ATP e WTA Miami, statistiche: se vuol vincere il Roland Garros meglio che Djokovic perda a Key Biscayne!

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ATP e WTA Miami, statistiche: se vuol vincere il Roland Garros meglio che Djokovic perda a Key Biscayne!

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Novak Djokovic, Miami 2014 (foto Art Seitz)

Da 24 anni non riesce la doppietta Miami-Roland Garros, riuscita solo in tre occasioni nella storia del tennis: a Lendl, Wilander e Courier. Lo sapevate che Djokovic ha una media punti più elevata di Agassi, nonostante l’americano abbia vinto due edizioni in più? E che la Graf ha una media superiore rispetto a Serena Williams? Tutte, ma proprio tutte, le statistiche di cui non siete a conoscenza sul combined di Miami

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Si sono giocate 29 finali, nelle 30 edizioni del torneo della Florida, di cui 27 completate. Nel 1989 Lendl si aggiudicò il suo secondo alloro a Key Biscayne usufruendo del Walkover di Thomas Muster, mentre nel ’96 e nel 2004 Agassi (contro Ivanisevic) e Roddick (contro Coria) hanno alzato il trofeo in seguito al ritiro del loro avversario a partita in corso. Escludendo quindi queste tre finali viziate da ritiri/walkover, delle restanti 27 per 14 volte si sono avuti incontri al meglio dei 3 set su 5, per 13 sul 2 set su 3. Sulla lunga distanza, l’ultimo atto si è risolto in 3 set per 6 volte, e sempre per 6 volte in 4 sets. Al set decisivo si sono disputate 2 sole partite. Negli incontri terminati 3 set a 1, per 2 volte si è verificata una rimonta da un parziale di svantaggio. Nei due match decisi nel set decisivo, in entrambi i casi si sono avute rimonte da due set di svantaggio: Tim Mayotte su Scott Davis nel 1985 e Roger Federer su Rafael Nadal nel 2005. Nelle finali 2 set su 3, per 8 volte le partite si sono chiuse in “straight sets” e per 5 in tre parziali. Curioso notare come, in questi ultimi casi, in tutti e 5 gli incontri sia avvenuta una rimonta da un set di svantaggio.

 

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Delle 30 finali disputate nel torneo di Key Biscayne (tutte al meglio dei 2 set su 3), per 20 volte la vincitrice ha portato a casa la partita in due set, nei restanti 10 al terzo parziale. Di queste ultime, 6 sono stati i casi in cui la vincente del primo set ha poi perso la partita. L’atto finale con meno game disputati è stato quello del 2004, con Serena Williams che ha avuto la meglio di Elena Dementieva 6-1 6-1; mentre quello con il maggior numero di giochi disputati è quello del 2001 fra Venus Williams e Jennifer Capriati, con la maggiore delle sorelle che è stata in grado di imporsi 4-6 6-1 7-6 (30 games complessivi).

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Chi ha vinto il titolo è stato in grado di ripetersi almeno una volta nei 4 Slams o nelle Finals, nella stessa annata, in 16 casi (55%). Il giocatore che ha portato a casa più volte Miami ed almeno uno Slam/Finals, sempre nello stesso anno, è Andre Agassi, il quale è riuscito nell’impresa 4 volte, seguito a ruota da Novak Djokovic e Pete Sampras a 3. Lo Slam che presenta la maggior correlazione con Miami è l’Australian Open, dove si ha lo stesso vincitore per 9 volte nella stessa stagione (31%): Andre Agassi (1995, 2001, 2003) è stato in grado di fare doppietta per 3 volte (record), seguito da Mats Wilander, Pete Sampras, Roger Federer e Novak Djokovic a quota 2. A ruota c’è Wimbledon, che ha avuto lo stesso vincitore in 8 casi (27%): Sampras è davanti a tutti con 3 double erba-cemento (1993, ’94, 2000); dietro di lui Federer e Djokovic con 2. Altre 6 doppiette si sono verificate fra Miami e lo US Open: hanno trionfato nello stesso anno, in entrambi i tornei americani, Roger Federer (2 volte, 2005 e 2006, record) e 5 giocatori differenti. Lo Slam che risulta avere la minore correlazione è il Roland Garros; soltanto 3 doppiette (Ivan Lendl 1986, Wilander ’88 e Jim Courier ’91) e comunque non si vede uno stesso giocatore vincere i due tornei da 24 anni. Per quanto riguarda il Masters/ATP Finals, i casi sono 6: Djokovic è stato l’unico a portarne a casa 2 in coppia con Miami. Sono stati 5 i giocatori in grado di fare almeno tripletta, vincendo quindi il secondo Masters 1000 della stagione e almeno due Slam/Finals: Lendl (1986), Wilander (1988), Sampras (’93 e ’94), Federer (2005 e ’06) e Djokovic (2011). La tripletta più “frequente” è Miami+W+USO, accaduta 4 volte. Mentre sono stati in 4 grado di fare “poker”, ossia portando a casa Miami insieme a 3 Slam/Finals: Lendl (’86) Wilander (’88), Federer (2006) e Djokovic (2011, ’12, ’14). C’è stato un giocatore solo in grado di centrare almeno un “pokerissimo”, ossia di incidere il proprio nome sull’albo d’oro a Miami, in 3 tornei dello Slam e al Master/Finals, ed è stato Roger Federer nel 2006, dove ha conquistato Miami+AO+W+USO+Finals (con finale al RG).

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Per 21 volte, la vincitrice del torneo di Miami e poi riuscita a trionfare, nella stessa stagione, anche in almeno uno fra Slams & WTA Finals (con una percentuale, quindi, del 72%). Fra i 5 tornei sopra citati, il torneo che ha avuto il maggior numero di doppiette con Miami è lo Us Open, fatto accaduto 12 volte (40%): la giocatrice che vanta il maggior numero di double è Serena Williams, che è riuscita a ripetersi 4 volte (2002, ’08, ’13, ’14), seguita da Steffi Graf con 3 (1988, ’95, ’96). A ruota di Flushing Meadows ci sono le WTA Finals, con 10: la regina qui è Steffi Graf con 3 accoppiate (1987, ’95, ’96), dopo di lei Monica Seles (’90, ’91) e Serena Williams (2013, ’14) con 2. Il torneo con meno correlazione è l’Australian Open, che ha avuto 7 vincitrici in comune con il torneo della Florida (Wimbledon ne ha 8): anche su questa “coppia” regnano le solite due: 2 Miami+AO sia per Steffi Graf (1988, ’94) che per Serena Williams (2003, ’07). Le triplette realizzate (Miami ed almeno due tornei dello Slam o WTA Finals) sono state 14, compiute da 7 giocatrici diverse: coloro che ne hanno realizzate di più sono Steffi Graf e Serena Williams, entrambe 4 volte (’87, 88, ’95, 96 la tedesca e 2002, ’03, ’13, ’14 l’americana). Le combinazioni di tris più volte completate sono stati Miami+W+USO, Miami+RG+USO e Miami+RG+WTA Finals, tutti per 6 volte. I poker (Miami e almeno tre Slam WTA Finals) fin qui completati sono stati 8 da 5 giocatrici diverse; il record spetta a Steffi Graf, con 3 quadrupli successi (1988, ’95, ’96). I pokerissimi (Miami e almeno altri 4 tornei fra Slam e WTA Finals) ammontano a 4, compiuti da due giocatrici: la solita Steffi Graff, in grado di completare il Grande Slam nel 1988 con Miami e a portare a casa RG, W, USO e Master, oltre a Miami, nel ’95 e nel ’96. Monica Seles è l’unica altra giocatrice ad essere riuscita a portare a casa, con il torneo della Florida, AO+RG+USO+Master nel corso di una stessa stagione.

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Nella tabella sono riportati il numero delle edizioni giocate a Miami (terza colonna a partire da destra) ed i piazzamenti conseguiti da ciascun giocatore nelle varie edizioni del torneo. Abbiamo stabilito di assegnare ad ogni tennista 8 punti per ogni torneo conquistato, 4 punti per ciascuna finale perduta, 2 punti per ogni semifinale raggiunta ed un punto per ciascun quarto di finale giocato. Per le eliminazioni subite nei turni che precedono i quarti di finali abbiamo assegnato un punteggio pari a zero.

In campo maschile, in termini assoluti (valori riportati nella seconda colonna a partire da destra) e cioè sommando semplicemente i punteggi senza tenere conto del numero di edizioni disputate, vediamo primeggiare Agassi, il quale totalizza ben 60 punti. Dopo di lui, ben distanziato, troviamo Djokovic, a quota 36, quindi Sampras a 35. I dati più significativi però si evincono dalla media punti (prima colonna a partire da destra), ottenuta in questo modo: per ogni giocatore si divide il numero punti conquistati per il numero di edizioni disputate, ottenendo una cifra che è tanto più elevata quante più volte il soggetto ha raggiunto le fasi finali del torneo. Notiamo allora che balza in testa alla classifica Djokovic con una media pari a 4 (36 punti / 9 edizioni), tallonato da Lendl, a quota 3,33 e da Agassi a 3,16. Per essere precisi, a quota 4 vi sono anche Gorman e Stockton, ma il dato è poco significativo in quanto hanno partecipato ad una sola edizione del torneo. In campo femminile, in termini assoluti, il punteggio più alto è totalizzato da Serena Williams (68), seguita dalla Graf (56) e da Venus (37). Le cose cambiano quando si esamina la media punti: Graf al primo posto a quota 5,09, poi Navratilova (5) e Serena (4,86).

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E’ Novak Djokovic il più giovane vincitore di Miami: nel 2007 a meno di vent’anni. Segue Agassi – il solo con Nole a trionfare da under 20. Andre – il vero re di Miami – è contemporaneamente anche il più anziano ad imporsi a quasi 33 anni nel 2004. Sono 10 le edizioni vinte da teen-agers: la primatista assoluta è Monica Seles capace di vincere nel 1990 a 16 anni e 3 mesi. La stessa Seles, Venus Williams, Graf ed Hingis hanno nel proprio palmares due titoli di Miami prima di aver compiuto 20 anni. Serena Williams è invece la più anziana ad essersi imposta: nel 2014 solleva il trofeo a 32 anni e 6 mesi, a ben 12 anni dal suo primo successo colto nel 2002.

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Tra gli uomini, solamente Lendl (una volta) e Djokovic (tre volte!) hanno portato a casa il titolo senza perdere neppure un set. Tra i due giocatori, Lendl primeggia in quanto a percentuale di games vinti, con il 71,24%. Ben otto donne sono riuscite a “dominare” il torneo della east coast vincendo tutti i set giocati, ma solo la Graf è stata capace di ripetersi per più di una volta (quattro per la precisione). La tedesca è prima in classifica anche come percentuale di games vinti (80%).

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Roger Federer ha vinto il maggior numero di TB sul cemento di Miami: 16. Seguono Sampras e Pavel a quota 13. Se invece consideriamo la percentuale di vittorie, sorprendentemente è Kiefer a guidare la classifica con 9 successi su 10. Ottime anche le performance di Pavel e Gomez entrambi sopra quota 85%. Tra le donne, Venus Williams conduce a quota 9, seguita da Tauziat e Capriati entrambe con 8 TB vinti. La stessa Tauziat prevale nella classifica per percentuale di vittorie.

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Ancora Agassi a primeggiare con 10  set vinti senza perdere un game. Courier è secondo in questa speciale classifica a quota 7. Steffi e Serena guidano invece in campo femminile: per l’americana 18 set vinti a zero contro i 16 della tedesca. Anche Hingis, Evert e Sabatini in doppia cifra.

 

Guido Tirone, Marco Zara e Michele Gasperini

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Medvedev rincorre Federer e Djokovic: “17 finali consecutive? Impossibile!”

Il russo ha una striscia aperta di sei finali di fila. Tra i giocatori in attività solo i Fab Four hanno fatto meglio: Djokovic (17), Federer (17), Nadal (9), Murray (7)

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Daniil Medvedev (foto via Twitter, @atptour)

A Shanghai Daniil Medvedev ha raggiunto la sesta finale negli ultimi sei tornei, certificando una volta di più il proprio straordinario stato di forma. Tra i giocatori in attività soltanto quattro tennisti hanno fatto meglio di lui e, manco a dirlo, si tratta dei Fab 4. Nel mirino del russo ora ci sono le sette finali consecutive di Andy Murray (Madrid 2016 – Cincinnati 2016) e poco più in là le nove di Rafael Nadal (Vina del Mar 2013 – Roland Garros 2013). Decisamente più distanti Roger Federer e Novak Djokovic, entrambi forti di una stratosferica serie di 17 finali di fila.

Lo stesso Medvedev, informato di questo dato da un giornalista in conferenza stampa, ha espresso tutto il suo stupore e la sua ammirazione per i due campioni: “Ne hanno fatte diciassette di fila? Wow! Sono piuttosto lontani. Penso che sia impossibile, ma ci sono due tennisti che ce l’hanno fatta, cosa che non sapevo. È semplicemente incredibile. Non ho parole per descriverlo“. Incredibilmente però il record assoluto non appartiene a questi due fenomeni, ma è ancora saldamente nelle mani di Ivan Lendl, capace di raggiungere ben diciotto finali consecutive (Madrid 1981 – Forest Hills WCT 1982, 15 titoli).

Maggior numero di finali consecutive (giocatori in attività):

R. Federer 17 (Halle 2005 – Open del Canada 2006, 12 titoli)
N. Djokovic 17 (Australian Open 2015 – Australian Open 2016, 13 titoli)
R. Nadal 9 (Vina del Mar 2013 – Roland Garros 2013, 7 titoli)
A. Murray 7 (Madrid 2016 – Cincinnati 2016, 4 titoli)
D. Medvedev 6 (Washington 2019 – Shanghai 2019, 3 titoli)

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Il quarto uomo: Sir Andy Murray

Sta cercando un difficoltoso rientro ad alto livello, è sempre stato il quarto incomodo: quante volte i 3 tenori hanno sbarrato la strada a lui e ad altri comprimari di lusso

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Murray è tornato in campo in singolare dopo quasi otto mesi e un po’ ovunque si trovavano articoli celebrativi per quello che è considerato il quarto uomo nell’epoca d’oro del tennis moderno. Ora Andy è pieno di dubbi sul suo futuro anche se martedì esordirà a Zhuhai contro Tennys Sandgren

Intanto, con la scusa di verificare la legittimità (abbastanza assodata) di Murray di aspirare al ruolo di quarto Fab, andiamo a spulciare un po’ di numeri degli avversari dei tre grandi. Nello specifico, ci domandiamo quante volte la corsa negli Slam dei diretti avversari di Djokovic, Nadal e Federer (in ordine di classifica) è stata fermata da uno dei tre mostri? Quante volte i vari comprimari di quest’epoca d’oro del tennis sono stati privati della gloria da uno dei Fab three?

Che Federer, Nadal e Djokovic (in ordine di età) siano i tre mostri inarrivabili degli ultimi 15 anni di tennis è fuori discussione. E Murray è considerato il Ringo Starr del cosiddetto quartetto dei Fab Four. Qualcuno però, mette in dubbio la status dello scozzese come quarto uomo in virtù del palmares nettamente inferiore a quello dei tre tenori. Altri, in virtù dei suoi successi negli slam, avanzano l’ipotesi che Wawrinka potrebbe essere considerato il quarto uomo dopo i tre mostri. In pochi, tra i quali il direttore Scanagatta, suggeriscono Thiem, quasi nessuno Dimitrov (!) o Roddick, per ovvie ragioni. Certo è che sono stati in parecchi a subire i danni conseguenti ad aver giocato nello stesso periodo dei tre grandissimi.

 

Per l’analisi che segue abbiamo considerato un certo numero di nomi. Qualcuno che ha giá mollato, ovvero Roddick, Hewitt, Davydenko, Nalbandian e Soderling, Qualcuno non ha mollato ma ha passato più tempo in infermeria che in campo, ovvero Del Potro, Raonic e Nishikori. Qualcuno c’è stato sempre ma sta arrivando al capolinea, ovvero Ferrer (appena ritirato), Tsonga, Berdych, Gasquet e (forse) Wawrinka. Qualcuno è ancora competitivo nonostante l’età che avanza, ovvero Cilic e Anderson. E qualcuno è arrivato dopo e ancora nutre qualche speranza, ovvero Thiem e Dimitrov (beh, ecco…).

Tre generazioni di avversari. I più vecchi come Roddick e Hewitt hanno avuto una chance prima dell’ascesa dei tre mostri. I più giovani come Thiem e Raonic potrebbero avere una chance nell’immediato futuro, next gen permettendo. I contemporanei invece sono quelli che hanno sofferto di più. Giunti al vertice assieme ai tre mostri o poco dopo e ora troppo vecchi per sperare di mettere a segno il colpo grosso. Eppure qualcuno ci è riuscito (Del Potro, Cilic), e qualcuno (Murray e Wawrinka) anche più di una volta.

Andiamo a vedere quante volte la corsa di uno di loro negli Slam è stata fermata da uno dei tre mostri. Perché se in uno slam perdi da Garcia-Lopez allora significa che probabilmente le possibilità di vincerlo erano comunque bassine, anche senza di loro. Se invece perdi da uno dei tre campionissimi degli ultimi 15 anni, allora significa che, in loro assenza, magari qualche Slam in più lo avresti portato a casa.

Totale incontri giocati con i ‘big three’ negli Slam:

  • Murray 25
  • Wawrinka 19
  • Del Potro 19
  • Berdych 19
  • Hewitt 19
  • Tsonga 16
  • Cilic 13
  • Ferrer 12
  • Soderling 12
  • Gasquet 12
  • Roddick 12
  • Nishikori 11
  • Raonic 7
  • Davydenko
  • Dimitrov 7
  • Thiem 7
  • Anderson 6

Possiamo subito vedere che Murray è quello che ha incrociato più spesso i tre campioni, 25 volte, dato che riflette la sua capacità di arrivare in fondo ai tornei più spesso degli altri. Del Potro, non fosse stato infortunato per la maggior parte del tempo, probabilmente avrebbe potuto vantare numeri simili e comunque si trova secondo con 19 scontri coi tre campioni negli Slam. Assieme a Del Potro con 19 confronti ci sono Wawrinka, Berdych e Hewitt. Dietro a loro Tsonga ne ha 16, tutti gli altri 12 o meno.

Limitandoci quindi a questi 6 nomi (Murray, Del Potro, Wawrinka, Hewitt, Berdych, Tsonga), per dirimere meglio la questione, andiamo a vedere i confronti negli Slam di questi giocatori con i primi tre della classe (e forse della storia).

Hewitt lo possiamo escludere subito in quanto giocatore di un’epoca precedente. Le tre vittorie ottenute con i giovani Djokovic (US Open 2006) e Nadal (Australian Open 2004 e 2005) contano poco a fronte delle successive sconfitte, con un bilancio finale di 3 vittorie e 16 sconfitte.

Wawrinka è sempre stato un po’ discontinuo, specie nei primi turni, ma pericolosissimo una volta arrivati ai turni finali. Infatti nel bilancio degli scontri con i tre grandi lo svizzero ha vinto il 26% degli incontri, a fronte del 20% dello scozzese.

Curioso il caso di Berdych che ha una percentuale di vittorie simile a Wawrinka, ha affrontato i tre lo stesso numero di volte ma non ha mai vinto uno Slam. Il dato si può spiegare forse con una maggiore fragilità mentale del ceco, capace di grandi prestazioni per una partita ma incapace di mantenere il livello per tutto il torneo. Tsonga ha simili percentuali (25%) ma ha raggiunto la sfida con i tre in meno occasioni. Del Potro invece ha sofferto maggiormente degli scontri diretti (solo il 21% di vittorie), avendo perso sempre da Djokovic e potendo vantare 4 vittorie (2 con Nadal e 2 con Federer) tutte all’US Open. Del Potro è l’unico a non aver battuto almeno una volta tutti e tre e l’unico ad avere vittorie in un torneo solo.

Di seguito il dettaglio dei cinque giocatori scelti, Slam per Slam. Il formato è vittorie-sconfitte (percentuale vittorie sul totale.

Murray

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Federer1-20-00-20-11-5
Nadal1-10-20-31-12-7
Djokovic0-50-21-01-12-8
Totale2-80-41-52-35-20 (20%)

Wawrinka

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Federer0-21-30-10-11-7
Nadal1-10-20-00-01-3
Djokovic1-21-00-01-23-4
Totale2-52-40-11-35-14 (26%)

Del Potro

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Federer0-20-20-12-02-5
Nadal0-00-20-22-12-5
Djokovic0-00-10-10-30-5
Totale0-20-50-44-44-15 (21%)

Berdych

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Federer0-50-11-21-02-8
Nadal1-10-00-10-01-2
Djokovic0-20-12-10-02-4
Totale1-80-23-41-05-14 (26%)

Tsonga

 AORGWimUSTotale
Federer0-31-01-00-12-4
Nadal1-00-00-10-11-2
Djokovic1-10-20-20-11-6
Totale2-41-21-20-34-12 (25%)

Per completezza e curiosità, analizziamo gli stessi dati per gli altri giocatori considerati all’inizio. Nessuno di loro (tranne Hewitt) ha incontrato i tre grandi almeno 15 volte e tutti (tranne Thiem) hanno un bilancio di vittorie inferiore al 20%.

Hewitt

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Federer0-20-00-30-30-8
Nadal2-00-40-00-02-4
Djokovic0-20-00-21-01-4
Totale2-40-40-51-33-16 (16%)

Cilic

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Federer0-10-00-21-11-4
Nadal1-10-00-00-11-2
Djokovic0-00-10-20-20-5
Totale1-20-10-41-32-11 (15%)

Ferrer

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Federer0-00-00-00-00-0
Nadal1-00-40-01-12-5
Djokovic0-30-00-00-20-5
Totale1-30-40-01-32-10 (17%)

Soderling

 AORGWimUSTotale
Federer0-01-10-20-21-5
Nadal0-01-30-20-01-5
Djokovic0-00-00-00-00-0
Totale0-02-40-40-22-10 (17%)

Davydenko

 AORGWimUSTotale
Federer0-30-10-00-20-6
Nadal0-00-00-00-00-0
Djokovic0-00-00-00-10-1
Totale0-30-10-00-30-7 (0%)

Anderson

 AORGWimUSTotale
Federer0-00-01-00-01-0
Nadal0-10-00-00-10-2
Djokovic0-00-00-30-00-3
Totale0-10-01-30-11-5 (17%)

Nishikori

 AORGWimUSTotale
Federer0-10-00-10-00-2
Nadal0-10-20-10-00-4
Djokovic0-10-10-11-11-4
Totale0-30-20-21-11-10 (9%)

Raonic

 AORGWimUSTotale
Federer0-10-01-20-01-3
Nadal0-10-00-00-00-1
Djokovic0-10-10-00-00-2
Totale0-30-11-20-01-6 (14%)

Dimitrov

 AORGWimUSTotale
Federer0-10-00-11-01-2
Nadal0-20-00-00-00-2
Djokovic0-00-10-10-00-2
Totale0-30-10-20-01-6 (14%)

Roddick

 AORGWimUSTotale
Federer0-20-00-40-20-8
Nadal0-00-00-01-11-1
Djokovic1-00-00-00-11-1
Totale1-20-00-41-42-10 (17%)

Gasquet

 AORGWimUSTotale
Federer0-10-00-20-10-4
Nadal0-00-20-00-20-4
Djokovic0-00-20-10-10-4
Totale0-10-40-30-40-12 (0%)

Thiem

 AORGWimUSTotale
Federer0-00-00-00-00-0
Nadal0-00-30-00-10-4
Djokovic0-02-10-00-02-1
Totale0-02-40-00-12-5 (28%)

Infine andiamo a vedere i confronti diretti (tra parentesi negli slam) tra Murray e i contendenti rimasti:

  • Murray vs. Wawrinka: 11-8 (3-3)
  • Murray vs. Del Potro: 7-3 (2-0)
  • Murray vs. Berdych: 11-6 (3-1)
  • Murray vs. Tsonga: 14-2 (4-1)

Murray è in vantaggio con tutti nel computo totale e negli slam è in vantaggio con tutti tranne che con Wawrinka.

Infine guardando al palmares negli slam troviamo:

  • Murray: 3W, 8F, 10SF
  • Wawrinka: 3W, 1F, 5SF
  • Del Potro: 1W, 1F, 4SF
  • Berdych: 0W, 1F, 6SF
  • Tsonga: 0W, 1F, 5SF

Dalle considerazioni qui sopra sembra che gli unici contendenti rimasti siano Murray e Wawrinka. Tutti e due hanno giocato quasi tutti gli slam dal 2008 fino al 2017 quando entrambi hanno avuto problemi fisici. Quindi il fatto che Wawrinka abbia affrontato i tre tenori 7 volte meno di Murray è dovuto al fatto che lo svizzero è sempre stato meno continuo dello scozzese, subendo più spesso sconfitte con giocatori inferiori. D’altro canto Stan ha una percentuale di vittorie migliore nei confronti diretti. Fatto che si spiega con il livello che spesso Wawrinka ha saputo esprimere in quelle occasioni in cui è arrivato in fondo agli appuntamenti importanti.

Allora è legittimo parlare di Murray come del ‘quarto uomo’, subito dopo John, Paul e George? Se aggiungiamo che nei Masters 1000 Murray ha giocato 21 finali (14 titoli e 7 finali perse), mentre Wawrinka, Del Potro, Berdych e Tsonga solo 4 (1 titolo e 3 finali per i primi tre e 2 titoli e 2 finali per Tsonga), allora pare abbastanza chiaro quello che molti sapevano fin dall’inizio. È Murray il quarto uomo nell’epoca dei tre giocatori più vincenti di sempre. Bentornato Andy Murray!

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

L’estate del 2019 trasuda fatica anche per chi non si trovava a Londra il 14 luglio o a New York l’8 settembre, ma la sostanza di ciò che si è visto durante la già eternata finale di Wimbledon e la godibile cinqueore che ha concluso lo US Open non è stata qualche forma di traveggole: Nole Djokovic, l’uomo che ha anestetizzato la competizione fra il 2011 e la primavera del 2016, ha vinto quattro degli ultimi sei Slam, convinto di aver consolidato la presa sul trono ATP dopo un biennio da Sisifo. Si è però intromesso con grande profitto Rafael Nadal, che aggiudicandosi i due Slam restanti (Roland Garros e US Open 2019) ha guadagnato addirittura i favori del pronostico per chiudere la stagione in corso da numero uno del mondo.

Più significativamente, però, il fatto che gli unici due giocatori capaci di spingere Djokovic al limite sul Centre Court di Londra, a un anno e spiccioli di distanza, siano gli avversari di sempre, è il segnale di qualcos’altro, e cioè del fatto che quest’ultimo successo perpetui tre anni di restaurazione: gli ultimi 12 Major sono stati vinti da Djoker (quattro), spietato ai limiti dell’impersonale (mai come stavolta, e nell’esultanza finale e nel modo in cui ha trasmesso una padronanza totale del contesto in una partita dove è probabilmente stato inferiore sotto ogni aspetto), da Nadal (cinque), forse il più grande di tutti nella cangiante aggiunta di armi al proprio arsenale, o da Federer (tre), l’atleta più fotogenico di sempre, che continua a sbertucciare realtà in precedenza inoppugnabili quali la fisica o l’obsolescenza.

Per chi avesse passato gli ultimi tre lustri in criogenesi, sono gli stessi atleti che hanno elevato il concetto di rivalità nel maschile a quello di eroi dei fumetti, in cui i due (tre), così lontani ma così vicini, si affronteranno per l’eternità, reboot dopo reboot. I numeri, nel loro caso, sono uno strano incrocio fra la pura routine, in quanto già letti e sentiti ad libitum, e l’ineffabile, necessitando di continui aggiornamenti: 55 Slam, 96 Master 1000, 11 ATP Finals, 261 tornei vinti, 775 settimane in vetta al ranking.  

 

In ogni caso, il punto di questo pezzo non è analizzare la continuità di tre uomini manifestamente fuori dalla curva a campana dell’ordinario. Piuttosto, la sua ragion d’essere deriva dalla continuità espressa non solamente da loro, ma anche, uno o due plateaux più giù, dai vari Murray (meticcio dei due livelli), Ferrer, Tsonga, Berdych, e Wawrinka. Altri nomi potrebbero essere fatti, ma il succo della questione è: approssimativamente fra il 2008 e il 2015, e per certi versi anche ora, un nutrito drappello di tennisti semplicemente non poteva perdere contro elementi estranei alla loro élite.

I seguenti numeri evidenziano la continuità senza precedenti del drappello

  • Murray: 30 quarti Slam, 9 Finals (9 anni in Top 10, 12 in Top 20), 51 quarti 1000;
  • Ferrer: 17 quarti Slam, 7 Finals (7 anni in Top 10, 11 in Top 20), 45 quarti 1000;
  • Berdych: 17 quarti Slam, 6 Finals (7 anni in Top 10, 12 in Top 20), 45 quarti 1000;  
  • Tsonga: 15 quarti Slam, 3 Finals (6 anni in Top 10, 10 in Top 20), 26 quarti 1000;
  • Wawrinka: 16 quarti Slam, 5 Finals (5 anni in Top 10, 8 in Top 20), 23 quarti 1000.

Numeri simili e costanti, con Murray ovviamente più vincente, e con la possibile eccezione di Stanimal, che ha vinto tre Slam a fronte di un numero (relativamente) non elevatissimo di quarti Slam.

Ciò che colpisce è che questi piazzamenti sono simili, se non addirittura superiori, a quelli di gente con molti più galloni nell’epoca precedente. Qualche esempio? Murray ha vinto meno Slam di Courier, ma i numeri dell’americano (15 quarti Slam, 4 Finals, 4 anni in Top 10, 5 in Top 20, 26 quarti 1000) sono nel complesso di molto inferiori: per molti versi Sir Andy è paragonabile più a Becker ed Edberg che a Jimbo.

E lo stesso si può dire per i suoi contemporanei, che spesso e volentieri hanno vissuto più vite al vertice rispetto a dei predecessori con più trofei sollevati sui grandi stage. Gli unici con dei numeri paragonabili sono il neo-Hall-of-Famer Kafelnikov (13 quarti Slam con due titoli, 7 Finals, 6 anni in Top 10, 8 in Top 20, 25 quarti 1000, peraltro senza mai vincerne) e l’uomo che ha per certi versi rappresentato il trait d’union fra i due periodi, Roddick (19 quarti Slam con una vittoria, 8 Finals, 9 anni in Top 10, 11 in Top 20, 35 quarti 1000).

Gli altri vincitori di quel periodo, persino i più celebrati come Stich, Bruguera, Safin, Rafter, persino Guga Kuerten, evidenziano picchi maggiori (1, 2, 2, 2, e 3 Slam vinti, rispettivamente, più Stich e Kuerten campioni al Master), ma una continuità inferiore – nessuno di loro ha fatto più di 9 quarti Slam, 3 anni in Top 10, e 19 quarti 1000. Ciò che si trae è un periodo, gli anni ’90 e primi 2000, particolarmente frammentato ai vertici del tennis, in cui i due dominatori, Sampras e Agassi, vincevano a maggioranza più che all’unanimità, vuoi per l’allergia alla terra dell’uno, vuoi per le distrazioni e le paturnie dell’altro, ed erano inseguiti da un numero molto maggiore di pretendenti. Fa da contraltare, invece, l’epoca odierna, segnata dalla maggiore continuità di tre dioscuri con un cocciuto gruppo di inseguitori.

La domanda che sorge spontanea è: come ha fatto il tennis maschile dell’ultimo decennio ad esprimere tanti giocatori sincronicamente capaci di raggiungere una tale consistenza?

L’argomento è di raro interesse, almeno per coloro che hanno sviluppato parafilie sia per la racchetta che per le statistiche, specialmente se si guarda, come in parte già fatto, al tennis del periodo 1990-2004, quella che potrebbe essere considerata l’era degli specialisti, con un particolare riferimento agli inizi della scorsa decade. Il gioco consisteva in un avvicendamento colturale, con giocatori capaci di menare le danze per un certo periodo dell’anno per poi dileguarsi, impossibilitati a competere tout court dagli innumerevoli gradi di separazione vigenti fra le superfici: l’erba e il sintetico si articolavano sugli schemi blitzkrieg dei serve-and-volleyers, la terra battuta era quasi esclusivamente un convivio di trincee difensive e dritti arrotati, e il cemento si trovava nel mezzo a seconda delle condizioni e delle poetiche dei vari tornei – David Foster Wallace, per esempio, riporta una particolare lentezza del Deco Turf in “Democracy and Commerce at the US Open” del 1995.

Il corollario, come detto, fu una prevalenza degli specialisti che andò via via esacerbandosi, causando la sostanziale impossibilità, a inizio anni 2000, nell’ereditare le chiavi del Tour da Sampras e Agassi, specialmente considerando il livello di usura per il fisico che un’evoluzione tecnologica smodata può causare, portando ogni pretendente, di fatto, ad avere vita breve ai vertici – Kuerten, Safin, Hewitt e Ferrero sono dei chiari esempi di quella che Gianni Clerici definisce “usura” in “500 anni di tennis”, anche se nel caso del russo uno stile di vita non propriamente monastico ha indubbiamente contribuito ai suoi malanni.       

La specializzazione del gioco, che a questo punto andrebbe considerata un’eccezione più che una regola all’interno della sua storia, va ricondotta alla continua evoluzione delle racchette, i cui materiali sempre più leggeri avevano ampliato i sweet spot per l’impatto. Questi a loro volta accrescevano (e accrescono) la portata dei colpi violenti (servizio, risposta, e colpi da fondo), permettendo di generare sia maggiore potenza che maggiore spin, ampliando la differenza fra stili e superfici a seconda delle preferenze individuali.

La situazione di cui sopra, autentica distopia del progresso, fece sì che il firmamento del tennis fosse occupato da stelle part-time, producendo un calo di interesse per il gioco, o in altre parole un mancato ritorno d’investimento per le parti in causa, una situazione ben diversa dallo stato attuale: nel 2015, tennisindustry.org riportava che il valore economico del gioco era di 5.94 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti (nonostante un vicolo apparentemente senza uscita di risultati nel maschile); il report del 2018 di Tennis Europe segnala un numero record di club, campi, e coach, un aumento di cui l’Italia sa qualcosa; gli Australian Open hanno raddoppiato l’affluenza nel giro di 20 anni (l’attuale “Happy Slam” negli anni ’90 aveva un montepremi più basso di tanti tornei meno glam, come Stoccarda e Miami); e l’Estremo Oriente, sempiterno target di qualunque impresa capitalistica, ha scoperto che le racchette più grandi hanno il loro fascino, con Shangai in coda per un allargamento a 96 giocatori del tabellone, e una parte di stagione interamente dedicata. 

Cosa è cambiato nell’immagine del gioco per causare questa eucatastrofe?

Una possibile ancorché semplicistica spiegazione è quella di una Golden Age d’imposizione divina, un momento storico irripetibile, inspiegato ed inspiegabile. Ora, non c’è dubbio che la grandezza generi grandezza, e che i più grandi campioni siano generalmente dotati di uno sconfinato talento preternaturale – ciò che si è sempre detto di Federer come atleta trascendente va ormai reiterato per i suoi due rivali. Allo stesso tempo, però, questo non spiega la presenza di un gruppo di inseguitori quasi altrettanto costante, finché ne ha avuto, e più in generale una differenza tanto marcata fra due generazioni contigue. Per dare un’interpretazione più accurata, tre fattori sembrano i più significativi.

Innanzitutto, l’evoluzione incessante della medicina sportiva, soprattutto riguardo ai tempi di recupero, che ha significativamente allungato le carriere di quasi tutti i top player, estendendo il loro picco ben dopo i 30 anni, e per certi versi spostandolo in avanti, perché se il corpo è in grado non solo di rimanere su livelli costanti ma addirittura di progredire negli anni, è quasi ovvio che un giocatore dia il meglio più avanti, quando il suo QI tennistico raggiunge la piena maturità e il gioco “rallenta” nella sua percezione – Ferrer e Wawrinka sono due casi emblematici di come l’usura di cui sopra, certamente non diminuita negli ultimi tre lustri, sia ora maggiormente gestibile.

Il signore dei Benjamin Button tennistici è ovviamente Federer, a cui da over 35 sono riuscite le seguenti imprese: tornare da un sabbatico semestrale trionfando in Australia con tre match al quinto nel 2017, nell’anno dei 36; a ridiventare numero uno nel febbraio del 2018; a perdere una finale Slam francamente dominata all’alba della trentottesima rivoluzione terrestre. Il tutto rinunciando alla filosofia all-out di Edberg in favore di un gioco da fondo completo come forse mai prima d’ora sotto l’egida di Ljubicic. Lo svizzero è stato benedetto dal DNA, ma quello che la scienza e il duro lavoro hanno fatto per lui non andrebbe sottovalutato.

E il duro lavoro è oggi più che mai un aspetto complementare dell’evoluzione della preparazione atletica: il modello iper-professionista, che abbandona i valori decubertiniani del successo sulla base della rivalità nazionale in favore dalla vittoria in un contesto superiore, trova terreno fertile in uno sport individualista e apolide come il tennis, facendo sì che gli atleti non siano preparati a livelli inimmaginabili solo sotto il profilo atletico, ma anche sotto quello psicologico, garantendo una longevità matusalemmiana ai più forti, dotati come sono di maggiori certezze.

Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Un secondo aspetto fondamentale nel coagulare la superiorità è stato il nuovo approccio al business da parte dell’ATP: nel 1999 venne siglato un nuovo accordo di sponsorizzazione con ISL Worldwide, all’interno del quale venne inserita la presenza obbligatoria per gli allora Masters Series (Montecarlo ha poi perso lo status di evento obbligatorio nel 2009), di fatto forzando i migliori ad affrontarsi molto più spesso, consolidando la posizione dei migliori – basti pensare che con il vecchio sistema dei Super 9 nessuno ha mai vinto più di tre eventi in una stagione, mentre i Big Three hanno avuto stagioni da quattro, cinque, e sei successi.

Un altro cambiamento apparentemente sottile avvenne nel 2001: Wimbledon, e a seguire gli altri Majors, espansero il numero delle teste di serie da 16 a 32, di fatto annullando la possibilità di un upset nei primi turni – non sarà sfuggito all’attenzione di molti lettori che l’iniziale decisione di tornare a 16 per il 2019 è stata accantonata abbastanza in fretta, probabilmente perché non converrebbe a nessuno rischiare di perdere i nomi di cartello nella prima settimana. Questa decisione ha permesso un livellamento maggiore dello sport, con tanti giocatori a fluttuare nella fascia 17-32 per eoni (Verdasco, Simon, Kohlschreiber, Bautista fino a quest’anno, ecc…), con rare alterazioni significative, e con una probabilità molto inferiore di tabelloni spalancati (a meno di morie stile US Open 2017), cosa che peraltro ha innalzato il livello medio degli avversari per i campioni Slam in termini di ranking (ad oggi, il tabellone più complesso è quello di Nadal al Roland Garros del 2013, seguito a breve distanza da Federer agli Australian Open del 2010), ma ha abbassato la possibilità di minacce concrete nei primi due/tre turni.   

In ogni caso, il vero motore del cambiamento tecnico-tattico è la famosa (famigerata?) omologazione delle superfici. Un semplice dato per dimostrare le attuali affinità? Dal 2007 la differenza di break fra cemento e terra si è progressivamente ridotta (dati settesei.it), così come, dal 2004, quella fra il Roland Garros e Wimbledon (quella fra RG e US Open è sostanzialmente nulla nel 2016, dati tennismylife.org).

Il nostro Luca Baldissera è categorico in materia: “L’omologazione delle superfici è stato il fattore determinante per avere la continuità ad altissimi livelli degli ultimi 15 anni, senza precedenti, da parte dei top-player. […] Basti un esempio per capire quanto la scomparsa della specializzazione abbia influito: Thomas Muster, numero uno del mondo a metà anni novanta, devastante sulla terra rossa in modo paragonabile – per un paio di stagioni solamente – a Rafa Nadal, a Wimbledon o non andava, o perdeva subito. In carriera, solo 4 partecipazioni, 4 sconfitte al primo turno

Federico Principi de L’Ultimo Uomo, aggiunge: “Credo invece che il fattore che abbia sempre più omologato i risultati sia stata l’evoluzione del gioco, che ha creato un ritmo sempre più serrato da fondocampo, al punto tale che diventa difficile interpretare le partite in maniera diversa da quella ormai canonica.” Questa interpretazione pone dunque l’accento sull’uniformazione degli stili prima ancora delle superfici, implicando che se tutti fanno le stesse cose, chi le fa meglio sarà sempre destinato a vincere più degli altri, anche se allo stesso tempo è difficile pensare ad un appiattimento tattico se non sostenuto da uno sviluppo simile per i terreni di battaglia dello sport.

L’aspetto più affascinante del fenomeno, e se vogliamo il più machiavellico, è la maniera quasi pollicinesca con cui le modifiche sono state apportate, iniziando attorno al 1996: quello fu l’ultimo anno in cui le ATP Finals si svolsero sul sintetico (con la solitaria eccezione di Shanghai 2005), progressivamente abbandonato in favore del cemento indoor – l’ultimo Master 1000 sintetico è Bercy 2006, l’ultimo utilizzo in assoluto nel circuito maggiore è il primo turno di Coppa Davis 2009.

L’epitome dell’ammodernamento, però, è senza dubbio il passaggio di Wimbledon a un diverso compostaggio (da 70% segale e 30% festuca rubra a 100% segale), determinato dall’intenzione di rallentare i campi, e che ha notoriamente sterminato il serve-and-volley, portando molti più giocatori a vincere a SW19 giocando da fondo.  

Piccolo excursus comparativo: è interessante notare come la FIFA nel calcio e la NBA nella pallacanestro abbiano incontrato a loro volta problemi nella esagerata dimensione fisica raggiunta nello stesso periodo storico, e come entrambe abbiano apportato delle modifiche regolamentari per favorire lo spettacolo. Nel calcio, i cambiamenti fondamentali furono la modifica del fuorigioco in linea e del retro-passaggio, e l’espulsione per fallo da tergo, mentre nel basket USA i provvedimenti riguardarono l’hand-checking, i tre secondi difensivi, e l’interpretazione dell’infrazione di passi. Mentre sarebbe eccessivo, se non addirittura dietrologico, leggere la situazione in maniera totalmente olistica, è comunque interessante notare come, nell’arco di un decennio, gli sport più popolari del globo abbiano sentito la necessità di apportare delle modifiche per rimanere al passo coi tempi. 

Non tutti i dati sono a sostegno dell’assunto sul rallentamento delle superfici (gli ace sono aumentati e i break sono diminuiti, per esempio, andando a sostegno della maggiore importanza dei colpi potenti, come detto), ma molti sembrano quantomeno puntare ad un’uniformazione delle velocità: la prima finale post-lifting erbaceo (Wimbledon 2002) fu anche la prima fra due giocatori da fondo in tempi moderni, Hewitt vs Nalbandian; e fra i principali 14 tornei del circuito (Slam, 1000 ed ATP Finals) solo tre sono classificati come medio-rapidi (Australian Open, Shanghai, e le Finals), e nessuno come veloce (dati perfect-tennis.com).

Ça va sans dire, non si sta alludendo ad un complotto dell’ATP per pompare questo o quel giocatore, ci mancherebbe. Piuttosto è logico pensare che si sia voluto conservare (e migliorare) l’intrattenimento delle partite, che eufemisticamente tende ad incidere sui rating. Principi riassume perfettamente: “Onestamente non credo che, ad esempio, il rallentamento dell’erba sia stato deciso per fare in modo che ad ottenere il successo sarebbero stati sempre gli stessi tennisti, ma è un dato oggettivo che i giocatori di successo stiano diventando sempre più alti e i servizi sempre più potenti – al punto che Nadal ha prospettato per il futuro un accorciamento del rettangolo del servizio – per cui sarebbe impossibile oggi mettere in scena partite divertenti sull’erba degli anni Ottanta, a mio parere

Un secolo fa, Virginia Woolf scriveva che la prosa avrebbe assorbito la poesia, e lo stesso discorso potrebbe essere riproposto qui: si potrebbe dire che le modifiche abbiano favorito una certa gestalt del gioco, quello della continua pressione da fondo, il discorso ritorna all’uniformità del modo di intendere lo sport che favorisce i migliori in questa specifica interpretazione. L’uovo e la gallina paiono sempre più confuse, insomma.

Rafael Nadal – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Cosa prospetta il futuro allora? Anche se questa sarà la prima generazione di tennisti dai tempi di Laver e Rosewall che avrà la possibilità di competere e contemporaneamente avere una crisi di mezza età, il tempo può essere ingannato fino a un certo punto. Il continuo successo dei Big Three (soprattutto negli Slam) ha fatto assurgere questa fase del tennis maschile ad era geologica, ma ogni tifoso dovrà realizzare che la sua fine, ancorché non improvvisa, prima o poi avverrà.

Ecco perché l’ATP, che in quanto multinazionale sa cosa fare e quando farlo, spamma a livelli parossistici il mantra NextGen e la Race To Milan – non avrebbe avuto senso creare l’iniziativa nel 2010, quando non c’era neanche un Under 22 in Top 100, a dispetto dei 10 attuali. Per lo stesso motivo, il torneo meneghino è anche la cavia da laboratorio per le supposte modifiche TV-friendly, che sembrano toccare tutto tranne le superfici in sé, anche se sorge spontaneo chiedersi: a) perché non si possa semplicemente accelerare alcuni campi come a Melbourne se si vogliono partite più rapide e b) perché bisognerebbe effettivamente accorciare le partite se il pubblico televisivo vuole scambi più lunghi ed epici.

Dovremmo dunque preoccuparci per l’outlook escatologico del tennis maschile? “Da un lato, varietà equivale a interesse. Ma l’elemento del cosiddetto ‘stardom’ che esprimono i tre big è notevolissima e ancora di difficile quantificazione. Per ‘stardom’ si intende la capacità di attrarre pubblico soprattutto generalista e non specificamente appassionato di tennis, vista la presa mediatica che personaggi che Federer, Nadal e in minor misura Djokovic esercitano. Il primo a riuscirci fu Bjorn Borg a inizio anni ’80, con scene di isteria che ricordavano le apparizioni dei Beatles,” dice Baldissera. “I vertici del gioco dovranno cercare di spingere dei nuovi personaggi, ma il pericolo in assenza di grandi rivalità è il minore interesse. Se Zverev (per esempio) si metterà a vincere 3 Slam all’anno senza trovare avversari che lo impensieriscano con continuità, il rischio è concreto. Perché non è detto che il ragazzo abbia lo spessore per reggere da solo l’attenzione del pubblico

Principi non vede così buio: “Secondo me avere quattro vincitori diversi nei quattro Slam stagionali non pregiudica la credibilità del tennis di alto livello, però dipende dalle dinamiche che ci sono dietro. Nel 2012 ad esempio questo fenomeno si è verificato ma nessuno si è sognato di mettere in dubbio l’altissimo livello di quei giocatori – che, per l’appunto, erano Djokovic, Nadal, Federer e Murray in ordine. Se si crea un club ristretto di 4-5-6 tennisti che si confermano costantemente al di sopra della media, a mio avviso, quella situazione è garanzia di eccellenza e non è un problema se i quattro Slam stagionali vedano quattro vincitori diversi compresi tra quella ristretta élite.”

Allo stesso modo, però, risponde al riflesso meno accattivante: “Diverso sarebbe il caso in cui i quattro vincitori diversi vengano percepiti come ‘casuali’, se avessero semplicemente fatto il torneo della vita partendo dalla posizione 25 del ranking e tornandoci dopo un anno, soprattutto se il rimescolamento dei top 10 dovesse essere continuo. Se l’elenco dei potenziali credibili vincitori di uno Slam si allargasse perfino a 20 nomi, come è successo più volte nel circuito femminile con l’assenza di Serena Williams o in quello maschile prima dell’arrivo di Federer, allora forse quello a mio avviso sarebbe il segnale di una scarsa qualità del livello di eccellenza. […] Per cui, secondo me, il tennis ha sempre bisogno di giocatori che mantengano un livello costante al vertice per poter mantenere alta la credibilità sulla raffinatezza del proprio prodotto, e non è importante il semplice fatto che a vincere i quattro Slam stagionali siano quattro giocatori differenti”.

La stagione sull’erba non è stata certamente la miglior pubblicità per il rinnovamento della nomenclatura, date le pessime figure rimediate da molti giovani, ma l’estate nordamericana – soprattutto grazie alla deflagrazione di Daniil Medvedev – ha consolidato un trend di parziale rinnovamento, almeno nel due su tre, dove il massimo grado di continuità (soprattutto mentale) sul lungo periodo non è richiesto. Da Cincinnati 2016, solo 14 dei 31 tornei maggiori (fra 1000 e Finals) sono stati vinti dai Big Three, e per la prima volta in tre anni, a Indian Wells, un torneo a cui erano presenti Nadal, Djokovic e Federer è stato vinto da qualcun altro, ovvero Dominic Thiem.

In fondo, proprio l’attuale N. 1 è stato battuto da diversi giovani nell’ultimo anno: Tsitsipas a Toronto 2018, Khachanov a Bercy 2018, Zverev alle ultime Finals, e Medvedev a Montecarlo e Cincinnati nel 2019 – il russo è anche l’unico ad averlo messo in difficoltà a Melbourne, così come Hurkacz ha forse giocato il suo miglior tennis di sempre per un paio d’ore a Wimbledon contro Nole.

Il dato interessante è che i nuovi esemplari del gioco, quasi tutti abbondantemente over-sized, non sembrano essere molto interessati ad imitare chi è venuto prima di loro, venendo spesso impostati con servizi pesanti e dritti dalle aperture ampie con flessione del gomito e presa Western, ma Baldissera nota che la discrasia è in realtà esclusivamente stilistica: “In realtà, dai dati recentemente raccolti da Craig O’Shannessy (stratega ed esperto di match analisys del team Djokovic), oltre il 70% dei punti nel circuito maschile viene risolto entro i primi 4 scambi, a maggior ragione da parte dei tre big, che a loro volta ottengono la grande maggioranza dei punti vincenti proprio dalla combinazione servizio e dritto. Ovviamente, agli appassionati rimangono in mente gli scambi epici da 25 mazzate a punto, ma l’analisi statistica ci dice che il tennis moderno si fonda nella gestione aggressiva dei primi tre, massimo quattro colpi dopo il servizio. I giovani, a partire da Alexander Zverev, fanno esattamente la stessa cosa, magari in modo meno brillante o a volte spettacolare, ma come sappiamo, un 15 vale un 15, che sia ottenuto con la ‘banale’ pressione dei fondamentali o che arrivi da un anticipo fulminante, o altra soluzione di cosiddetta ‘classe’”.

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

La certezza è che il tennis del futuro si fonderà su dei canoni ben precisi, ed è quindi facile immaginare che eventuali modifiche del gioco andranno a favorire i migliori di questa Nouvelle Vague.

Riassumendo, la Golden Age di questi anni è stata coadiuvata da una serie di fattori? Certamente. L’ATP dovrebbe facilitare gli uomini nuovi come ha fatto per gli ultimi 20 anni? Molto probabilmente sì. C’è il rischio che la prossima finale di cinque ore su Centre Court abbia meno risalto se questo non verrà fatto? La logica del “quando si ritireranno quei tre smetterò di seguire il tennis” non dovrebbe appartenere ai veri appassionati, quindi non ci preoccuperemmo troppo.

Tommaso Villa

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