Jerzy Janowicz, quando ogni Paese ha la sua testa... calda! (video)

Editoriali del Direttore

Jerzy Janowicz, quando ogni Paese ha la sua testa… calda! (video)

L’episodio d’insofferenza da parte di Jerzy Janowicz verso un giornalista del suo paese è solo l’ultimo di una lunga serie, tennisti italiani compresi. L’embargo a Rino Tommasi nel ’74 da parte degli eroi di Coppa Davis e l’importanza di scrivere chiaramente quello che si pensa

Pubblicato

il

 

Il direttore Ubaldo Scanagatta commenta la terza giornata di Wimbledon insieme al collega Steve Flink (in inglese).

Ecco invece il video commento del Direttore in italiano.

 

Jerzy Janowicz, n.47 Atp oggi, ma n.14 nell’agosto 2013, era l’unico tennista polacco nel tabellone maschile (tre invece le ragazze, le due Radwanska più Magda Linette). Ma ha perso al primo turno dal turco Ilhan, 7-6 6-4 6-7 6-3, e come è arrivato nella piccola sala interviste ha visto un giornalista della rivista Tenisklub, Adam Romer – un mio vecchio amico – e gli ha detto a muso duro: “Lascia questa stanza!”. L’episodio mi ha ricordato analoghi episodi accaduti con più d’un tennista italiano. Con me, con altri colleghi, anche alcuni che avevano l’unico difetto di collaborare con Ubitennis…

Naturalmente Adam Romer si è ben guardato dall’uscire da quella stanza (“Non ci penso nemmeno, sono qui per fare il mio lavoro”) e per tutta risposta allora – anche se Romer non ha fatto alcuna domanda – Janowicz ha preso a rispondere solo a monosillabi, “sì, no, non so, vedremo”, a qualsiasi domanda gli venisse rivolta. Scene già viste, peraltro. L’episodio è stato raccontato nei loro media da diversi giornalisti polacchi, solidali con il collega. E, da quanto ho poi appreso, alle prese in passato con varie bizze del capriccioso n.1 polacco. “E’ un testa calda…” me l’hanno dipinto, paragonandolo ad altri giocatori dalle caratteristiche abbastanza simili.

In Polonia – dove il tennis è ultimamente diventato molto popolare soprattutto grazie alle imprese (ora un po’ affievolitesi) di Agnieszka Radwanska ma indirettamente anche di Caroline Wozniacki e Angelique Kerber – Adam Romer è diventato un “piccolo eroe”, tutte le radio e le tv hanno parlato di lui, e in patria è oggi molto più conosciuto di quanto lo fosse fino all’altro ieri. Alcune centinaia di nuovi followers hanno preso a seguirlo. Ho saputo anche che quest’anno la Federtennis polacca aveva scelto di affidare proprio alla stessa rivista di Romer – ma non a lui personalmente – l’ufficio stampa del match di Coppa Davis Polonia-Lituania.

Janowicz, che nel 2014 ha certamente subito delle critiche per il suo crollo da n.14 a n.40 e più giù, si imbufalì: “Se date a Tenisklub l’ufficio stampa io non gioco!”La federtennis polacca – tutto il mondo è Paese – si impaurì. Tolse allora l’incarico alla rivista Tenisklub. Non facendoci gran figura… ma raggiungendo l’obiettivo di vincere l’incontro contro il Paese del solo Berankis. Quando si dice Real Politik. Poi, per farsi perdonare in qualche modo, la Federtennis polacca ha però in seguito deciso di assegnare l’ufficio stampa di un match di Fed Cup a Tenisklub.

I rapporti fra giornalisti e giocatori del proprio Paese sono sempre stati complicati, fin dai tempi in cui Bjorn Borg concedeva interviste a tutta la stampa internazionale, ma non a quella svedese. Idem Ilie Nastase con quella rumena. E per un periodo Mikael Stich con i tedeschi, forse anche Boris Becker. Anche i nazionali azzurri che vinsero la Davis nel ’76 avevano decretato il loro ostracismo a Rino Tommasi nel ’74, perché Rino aveva sottolineato che la sconfitta patita a settembre in semifinale in Sudafrica contro un team di quasi vecchie glorie (Hewitt e McMillan erano fortissimi in doppio ma né loro né Ray Moore erano forti in singolare) era figlia delle vacanze in Sardegna cui i nostri giocatori – unici al mondo a non giocare mezzo torneo per tutto agosto – non avevano saputo rinunciare, presentandosi quindi a Johannesburg senza gare alle spalle. Vittime di piena desuetudine agonistica giocarono malissimo, battendo tutti i record di doppi falli in altitudine, ad Ellis Park. Non ricordo con esattezza i numeri, ma furono circa una ventina di doppi falli a testa quelli commessi da Panatta e Zugarelli, prescelti quali singolaristi da Mario Belardinelli, padre putativo dei nostri “moschettieri”.

I tennisti, quasi tutti, sono sempre molto suscettibili alle critiche che ricevono. Anche quando sono giustificate. Di solito non aiuta l’ambiente che sta a loro attorno, quasi sempre pronto a sobillare, a istigare frizioni (anche perché tante volte i tennisti non leggono, ma ascoltano chi ha letto e riferisce come gli pare, come crede di aver interpretato). Decine di volte, in 40 anni di professione, mi è toccato sentirmi dire da un giocatore, “perchè hai scritto questo e quest’altro?”. Al che io chiedevo: “Ma tu hai letto l’articolo?”. Il più delle volte la risposta era: “No!”Quanto più un giornalista è indipendente, critico e non ruffiano, tanto più viene odiato. Certo, ad esempio, se io non avessi scritto – perché lo pensavo – che “regalare” demagogicamente 400.000 euro a Francesca Schiavone per il suo trionfo al Roland Garros nel 2010 mi sembrava un gesto da evitare e quasi immorale (Francesca ovviamente non aveva nessuna colpa se glielo avevano offerto e se aveva accettato: chiunque avrebbe accettato al suo posto), anche se io come tutti avevo esultato come un semi-invasato nel momento in cui lei aveva colto quel grande exploit, beh…. potete star certi che Francesca Schiavone mi avrebbe trovato più simpatico. Idem Fabio Fognini se io non avessi sottolineato più volte, come a Montecarlo 2014 nel corso del suo match con Tsonga, certi suoi comportamenti oggettivamente esecrabili, certamente non esemplari. Chi aveva necessità di conquistarne le grazie, magari per strappargli una futura intervista, fu più “buonista”.

Ma, a mio avviso, chi fa il mio mestiere deve avere il massimo rispetto soprattutto… per il mestiere che fa, per le proprie opinioni anche se scomode e per i lettori che lo ritengono credibile proprio perché lo ritengono capace di esprimere idee autonome e indipendenti.

Continua a leggere
Commenti

Coppa Davis

Coppa Davis: quell’annuncio tardivo di qualcosa che sapevamo tutti… Anche Berrettini out

L’Italia si ritrova outsider a Malaga nell’anno che ci faceva sognare una seconda insalatiera. Storia di una stagione falcidiata dagli infortuni

Pubblicato

il

Gli infortuni di Berrettini

Gli infortuni di Sinner

Mentre a Torino, a poche ore dalla finale ATP Djokovic-Ruud (3-0 i precedenti, tutti italiani e tutti a favore di Djokovic che non ha mai perso un set con il norvegese), Angelo Binaghi tirava la giacchetta ai tre ministri presenti, Abodi, Zangrillo e Santanchè, invocando più soldi per la sua già ricca federazione, arrivava da Malaga la notizia ufficiale più scontata e che colpevolmente non abbiamo dato prima pur conoscendola benissimo: dopo Jannik Sinner anche Berrettini non scenderà in campo contro gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Sock e Paul giovedì 24 novembre.

Matteo non si era quasi più allenato e lo si sapeva. Non si capiva che senso avesse continuare a mantenere una cortina di silenzio riguardo alla sua partecipazione.  Da Napoli in poi, quando si erano manifestati i primi sintomi di una (supposta) fascite alla vigilia della finale poi persa con Musetti tutti sapevamo che non era praticamente più riuscito ad allenarsi seriamente.

Su quanto accaduto a Napoli era venuta fuori una ridda di voci. Compresa quella che gli sarebbe stata praticata una iniezione che avrebbe procurato del pus e un’infezione. Voce smentita ma che aveva preso piede (è il caso di dire…). Chi aveva parlato di vesciche era stato smentito da alcuni, ma non da tutti. Il rigonfiamento del piede pareva garantito, stando ad alcune voci di spogliatoio. Ma alla fine, quale che fosse il fastidio, per almeno due settimane Matteo non era stato in grado di allenarsi. Poi era andato a Barcellona, dalla equipe medica del quale lui molto si fida togliendo inevitabilmente altro spazio agli allenamenti che relativamente agli arti inferiori non conveniva neppure fare per non compromettere ulteriormente la possibilità di recupero. Un’Odissea.

 

Poiché Ubitennis aveva dato in anteprima la notizia del forfait di Sinner, mi sembrava spocchioso – e quasi malaugurante – arrivare primi anche nel segnalare i malanni di Matteo, ma da giorni ci si chiedeva soltanto che cosa si aspettasse ad annunciarlo.

E oggi ci si può forse chiedere, pur apprezzando il gesto, che senso abbia che Matteo vada a Malaga. Forse che se l’Italia di Musetti e Sonego facesse il miracolo contro gli USA, da qui a sabato prossimo Matteo potrebbe recuperare per giocare la semifinale contro chi vincerà fra Canada e Germania? Onestamente non mi sembra pensabile. Né ragionevole. Solidarietà da teammate quindi? Forse. Ma a Sinner non è passato neppure per l’anticamera del cervello.

E’ inevitabile che a giocare i singolari siano adesso i due Lorenzo, Musetti e Sonego, sebbene anche quest’ultimo, giulivo reduce da una settimana alle Maldive laddove pensava che la sua annata tennistica si fosse conclusa, non sarà certo al massimo.

Sonego è stato convocato in fretta e furia quando Sinner ha detto che non ce l’avrebbe fatta. L’abbiamo visto allenarsi in recupero a Torino, allo Stampa Sporting, in maniera decisamente blanda, quasi temesse di potersi far male lui pure. Però una volta che Volandri gli ha chiesto di mettersi a disposizione soltanto un Sonego fuori condizione potrebbe essere accantonato per far posto a Fognini, reduce da un’annata no. Per la verità nel 2022 non ha brillato nessuno dei due: Sonego oggi è n.46 del mondo e aveva chiuso il 2021 a n.27, Fognini si trova 10 posti più giù, n.56 e 10 posti più giù era anche a fine anno rispetto a Sonego: n.37. Insomma hanno perso una trentina di posti ciascuno, mentre gli americani hanno visto salire vertiginosamente sia il ranking di Fritz, da n.23 a n.9, sia di Tiafoe da n.38 a n.19. Fino a due mesi fa era migliore il ranking dei due azzurri rispetto a quello dei tennisti “Made in USA” e senza sottovalutare le chances di Fognini e Bolelli, quasi quasi si riteneva che il punto più difficile da sostenere fosse quello del doppio, chiunque degli americani giocasse al fianco dello specialista Sock, anche se non è stato convocato da capitan Mardy Fish Ram che ha appena trionfato con l’inglese Salisbury nelle finali ATP superando il duo olimpionico e croato, Pavic e Mektic 7-6,6-4.

Insomma da squadra superfavorita che era, quella azzurra adesso è certamente un outsider alla fine di quest’annata che non ha davvero risparmiato nessuno dei due tennisti meglio classificati d’Italia, il n.15 Atp Sinner e il n.16 Berrettini. Due ex top-ten, best ranking n.6 Matteo e n.9 Jannik, che hanno giocato troppo pochi tornei per potersi mantenere sui livelli di un top-10. E traditi entrambi da Wimbledon: Jannik perché i punti ATP che avrebbe meritato non glieli hanno dati, Matteo perché si è beccato il COVID alla vigilia dei Championships nei quali l’anno prima aveva fatto finale.

Lorenzo Musetti ha dato il meglio di sé in Coppa Davis ma contro questo Fritz che ha giocato alla pari con tutti i più forti dei “Maestri” a Torino, cedendo solo dopo un doppio tiebreak al cospetto di Djokovic (dopo essere stato un break avanti nel finale del secondo set), il suo compito sarà durissimo. Per non parlare di quello di Sonego contro Tiafoe. Insomma, l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976, 46 anni fa, con tutta probabilità resta ancora…l’unica. E invece io quest’anno ci speravo proprio in una seconda.

Continua a leggere

ATP

Intesa Sanpaolo ATP Next Gen. Questo penso sul torneo di Milano. Che cosa farei fra un anno… sapendo i conti economici di queste 5 edizioni milanesi

Sei incontri al giorno, due di doppio, due di Next Gen, due di top-players. E under 19, non più under 21. Il diffuso gusto del talent scout. La crisi dei Carneadi del doppio

Pubblicato

il

Jiri Lehecka e Brandon Nakashima - 2022 Next Gen ATP Finals (Foto Giampiero Sposito/FIT)

Sono cominciate le ATP Finals e magari arrivo fuori tempo, ma vorrei dire quel che penso del torneo under 21 di Milano, le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP che si sono appena concluse con la netta vittoria dell’imbattuto Brandon Nakashima.

Per prima cosa ricordo che questa quinta edizione è l’ultima che era prevista a Milano. E per seconda cosa che il calendario ATP del 2023 prevede che il torneo Next Gen si disputi nella stessa settimana delle ATP Finals.

Ritenere che la Federtennis riesca ad organizzare i due eventi nella stessa settimana in due città diverse, Torino e Milano, è abbastanza improbabile, se non proprio impossibile.

 

E non si potrebbe allora giocare tutto a Torino in 8 giorni, con le partite del round robin spalmate in sei giorni, al ritmo di due al giorno? Semifinali il sabato, finale la domenica.

Vorrebbe dire, mantenendo in vita il doppio cui l’ATP è praticamente obbligata non abbandonare – anche se i nomi di molti doppisti sono del tutto sconosciuti alla massa degli spettatori che non pagherebbero il biglietto per vederli  giocare  sebbene lo spettacolo sia in sé  tutt’altro che disprezzabile – che si dovrebbero giocare nei primi 6 giorni e ogni giorno 2 match next gen, due match di doppio, due match dei magnifici otto.

Sei partite al giorno, insomma, tre a partire dalle 10,30 per cercare di mettere in campo la partita di due potenziali “Maestri”, entro le 14.30. E dare il via alla sessione serale per gli altri tre match intorno alle 18.30.

Mediamente gli incontri di doppio e quelli dei Next Gen si concludono nell’ambito dell’ora mezzo, un’ora  e tre quarti. Il derby Passaro-Arnaldi durato 2h e 38 m, o i 5 set di Nakashima Arnaldi per 5 set è durato di più, 2 ore e mezzo, ma sono state eccezioni.

Per fare un ragionamento valido bisognerebbe conoscere quali siano esattamente le spese affrontate dalla FIT per Next Gen (montepremi, affitto Palalido, macchina organizzativa, con tantissime persone, personale) e quali siano gli incassi derivanti da biglietteria, diritti tv, vari sponsor.

Ricordo che mi fu detto che le prime edizioni (Due? Tre?) del Next Gen non furono… – se non proprio un bagno di sangue – certamente non un successo economico.

E queste ultime? Mah.

Sarebbe giusto, credo, avere informazioni precise, se non dettagliate voce per voce, di che cosa esce e che cosa entra nel bilancio federale del torneo. Per poi prendere una posizione ragionata e ragionevole.

Perché se uno pensa che rinunciare a un incasso della biglietteria e dei diritti tv, fosse antieconomico (ma non credo…) allora perderlo per trasferire tutto a Torino potrebbe risultare poco intelligente.

Di certo la Federtennis non darà queste infos al sottoscritto, perché Ubitennis può continuare a promuovere il tennis con 18 articoli al giorno, 5.000 l’anno facendo sforzi considerevoli e – consentitemi di dire – regalando agli appassionati prodotti giornalistici di buona qualità, ma per la FIT Ubitennis resta un nemico pubblico da ostacolare, negandogli con varie scuse poco credibili un congruo numero di accrediti stampa  che servirebbero soltanto a promuovere ancor meglio lo sport della racchetta, attraverso il nostro sito che ha numeri davvero importanti. Pazienza. Vero che non facciamo sviolinate a nessuno, ma farle mi sembrerebbe un tradimento professionale e deontologico. Io non dispero di poter contare, un giorno o l’altro, sull’intelligenza dei miei interlocutori. Prima o poi ci arriveranno.

Il torneo Intesa Sanpaolo Next Gen è certamente piaciuto tantissimo ai ragazzini. Fondamentalmente per un problema di concentrazione. Tenerla per un set e magari per più di un’ora è chiedere troppo a ragazzi delle SAT e di scuola compresi fra i 10 e i 14 anni.

Per loro venire al tennis è una festa con la musica a palla, le scritte cubitali che ricordano il setpoint, il matchpoint, l’ace al rullar di tamburi, l’out gridato dal giudice elettronico, la close call, il breakpoint, il no-ad, la palla game che è game-point per entrambi gli avversari.

Impossibile per i ragazzi sugli spalti, quando si ritrovano in quell’atmosfera rovente,  non prendere le parti di uno dei due tennisti, anche quando nessuno dei due è italiano.

E anche i tennisti, sebbene dicano tutti (o quasi) che prediligono il tennis classico, si ritrovano in un’atmosfera diversa, unica, mai sperimentata altrove. Alla fine si divertono alla grande, anche se lo stress procurato da quei ritmi concitati è davvero notevole.

Ma vale la pena subirlo se un Nakashima può mettersi in tasca 430.000 dollari quando per aver vinto il torneo ATP 250 di San Diego, la sua home town, aveva dovuto accontentarsi di 92 mila dollari. Meno di un quarto. E ragazzi come Passaro che ha vinto 108 mila dollari o come Arnaldi (80.000) si mettono in tasca soldi che consentono loro di pagarsi tutta una stagione per loro e il loro team.

La validità tecnica di questi match del Palalido è abbastanza discutibile, anche se abbiamo visto che a vincere il torneo sono in passato sempre stati signor giocatori, tennisti che poi sono diventati top-10. Tranne Chung, alludo a Tsitsipas, Sinner, Alcaraz. E vedremo che cosa farà Nakashima che ha dimostrato di essere di una solidità nervosa impressionante. Superiore. A Lehecka non gli ha fatto vincere un set su 6 manches.

Vi ricordo quanto ho già sottolineato nel video finale domenica scorsa: da Wimbledon (dove è arrivato negli ottavi dopo aver battuto Shapovalov) Nakashima ha vinto la bellezza di 16 tiebreak su 17!

Però se non si registra una netta superiorità la conclusione più frequente di queste partite, se il match è equilibrato, approda al tiebreak sul 3 pari.

Mentre nei set tradizionali c’è la possibilità di vincere un set arrivando a 6 con due game di scarto, e solo sul 6 pari si va al tiebreak, nella formula NextGen chi arriva per primo a 3-1 non ha vinto un bel nulla, mentre se ciascuno dei due contendenti tiene 3 turni di servizi si arriva al 3 pari e all’inevitabile, quasi scontato tiebreak.

E’ certo vero che in termini di promozione il torneo Next Gen avvicina al tennis tanti giovanissimi, glielo fa scoprire, li entusiasma, anche quando fanno quasi soltanto la caccia agli autografi… Si formano anche così i tennisti di domani. In termini di pura promozione del nostro sport il torneo Next Gen funziona alla grande. I ragazzini che sono stati a vedere quelle partite tornano a casa entusiasti e chiedono ai genitori di prendere lezioni e cominciare a giocare a tennis.

Un altro punto da discutere è il limite anagrafico. Si riapre un discorso già fatto all’epoca in cui i diciassettenni Wilander, Becker, Chang vincevano gli Slam adulti pur essendo under 18.

Che senso aveva un torneo junior vinto anche da alcuni nostri tennisti, Pistolesi, Galimberti e altri, quando i più forti junior vincevano già gli Slam?

Mi sono molto divertito a vedere a Milano la lotta furibonda fra i due grandi amiconi  Passaro e Arnaldi, entrambi ventunenni. Alle loro casse ha certo giovato partecipare alle Intesa Sanpaolo Next Gen – buon per loro! – però mi avrebbe più incuriosito osservare dei ragazzi del 2003 (o 2004) per poter intravedere le loro prospettive.

Quelli sono davvero Next Gen, mentre i 21nenni sono “current” Gen. Forse con minor avvenire anche se è vero che i “nostri prodotti locali” sono spesso maturati con qualche ritardo, ad eccezione di Sinner e Musetti.

Ma gente come Draper, come Nakashima, non sono più “future prospect. Sono realtà contemporanee. Hanno già vinto montepremi importanti, giocano nel circuito ATP ai più alti livelli. Nakashima ha fatto terzo turno a Parigi e New York, ottavi a Wimbledon…

Insomma io abbasserei il limite di età. A 19 anni.

Nel caso di un torneo Next Gen che si disputasse insieme al Masters finale dell’ATP per i magnifici 8, forse metterei in campo per primi al mattino i giocatori del doppio. Alle 10,30 del mattino. E poi i Next Gen verso mezzogiorno. E poi le mega star, intorno alle 14 o 14,30. Stesso iter per la sessione serale, a partire dalle 18 circa. Sì, perché gli appassionati di tennis hanno il gusto del talent scout, gli piace “scoprire” qualche talento per poter dire un giorno: “Io l’avevo detto che Tizio diventava davvero forte…!”

Mi chiedo oggi chi conosca e riconoscerebbe per strada, Heliovaara, Glasspool, Arevalo, Salisbury, giusto per citarne alcuni dal cognome più improbabile…, ma perfino la coppia n.1 del mondo formata da Skupski e Koolhof quanti sono gli appassionati che li riconoscono? Che sanno se uno è mancino oppure destro?

E allora capisco bene che l’associazione dei tennisti, ATP, voglia proteggere in qualche modo la specie in estinzione dei panda-doppisti, perché si tratta di tanti posti di lavoro per giocatori che a volte hanno anche più di 40 anni…

Io sono stato sempre un fanatico del doppio perché lo giocavo molto meglio del singolare. Ho vinto due volte i campionati italiani di seconda Categoria, nel ’72 e nel ’75 con due compagni diversi (Maurizio Bonaiti e Pullino Pellegrini) e sono stato finalista una terza volta. E quando al torneo ATP di Firenze ho visto Sonego e Vavassori giocare un grande match contro Dodig e Krajicek mi sono divertito moltissimo. E così il pubblico che naturalmente faceva un tifo pazzesco per i due azzurri (sconfitti solo al tiebreak del terzo set).

Però secondo me l’ATP deve preoccuparsi primariamente di sostenere la nuova linfa. Più i ragazzi promettenti che i doppisti.

Un ragazzo tipo Nardi, e suoi coetanei del 2003 – mica sono tutti come Rune – va sostenuto e incoraggiato anche economicamente. Non ho niente contro due bravissimi ragazzi come Passaro, Arnaldi e loro coetanei, ma difficilmente questi ragazzi diventeranno top-ten. O top 20.  Ovvio che io lo auguri a entrambi. I progressi straordinari che hanno fatto in un anno – Passaro da 600 ATP a ridosso dei primi 100 – la dicono lunga sulle qualità che comunque hanno messo in mostra.

E scommetterei che se accadrà che questi due salgano ancora alla grande, inserendosi fra i top20, o nei pressi, non vedranno l’ora – insieme ai loro coach – di incrociarmi per dirmi: ”Hai visto Ubaldo, tu che non credevi in me?”.

E allora a questo punto devo aggiungere – per onestà intellettuale – che quando vidi per le prime volte Andreas Seppi, ma anche Renzo Furlan che non aveva davvero un fisico da marcantonio né colpi che strappavano la racchetta dalle mani dei loro avversari – nessun power tennis – onestamente non pensavo davvero che sarebbero arrivati fra i primi 20 del mondo e avrebbero fatto l’eccellente carriera che invece hanno fatto.

Quindi guai se coach Tarpani e coach Petrone si arrendessero di fronte alle mie previsioni non troppo ottimistiche. Spero proprio di sbagliarmi. 

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

Pubblicato

il

Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement