Serena Williams e la concorrenza: analisi di una stagione anomala

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Serena Williams e la concorrenza: analisi di una stagione anomala

Come stanno in questo momento le giocatrici di vertice della WTA? Cosa aspettarsi in vista del Masters e della prossima stagione?

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Terminati gli US Open ci si avvia verso il Masters, il torneo riservato alle migliori giocatrici del mondo. Ma come stanno in questo momento i vertici del movimento tennistico femminile?
Per cercare di rispondere, vorrei partire da un semplice dato, e confrontarlo con il passato.

1.
Ecco il dato: in questo momento Lucie Safarova è quinta nel ranking con 3525 punti; esattamente dodici mesi fa (29 settembre 2014) gli stessi punti le avrebbero consentito al massimo il dodicesimo posto in classifica, dietro alla numero undici Jankovic (a 3635 punti).
Il ranking si calcola sostanzialmente con gli stessi valori dal 2009 (anche se con alcuni aggiustamenti marginali che non consentono un confronto preciso al 100%). Ebbene, dal 2009 in poi, mai con i punti che ha oggi Safarova si sarebbe andate oltre il nono posto.

Per completare lo scenario su cui ragionare, va tenuto presente il grande Slam sfiorato da Serena: nei soli quattro Major ha conquistato 6780 punti (11500 totali). Si potrebbe pensare che quanto manca alle altre giocatrici rispetto al 2014 l’abbia sottratto lei; in realtà se si fa un semplice calcolo aritmetico si deduce che i punti totali che mancano alle altre top ten superano di molto quelli conquistati in più da Serena.
In sostanza il dominio di una sola giocatrice non spiega il calo complessivo delle altre atlete di vertice.

 

Ecco ad esempio il confronto di classifica tra settembre 2015 e settembre 2014:

Confronto ranking WTA sett. 2015-2014

Quello che emerge, dunque, è che rispetto agli ultimi sei anni di WTA, la concorrenza alla numero uno non è mai stata tanto in ribasso. E il dato della posizione di Safarova (quinta con così pochi punti) lo conferma.

Non voglio con questo proporre un ragionamento qualitativo. Non credo si possano trovare strumenti di analisi condivisi per sostenere tesi su questo aspetto: la qualità del gioco è materia troppo soggettiva per essere valutata con i numeri. A me, ad esempio, non pare che quest’anno nella WTA si sia giocato mediamente peggio che nelle stagioni precedenti, e non credo che le partite siano state meno divertenti o più brutte del 2014.
Però una cosa si può sostenere con certezza: nessuna delle “solite” giocatrici di vertice ha mostrato nell’arco della stagione la consueta solidità e continuità di rendimento.

In sostanza nel 2015 ha deluso soprattutto il nucleo di tenniste che normalmente abitano i piani alti del ranking, con anni di permanenza continuativa in top ten. Chi sono? Farei questi nomi: Sharapova, Kvitova, Radwanska, Wozniacki, Azarenka.
Sono tutte giocatrici che in carriera sono state come minimo capaci di arrivare in finale Slam e di raggiungere il secondo posto al mondo. Alcune di loro gli Slam li hanno anche vinti e sono state prime nel ranking. Queste cinque giocatrici (insieme a Williams e a Li Na, ritirata nel 2014) hanno rappresentato per molto tempo il riferimento più stabile del circuito, il livello con il quale misurarsi per fare il salto di qualità e provare ad entrare nell’élite del tennis.
Ebbene, nel 2015 nessuna di loro ha avuto una stagione all’altezza di quelle migliori:

Sharapova: dopo la finale di Melbourne è andata incontro a continui problemi fisici che non le hanno mai consentito di raggiungere la piena forma. I due migliori tornei successivi (vittoria a Roma, semifinale a Wimbledon) sono stati frutto soprattutto della classe: risultati ottenuti di carattere, ma senza la qualità di gioco del passato. Nello sport la prima componente è la salute, e Sharapova nel 2015 è stata particolarmente penalizzata sotto questo aspetto. Dopo il forfait a Flushing Meadows, il ritiro di Wuhan è l’ulteriore conferma di quanto sia sfortunata la sua stagione.

Kvitova: discorso molto simile a quello di Sharapova. Qualche picco di gioco, soprattutto a Madrid, nel quadro di una stagione in cui ha saltato alcuni tornei importanti (Indian Wells, Miami) per problemi fisici. La diagnosi di mononucleosi ha spiegato le difficoltà di rendimento che hanno reso ancora più inaffidabile una giocatrice già storicamente discontinua.

Radwanska: ha vissuto un inizio di stagione terribile, che l’ha portata fuori dalla top ten dopo molti anni. Dopo Roland Garros era in piena crisi tecnica, sottolineata dalla separazione da Martina Navratilova e dalle durissime dichiarazioni del padre nei confronti del suo storico allenatore Wiktorowski, invitato a dimettersi. Poi si è ripresa a partire dalla stagione su erba, ma nel frattempo sei mesi erano andati persi.

Wozniacki: già all’inizio del 2014 era uscita dalla top ten, ma poi il declino era stato invertito con la reazione di orgoglio mostrata dopo il mancato matrimonio. Nella seconda parte di 2014 sembrava una giocatrice recuperata al grande tennis: in piena salute psicofisica, con il picco straordinario alle Finals di Singapore, dove Wozniacki aveva giocato benissimo. Ma nel 2015 è di nuovo appassita, e di nuovo è uscita dalle prime dieci.

Azarenka: gli infortuni del 2014 sono stati superati, ma la migliore condizione non è tornata: non riesce a eliminare il sovrappeso, e sul piano tecnico è mancata la continuità ad alti livelli. Non credo possa essere soddisfatta di una stagione senza tornei vinti, punteggiata da qualche buona sconfitta in tre set contro Serena Williams.
Caduta attorno al 50mo posto per l’inattività, è progressivamente risalita sino al ventesimo posto; ma oltre fatica ad andare, visto che è 18ma nella race. Il rischio è che questa posizione da provvisoria diventi stabile, trasformandosi in un allarmante ridimensionamento.

Al di fuori di questi nomi va ricordata Simona Halep, attuale numero due del mondo. Il suo caso è differente, perché è più giovane delle tenniste citate, ha una carriera ad alti livelli più recente e non si può dire sia regredita: nel ranking ha aumentato i punti complessivi rispetto al 2014 (ne aveva 6036 nel 2014, ne ha 6780 oggi), anche se negli Slam ha fatto un passo indietro. Però la crescita ulteriore di gioco e di personalità, che alcuni ipotizzavano, non mi pare ci sia stata.

2.
A questo punto mi sembra interessante introdurre un secondo dato: nel 2015 cinque giocatrici sono entrate per la prima volta in top ten. Non accadeva dal 2004; normalmente il ricambio è meno vorticoso (uno, due nuovi ingressi per anno, qualche volta tre).
E la stagione non è ancora finita: se Belinda Bencic avesse vinto la finale di Tokio, si sarebbe aggiunta alle cinque esordienti (Makarova, Suarez Navarro, Muguruza, Safarova, Piskova), portando a sei il numero complessivo.
In caso ci riuscisse nelle prossime settimane, per ritrovare una situazione del genere bisognerebbe risalire addirittura al 1989 quando le nuove top ten furono ancora di più, sette (Kat. Maleeva, Sanchez Vicario, Rehe, Martinez, Fernandez, Seles, Novotna).

Tenendo presente quanto detto all’inizio, non sorprende che sia diventato più facile e frequente trovare un posto tra le prime dieci, visto che la soglia di punteggio da raggiungere si è abbassata. Intendiamoci: non penso sia negativo il ricambio di per sé, ma qualche perplessità sorge nel momento in cui con poco più di 3000 punti si conquista il sesto-settimo posto della classifica mondiale.

Un discorso simile potrebbe valere anche per l’ultimo Slam. Senza nulla voler togliere ai meriti di Flavia Pennetta, che a New York nei momenti decisivi ha giocato un ottimo tennis, è difficile ritenere un sintomo di grande salute per il movimento il fatto che quando è uscita la numero uno assoluta (34enne) sia emersa come alternativa una giocatrice di 33 anni compiuti, che ha poi annunciato il ritiro.
E così la sensazione complessiva è che, in questo momento, la concorrenza più qualificata a misurarsi con Serena sia in crisi; e forse anche per questo Patrick Mouratoglou ha dichiarato senza mezzi termini che Williams (che l’anno prossimo andrà per i 35 anni) nel 2016 punterà al Golden Slam (i 4 Major con in più il torneo olimpico).

Stando così le cose, la classica immagine del ranking simboleggiata dalla piramide andrebbe forse rivista utilizzando come rappresentazione una guglia che svetta isolata al di sopra di un paesaggio sostanzialmente orizzontale: al di sotto del picco solitario si articola uno scenario di per sé anche interessante, ma quasi mai all’altezza di misurarsi con chi domina.

3.
E per il 2016? Ci aspetta un futuro ancora di crisi? Non è detto. Ci sono a mio avviso due elementi che potrebbero indurre all’ottimismo.

Primo elemento: mi sembra improbabile che il 2016 si riveli altrettanto sfortunato per tutte le giocatrici citate prima (Sharapova, Kvitova etc.). Tante controprestazioni in contemporanea sono davvero rare, come dimostrano le classifiche delle stagioni scorse. Si può pensare quindi che torni ad alzarsi la soglia di eccellenza secondo standard più vicini agli anni passati.
La visione pessimista potrebbe invece ritenere che questa generazione di tenniste stia iniziando una parabola discendente sul piano psico-fisico. Potrebbe essere, ma ricordo che la più anziana è Maria Sharapova, che è del 1987; le altre giocatrici sono nate dopo il 1989: in termini di concorrenza rispetto a Serena Williams significa dai sei ai nove anni in meno.

Il secondo elemento è che, anche approfittando della maggiore facilità con cui si è potuto scalare il ranking, diverse giovani giocatrici hanno raggiunto posizioni di rilievo, come Muguruza, Pliskova e Bencic. Questo è, secondo me, comunque un aspetto positivo: due delle cinque giocatrici neo top ten del 2015, sono poco più che ventenni, e la diciottenne Bencic è arrivata ad una vittoria dallo stesso traguardo; il conseguimento di obiettivi importanti potrebbe favorire ulteriormente il loro processo di crescita. Non solo: potrebbe anche aumentare gli stimoli per le coetanee, che vedono come sia concretamente possibile arrivare molto in alto.

Infine, per quanto riguarda le giovani, penso vada sempre considerata una ipotesi remota ma non impossibile: vale a dire che prima o poi emerga qualcuna in grado di innalzarsi a livelli di gioco davvero superiori, rivoluzionando definitivamente le gerarchie esistenti.

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Wimbledon 2020 virtuale: fuori la numero 1 Barty, resistono Serena, Halep e Andreescu

Prima settimana dei Championships virtuali. Serena Williams, Bianca Andreescu o ancora Simona Halep. O forse una outsider: chi sarà la regina di Wimbledon?

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Una delle particolarità del torneo di Wimbledon è che, anno dopo anno, è sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Ogni stagione il tabellone è differente, le partite cambiano, e cambiano anche vincitori e vinti. Ma il quadro di insieme che li accoglie, le regole e i costumi che governano la manifestazione, sono quasi immutabili; e si conformano a una idea di tradizione che forse solo gli inglesi riescono ad applicare così profondamente, al limite della maniacalità.

Questo atteggiamento non è un semplice segno di rispetto verso il passato: è molto di più. È l’idea che passato, presente e futuro debbano scorrere mantenendosi uguali per tutto ciò che è possibile. In poche parole, la tradizione a Wimbledon è coltivata con tale puntiglio e ambizione da sfidare il concetto di eternità.

Questo non significa che gli organizzatori rimangano immobili. Nel tempo sono stati presi provvedimenti per adeguare le strutture: per esempio le coperture del Centre Court e del Court 1, oppure il prossimo allargamento dell’area dedicata ai campi. Ma si tratta di provvedimenti adottati per fare in modo che la sostanza non cambi. Che Wimbledon, cioè, continui a essere il tempio del tennis.

 

Come in ogni tempio, le regole di comportamento vanno seguite nei minimi dettagli, e questo trasforma il torneo in una liturgia sportiva. E quando per caso si esce dal canone prestabilito, lo si ricorda come una avvenimento eccezionale:

Di fronte a una liturgia, c’è chi segue l’evento con assoluta dedizione e chi prova un certo disincanto, a volte con punte di fastidio e irritazione. Sta di fatto che quest’anno il “rito” non si è potuto svolgere, a causa delle miserie terrene e della imperfezione umana: ai tornei non disputati durante le guerre mondiali, si è aggiunta l’edizione del 2020, cancellata della pandemia.

In mancanza di tennis vero, dobbiamo accontentarci di soluzioni alternative. In questi giorni, per esempio, il sito ufficiale (Wimbledon.com) offre la possibilità di rivedere integralmente grandi match del passato. Qui invece proviamo a svolgere il torneo virtualmente, secondo regole che eleggeranno una vincitrice che, forse, avrebbe potuto essere la reale trionfatrice di quest’anno. Se solo si fosse potuto giocare.

Rispetto a qualsiasi altro torneo virtuale, sicuramente Wimbledon offre un vantaggio: dato che tutto è così preciso e prestabilito, secondo regole scritte (ma anche non scritte), è più semplice definire il contesto, e immaginare aspetti di contorno che aiuteranno a descrivere le vicende e i match che seguiremo turno dopo turno.

Il torneo virtuale
Qualche indicazione su come è concepito il torneo virtuale. Quando leggerete le cronache tenete presente che prima vengono i risultati e poi il commento. In pratica lo svolgimento di Wimbledon 2020 sarà così: primo turno giocato, primo commento (e senza sapere cosa succederà al secondo turno). Secondo turno giocato, secondo commento (senza sapere cosa succederà più avanti). Proprio come avviene a un normale inviato sul posto.

Per questo non ho assolutamente voluto adeguare i risultati a desideri “letterari”. Una volta definiti gli input, accadrà quello che dovrà accadere. Tanto che al momento ancora non so chi vincerà i Championships, visto che si è appena conclusa la prima settimana e i match decisivi devono ancora arrivare. E attendo di scoprire se il vero meteo dei prossimi giorni a Londra (pioggia, caldo, etc.) potrà incidere sui risultati.

Cominciamo con il tabellone. Per approfondire come è stato costruito rimando a queste spiegazioni. Ecco il nostro punto di partenza:

Per quanto riguarda invece i criteri che indirizzano la sorte e influiscono sui risultati, rimando alla Appendice di questo articolo (pagine 5 e 6), che spiega nel dettaglio la procedura utilizzata.

a pagina 2: Day One e oltre, cadono le prime teste di serie

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I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco
14. I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche


Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata ai migliori colpi in WTA: è il momento di provare a tirare le fila di tutti i temi trattati, e di chiudere con qualche riflessione.

Prima riflessione. Proprio come nella suddivisione degli articoli, capita piuttosto spesso di pensare alle giocatrici isolando singoli colpi, nel tentativo di identificarne punti forti e punti deboli: servizio, risposta, dritto, rovescio, etc etc. Sicuramente è un approccio logico, ma non è privo di controindicazioni.

 

Con questo criterio, ogni esecuzione vista in campo viene fatta rientrare in una categoria definita di gesti tecnici (servizio, dritto, rovescio, etc.) che può essere anche analizzata sul piano numerico attraverso statistiche. L’approccio può risultare molto seducente perché in questo modo qualsiasi partita di tennis viene distillata, sezionata, e trasformata in qualcosa di più semplice e omogeneo. E quindi classificabile. Sembra tutto molto coerente, eppure ci si rende conto che non sempre questi numeri riescono davvero a descrivere un match. E parlo di descrivere, perché pretendere di spiegare sarebbe ancora più ambizioso. Come mai?

In parte per il sistema di punteggio del tennis, che fa sì che i singoli punti non pesino allo stesso modo. Ma secondo me ci sono anche ragioni tecniche. Pensiamo per esempio alla differenza tra un dritto colpito su una parabola alta sopra la spalla, e uno invece eseguito con la palla sfuggente a pochi centimetri da terra. Sono sempre due dritti, e quindi finiscono nella stessa categoria: ma quanto hanno in comune?

Dovremmo allora dividerli in sotto-categorie differenti? Potrebbe essere, ma in questo modo è come se aprissimo un vaso di Pandora, perché diventerebbe molto difficile identificare le nuove categorie e anche il modo di gestirle e analizzarle sul piano statistico.

E cosa dire dei colpi funzionali allo sviluppo di una combinazione, vale a dire che hanno un senso soprattutto in funzione del colpo successivo? Per esempio una volta si ragionava in termini di serve&volley; oggi qualcosa di affine accade, con la combinazione “servizio+dritto”.

Insomma, i colpi sono elementi fondamentali di un match, ma non lo descrivono completamente. E così, più si prova a definire un quadro completo, più ci si accorge che è quasi impossibile trovare un punto di vista capace di abbracciarlo per intero.

E poi c’è un secondo aspetto, che porta a un’altra riflessione fondamentale. Durante una partita di tennis, tra un colpo e l’altro, entrano in gioco altri elementi non meno importanti: un intero mondo di movimenti, di gesti, di pensieri che possono fare la differenza. Ecco perché (come ho spiegato alcune settimane fa) ho deciso di ampliare la serie provando a considerare alcune caratteristiche fisiche e mentali. Aggiungendo quindi una classifica dedicata alla mobilità, una alle qualità tattiche, e una alle doti agonistiche. Con la consapevolezza che si tratta comunque di un tentativo parziale che non sarà mai del tutto soddisfacente.

In sostanza credo che queste classifiche non vadano considerate un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per continuare a sviluppare ragionamenti sul tennis giocato, anche in un periodo senza nuovi match. E proprio per continuare a discutere, a conclusione di tutto, è arrivato il momento di riepilogare “il meglio del meglio”.

Negli articoli precedenti, prima della classifica vera e propria, segnalavo qualche giocatrice esclusa in extremis. Questa volta, invece, cito i colpi sui quali sono stato più in dubbio nel definire le gerarchie. Sul servizio è stato facile: Serena Williams ha chiuso la questione prima ancora di aprirla. Anche per la risposta e per il rovescio, tutto sommato non è stato poi così difficile decidere le primissime (parere personale, naturalmente).

La classifica del dritto, invece è stata molto ardua. E confesso che riaprendo l’articolo a distanza di qualche settimana mi sono sorpreso, perché mi ricordavo il podio virtuale con un ordine diverso; a dimostrazione di quanto vicine percepisco le prime giocatrici.

L’altro colpo sul quale ho avuto le maggiori difficoltà è stata la demivolée. Qui di seguito troverete tre nomi con un ordine, giusto per non andare contro l’impostazione generale; ma rimango convinto di non avere argomenti sufficienti per definire una gerarchia definitiva. Ecco perché nell’articolo specifico mi ero limitato all’ordine alfabetico.

Partiamo quindi con il meglio di ogni tema. Ricordo che cliccando sul titolo di ogni classifica si aprirà l’articolo corrispondente, che prova a spiegare le ragioni delle scelte.

Per chi non fosse interessato a ripercorrere le classifiche, invito a dare una occhiata a pagina 4, dove è illustrata l’anteprima relativa ai prossimi articoli dedicati a Wimbledon 2020 virtuale.

a pagina 2: Le migliori nei colpi da fondo campo

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I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche

Penultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Kvitova a Serena Williams, da Yastremska a Mertens e Andreescu: quale giocatrice riesce a mettere in campo il meglio di sé nelle occasioni più importanti?

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco


Con questo articolo si conclude l’analisi per parti delle qualità delle diverse giocatrici dell’attuale circuito WTA. Martedì prossimo è previsto ancora un articolo conclusivo che proverà a tirare le fila dei singoli temi.

Questa volta è il momento di affrontare l’aspetto agonistico, la tenuta mentale nei frangenti importanti. Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo.

 

Le qualità agonistiche
Lo abbiamo sperimentato tutti, sia in prima persona come tennisti (più o meno dotati), sia come spettatori di match altrui: per quanto si possa giocare bene sul piano tecnico, per quanto si possa essere preparati sul piano fisico, per quanto si possa essere intelligenti e strateghi nell’interpretare il gioco, la vittoria rimarrà comunque un miraggio se “al dunque” ci si farà prendere dall’ansia e dal timore di vincere.

Questo problema nel tennis è così significativo che è stato coniato un termine onnicomprensivo: “braccino”, definizione che è diventata proverbiale anche in altri contesti. Ma se il riferimento è nato nel tennis è perché forse in nessun altro sport ci sono situazioni nelle quali diventa psicologicamente così difficile portare a termine la vittoria. E davvero “non è finita fino a che non è finita”.

La storia è piena di rimonte clamorose, di partite perse dopo match point non sfruttati, di errori incredibili compiuti nel momento più importante. E nessuno, neppure il più grande campione, è stato del tutto immune da attacchi di braccino: altrimenti non si sarebbe umani. Stabilito questo, si potrebbe dire che per la classifica di questa settimana ho provato a identificare i nomi tra chi, secondo me, tende a gestire meglio l’ansia che pervade nei frangenti decisivi dei match. Tenendo anche presente che la stessa giocatrice nel tempo può drasticamente cambiare le proprie condizioni agonistiche.

Nel 2017 Jelena Ostapenko aveva vinto il Roland Garros sbaragliando la concorrenza grazie a un atteggiamento spavaldo che sembrava non contemplare la paura: Ostapenko vinse quel titolo grazie a cinque successi in tre set e al termine di una finale (contro Simona Halep) conquistata recuperando break di ritardo sia nel secondo sia terzo set. In quella edizione Simona aveva tutto da perdere, mentre Jelena niente: e finì per vincere lo Slam da numero 47 del ranking.

L’anno successivo, da campionessa in carica, e con tutto il conseguente carico di attesa e responsabilità, Ostapenko sarebbe uscita al primo turno, battuta in due set dalla numero 67 del ranking Kateryna Kozlova.

La vicenda di Ostapenko è la dimostrazione che ogni giocatrice attraversa fasi di carriera differenti, e in linea generale è più facile affrontare i match da ragazzina, senza troppe aspettative e obblighi di vittoria. Ha scritto per esempio Agnieszka Radwanska a proposito del suo primo periodo in WTA: “Ripensando a quei momenti, mi meraviglio di come giocassi senza alcuna pressione. Semplicemente colpivo. Anche scendere in campo negli stadi principali non era un vero problema, e così all’inizio ho migliorato la mia classifica molto velocemente”.

Le difficoltà psicologiche crescono invece nel periodo successivo, quando si è salite in classifica e si devono confermare i traguardi raggiunti. Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti che scadono settimanalmente, contribuisce ad aumentare lo stress. Ecco perché la fase della prima conferma è particolarmente impegnativa, e attende al varco qualsiasi giocatrice (ne avevo parlato QUI, definendola “Sindrome del Sophomore”).

Partendo dalla convinzione che ci sono situazioni psicologiche differenti a seconda del diverso status delle giocatrici, ho preferito suddividere la classifica in tre categorie differenti. La prima categoria comprende le tenniste esperte (vicino ai 30 anni e oltre), con alle spalle tanti anni di attività, che sono state in grado di rimanere sulla breccia malgrado i molti incontri macinati, e le vicende alterne inevitabili in ogni carriera. Tutte hanno vinto almeno due Slam, hanno affrontato anche l’esperienza della sconfitta in una finale Major, ma penso che vadano comunque segnalate per il rendimento agonistico complessivamente positivo nelle ultime stagioni.

La seconda categoria comprende tenniste che meritano di essere ricordate soprattutto per alcune prestazioni al di fuori delle partite decisive degli Slam. Non sono state le prime protagoniste nei tornei più prestigiosi, ma hanno lasciato una traccia con la loro personalità in diversi tornei del circuito WTA.

La terza categoria è quella delle giovani già in grado di vincere Slam. Per loro vale in gran parte il discorso fatto per Ostapenko: al momento i risultati sono tali da rendere “obbligatoria” la presenza in questa classifica, ma in realtà solo il tempo potrà dirci se la loro natura caratteriale è davvero vincente. Lasciamo passare qualche stagione, e capiremo se sono agonisticamente sopra la media o se stanno semplicemente vivendo la fase più entusiasmante e psicologicamente meno complessa di ogni carriera.

Prima di arrivare ai nomi, il solito capitolo riservato alle escluse. Tra le esperte che non hanno trovato posto, cito Garbiñe Muguruza. Finalista a Melbourne 2020, e in recupero dopo un lungo periodo di difficoltà. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo con questa esclusione considerando i tre nomi che le ho preferito; ma non si tratta di una scienza esatta, e quindi trovo perfettamente legittimo avere posizioni differenti.

Ricordo anche Barbora Strycova, semifinalista a Wimbledon a coronamento di una carriera spesso caratterizzata da grande combattività. Altre protagoniste che potevano meritare un posto sono Rebecca Peterson e soprattutto Jil Teichmann. Entrambe con un un record di 2 finali vinte e zero perse lo scorso anno, oltre che imbattute in carriera nelle finali. Malgrado l‘en plein del 2019, non ho ritenuto le loro prestazioni tali da scalzare qualcuna delle dieci elette.

a pagina 2: Le giocatrici più titolate ed esperte

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