Per gli erbivori: istruzioni per l’uso in attesa di Wimbledon

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Per gli erbivori: istruzioni per l’uso in attesa di Wimbledon

Concluso il Roland Garros, la stagione sull’erba si muove oltremanica con il WTA di Nottingham, in Olanda con ‘s-Hertogenbosch e in Germania, dove il torneo di Stoccarda abbandona la tradizionale terra rossa. Si allunga la stagione sull’erba su tre settimane, in preparazione dell’inizio di Wimbledon il 29 Giugno.

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Gli appassionati dell’erba non si potranno lamentare in questo 2015. Abituati ad un brevissimo intermezzo tra la fine del Roland Garros e l’inizio di Wimbledon, potranno godere di una settimana aggiuntiva di riscaldamento nell’attesa che si aprano i cancelli dell’All England Club (e, per chi non ha avuto la ventura di essere sorteggiato per i biglietti, prima di accordarsi nottetempo per riuscire ad entrare…). A farla da padrone è, come da tradizione, il Regno Unito o, meglio, il sud-est dell’Inghilterra. Si dice che gli scozzesi vorrebbero un torneo – oltre a diverse altre cose anche più importanti come l’autonomia fiscale: ma il Partito Nazionale Scozzese l’otto maggio si è ritrovato all’opposizione anziché al governo – ma non sembrerebbero esserci spazi disponibili nel calendario. Gli appassionati scozzesi avevano riempito la Emirates Arena a Glasgow, in occasione della sfida di Davis tra Gran Bretagna e Stati Uniti, e avevano trovato in Murray un ingenuo supporter del referendum per l’indipendenza. Toccherà però loro aspettare, e chissà per quanto.

Tornando al calendario vero, la stagione femminile sull’erba apre con la novità di Nottingham l’otto giugno, dove gli uomini scenderanno in campo dopo due settimane, a partire dal 22 giugno. In contemporanea nella cittadina di Eastbourne si giocherà il solo torneo WTA Premier, perché quello che era fino al 2014 un torneo combined (ma con un tabellone maschile di qualità inferiore) è stato diviso tra Nottingham (ATP) e Eastbourne (WTA). Il calendario WTA prevede infine il Premier di Birmingham tra il 15 e il 21 giugno, per tre settimane di tennis femminile non-stop sui prati inglesi. Ci si muove di più, invece, per seguire gli uomini. Si comincia, appena terminato Parigi, con ‘s-Hertogenbosch e Stoccarda (entrambi di categoria 250). La settimana clou è però quella successiva, con il torneo di Halle in Germania ed il Queen’s a Londra, promossi in questa stagione a ATP 500. Poco prima di Wimbledon, fuori dai calendari ATP, si giocano a Londra anche due tornei di esibizione, all’Hurlington Club e a Stoke Park, capaci di attrarre diversi top-players e coloro che, cito dalla presentazione ufficiale, “preferiscono il tennis giocato in un’atmosfera intima e rilassata, sorseggiando un bicchiere o due di champagne Veuve Clicquot”.

Con gli aggiustamenti al calendario, si dà maggior peso alla breve stagione sull’erba nei ranking ATP: i punti su questa superficie sono cresciuti del 75 percento. Peraltro, l’espansione proseguirà ulteriormente nel 2016, con l’aggiunta del WTA International di Maiorca. Saranno contenti i giocatori e le giocatrici da veloce, nonché i giardinieri di Wimbledon, consulenti dei colleghi a Stoccarda per cercare di replicare il perfetto manto erboso dell’All England Club. Ma, soprattutto, saranno felici gli appassionati di tennis. In generale, perché più varietà di superfici non può che fare bene allo spettacolo. Per chi sarà sui campi a SW19 (cioè a Wimbledon) perché luglio è il mese più caldo in Inghilterra. Per chi non ci sarà, e non può permettersi 3500 sterline per la finale (guardare, per credere, un qualsiasi sito online di rivendita dei biglietti), perché gli ottocenteschi e prestigiosi club dove si giocano alcuni dei tornei ‘minori’ valgono comunque il viaggio oltremanica.

 

Nel dettaglio, il warm-up per Wimbledon sui prati inglesi:

Settimana dell’8 giugno

WTA Aegon Open Nottingham

Settimana del 15 giugno

ATP Aegon Championship (Queen’s Club), Londra

WTA Aegon Classic Birmingham

Settimana del 22 giugno

ATP Aegon Open, Nottingham

WTA Aegon International Eastbourne

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Serena-Venus XXXI, l’ultima volta… fino alla prossima

Ancora una volta, il sorteggio ha messo di fronte le Williams, le sorelle più famose del tennis, questa volta al secondo turno del Top Seed Open di Lexington

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Serena e Venus Williams - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Serena e Venus, Venus e Serena. Ancora una volta, la trentunesima, le Williams si ritroveranno l’una contro l’altra, nell’ottavo di finale del torneo di Lexington, Kentucky, dove Octagon ha deciso di spostare il torneo WTA di Washington. Il match è in programma dalle 18:30 italiane.

Breve carrellata: 18-12 Serena negli head-to-head, 11-5 negli Slam (7-2 in finale), 11-9 sul cemento, 72-49 per titoli vinti (23-7 negli Slam), 316-11 nelle settimane da N.1 WTA, 14 Slam vinti in coppia su 14 finali disputate. Il loro ultimo match… non si è disputato, perché Serena si è ritirata per infortunio alla vigilia di un secondo turno a Roma lo scorso anno; ha però stravinto l’ultimo incontro effettivamente svoltosi, un 6-1 6-2 al terzo turno dello US Open 2018.

Questa sfida sarà a suo modo una prima, però, visto che le sorelle non si sono mai incontrate sul palcoscenico certamente poco glam di un International, dove, come ha scritto il Denver Post, “si può vedere il traffico che scorre dietro il campo”; prima di oggi, l’occasione più umile per una loro partita era stata un Tier II (che oggi sarebbe un Premier), a Bangalore nel 2008, 7-6 al terzo in semifinale per Serena. Di conseguenza, il contesto sarà forse il più vicino agli albori della loro rivalità, quando si allenavano insieme prima a Compton e poi a West Palm Beach, nell’Academy di Rick Macci.

 

Ci sono quindi i presupposti per un match particolare, per molti motivi. Non va infatti dimenticato che, doppio a parte, le Williams sono unite dal ruolo avuto in una rivoluzione culturale che ha cambiato il tennis femminile in termini di pubblico (la loro finale a Flushing Meadows nel 2001 fu più vista di un match di college football della stessa ora, come se l’Orchestra Casadei vendesse più biglietti di Vasco) e di diversità, generando un esercito di epigone adoranti. Fra di loro, Coco Gauff, che un minimo di ispirazione dalle due la trae (e che ha passato ben due battesimi del fuoco al cospetto di Venus), ha riassunto il sentimento collettivo: “Guarderò sicuramente il match, se non mi starò allenando. Potrebbe essere la loro ultima sfida, anche se è quello che diciamo tutte le volte, e poi finiscono per affrontarsi di nuovo”.

Venus, splendida all’esordio amarcord con Vika Azarenka (6-3 6-2) ha detto: “Non ho giocato per mesi, quindi adesso voglio competere con tutte le migliori. Il mio desiderio è stato esaudito subito, visto che affronterò Serena”. La sorella minore, un po’ imballata in uscita dai blocchi all’esordio, vinto per 4-6 6-4 6-1 contro Bernarda Pera, non è invece parsa entusiasta: Mi sembra di incontrare Venus in ogni torneo, al primo o al secondo turno – è seccante. Da un certo punto di vista, le sue parole sono comprensibili: Venus è N.67 WTA ed è uscita dai quartieri alti da quasi tre stagioni, e quindi mette in conto di dover affrontare qualche big ai primi turni, mentre Serena, da favorita del seeding, si sarebbe potuta augurare un match più morbido agli ottavi.

Il risultato del match non è francamente rilevante, le giocatrici inizieranno a salire di giri da diversamente Cincinnati in poi, e sarebbe difficile trarre delle indicazioni importanti dal secondo match giocato dopo cinque mesi di stop, ma le parole di Venus ci ricordano ancora una volta quanto questa ragazzina di 40 anni sia ancora innamorata del gioco del tennis, e per certi versi di quanto la sua legacy non possa essere apprezzata fino in fondo nel tennis contemporaneo.

In fondo, se non avesse vissuto all’ombra dei record della sorella, sarebbe già adesso celebrata per i suoi sette Slam vinti (di cui cinque a Wimbledon), nonché per la sua clamorosa longevità – in sostanza, verrebbe vista come una sorta di Jimmy Connors, semi-pensionato ma con in serbo un ultimo grande exploit, magari sull’Arthur Ashe. Invece, gli standard irraggiungibili di Serena e dei Big Three, in termini di vittorie, immarcescibilità e solidità di gioco, portano tanti appassionati a non apprezzare l’amore per il gioco di una che, figlia di uno stile démodé, vuole ancora divertirsi in campo, e se possibile migliorarsi.

Come ha scritto il Denver Post, infatti, Venus ha lavorato tanto sul servizio e sul dritto durante la forzata off-season primaverile, e nel match contro Azarenka i risultati si sono visti, soprattutto per quanto concerne il colpo da fondo: è molto più rapida ad andare sotto alla palla grazie a un’ovalizzazione meno barocca, e il follow through va molto meno sopra la testa, creando un tergicristallo molto più efficace – il colpo sembra molto più carico rispetto al passato recente, anche se ovviamente serviranno più match per dare un responso definitivo. Al di là di quelli che possono essere i piccoli aggiustamenti del caso, però, ciò che va ammirata è la volontà di alterare automatismi vecchi di decenni per continuare a perseguire la miglior versione di sé, sforzo e umiltà che con il suo chilometraggio (e con una malattia che la priva di energie) non sono scontati, ben lungi.

Serena e Venus Williams - US Open 2015 (foto di Art Seitz)
Serena e Venus Williams – US Open 2015 (foto di Art Seitz)

Per quanto riguarda Serena, il suo allenatore Patrick Mouratoglou ha raccontato a UbiTennis dei benefici che lo stop del tour ha portato alla sua protetta: “Ha fatto un lavoro eccezionale, raggiungere quei risultati alla sua età dopo aver partorito non è da tutti, ed è ovviamente più complicato farlo a 37 anni piuttosto che a 27. Non ho mai visto nessuno lavorare tanto duramente, e il suo livello di motivazioni è sempre incredibilmente alto. […] Credo che le abbia fatto bene il riposo, soprattutto per le condizioni del suo ginocchio. A volte durante i tornei non ci si può prendere il tempo necessario, mentre stavolta si è potuta rimettere completamente. Inoltre i migliori ci mettono di meno a tornare al loro livello, quindi penso che sia quasi stato un vantaggio per i giocatori più vecchi“.

Ora, l’ultima frase le si potrebbe anche ritorcere contro in questo match fra vetuste, ma Serena stessa ha confermato le parole del coach, come riportato dal Corriere della Sera: “Questo break è stato un male necessario: non l’ho chiesto, non l’ho voluto, ce l’ha imposto il virus, ma sento che mi ha fatto bene. In retrospettiva posso dirlo: il mio corpo ne aveva bisogno. E adesso mi sento bene come non mai. Più rilassata, più in forma, più centrata. È come se il mio cervello mi dicesse okay, adesso finalmente puoi giocare il tuo vero tennis!“.

Certo è che, per forza di cose, Serena Williams non vive più di rivalità individuali, ancorché uniche (e per certi versi dai toni soffusi, visto che molti hanno rimarcato una certa, inevitabile mancanza di agonismo nelle sfide fra le due, rendendo molti dei loro match interessanti solo sulla carta) come quella che ha con Venus, perché la sua unica motivazione è quella, piuttosto rilevante, di disperdere qualunque tipo di argomentazione su chi possa essere la GOAT femminile all’infuori di lei, e quando l’interlocutore è la storia i volti delle avversarie di giornata inevitabilmente affievoliscono. Le sue parole di fastidio riflettono la percezione di un hysteron proteron nella preparazione, con un’avversaria troppo competitiva da affrontare troppo presto, magari privandola di altri match da mettere nelle gambe.

Ribaltando il discorso, però, riflettono anche, forse, la preoccupazione per dover affrontare un’avversaria che, a prescindere da tutto, è molto più sentita di qualunque altra, e che ha quindi il potenziale per far saltare i suoi ritmi mentali, e lì la sfida consisterebbe nel ritrovare la consueta cattiveria a 24 ore di distanza. In passato, questo non è mai stato un problema per Serena, ma alcune cose non sono un problema finché non lo diventano, e questo è uno dei motivi che continuano a rendere affascinante la loro dinamica, e che rendono il match di oggi imperdibile.

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Le più importanti scarpe da tennis di tutti i tempi, con tanta Italia

La rivista “Racquet” ha stilato una Top 10 delle calzature più influenti nella storia del gioco. Ne avete mai comprato un paio? E perché proprio le Stan Smith?

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Stan Smith

Qui l’articolo originale

I produttori di scarpe creano calzature studiate appositamente per i tennisti da ormai 90 anni. Quasi un secolo di design ha consentito di arrivare ad una vasta offerta in termini di materiali specialistici, così come a proposte di stile al di fuori del campo di gioco. Il boom si è avuto negli anni ’80 e ’90, decadi nelle quali una moltitudine di brand del settore, spesso senza una pregressa credibilità sportiva a livello internazionale, ha introdotto un mix esaltante di efficacia nella performance e stile nella vita quotidiana.

In prima linea c’erano le italiane Lotto, Ellesse e Diadora, assieme ai giganti inossidabili Fila e Sergio Tacchini, ma questo fu solo l’inizio. Basta considerare che a marchi ancora storicamente rilevanti quali Dunlop (australiani) e Tretorn (svedesi) si aggiunse la pletora di calzature diverse indossate da atleti americani e tedeschi: fra queste annoveriamo Nike, adidas, Puma, New Balance, K-Swiss, Reebok e Converse, più le raffinatissime Le Coq Sportif francesi. La lista di firme che saltarono dal campo ai prodotti da passeggio (e viceversa) getta una luce quasi accusatoria sulla mancanza di varietà dell’offerta odierna – insomma, persino Gucci lanciò una scarpa da tennis. Anche se i brand di cui sopra hanno partorito centinaia e centinaia di modelli, ne abbiamo scelti 10 come i più importanti di ogni tempo.

JACK PURCELL

Keds, Converse e adidas avevano già cominciato ad interessarsi al mercato tennistico ai primi del ‘900, ma uno dei trend-setter più popolari per oltre trent’anni è il modello Jack Purcell, scarpa eponima creata nel 1935 per il famoso giocatore di badminton dai canadesi della B.F. Goodrich Company. La scarpa completò immediatamente la transizione verso il tennis, e fu per molto tempo “l’arma” scelta dai professionisti di maggior caratura. Converse comprò i diritti di produzione di questo modello negli anni ’70, e ha mantenuto vivo lo “smile” inciso sul puntale in gomma fino ai giorni nostri, grazie a linee di abbigliamento per uso quotidiano e a modelli creati in collaborazione con vari skater.

 

ADIDAS STAN SMITH

Anche se ci piacerebbe scrivere che sono i modelli intitolati a Rod Laver, a Lendl o il classico di culto Forest Hills a rappresentare il modello più iconico di casa adidas, la Stan Smith è probabilmente la più importante e influente scarpa da tennis di tutti i tempi, senza tema di smentita. Il modello nacque nel 1964, quando il francese Robert Haillet pubblicizzò la prima scarpa in pelle per adidas. È nota ai più la storia di come Haillet si ritirò e la sua immagine sulla linguetta fece posto a quella dell’americano Stan Smith nel 1971. Smith precedentemente utilizzava scarpe di tela, ma la possibilità di una sponsorizzazione fu sufficiente a fargli cambiare idea. Non solo il modello Stan Smith è diventato iconico nella moda di settore grazie a una moltitudine di collaborazioni e iterazioni del modello che ogni altra scarpa può soltanto sognare, ma rappresenta molto di più di un modello che resiste da decenni: la prima scarpa professionale in pelle, infatti, ha inaugurato nel tennis la corsa allo sviluppo e ai materiali che hanno permesso l’esplosione del prodotto negli anni ‘80 e ’90.

NIKE AIR TECH CHALLENGE II

Era lava incandescente a ribollire sui piedi di Andre Agassi ad Indian Wells nel 1990. Il “kid” rese ancora più famoso il modello che indossava in quel momento, l’Air Tech Challenge II, indossandolo qualche settimana più tardi nella medesima variante bianca, rosa e nera all’Open di Francia. La scarpa a tre quarti, disegnata da Tinker Hatfield in uno stile non troppo dissimile da quello della Air Jordan 4, sempre targata Hatfield e commercializzata nello stesso periodo, portò ad un approccio diverso nella costruzione del prodotto grazie all’Air-cuschioning (tecnologia a cuscinetto d’aria nelle suole, ndr), alla pelle sintetica leggerissima e alla conchiglia sagomata, ma non solo: lo stile della scarpa non si era mai visto su un campo da tennis, facendo sensazione e creando un’estetica a cui la Nike fa tuttora riferimento, anche a trent’anni di distanza.

ADIDAS BJ KING

Non c’è niente di più cool dell’essere un’apripista, titolo che Billie Jean King ha rivendicato innumerevoli volte. Uno dei suoi primati è quello di essere stata la prima atleta donna ad avere una scarpa a lei intitolata. Il suo classico stile di scarpa bassa includeva una suola di gomma e tre strisce con la firma a lato. Addirittura, il suo volto era riprodotto nella linguetta, corredato dalla scritta “endoserd by”. Piace pensare che la popolarità di quella scarpa aiutò Chris Evert a sfondare con il suo modello Converse negli anni ’80. La scarpa di King era popolare al punto che adidas ne creò varianti addizionali, incluso il primo modello in velluto colorato, cementando il blu come colore di riferimento di King.

NIKE AIR TRAINER 1

Quando il designer Tinker Hatfield creò una delle sneakers più cool dell’era moderna, non aveva il tennis in testa. Nel 1986, lavorando con John McEnroe, Hatfield spedì alla star americana una serie di scarpe da testare, incluso un paio di scarpe da allenamento non ancora sul mercato – più tardi rinominato Nike Air Trainer 1. Hatfield voleva soltanto che John le testasse durante l’allenamento e nient’altro, al punto che gli chiese specificatamente di non indossarle in pubblico. McEnroe non solo non ottemperò alla richiesta, ma decise anche di indossarle durante i tornei, segnando così una nuova direzione nelle calzature da tennis con rialzo del tallone, supporto laterale e chiusura di sicurezza a cinturino. McEnroe introdusse così un nuovo stile, sdoganando un look anche per le scarpe da allenamento, il cui utilizzo era già di per sé una novità all’epoca. Bo Jackson (star del football e del baseball, ndr) iniziò la sua collaborazione con Nike usando le Air Trainer 1, e l’impatto del prodotto è stato fondamentale sia per gli sviluppi tecnologici successivi che per il design dei modelli da passeggio.

FILA T-1

Fra tutti i marchi italiani degli anni ‘80, Fila probabilmente era il più innovativo per quanto riguarda il fashion. Conosciuta per il proprio stile e per il mix di colori che aveva portato nel mondo del tennis, Fila rappresentava il concetto di marchio di lusso, specialmente nel mercato nordamericano. La Fila T-1, in particolare, è l’archetipo dei modelli del brand, pensato per abbinarsi con tute variopinte. Questa scarpa in pelle è inclusa nella lista non tanto per ciò che fu in termini di prodotto, ma per ciò che Fila rappresentò per il tennis quando si interessò a questo sport negli anni ’70, e anche per il suo successo duraturo nel mondo della moda e dello sport, con il tennis come trave portante del proprio lavoro.

DIADORA BORG ELITE

Anche le persone che non seguivano il tennis negli anni ’70 avevano una vaga idea di come Bjorn Borg si presentasse su un campo da gioco. E anche se a volte indossava le Tretorn-Nytelites, la sua linea Fila fu quella che contribuì maggiormente a fissare il suo stile nell’immaginario collettivo. Detto questo, la Diadora Borg Elite che lo svedese utilizzò nei primi anni ’80 completò in maniera definitiva il suo iconico look, un esempio di come lo stile italiano – anche proveniente da più marchi messi insieme – stesse dando una vetrina internazionale ai produttori di scarpe che sponsorizzavano gli atleti. Le Borg Elite rappresentavano la massima espressione della tecnologia applicata al prodotto, impiegando la pelle di canguro in uno stile all’ultimo grido. Anche se oggi Borg non rappresenta più il marchio Diadora, il modello a lui dedicato vive ancora col nome di B. Elite, commercializzato come prodotto per la vita di tutti i giorni.

PUMA GV SPECIAL

Puma non ha mai smesso di produrre questo ibrido on-court/off-court sin da quando lo introdusse come scarpa personalizzata di Guillermo Vilas negli anni ’80. Progettato specificamente per l’appariscente argentino, era il frutto di una miscela di pelle e tessuto nella parte superiore della scarpa, risultando in un accessorio perfetto per la prestazione sportiva ma che allo stesso tempo non perdesse di vista le esigenze della moda. Giocando sullo stile personale di Vilas, Puma riuscì a portare un marchio chiaramente orientato allo sport – e, fatto non secondario, non italiano – nel mainstream del fashion. Tuttavia, i giorni migliori per questa calzatura sono arrivati in tempi più recenti, grazie all’unione fra colori classici e moderni e a un mix fra diversi materiali, combinando le strisce del marchio con design più modaioli.

ADIDAS EDBERG

Alcuni potrebbero opinare sull’inclusione della scarpa sponsorizzata da Stefan Edberg in questa lista, e avrebbero dei validi argomenti. La tecnologia stava iniziando a diventare preponderante nel design delle scarpe da tennis a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e adidas era un marchio di riferimento in questo senso. Sicuramente la adidas Lendl fu la prima del brand tedesco ad introdurre un prodotto all’avanguardia sul mercato, ma il modello dello svedese fece lo stesso con uno stile unico, a un prezzo più accessibile, e con quella che forse era la miglior tecnologia adidas del momento, la Torsion. Il modello Edberg non ha raccolto tutto il credito che meritava da un punto di vista visivo (sebbene l’accostamento di colori fosse perfetto per lo spirito degli anni ’90) e da un punto di vista tecnico, visto che fu il primo dotato della sopracitata tecnologia, ed è una fortuna che adidas abbia reintrodotto il modello sul mercato nel 2019 con il nome di Torsion Comp.

NIKE VAPOR

La scarpa che deve tutto a Roger Federer. La Nike Vapor è ora una serie ufficiale. Lanciata nel 2004 come Nike Air Zoom Vapor Speed, è stata riconvertita in più stili diversi, trasformandosi poi nel modello rappresentativo dell’intero stile tennis come inteso da Nike, stile che comprende a sua volta la Zoom Vapor Cage 4 indossata da Rafael Nadal. Tuttavia, è la Vapor ad essere meglio conosciuta, soprattutto nei modelli 9, 9.5 e 10. Il modello Vapor 9 fu lanciato nel 2012, quando che Federer e Hatfield si incontrarono per disegnarlo in una suite di un hotel parigino, ispirati dall’immagine di una figura in corsa.

Federer ha indossato una Vapor in 18 dei suoi 20 Slam vinti – non dimentichiamo che il momento più cool nella storia delle sneaker tennistiche ha avuto luogo quando Federer si è presentato calzando una “collaborazione” Vapor 9.5/Air Jordan 3 al primo turno dello US Open 2014 (contro Marinko Matosevic, ndr), ripetendosi nel 2016 quando ha usato entrambi i modelli durante un torneo – nel 2018, non solo era stato il modello più utilizzato da campioni Slam sia nel maschile che nel femminile, ma era anche il più indossato nel mondo del tennis in generale. E non è ancora finita. Nonostante quest’anno il modello Vapor abbia ceduto il passo al Cage, non sarebbe una sorpresa vedere un Vapor 11 in futuro, a mantenere questo modello il più rilevante per la prossima decade come lo è stato per la scorsa.

Tradotto da Michele Brusadelli

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WTA

WTA Lexington: Serena inizio lento ma vincente, trova Venus al secondo turno

Vittoria in rimonta per Serena Williams all’esordio a Lexington. Al prossimo turno trova la sorella Venus che ha battuto Victoria Azarenka. Vittorie per le teenager Gauff e Fernandez. Continua il momento nero di Sloane Stephens

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Serena Williams a Lexington 2020 (foto Katelyn Conn/TSOpen)

Debutto piuttosto tribolato per la testa di serie n.1 Serena Williams al Top Seed Open di Lexington in Kentucky dopo oltre sei mesi di assenza dai campi. Nel suo match di primo turno contro la connazionale Bernarda Pera (n. 60 WTA), Serena è apparsa spesso piuttosto ferma negli spostamenti e per lunghi tratti estremamente fallosa negli scambi da fondocampo.

Dopo aver fatto attendere la sua avversaria in campo per diversi minuti prima di presentarsi sul Centrale del Top Seed Club, Serena è partita in maniera molto lenta, faticando moltissimo sulla risposta al servizio e risultando quasi sempre la prima a commettere un errore non appena gli scambi si prolungavano. La svolta nella partita è arrivata sul 4-4 nel secondo set quando Pera, che si era aggiudicata il primo parziale per 6-4, si è trovata 0-40 sul servizio di Williams, con tre chance per andare a servire per il match. Qui Serena è riuscita a salvarsi bene con la battuta e con un paio di ottimi recuperi sul 15-40, mettendo poi giusto sulla riga un appoggio a campo aperto nel punto successivo.

Un paio di errori gratuiti di Pera e una maggiore regolarità di Williams negli scambi da fondo hanno chiuso il secondo parziale in favore della pluri-campionessa Slam, che ha poi preso il largo tranquillamente nel set decisivo senza però dare mai l’impressione di straripare.

 

L’atmosfera sul campo oggi era molto calma, rilassata – ha commentato Serena Williams dopo la vittoria – diversa da qualunque altra cosa abbia potuto sperimentare nella mia carriera. E non posso dire che mi dispiaccia. Oggi credo di aver vinto perché sono rimasta calma, so che posso giocare molto meglio di così, in allenamento gioco in maniera incredibile, ma oggi lei ha giocato davvero bene, ha messo a segno molti vincenti tenendo la palla bassa”.

A New York credo che sarà molto diverso, soprattutto all’interno dell’Arthur Ashe Stadium che è immenso. Mi sono allenata spesso con lo stadio vuoto, credo che dovrò fare riferimento a quella esperienza e sarà utile giocare anche Cincinnati a New York per potersi allenare sul campo più spesso”.

Qualche complicazione in più del previsto per la sedicenne Coco Gauff, che si è imposta in due set molto combattuti contro la connazionale Caroline Colehide.

A senso unico il match più atteso della giornata, quello tra le due ex n.1 del mondo Venus Williams e Victoria Azarenka. La quarantenne Venus ha sfoderato una prestazione di grande livello dall’inizio alla fine, lasciando ben poche chance alla bielorussa che non ha racimolato altro che cinque game. Venus ha così perfezionato la trentunesima edizione del “Sister Act”, dal momento che al prossimo turno incontrerà sua sorella Serena in quella che è stata per tante volte la finale di uno Slam e comunque uno degli scontri che ha segnato un’epoca nel tennis. “Da una campionessa all’altra, il mio tabellone è davvero duro – ha detto Venus in conferenza stampa – d’altronde so che non giocherò in eterno quindi voglio incontrare le giocatrici migliori, e [con Vika e Serena] credo di essere stata esaudita“.

Nell’ultimo match della giornata un’altra sorpresa sulla carta, che però non è troppo una sorpresa per chi segue il circuito: la 17enne canadese Leylah Fernandez (n. 120 WTA), proveniente dalle qualificazioni, ha avuto la meglio in due set della testa di serie n. 7 Sloane Stephens, campionessa dello US Open 2017. Davvero troppi errori per Stephens, per la quale l’interruzione del tour per la pandemia non è servita a invertire la tendenza negativa consolidata all’inizio della stagione durante il quale ha inanellato ben cinque sconfitte in sei incontri disputati. Curiosamente le due si erano già incontrate a Monterrey in febbraio nell’ultimo match disputato da Stephens prima della pausa.

Tutti i risultati:

[1] S. Williams b. B. Pera 4-6 6-4 6-1
C. Gauff b. [Q] C. Dolehide 7-5 7-5
V. Williams vs V. Azarenka 6-3 6-2
C. Bellis b. [LL] F. Di Lorenzo 6-1 6-2
J. Teichmann b. [Q] A. Kalinskaya 6-2 7-5
[5] Y. Putintseva b. A. Tomljanovic 6-0 6-4
[WC] S. Rogers b. M. Doi 6-4 4-6 6-2
A. Blinkova b. [Q] K. Ahn 2-6 6-4 3-1 rit.
[Q] O. Govortsova b. [Q] B. Mattek-Sands 7-6(4) 6-1

Il tabellone aggiornato

Il programma di mercoledì 12 agosto

Center Court, ore 11 (le 17 italiane)
[8] O. Jabeur v [Q] O. Govortsova
A. Blinkova v M. Bouzkova
C. Gauff v [2] A. Sabalenka
[6] M. Linette v J. Brady

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