E Novak Djokovic stappò lo champagne mentre Gasquet tornava indietro di 8 anni

Editoriali del Direttore

E Novak Djokovic stappò lo champagne mentre Gasquet tornava indietro di 8 anni

Il rischio adesso, dopo la vittoria di Richard Gasquet su Stan Wawrinka, è una semifinale “zoppa”. Ma con Murray-Federer sono invece pernici. A meno che la spalla dello scozzese non faccia brutti scherzi

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Ubaldo e Steve Flink commentano i quarti di finale di Wimbledon (in inglese)

Sarò maligno se sospetto che stasera Novak Djokovic abbia celebrato due volte? Titolo provocatorio a parte, non è davvero ancora il momento di stappare champagne perchè un n.1 del mondo – già scottato dall’ultima esperienza parigina – lo stappa solo quando vince il torneo e non quando vince una semifinale e ha una finale a portata di racchetta. Però però secondo me stasera ha un sorriso che gli arriva alle orecchie. Scommettere sul fatto che Novak raggiungerà la sua quarta finale è come rubare in chiesa. Per me che mi sto appassionando sempre più a… capire di scommesse, non ha quota.

 

Novak è troppo intelligente per ammetterlo, ma – dopo aver rischiato non poco contro Kevin Anderson che nel quinto set aveva avuto due palle break per il 3-1 – che cosa poteva desiderare di più il n.1 del mondo e campione in carica a Wimbledon che di qualificarsi agevolmente per le semifinali battendo per la tredicesima volta su tredici Marin Cilic senza nemmeno concedergli una sola palla break per poi ritrovarsi in semifinale un avversario come Richard Gasquet sconfitto 11 volte su 12 e quasi sempre anche nettamente? Tre settimane fa a Parigi gli ha dato 6-1 6-2 6-3. Nelle 11 partite vinte gli ha lasciato tre set, ma due volte dopo averglielo lasciato gli ha affibbiato un 6-1, la terza un 6-3. Insomma pare proprio che per Riccardo Cuor di Leone (si fa per dire, è un nomignolo affibbiatogli semmai perché Cuor di Leone non è quasi mai stato, anche se qui si ricorda che nel 2007 vinse in cinque set contro Andy Roddick) non ci sarà trippa per gatti.

Intanto però oggi Gasquet ha rimontato da sotto due set a uno Stan Wawrinka, il campione dell’ultimo Roland Garros, ed è riuscito a farlo per 11-9 al quinto nonostante avesse servito invano sul 5-3… quando in tanti sul Court n.1 avevano già cominciato a ridacchiare, a mormorare “ecco il solito Gasquet che al momento buono si fa prendere dall’angoscia, non mette dentro una prima palla, e perde una partita quasi già vinta”. Invece, per una volta, il più forte mentalmente è stato lui e potete immaginare con quale soddisfazione, e quante volte, il francese che già a 9 anni era apparso sulla copertina di Tennis Magazine (suscitando generali reprimende nei confronti del direttore Jean Couvercelle per l’eccessiva esposizione mediatica di un ragazzino che già allora veniva dipinto in possesso di uno straordinario rovescio ad una mano… “Lo distruggerete caricandolo di così tanta pressione!” scrissero allora i più, L’Equipe compresa che pubblicava la rivista “Tennis de France” e non aveva gradito il … contropiede) ha ripetuto questo concetto a tutte le tv, le radio e i colleghi che lo hanno intervistato nel suo più grande giorno di gloria otto anni dopo quella semifinale mai più ripetuta. “Veramente ho fatto una semifinale anche all’US Open 2 anni fa… ma ormai mi è stata appiccicata questa fama di giocatore che non ha mantenuto le promesse perché 8 anni fa salii a n.7 del mondo… oggi ho lottato, non ho mai mollato, e ho retto con la testa, mentalmente, e vincere 11-9 al quinto contro uno che ha appena vinto il Roland Garros… beh, sapete, io sono francese, il Roland Garros per noi… beh è meraviglioso! – l’ho sentito dire alla BBC – riuscire a farlo poi nel torneo più importante del mondo, a Wimbledon…”, non finiva più di ripetere, e si grattava la testa come fa sempre quando è un po’ imbarazzato. E quasi per scusarsi dei mancati successi per 8 anni… “In questi anni Federer, Nadal, Djokovic, Murray hanno vinto tutto quel che c’era da vincere…”. Poi è arrivato, negli ultimi due anni, anche Stan the Man, ma stavolta sarà “lo svizzero di scorta” – orribile nickname, ma per anni lo hanno chiamato così – a pensare di non essere stato forte mentalmente. Lui ha perso la battaglia fra i due rovesci più belli del mondo. E proprio con un rovescio finale sbagliato ha suggellato questa sconfitta.

Ma torniamo… allo champagne di Djokovic, quello ancora non stappato. La sola volta che Richard Gasquet era riuscito a sconfiggere Djokovic, otto anni fa e pochi mesi dopo che il francese di Beziers – allora ventunenne – aveva raggiunto la sua prima ed ultima semifinale a Wimbledon, è stata in un round robin delle Atp World Finals di Shanghai, nel Masters di fine anno insomma. Entrambi avevano perso il primo match. Però -siamo onesti – oggi la sensazione generale, la più diffusa quantomeno, è che i Wimbledon Championships rischino di avere una semifinale zoppa. Meno male che l’altra invece è la migliore che ci potessimo augurare: Federer-Murray. Il campione svizzero di 7 Wimbledon contro l’unico britannico capace di trionfare sui questi lawns dai tempi di Fred Perry (autore del tris 1934-1936) che, non posso stancarmi di ripetere rivolgendomi ai più giovani, non è soltanto una maglietta con su l’alloro sul petto… L’equilibrio che regna fra Federer e Murray, entrambi vincitori in tre set rispettivamente su Simon e Pospisil lo testimonia da solo il bilancio dei confronti diretti: 12-11 per lo svizzero che ha vinto anche le ultime tre sfide, ma sull’erba è pareggio: 1 a 1. Un pareggio maturato a poche settimane l’una finale dall’altra: Roger vinse in 4 set (46 75 63 64) la finale del Wimbledon tradizionale nel 2012, Andy dominò quella del Wimbledon olimpico (62 61 64).

Contro Federer Simon si è tolto la soddisfazione almeno di strappare un servizio a Roger che non lo perdeva da Halle con Kohlschreiber e 116 turni… ma “mago” Federer l’aveva predetto… “Chissà che Simon non mi interrompa la striscia”, aveva detto l’altra sera dopo aver battuto Agut. Contro Murray Pospisil ha avuto una sola palla break, ma ha dovuto inghiottire un boccone amaro quando l’arbitro affetto da eccessivo patriottismo gli ha chiamato una time-violation assurda (mi pare sul 5 pari 30 pari ne secondo set, ma chi ha fatto la cronaca sarà stato preciso, di me non fidatevi) quando stava scoccando il 30mo secondo. Innervositosi Pospisil ha perso il servizio e, di conseguenza, il set. Avrebbe perso lo stesso, ma non c’era bisogno di fargli – senza il minimo preavviso – cotanta porcata.

Ho 24 ore di tempo per sbilanciarmi in un pronostico per questa semifinale. Non so però se in queste 24 ore riuscirò ad avere delle “inside information” sulle condizioni della spalla di Murray. Oggi ha servito troppe volte intorno ai 160/170/180 km orari (da 104 a 115 miglia orarie) quando lui è tranquillamente capace di battere sopra i 200. Una spalla dolorante – ricordate l’MTO ch si prese nel match con Seppi – è una brutta bestia. Soprattutto se uno deve affrontare un certo Roger Federer. Un giorno di riposo e di cure basterà a Andy? Chi può saperlo? E chi lo dirà mai? Andy ha fatto capire di esserne preoccupato, e non credo che abbia messo le mani avanti per procurarsi un alibi. Per quanto mi riguarda posso solo dire che sono contento che il mio padrone di casa non sia riuscito ad entrare da Coral, il negozio di bookmakers di Southfields: gli avevo consigliato di scommettere sui quattro favoriti (anche se in realtà conveniva scommettere su solo 3 di loro perché Murray era dato talmente strafavorito su Pospisil che non sarebbe convenuto inserirlo nella martingala) visto che a prenderli tutti per dieci sterline puntate ne avrebbero date 400 (o giù di lì).

La vittoria di Gasquet, oltre a farlo soffrire per 3 ore e 28 minuti, avrebbe mandato in fumo qualunque cifra avesse scommesso e io mi sarei sentito in colpa. Non stappo champagne come Djokovic, quindi, ma vado a letto più tranquillo. Sarà eccitatissimo invece Richard Gasquet.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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