ATP Cincinnati: ancora Federer. Ora è lui a spegnere il sogno di Djokovic

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ATP Cincinnati: ancora Federer. Ora è lui a spegnere il sogno di Djokovic

Roger Federer vince il titolo di Cincinnati per la settima volta, piegando il numero 1 del mondo col punteggio di 7-6 6-3. Stavolta è lo svizzero ad infrangere il sogno di Djokovic di conquistare tutti i Masters 1000 completando il Career Golden Masters

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Roger Federer - ATP Cincinnati 2015
 

Chi di spada ferisce, di spada perisce, dice il vecchio adagio. Anche se qui le spade son racchette e i fendenti sono i vincenti. Ma il risultato si può dire sia lo stesso. Questa sconfitta fa veramente male a Novak Djokovic, sia per come è avvenuta, sia per il suo peso specifico: anche quest’anno il serbo dovrà rinunciare al sogno di completare il Career Golden Masters, ovvero l’aver vinto almeno una volta tutti i titoli Masters 1000 del circuito ATP. Ed è la quinta finale persa a Cincinnati, un record negativo che non molti possono vantare. Fa ancora più male soprattutto se dall’altra parte c’è Roger Federer, uno che invece, con questa vittoria, di titoli a Cincinnati ne ha collezionati ben 7. Stavolta è toccato allo svizzero spegnere il sogno dell’avversario, dopo che a luglio Novak Djokovic gli aveva infranto la possibilità di vincere un altro titolo dello Slam nel suo giardino, a Wimbledon.  E questo è il primo titolo da trentaquattrenne. Ma insieme al titolo c’è di più: Federer riesce, con i punti della vittoria del torneo, a confermare la posizione numero 2 del ranking ATP, difendendosi dalle insidie di Andy Murray. Ora, in vista degli US Open, questo vuol dire che Federer e Djokovic potranno incontrarsi solo in finale. E chissà che anche Djokovic non ne sia grato, visto come è andata a finire la finale di oggi.

[2] R. Federer b. [1] N. Djokovic 7-6(1) 6-3 (Raffaello Esposito)

Cincinnati, Ohio, 23 agosto 2015.

 

Nei pressi della finale del Masters 1000 omonimo si aggira un signore elegante di 34 anni compiuti, una moglie e quattro figli. E’ svizzero, gioca in modo classico e il suo nome è stato inciso per diciassette volte sulla base dei quattro più importanti tornei del tennis mondiale.

Roger Federer appartiene di diritto alla storia del gioco, e non per le vittorie ma per le sensazioni che ha lasciato indelebili nella memoria di chiunque abbia mai avuto la buona ventura di vedere un suo dritto a sventaglio, una demi-volée di tocco o un chop di rovescio che non rimbalza per poi tramandarlo con gli occhi luccicanti. Indimenticabile per esempio il modo col quale nella finale di Wimbledon 2012 contro Murray fintò prima un drive, poi una smorzata per chiudere invece con un delicato back lungo linea di dritto che lasciò lo scozzese immobile e a capo chino. Nel saggio del 2006 “Federer come esperienza religiosa” l’autore statunitense David Foster Wallace sostiene che i colpi dello svizzero si riconoscono anche seguendo lo scambio ad occhi chiusi, perché il suono della pallina sulle sue corde è sempre diverso da colpo a colpo, lontano dal monotono e costante botto dei picchiatori moderni.

Roger ha battagliato con intere generazioni di campioni, ha posto fine all’epopea di Sampras, ha lottato alla pari con Nadal e ancora oggi impartisce lezioni ai giovani del circuito.

Oltre il net lo attende oggi un tennista serbo che giocava sotto le bombe a Belgrado, uno che forse non ispirerà mai la fantasia degli scrittori ma che ha nel talento atletico, nella forza mentale e nel killer instinct armi formidabili. Novak Djokovic è oggi l’incontrastato sovrano del tennis mondiale perché ha avuto l’umiltà di progredire sempre senza accontentarsi di ciò che madre natura gli ha donato. Nel corso del tempo ha saputo arricchire il suo gioco di attaccante da fondo con soluzioni diverse, cambi di ritmo e discese a rete, che unite alle sue spettacolari doti difensive ne hanno fatto il campione completo che è ora. Nole ha elevato ad arte il motto “fai giocare un colpo in più al tuo avversario” e le occasioni nelle quali le sue strabilianti capacità di recupero hanno girato i match non si contano più.

Roger sa bene che il serbo non è mai morto e certamente ricorda il dritto d’incontro in risposta alla prima col quale Djokovic gli ha annullato un match point nella semifinale degli US Open 2011 prima di risorgere e vincere.

I precedenti dicono venti pari ma contano relativamente, quattro gli incroci nel 2015 con Nole avanti tre a uno e vincitore con marginea Wimbledon un mese e mezzo fa. La distanza due su tre è più consona però all’autonomia fisica dello svizzero che infatti si è imposto nettamente a Dubai.

Federer ha sorvolato il torneo con leggerezza mentre Nole è risorto sia con Goffin che con Dolgopolov, ma tutto questo non conta perché  quando il serbo incontra Roger vede rosso e si trasforma.

Pochi minuti dopo le 19 i due finalisti entrano in campo accolti da uno scroscio di applausi e da un cielo azzurro segnato da qualche nuvola candida.

E’ Djokovic che apre alla battuta e dopo due turni tranquilli nel terzo game iniziano i fuochi d’artificio.

Roger va sul 15-40 con un dritto incrociato in risposta seguito da un attacco chip and charge ma il serbo annulla con la prima anche una terza occasione ai vantaggi prima di difendere il suo turno. Lo svizzero domina sul proprio servizio, vuole giocare veloce e cerca la rete appena può e così facendo continua a mettere in difficoltà il numero uno in risposta mancando un’altra palla break nel quinto game. Il livello di gioco è già al massimo, Nole mette a punto il passante ma Federer non smette di essere aggressivo. I turni di battuta del serbo durano quasi cinque minuti mentre quelli di Roger un minuto e mezzo di media ma l’equilibrio non si schioda. Si arriva così al logico tie-break e lo svizzero, come dice Agassi nella sua autobiografia. “va in un luogo che io non conosco”. Strappa quattro punti sul servizio di Djokovic, vola a rete sempre e con un rovescio lungolinea che si stampa sulla riga di fondo scompare all’orizzonte. Sette punti a uno sanciscono la conquista di un set strameritato.

Il serbo è scosso, la superiorità del gioco rossocrociato è sotto gli occhi di tutti e nel secondo game del set anche il servizio lo tradisce consentendo a Roger di scappare sul tre a zero con l’ennesimo turno di battuta perfetto. Federer sta semplicemente giocando ad un livello che non è accessibile ad altri, le gambe lo portano sempre nel posto giusto e il resto è compito del braccio, che oggi non fallisce né trema. Nel sesto game lo svizzero continua a rispondere alla grande e si procura altre tre palle per uccidere l’incontro ma Novak le annulla di puro orgoglio e nel game seguente trascina l’avversario per la prima volta ai vantaggi. Ma Roger oggi è un iceberg e va cinque due col servizio e l’ennesimo assalto a rete chiuso da uno smash. Il tempo di tirare il fiato al cambio campo e durante il turno di battuta avversario e il match perfetto si chiude.

Federer sigilla la cavalcata trionfale con un turno di battuta immacolato che gli consegna il settimo trionfo a Cincinnati ma soprattutto apre una crepa sensibile nelle certezze del serbo alla vigilia dello US Open di New York.

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Luca Van Assche, il primo 2004 a vincere un torneo Challenger: ecco il dato che può renderlo ottimista

Il diciottenne francese di origini italo-belghe iscrive il suo nome in un elenco che lo vede in compagnia anche di Alcaraz e Sinner

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Luca Van Assche – Maia Open 2022 (foto via Twitter @ATPChallenger)

Era in agguato da un paio di mesi, Luca Van Assche. Una, due, tre prede gli erano state soffiate all’ultimo momento da Cecchinato, Barrere e Krutykh. Era ormai solo questione di tempo, ma il tempo stava per scadere. O, meglio, il calendario era arrivato all’ultimo foglio da strappare, quello con i nomi di Maspalomas, nella Canarie, e Maia, in Portogallo. È stata quest’ultima la destinazione scelta da Luca per l’ultimo torneo della stagione, il Maia Open, categoria Challenger 80. Così, dopo tre finali perse, il diciottenne francese ha messo le mani sul suo primo trofeo a questo livello. Ora francese, ma nato a Woluwe-Saint-Lambert, comune nei pressi di Bruxelles, da padre belga e madre italiana, per poi trasferirsi con la famiglia a Aix-en-Provence all’età di tre anni.

Da numero 501 del ranking, a inizio anno ha giocato il suo ultimo torneo ITF, vincendolo. Ha così continuato la sua rapida ascesa (un anno prima era fuori dai primi 1500) fino all’attuale n. 138, l’ultimo (ma certo non ultimo) best ranking conquistato. Vincitore del Roland Garros 2021, per l’ATP misura 178 cm, un’altezza che, se confermata e definitiva, non è molto promettente, per quanto i due top 20 più bassi vantino appena cinque centimetri più di lui – e parliamo di Alcaraz e Ruud, numero 1 e 3 del mondo.

Di sicuro, almeno per adesso, non possiede il colpo che lascia fermo l’avversario, né a destra, né con il rovescio bimane, né con il servizio. Riservandoci di capire meglio nel prossimo futuro le qualità su cui può puntare per continuare un’ascesa che si fa sempre più ripida, ci sono un paio di dati che paiono di buon auspicio e, forse, anche per questo Luca sembra essersi avventato con particolare urgenza sul trofeo portoghese. Innanzitutto, l’elenco dei vincitori francesi under 18 a livello Challenger vede Richard Gasquet, Gael Monfils, Fabrice Santoro e Sébastien Grosjean. Vabbè, anche Corentin Moutet.

 

Inoltre, ci svela un tweet di Luca Fiorino, c’era una casella vuota in corrispondenza della classe 2004 nella lista dei primi vincitori Challenger di ogni annata ed è stata occupata appunto da Van Assche. Non che la concorrenza fosse agguerritissima, con il solo connazionale Fils (quello che aveva battuto Fognini nelle quali di Bercy per poi perderci al primo turno) a frequentare abitualmente la categoria. In ogni caso, considerando i nomi che lo precedono – Auger-Aliassime, Sinner, Musetti e Alcaraz – il giovane francese ha un motivo in più per essere ottimista riguardo alla propria carriera da pro.

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Bollettieri, da Todd Martin a Mouratoglou e Shapovalov: il saluto del mondo del tennis

Così il tennista canadese: “Ricorderò per sempre i tuoi insegnamenti”. E Mouratoglou: “Grazie a te ho sognato di costruire una mia accademia”

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Il mondo del tennis piange Nick Bollettieri: il noto coach americano è morto domenica 4 dicembre 2022 all’età di 91 anni dopo una vita dedicata a questo sport e alla crescita di campioni della racchetta. E mentre la notizia fa il giro del mondo, sono tante le reazioni di giocatori, coach e addetti ai lavori. Di seguito una breve raccolta dei pensieri di chi ha conosciuto e apprezzato Bollettieri durante la sua lunghissima attività nel tennis.

“Nick è stato uno dei più grandi ambasciatori del tennis – sono le parole di Todd Martin, ex giocatore statunitense -. La sua passione e la sua enorme energia sono state di ispirazione per chi lo ha conosciuto. Aver allenato più di dieci numeri uno del mondo è stato solo uno dei traguardi raggiunti da Nick. Ha lasciato un impatto duraturo a tutti i livelli di questo sport”.

Ecco il ricordo di un altro coach molto noto, Patrick Mouratoglou: “Nick, sei stato un pioniere e un visionario. Grazie a te ho sognato di avere una mia Accademia, per aiutare le giovani generazioni a diventare adulti inseguendo un sogno. Chi ti ha incontrato può testimoniare che avevi un’energia unica ed eri in grado di trasferire la tua potenza ai tuoi giocatori. Bollettieri ha fatto crescere l’industria del tennis e ha aperto opportunità per coach e giocatori. Ricorderemo tutti lo speciale essere umano che era”.

 

Telegrafico il ricordo su Twitter del coach e commentatore Brad Gilbert: “Nick, sei stato un gigante che ha aiutato intere generazioni di giocatori”. Un altro cinguettio è quello di Denis Shapovalov, che racconta: “E’ stato un onore conoscerti, Nick. Ricorderò e apprezzerò per sempre i tuoi consigli. Hai dato molto a questo sport, sarei sempre ricordato e amato come uno dei più gentili”. Infine, il ricordo della Hall of Fame del tennis è nelle parole dello storico Joel Drucker: “Nick Bollettieri è stato un carismatico allenatore in grado di lavorare con dieci numeri uno del mondo, uno dei soli cinque coach inseriti nella Hall of Fame. Un’infinita passione, unita a uno stile di vita da star dei film e un’etica votata al lavoro sette giorni su sette, è ciò che ha reso unico Bollettieri. […] E’ stato un innovatore, creando a fine anni Settanta quella che è diventata la prima accademia pienamente dedicata al tennis”.

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Lorenzo Sonego: “Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire”

“Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, come in Coppa Davis. “. In una lunga intervista al quotidiano La Repubblica di Torino, Lorenzo Sonego racconta le sue abitudini e gli obiettivi per l’anno prossimo

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Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Che Lorenzo Sonego sia un ragazzo umile e alla mano l’hanno capito tutti gli appassionati di tennis. Un’ulteriore conferma la si ha leggendo l’intervista rilasciata a Fabrizio Turco, collega che scrive per La Repubblica di Torino. In questa off-season, Lorenzo è nella sua Torino e si allena allo Sporting “perché qui mi sento a casa”.

Per lui che vive a poche centinaia di metri dal circolo, la sveglia è alle 7:30 ogni mattina e poi 4 ore di allenamento in campo e preparazione atletica al mattino e altrettante al pomeriggio, sempre sotto la guida attenta del suo inseparabile coach Gipo Arbino (intervistato in esclusiva pochi giorni fa) che l’ha scoperto e condotto nel mondo dello sport di racchetta quando ancora alternava il tennis al calcio nel Toro.

Classe 1995, Lorenzo non è ancora arrivato al suo meglio “Ho iniziato tardi e non sono mai stato un predestinato”. La passione per il tennis ha affiancato per tanti anni l’amore per il calcio, mai sopito che ancora agita il cuore del giovane torinese Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, proprio come in Coppa Davis. Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire, anche sul campo da tennis”.

 

Già, la Coppa Davis. In due giornate straordinarie, Lorenzo è stato l’eroe della spedizione azzurra. Prima la vittoria contro Frances Tiafoe, n. 19 del ranking, poi contro il mancino Denis Shapovalov, n. 18 “Però la partita della vita resta il 6-2 6-1 contro Djokovic, un paio d’anni da a Vienna. L’obiettivo per il 2023 è ritoccare il best ranking, mentre ora resta al n. 45. “Un pensierino alle Finals lo faccio e nel frattempo alzo l’asticella: l’obiettivo per il 2023 è migliorare la mia miglior posizione raggiunta in carriera, la n.21. La Coppa Davis purtroppo non assegna punti in classifica, ma vuoi mettere la soddisfazione?”. E chissà che quel sogno Finals di fine anno non possa concretizzarsi anche in doppio con il suo amico Andrea VavasSori. QUI INTERVISTATI IN ESCLUSIVA

Tra i suoi colleghi, il più simpatico è Berrettini, e non solo perché mi ha presentato Alice” cui Lorenzo riserva parole al miele sebbene non si parli ancora di matrimonio; Nadal “fuori dal campo è molto disponibile pur restando uno che daÀpoca confidenza” mentre Djokovic “è molto aperto”.

Gli Internazionali a Roma e Wimbledon sono per Lorenzo i tornei più belli ed emozionanti per l’atmosfera sugli spalti del primo e l’eleganza e la storia che si respira nel secondo ma i grandi spazi infiniti dei tornei americani come Miami e Indian Weels esercitano sempre un grande fascino. La stagione 2023 di Lorenzo Sonego inizierà il 2 gennaio al torneo di Adelaide e subito dopo il primo Slam dell’anno, gli Australian Open.

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