. So ancora tutto ciò che accade nell’ATP, ne sono informato, ma la mia carriera dopo il tennis ha preso una direzione diversa. Non c’è più spazio per la politica. Se fossi stato eletto, se mi fossi mosso in quella direzione, chissà cosa sarebbe successo. Non ne ho idea. Ma non sono uno che guarda indietro. Siamo dove siamo ora. Sono soddisfatto, felice, eccitato. Questo è l’inizio di qualcosa di veramente grande, con LJ Sports Group stiamo pianificando di fare grandi cose. Alcune sono in dirittura d’arrivo, ma non parleremo di cose che sono ancora da fare, ma di quelle che sono state fatte”.

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Interviste

Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

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Interviste

Brandon Nakashima: “Amo Federer ma il mio tennis è simile a quello di Djokovic” (intervista esclusiva) 

Il suo ricordo più vivo è l’allenamento con Rafa Nadal a Wimbledon. I duelli con Musetti e Tseng Chun-Hsin, la stima per Sebastian Korda e Hugo Gaston. “Non amo le discoteche”. Cosa gli dice il nuovo coach Pat Cash

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Brandon Nakashima - ATP Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Brandon Nakashima, nato il 3 agosto 2001, ha 18 anni. Il suo nickname è B-Nak. È nato 13 giorni prima di Jannik Sinner. Numero 220 ATP (best ranking di 218) è secondo solo all’altoatesino nel ranking dei 18enni. Il cognome è giapponese, ma il nonno con il quale ha cominciato a giocare a tennis all’età di poco più di tre anni era quello materno, vietnamita. Alto 1.85×78 kg, i tratti fisici sono orientali, ma lui è nato a San Diego e anche il padre Wesley è nato in California, mentre la madre è nata in Vietnam ma a cinque anni si è trasferita in California. I genitori sono entrambi farmacisti.

Ha giocato per il college dell’University of Virginia ed è stato dichiarato freshman (matricola) dell’anno nel 2019 della Atlantic Coast Conference, per poi passare professionista. Dal torneo di Delray Beach di quest’anno è allenato da Pat Cash e lì subito ha raggiunto i quarti battendo quattro Top 100. Il colpo migliore è il rovescio, l’idolo è Roger Federer. Poderoso atleta, è considerato uno dei migliori talenti statunitensi. Si considera timido ma non appare poi troppo in questa intervista, una volta sbloccatosi. Va matto per il sushi ma, confessa, anche per i dolci. Nell’intervista dice quali siano già state le vittime di maggior prestigio, il prestigio delle quali fa pensare che il suo attuale ranking sia bugiardo.

IL VIDEO DELL’INTERVISTA

 

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

Minuto 00:00: Introduzione con annesso elenco dei suoi scalpi di maggior prestigio: Sam Querrey, Cameron Norrie, Jiri Vesely, Marcos Giron, Salvatore Caruso, Yuichi Sugita.

03:40: Come si è comportato durante la pandemia: “Indosso sempre la mascherina in pubblico, cerco di stare attento quando esco”. È grato della possibilità che ha avuto di allenarsi su campi privati, così da poter continuare a lavorare e giocare match con avversari di livello.

05:07: Il rapporto speciale con il nonno materno: “È originario del Vietnam, ed è stato lui a portarmi in campo a tre anni e mezzo. Abbiamo iniziando sui campi pubblici, e da allora ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni”.

06:45: Come sta andando con il suo nuovo coach, Pat Cash, e come è cambiato il loro legame durante la pandemia? “Ci siamo visti per la prima volta dopo il mio match d’esordio a Delray Beach. Da lì abbiamo iniziato con qualche sessione d’allenamento qui in California, e soprattutto nell’ultimo periodo è diventato sempre più presente. Siamo entrambi contenti di star creando un legame sempre più stretto”.

07:38: Cash ha detto di aver subito notato la straordinaria manualità del ragazzo – pensa anche lui che sia la sua qualità migliore? “Ho sempre avuto una buona mano, e infatti da piccolo ero bravo in tanti sport diversi. Da quando lavoro con Pat ho continuato a migliorare sotto questo aspetto, perciò sì, credo che la manualità sia probabilmente la mia qualità migliore”.

08:42: Il loro primo incontro: “Avevamo un paio di amici comuni al tempo del mio ingresso fra i pro, e io stavo cercando un buon allenatore. Pat mi è stato consigliato da più parti, così ci siamo sentiti al telefono per conoscerci meglio. A Delray Beach era un periodo di prova, ma dopo un paio di settimane abbiamo deciso di proseguire a tempo pieno sul tour”.

11:53: Chi sono i suoi idoli d’infanzia? “Mi è sempre piaciuto veder giocare Federer, ma penso che il mio gioco sia più simile a quello di Djokovic”.

12:40: Com’è stato allenarsi con Nadal? “Un paio d’anni fa stavo giocando Wimbledon juniores, e ho conosciuto Rafa mentre si scaldava per uno dei suoi match. È stata una grande esperienza; lui era ovviamente focalizzato sull’incontro, ma è stato veramente carino e rispettoso nei miei confronti. Prima di allora non avevo mai giocato con nessuno che avesse colpi tanto arrotati sia sul dritto che sul rovescio!

14:36: Chi sono i migliori talenti del tennis europeo? “Nel 2018 ho giocato le ITF Junior Finals in Cina, quindi ho affrontato I sette migliori altri junior. Ho giocato contro gente come Musetti e Tseng Chun-Hsin, e penso che avranno tutti un grande avvenire. Hugo Gaston è un altro giocatore di grande talento, e si muove bene”. Per quanto riguarda gli USA, la sua scelta ricade su Sebastian Korda, con cui gioca spesso nel Challenger Tour.

17:20: Brandon ci parla della transizione dai junior ai professionisti: “Per me è stato fondamentale andare all’università [a Virginia, ndr] per una stagione a 17 anni, ha aiutato tantissimo il mio gioco e mi ha fatto maturare come persona. Consiglierei a un sacco di giocatori di provare l’esperienza universitaria, perché è un modo per verificare se si è pronti o meno a passare pro. In autunno ho deciso di provare a giocare dei Challenger e ho ottenuto dei buoni risultati; ho capito che il mio gioco era pronto per il tour professionistico e che ero abbastanza maturo da provarci, e così ho deciso di fare il salto”.

19:45: Un breve riassunto dei suoi migliori risultati negli Slam juniors: “Il primo anno [2018, ndr] ho fatto i quarti a Parigi e New York, mentre la scorsa stagione sono arrivato in semifinale a Flushing Meadows”.

21:25: Come si sta sviluppando il suo gioco con Pat Cash? “Durante gli allenamenti qui in California abbiamo deciso di lavorare tanto sul gioco in avanzamento e su quello a rete, così da poter variare maggiormente gli schemi. Ovviamente Pat era uno dei migliori giocatori di serve-and-volley, quindi sto solo cercando di imparare da lui e dalla sua competenza”.

Pat Cash, Brandon Nakashima e Angel Lopez (via Twitter, @angelprotennis)

23:55: Quali sono i suoi piani sul breve termine? “Ora come ora è difficile programmare, visto che non sappiamo quando e se si inizierà a giocare, ma stiamo lavorando come se lo US Open si dovesse disputare normalmente [l’intervista è avvenuta prima dell’annuncio della USTA di mercoledì scorso sullo Slam americano, ndr]. Mi sto preparando dal punto di vista fisico, anche se il mio ranking non è abbastanza alto da entrare direttamente in tabellone, e non sono sicuro che ci saranno le qualificazioni [in seguito all’annuncio di cui sopra, le qualificazioni sono infatti state cancellate, ndr], quindi la mia unica opzione è chiedere una wildcard”.

25:35: Come la pensa sul tennis a porte chiuse: “Sarà interessante, siamo tutti abituati ad avere persone che ci guardano mentre giochiamo, quindi credo che per molti sarà un po’ strano all’inizio. Per quanto mi riguarda non sarà una questione importante, mi sto concentrando sul mio gioco e credo di poter fare bene con o senza di loro”.

26:47: La vita fuori dal campo: “Cerco di rilassarmi e divertirmi. Mi piace giocare ad altri sport, quindi nei giorni liberi gioco a golf con gli amici o sto a casa a guardare la TV, cerco di distrarmi dal tennis. Non mi piace andare in discoteca, non è mai stata la mia idea di uscita – preferisco le serate tranquille con gli amici”.

30:04: Quanto ne sa di storia del tennis? “Non molto, in realtà. Mi piace però guardare partite del passato, incontri di decenni fa, per notare le differenze con il gioco attuale. Il loro stile era completamente diverso, tutto serve-and-volley, si cercava di prendere rapidamente la rete. È interessante vedere quanto il gioco sia cambiato, quanto i giocatori siano cambiati”.  

31:30: Le prospettive di Brandon per il 2022/2023: “L’obiettivo è di migliorare a livello di risultati e di classifica. Forse per allora sarò riuscito a raggiungere la Top 10”.

33:20: Dopo i Big Three, chi diventerà il nuovo N.1? “Fra i Top 10 attuali, credo che Medvedev e Tsitsipas abbiano le chance migliori di vincere degli Slam. Fra noi giovani, invece, i NextGen, trovo che Shapovalov abbia un buon gioco, e anche Auger-Aliassime ha buone possibilità di fare bene”.

36:10: I consigli più frequenti di Pat Cash: “Devo migliorare il footwork, soprattutto nell’ottica dei match al meglio dei cinque, e devo lavorare sulla condizione atletica. Il dritto e il senso del campo devono salire di livello. Pat mi dice spesso anche di variare il gioco e di offrire palle diverse all’avversario, cose che credo potranno aiutarmi a vincere tante partite e a non essere troppo prevedibile. Imparare ad avanzare verso la rete mi aiuterà anche a variare di più da fondocampo”.   

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